lunedì 19 gennaio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 103

Sorge Oscurità Maggiore 28: Il Canto Finale di Dana Giller

 

Dana incrociò le braccia sopra la testa. Il fumo viola si avviluppò intorno alla sua figura.

Riapparve davanti al tavolo, guardandosi disorientata intorno.
«Bel tentativo, Dana» disse Zec, sorridendo soddisfatto. «Questa volta il tuo biglietto “esco gratis dai guai” non funziona. L’invito non permette di lasciare la festa finché non lo dico io.»
«Vuoi giocare pesante, fratellino?» Dana gli scoccò un’occhiata di sfida. «Va bene! Ci sto!»
Zec conosceva quello sguardo. Fin da bambini se non seguiva le sue regole e non faceva quello che aveva deciso lei, scattava una rissa, o anche un semplice litigio e si concludeva sempre con la vittoria di sua sorella. Non questa volta. Era stufo di accondiscendere, mediare, trovare una soluzione non conflittuale, rinunciando a quello che era meglio per lui.
Billy scattò in piedi, abbandonò il divanetto e sorpassò il tavolo. «Ragazzi… Zec, non precipitiamo la situazione. Possiamo sistemare tutto senza fare scelte di cui pentirci.»  
«Fatti gli affari tuoi» gli intimò Hart Wyngarde. «Questa è una faccenda tra i due Giller.» Si scostò dalla schiena di Zec e smosse l’aria davanti a sé con la mano destra.
Billy fu trascinato all’indietro, si ritrovò di nuovo al suo posto, seduto dietro al tavolo.
«Devi restartene in panchina anche tu» ordinò Dana all’uomo.
Zec fece un passo verso di lei. «Non preoccuparti, non mi serve l’aiuto di nessuno.»
Hart gli schioccò un bacio sulla guancia, poi sorrise e si allontanò, appoggiando il busto allo schienale di una sedia, abbandonata lì accanto.
Dana sollevò le braccia, batté i palmi una volta e poi schioccò le dita due volte.
Per tutto il Bronze Dust, svuotato della clientela e proprietario e con solo loro sette presenti, si diffuse una musica familiare.
Zec ascoltò le prime note dell’introduzione e poi riconobbe la canzone. «Total Eclipse of the Heart di Bonnie Tyler. Scelta piuttosto azzeccata.» Osservò la sorella: era compiaciuta, ma la sua espressione mutò all’istante quando, all’attacco della canzone, scoprì di non avere il controllo.
Con lo stupore spalmato sul volto, Dana iniziò a dondolarsi, stringendosi le braccia rosso rubino al petto coperto dal top viola. Mentre le dita di entrambe le mani premevano sugli avambracci, fu costretta a cantare:
 
«Non mi guarderò indietro
Non mi importa se sei stato triste e solo
Dovevo pensare a me, al qui e ora.»
 
Zec incrociò le braccia sul petto e di sua volontà, intonò:
 
«Non ti sei guardata indietro
 
Dana abbassò lo sguardo e poi lo rialzò. Sapeva di non avere alternative e riprese:
 
«Mi sentivo imprigionata, in gabbia
Volevo trovare me stessa e la mia libertà
Non mi guarderò indietro
Volevo trovare me stessa e la mia strada
Senza rimpianti, prima di sprecare gli anni
Non mi guarderò indietro
Volevo trovare me stessa, superando la paura
E poi ho capito come farlo
 
La rabbia iniziò ad accendersi in Zec, come la piccola fiamma su un cerino. La verità che aveva sospettato e immaginato, veniva a galla. Così cantò:
 
«Guardami, occhi di demone
Guarda come mi hai fatto cadere
Guardami, occhi di demone
Guarda come mi hai fatto cadere
 
Dana si morse il labbro inferiore. Si sforzò con ogni fibra del suo corpo di resistere al suo stesso potere, ma come Hart Wyngarde, anche lui era riuscito a ritorcerglielo contro. E inerme cantò:
 
«Ho pensato solo a me
Ho scelto di scappare
Senza chiedere o ascoltare
Ti ho abbandonato a lottare
Della mamma ti dovevi occupare
Sul tuo senso di responsabilità ho scelto di puntare
 Questa è la verità, non posso negare
Il tuo affetto ho dato per scontato, di poter usare (poter usare)
Forse ho sbagliato, ora lo so, ma non si può cambiare
Indietro non si può tornare
Però possiamo ricominciare
Però possiamo ricominciare
 
Zec allargò le braccia. Il suo furore arrivò di colpo al culmine. I capelli si tinsero di nero. Gli occhi mutarono: senza pupilla e dalla sclera color petrolio. Vene nere sul viso e lampi scuri intorno al corpo.
Levitò a qualche centimetro del pavimento e cantò:
 
«C’è stato un tempo in cui ti avrei perdonato
Ma ora sono troppo deluso e amareggiato
Niente che dirai lo cambierà
Sono in un’eclissi nell’oscurità
In passato lo avremmo affrontato insieme
Adesso c’è solo spazio per rancore
Niente ti aiuterà
Cadi nell’eclissi nell’oscurità
 
Dana fu strappata dal terreno. Agitò braccia e gambe, senza poter far nulla per difendersi.
I lampi scuri di Zec le si abbatterono contro, correndole lungo tutto il corpo.
Michelle si alzò in piedi e spinse con forza contro il tavolo. «Lasciala Zec! Cosa vuoi farle?» Non riuscendo a muoversi, fece ricorso a sua volta al potere da Poltergeist. La trasformazione durò pochi secondi: i capelli passarono dal rosso al nero e tornarono subito al suo colore naturale, le vene scure non superarono le gote prima di ritrarsi e svanire, gli occhi non cambiarono per nulla.
«Per oggi l’oscurità è un’esclusiva di Ezechiel» annunciò Hart, rimanendo immobile.
Zec udì la conversazione, ma non gli interessò.
Era arrivato il tempo di pareggiare i conti.
Sofferenza per sofferenza.
«Zec!» urlò Billy. «Fermati!»
Zec si voltò a guardarlo. Scosse la testa. «Troppo tardi.» E riportò l’attenzione su sua sorella.
Sospesa a mezz’aria di fronte a lui, Dana non trattenne una lacrima dai suoi occhi verdi.
Nel Bronze Dust rimbombò il giro di batteria, la tastiera in sottofondo e gli intervalli degli scoppi simili a tuoni.
Con le braccia tese in avanti, Zec artigliò l’aria con le dita affusolate, le ripiegò verso l’interno del palmo e poi lentamente arretrò i gomiti. I lampi scuri presero a scorrergli lungo il corpo più rapidamente.
Dana si contorse ed emise lamenti di fastidio. Lampi neri le squarciarono i vestiti viola. Le orecchie a punta si accorciarono in comuni orecchie umane. I capelli castano scuro furono liberati dalla coda di cavallo e si scompigliarono intorno al volto. La pelle rubino sbiadì, la gradazione passò a un rosso tenue e poi divenne rosa, l’originale colorito da ragazza umana.
La musica si abbassò di tono e come se qualcuno ne avesse azzerato il volume, gradualmente si concluse.
Zec ridiscese a terra, posò i piedi sul pavimento e i lampi scuri si spensero dal suo corpo.
Dana atterrò davanti a lui. In ginocchio, aveva indosso una maglietta fucsia e un paio di jeans slavati. Si allontanò le ciocche di capelli dal volto, si guardò le braccia e poi alzò la testa. «Cosa mi hai fatto?»
«Ti ho tolto quello che per te era più importante» le rispose. «Non sei più la demone da musical. Sei solo Dana Giller: ragazza, sorella e figlia.»
«Perché?»
«Per ripagarti con la stessa moneta. Dopo che papà è morto, mamma ha avuto il suo esaurimento, è stato temendo e tu sei scappata via. Mi hai abbandonato. Poi ti ripresenti, sbattendomi in faccia di essere un demone e poter andare e venire a piacimento dalla tua dimensione infernale. Bé è il tuo turno di vedere tutto andare in fumo. Adesso sei costretta a vivere senza il futuro che ti eri costruita. Come tu hai fatto con me.»
Zec la superò e si rivolse ai suoi amici. «Siete liberi di andare. Volevo che vedeste di cosa sono capace e non intendo lottare con voi. Per quanto mi riguarda, tra noi non è cambiato nulla.»
«È un po’ difficile da credere» commentò Donovan.
Betty si sollevò dalla sedia, galleggiando a pochi centimetri dal terreno, dando l’impressione di stare camminando. «Penso che nulla sia più come prima.»
Michelle scivolò sul fondo del divanetto, gli passò accanto e raggiunse Dana. «Stai bene? Ti ha fatto male?»
Dana si appoggiò alle braccia della fidanzata, che l’aiutò a rialzarsi. «Non ho ferite, ma non saprei dirti se sto bene. Sono tornata una qualunque. E non so dove andare.»
«Verrai da me. Troverò una sc…»
«C’è un equivoco» la interruppe Zec. «Dana deve tornare a casa. Da nostra madre. Assumersi le sue responsabilità. Dato che non sono un mostro, ti do il tempo di salutare Michelle. Se entro le sei non sei arrivata, vengo a prenderti personalmente.»
Billy si alzò a sua volta dal divanetto e camminò verso di lui. «Zec, questo non sei tu.»
«Amore, questa è una parte di me.» Fece un passo in avanti e baciò Billy sulle labbra. «Il mondo è crudele, mi sono solo adeguato.»
Zec si voltò e tornò da Hart.
L’uomo lo accolse tra le braccia. «La mia offerta è ancora valida, se volete un aiuto per far emergere anche voi il vostro potenziale.»
«Ovviamente, Dana, tu sei esclusa» precisò Zec.
Lo sguardo della sorella fu carico di timore e un istante dopo lo fissò con rabbia.
Un velo di fumo nero lo avvolse insieme al suo compagno e non erano più lì.
 
  
                                                                       Continua…?

lunedì 5 gennaio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 102

Sorge Oscurità Maggiore 27: Total Eclipse in the Dark

 

Billy osservò Michelle temporeggiare con la cannuccia tra le labbra, seduta sul divanetto a poca distanza da lui, dietro il tavolo del Bronze Dust.

«Non te lo chiederei se non fosse un’emergenza» insistette per la quinta volta da quando si erano ritrovati nel locale quel sabato pomeriggio.
«È solo che mi ero ripromessa di non interferire nel loro rapporto familiare» replicò lei e risucchiò il residuo di Cherry Coke dal fondo del bicchiere, stretto tra le mani.
«Lo so, e anche io mi sono sempre tenuto fuori, ma ora la situazione è diversa.» Billy allontanò  da davanti a sé il suo bicchiere di Coca Cola, pieno ancora a metà, e il cestino di plastica rossa con le ultime patatine bruciacchiate. «Zec non è solo sconvolto, gli sta succedendo qualcosa. Il mio legame psichico con Hart me lo continua a far percepire. E non è un buon segno. Abbiamo bisogno di Dana e che lei si confronti con lui. Però se anche mi dessi il numero e provassi a chiamarla io, non si presenterebbe.»
«Ne sei sicuro? Vuoi provare?»
«Dai, Michelle, sappiamo tutte e due come è fatta.»
Michelle staccò le labbra dalla cannuccia. «Sì… però, per capire meglio, che genere di sensazioni hai?»
Billy sbuffò. Aveva provato a convincerla senza dover entrare nei particolari, perché lui stesso non sapeva come spiegarlo a parole. «C’è come un cambiamento, oppure una decisione che ha rimandato a lungo, non sono sicuro, ma avverto un forte senso di sentirsi incompreso, abbandonato e attirato dall’oscurità.»
«Hart  ha provato a far leva su qualcosa del genere anche con me.» Michelle rifletté ad alta voce. Per un secondo il suo sguardo fisso in quello di lui sembrò perso altrove. Infilò la  mano destra nella tasca dei pantaloni, estrasse il cellulare e richiamò un numero dalla rubrica. «D’accordo. Di solito dopo due squilli Dana compare dove mi trovo.»
Billy annuì. Era contento di averla convinta. Rimase a osservarla con lo smartphone posato sull’orecchio destro e fu sicuro che dall’altra parte gli squilli erano già più di quattro.
Anche Michelle cambiò espressione, aggrottando la fronte. «È strano. Non impiega così ta…»
«Carotina, ciao.»
Billy udì la voce gracchiante dall’apparecchio dell’amica.
«Ciao, avrei, cioè avremmo bisogno di parlarti. Io e Billy. Siamo al Bronze Dust.»
«Non è un buon momento. Sono un po’ impegnata.»
«Oh… ok, ma si tratta di Zec.»
Billy attese, però non udì nessuna replica.
Michelle lo guardò mordicchiandosi il labbro inferiore. «Ecco so che non vuoi discutere di voi due, ma potrebbe essere...»
«Zec è in pericolo» disse Billy ad alta voce.
«Arrivo.»
Questa volta il tono di Dana fu forte e chiaro.
Michelle fece appena in tempo a riporre il cellulare e un vorticare di fumo violaceo si manifestò alla sua sinistra, dissolvendosi in pochi secondi e rivelando l’ingresso della ragazza demone.
«Spero non sia un qualche stupido trucchetto da fidanzati per appianare le divergenze.» Dana lo guardò con gli occhi verdi decisi e l’espressione seria. Incrociò le braccia dalla pelle rosso rubino sul seno coperto dal top viola e rimase in piedi. «Non intendo discutere di quello che è successo ieri mattina in cortile.»
«Fa come vuoi, ma non ti ho mentito.» Billy sostenne il suo sguardo. Non aveva mai avuto una grande opinione di lei, ma era certo che il suo affetto per il fratello fosse sincero. «Zec sta correndo il rischio di finire nella trappola di Hart Wyng… Oscurità Maggiore. Sai che il mio legame psichico non sbaglia.»
Dana arricciò le labbra, poi fece un cenno a Michelle di spostarsi verso il ragazzo e prese posto sul divanetto a sua volta. «E quindi? Cosa ti aspetti da me?»
«Dovete parlarvi. Trovare un modo per riunirvi» disse Billy.
Dana si strinse nelle spalle. «Gli ho offerto più volte di venire da me nel mio regno infernale. Ci siete stati anche voi l’estate scorsa.»
«Bé non è proprio il posto ideale per schiarirsi le idee e ritrovare il legame fraterno» ammise Michelle. «Non fraintendermi, mi piace come hai ricreato la tua zona personale del piacere, ma non credo sia adatto a Zec.»
«E non si tratta solo di quello, non è spingendolo a scappare che lo aiuterai» intervenne Billy. «La settimana scorsa ha baciato Dylan Derreck e prima che lo chiediate, non sono geloso o arrabbiato. Però ho percepito la sua solitudine, la paura dell’abbandono. E tutto è peggiorato dopo la canzone in cortile.»
Dana si portò i capelli castano scuro raccolti in una coda di cavallo oltre la spalla destra, li fece ricadere sul petto e ci passò in mezzo le dita della mano sinistra. «Va bene, l’ho percepito anche io. Nella strofa che ha cantato c’era un sottotesto rivolto a me.»
Michelle le sfiorò il braccio con la mano. «Cosa stava cercando di dirti?»
«Non saprei…»
Billy si sporse in avanti. «Davvero? O non vuoi ammettere che stai sbagliando?»
Dana si rizzò di colpo e lo spinse lontano. «E tu, allora? Ti ha sfiorato l’idea che sia anche colpa tua? In fin dei conti chiudendo la Bocca dell’Inferno annulli tutto, compresa la tua esistenza e questo non lo rallegra di certo.»
«Basta» s’intromise Michelle, frapponendosi tra loro. «Questo è quello che vuole Hart Wyngarde: separarci e metterci uno contro l’altro. Per questo ha preso il controllo della tua canzone ieri mattina e ha coinvolto Zec e gli altri. Anzi, sono preoccupata anche per Betty e Donovan, dopo quello che abbiamo scoperto non sono più riuscita a parlare con uno di loro e non li ho più visti insieme.»
Billy ritrovò la calma e si appoggiò allo schienale. «Hai ragione, non dobbiamo cadere nella sua trappola. E comunque hai ragione anche tu, Dana.» Tornò a fissarla negli occhi. «Di sicuro, la mia potenziale scomparsa farebbe cadere Zec in uno stato di timore, ma non posso evitarlo. Vorrei trovare un modo per non lasciarlo, ma la minaccia del sogno della Bocca dell’Inferno è più grande. Chiuderla è l’unica soluzione, a qualunque conseguenza porti. Per questo ho bisogno che tu e gli altri siate lì con lui. Per consolarlo e attenuare la sua solitudine.»
Dana fece una mezza risata. «E non ti importa delle mie ragioni? Del perché abbia scelto di scomparire?»
«Avrai avuto i tuoi motivi, giusti o sbagliati, non li giudico, però ora Zec ha la precedenza. È come se stesse in bilico sul ciglio di un precipizio, ma se cade svanirà nell’osc…»
Billy cacciò un mugugno di dolore, si piegò in avanti e si afferrò le tempie con le mani.
«Che ti succede?» domandò Michelle allarmata.
Billy inspirò ed espirò per allontanare il male alla testa. «Fitte… il potere psichico… mi avverte…»
Passi pesanti sul pavimento di linoleum e lo strisciare delle gambe delle sedie, attirarono la loro attenzione.  
Tenendo le palpebre strette, Billy intravide Donovan e Betty prendere posto al loro tavolo. I movimenti dei due amici erano meccanici, da automi e la sclera dei loro occhi era completamente bianca. Non appena ebbero tirato le sedie sotto il tavolo, parvero risvegliarsi, dalla trance.
Donovan si guardò intorno sbigottito. «Ma che diavolo succede? Cosa ci faccio qui?»
«È Oscurità Maggiore» rispose Dana. «O se preferite Hart Wyngarde.»
«Sono stufo di tutte queste assurdità! Non mi faccio manipolare da nessuno!» Donovan puntò i palmi sulla superficie del tavolo e si spinse in alto per alzarsi, ma il suo corpo rimase bloccato nella seduta. «Ehi! Ma che caz…»
«Non hai scelta.» Billy raddrizzò la schiena. La testa gli martellava, ma riuscì a concentrarsi. «Hart è qui vicino. Lo avverto con la mente. Ma non è da solo.»
Betty li scrutò uno a uno, distogliendo subito lo sguardo da Donovan. «Cosa vuole ancora da noi? Non gli basta quello che ci ha fatto ieri?»
«Non so perché ci ha riuniti, ma almeno siamo insieme. Questa volta non ci colpirà alla sprovvista.» Michelle allungò la mano, ma non riuscì ad afferrare quella dell’amica di fronte a lei, attraversandola. «Betty, perché sei intangibile?»
Billy la guardò e notò in parte il grigio dello schienale della sedia su cui era seduta attraverso il busto della ragazza, che non era appoggiata con il sedere, ma sollevata di pochi centimetri. Due particolari del suo potere mai mostrati prima. Nulla di rassicurante.
«Fate silenzio.» Dana richiamò la loro attenzione e con l’indice destro alzato indicò l’aria sopra di loro.
Billy e gli altri alzarono lo sguardo e si accorsero di essere immersi nel silenzio.
Nessuna musica di sottofondo dagli altoparlanti del locale.
Nessun brusio del chiacchiericcio dei clienti.
Neanche un tintinnio di boccali e bicchieri spostati.
Le poche altre persone ai tavoli spinsero indietro le sedie tutti nello stesso instante. Lo scricchiolare di gambe metalliche sul pavimento riempì il vuoto acustico del Bronze Dust. Sempre all’unisono, scattarono tutte in piedi e come ordinate formiche abbandonarono i rispettivi tavoli, dirigendosi verso l’uscita.
L’uomo alto, dalle spalle larghe e con la folta barba scura che stava dietro al bancone lasciò il bicchiere appena lavato e gettò lo straccio. Si girò a sua volta, oltrepassò il bancone nonostante fosse il proprietario e seguì la fila di clienti per andarsene.
Billy intravide il suo volto e riconobbe gli stessi occhi totalmente bianchi. Aprì la bocca per avvisare i compagni, ma una nuova e più acuta stilettata di dolore gli percorse la testa dalla nuca fino alla fronte e lanciò un urlo.
«Scusami amore, non volevo farti male.»
Zec avanzò dall’ingresso ormai sgombro e si avvicinò a loro.
Billy si lasciò cadere con la schiena contro il divanetto e ansimando, lo fissò con gli occhi sbarrati. «Non è possibile. Se questo dolore alla testa è per la tua presenza, significa che ormai sei parte di Oscurità Maggiore.»
Zec sorrise e inclinò di poco il capo all’indietro. «Vieni, Hart. Avevi ragione: se ne è già accorto.»
Alle sue spalle, filamenti di fumo nero si legarono e formarono la sagoma di una figura maschile. L’oscurità che lo permeava si attenuò e l’uomo rivelò l’aspetto di Hart Wyngarde.
«Non dovresti stupirti» commentò Hart. Premette il busto contro la schiena del ragazzo, gli avvolse il petto con il braccio destro, gli sollevò il mento con la mano sinistra e posò le labbra sul collo.
Lo baciò con passione per tre volte lungo la pelle e si fermò appena sopra la spalla, a contatto con il bordo del maglione blu scuro che indossava. Sollevò la testa e fece l’occhiolino a Billy.
E vedendo quella scena, Billy capì le vere intenzioni di quella perversa parte di sé ed Elliott. «Non volevi solo dividerci. Volevi averci. Tutti, o almeno uno di noi.»
«Non essere geloso, sono ancora il tuo ragazzo. Abbiamo appena inglobato Hart nel nostro rapporto, ma è pur sempre te» replicò Zec ammiccando.
«Ci hai riuniti qui per annunciarci di avere inaugurato un rapporto a tre, o c’è dell’altro?» chiese Dana senza scomporsi.
«C’è molto altro, sorellina, e riguarda te.» Il sorriso sulla bocca di Zec si allargò. «È il tuo turno di soffrire.»
 
 

                                                                 Continua…?

lunedì 22 dicembre 2025

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 101

Sorge Oscurità Maggiore 26: L’Ultima Delusione di Ezechiel Giller

 

Zec era stato distratto per tutta la durata delle lezioni della giornata.

Oltrepassò il cancello che circondava l’edificio scolastico e si rese conto di non aver parlato con nessuno dei suoi compagni di quello che era successo in cortile con Dana e Oscurità Maggiore. Si sentiva un pessimo amico, soprattutto per Betty dopo la rivelazione di cosa le era accaduto, eppure anche lui stava male. In un modo diverso da lei, ma c’era un dolore radicato nel suo animo che si faceva strada con violenza, dandogli la sensazione di essere pieno di spine pronte a ferirlo a ogni mossa.
E poi c’era un altro sentimento, non riusciva a decifrarlo…
«Zec! Aspettaci!»
Sentendosi chiamare, si voltò indietro e scorse Billy e Michelle correre verso di lui. 
«Hai visto Donovan in giro?» domandò Michelle. «Betty ha chiesto di uscire prima perché non si sentiva bene.»
Zec scosse la testa. «Mi dispiace per lei. Non so nulla di Donovan, probabilmente appena sono finite le lezioni è scappato via, forse per andare da Betty.»
«Non importa, in realtà volevamo parlare con te» disse Billy. «Per quello che è successo questa mattina. Facciamo la strada insieme.»
Zec li scrutò incerto. Sembravano entrambi in imbarazzo, poteva immaginare il motivo, eppure erano sinceri, ma in verità non gli andava di affrontare l’argomento. «Preferisco tornare a casa da solo e non abbiamo niente da dirci.»
«Sì, invece. Cioè la scoperta di quello che è successo a Betty è enorme, ma anche tu sei scosso» insitette Michelle. «Se Hart ti ha convocato, c’è una ragione e penso che riguardi Dana, ma lei non voleva fare del male a nessuno. Era solo arrabbiata con  Hart… Oscurità, e voleva vendicarsi.»
Billy si fece avanti e gli prese le mani nelle sue. «Il punto è che hai cantato una strofa in cui si sentiva il tuo dolore.»
«Come lo sai? Non eri lì con noi» ribatté Zec.
Michelle avanzò di un passo. «Glielo ho raccontato io.»
«In realtà, l’ho percepito prima ancora di raggiungervi» spiegò Billy. «Hart ha cercato di tenermi impegnato, ma non mi ha impedito di avvertire i tuoi sentimenti. Dicci cosa ti fa star male.»
Zec rimase a fissarlo negli occhi. Si sentì sopraffatto dai suoi stessi pensieri, da quello che voleva urlare per strappare quella sensazione di oppressione. Era troppo e tanto pesante da affrontare. «No.» Fece scivolare le mani fuori dalla presa del suo ragazzo.  «Non ora, almeno. Io… ho bisogno di stare un po’ da solo a schiarirmi le idee.»
Si girò di scatto e camminò a passo spedito lungo la strada per andare a casa, augurandosi che non avessero intenzione di seguirlo.
 

Davanti alla porta di casa, la mano di Zec tremò afferrando la maniglia. Si sentiva male anche all’idea di ritrovarsi dentro a quel luogo in cui doveva essere sicuro e protetto.

Entrò e accostò piano l’uscio. Quando si girò, Kathryn l’amica di famiglia che lo aiutava ad assistere sua madre, gli andò in contro dalla cucina. Il suo volto era corrucciato. Non era un buon segno.
«Ciao, bentornato» disse con un sorriso forzato. «Ho ancora qualche minuto prima di andare. Posso prepararti un sandwich o qualcos’altro?»
«No, grazie.» Zec si tolse lo zaino e la giacca. «Come sta mamma? È in soggiorno davanti alla televisione? Oppure hai trovato il modo di farle fare qualcosa di diverso?»
«Leslie è a letto» rispose Kathryn rammaricata. «Oggi non è una buona giornata. Non sono riuscita a convincerla ad alzarsi, non ha neppure voluto vestirsi. E anche a pranzo non ha mangiato quasi nulla.»
Zec avvertì il panico risalire dalla gambe fino alla pancia. Deglutì e provò a ritrovare la voce che sembrava rifiutarsi di uscire. «Quindi è peggiorata. Devo chiamare il dottore, oppure…»
«No, stai tranquillo.» Kathryn  gli si avvicinò e gli massaggiò la spalla con la mano destra. «Per la sua forma di esaurimento è una reazione normale. Purtroppo ci sono giornate come questa. Piuttosto, tu stai bene? Hai una brutta cera.»
Ritornando a respirare in modo regolare, Zec rispose: «Sì, niente di grave. Però è stata una brutta giornata anche per me.»
«Oh, mi dispiace. Forse è meglio che non ti fai vedere da Leslie. Sai, preoccuparsi può farle peggiorare l’umore.»
Zec lo sapeva bene. E anche se gli pesava il non poter andare ad abbracciare e dare un bacio a sua madre e confidarsi con lei, annuì.
Katrhyn afferrò la borsa e la giacca appese al gancio appendiabiti all’ingresso. «Vado, comunque puoi chiamarmi per qualunque bisogno. E ti ho preparato della pasta al forno per cena. Devi solo scaldarla nel forno microonde. Magari, prova a far mangiare anche Leslie.»
«D’accordo. E grazie per tutto.»
La donna si abbassò e lo baciò sulla guancia. «Non dirlo neanche. Ci vediamo domani.»
Zec le aprì la porta, la osservò allontanarsi dalla sua visuale e richiuse l’uscio.
Solo. Di nuovo.
Sali a passo felpato le scale per il piano superiore e camminò davanti alla porta accostata della camera di sua madre. Dall’interno udì i lamenti e il ripetersi di un nome.
«Dana.»
Zec attraversò il corridoio e si rifugiò dentro la sua stanza. Spingendo la porta con la schiena, sentì formarsi un groppo in gola. Odiava quella situazione, odiava non poter far nulla e odiava dover preoccuparsi di tutto come se fosse figlio unico. Una coppia di lacrime gli solcarono le guance.
«Piangere non risolve nulla.»
Zec alzò il capo al suono di quella voce atona. Hart Wyngarde stazionava immobile nella camera, dando le spalle alla finestra, fissandolo con le braccia conserte.
«Non mi servono i tuoi giudizi» ribatté infastidito. Non gli importava di far arrabbiare Oscurità Maggiore. «Non sono in vena di stare ai tuoi giochetti. Vattene.»
Hart avanzò, fermandosi nel centro della stanza. «Non mentire. Avverto quello che ti ribolle dentro. Vuoi sfogarti, forza! Sono qui per questo.»
Zec compì due passi in avanti. «Vuoi sapere anche tu come mi sento? Ok: sto male. Sono stanco. Arrabbiato. La mia vita fa schifo, non riesco più a sopportare quello che sta succedendo. Vedere mia madre in questo stato e.. e… »
«Coraggio, non trattenerti» lo esortò Hart. «Sputa fuori la verità.»
«Mia sorella. Potrebbe essere qui, aiutarmi, magari dare alla mamma quella spinta di cui ha bisogno per stare un po’ meglio. E invece si preoccupa di tutto tranne che di noi. Dana trova la forza e il tempo di proteggere Michelle e sfidare te, però non la sfiora il pensiero di controllare come sto. Di me non le importa nulla.»
«Rancore.» Hart gli sorrise. «È questo il sentimento che non riuscivi a spiegarti. Non devi vergognartene, è comprensibile provarlo nel tuo stato.»
«Ma come mi aiuta?» domandò Zec. «Il mio stato, come lo hai chiamato, non cambia e può solo peggiorare. Qualunque scelta faccio, le prospettive sono orribili. Tu che trionfi e porti il caos; Billy che riesce a chiudere la Bocca dell’Inferno, ma sparisce per sempre; Dana che perde i suoi poteri, a cui tiene tanto, ma può scappare di nuovo, svanire anche lei, felice con la sua ragazza. A me restano solo delusione e dolore.»
«Ne abbiamo discusso nella tua seduta, sai che c’è un modo per ribaltare tutto a tuo favore.» Hart procedette verso di lui. Gli posò la mano destra sulla spalla e gli sfiorò la guancia con l’indice e il medio della sinistra. «Unisciti a me. Diventiamo i sovrani di questa Bocca dell’Inferno, guidiamo le alterazioni della realtà secondo il nostro piacere. Non guarirai tua madre, ma non proverai più queste sensazioni.»
Zec era tentato, più di quanto avesse mai creduto. «Ti ho già detto che avrei valutato la tua proposta.»    
Hart scostò le mani e indietreggiò. «Ho atteso, ma questa è l’ultima occasione. Non tornerò ancora a fartela. Decidi adesso.»
Zec lo fissò negli occhi. Non stava mentendo. Era davvero l’ultima chance che gli dava. E l’idea di perderla lo spaventava. Solo in quell’istante accettò di non aver mai accantonato sul serio l’idea di unirsi a lui. Era stanco di lottare, di dover vivere la vita come una sfida continua che lo metteva a dura prova e perdere sempre tutto.
Una piccola parte di lui però lo tratteneva: era pronto a cedere all’oscurità?
«Ho capito.» Hart si voltò e procedette verso la finestra.
Se ne stava andando.
Stava togliendo la sua offerta dal piatto.
«Aspetta.»
Zec camminò sicuro e lo afferrò per le spalle, obbligandolo a girarsi verso di lui.  «Ho preso la mia decisione.»
Gli buttò le braccia intorno al collo e lo baciò con foga sulle labbra.
 
 

                                                                Continua…? 

lunedì 8 dicembre 2025

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 100

 Sorge Oscurità Maggiore 25: L’Insostenibile Peso di Elizabeth Swanson

 

Pietrificata, Betty non riuscì a staccare gli occhi da Donovan.

Lo aveva visto attraverso il vetro superiore della porta e più chiaramente una volta aperto l’uscio: il suo ragazzo era disteso sopra Chas Chain. Si stavano baciando, pronti ad avere un rapporto.
«Perché?» domandò.
La sua voce era incerta, così come le emozioni che si agitavano nel suo petto e nella mente. Non era sicura le importasse davvero la risposta. Voleva urlare, ma non riusciva a tirare fuori un grido. Le era difficile muoversi, tranne le dita strette a pugno, come se l’aiutassero a mantenere l’equilibrio e non cadere sul confine tra piscina e corridoio. Eppure le sembrava anche che la stanza girasse. Non capiva cosa le stava succedendo, non era padrona del suo corpo. Tutto era sottosopra. 
«Volevo parlarti, spiegarti quello che hai sentito questa mattina.» Betty continuò d’impulso, le frasi le uscirono a getto, senza aspettare la replica di Donovan, riuscendo solo a osservarlo mentre abbassava lo sguardo sui suoi stessi piedi. «Ti ho cercato, però è chiaro che non volevi essere trovato.»
Chas si alzò di scatto, tirò il maglione per coprire la pancia e il bottone dei jeans, e si presentò accanto al ragazzo. «Betty… non è niente di quello… insomma vorrei dirti anche io cosa stava succedendo.»  
«Non mi importa» le rispose secca. «Puoi tenertelo.»
Betty si girò di colpo, finalmente gambe e busto risposero ai suoi comandi e trovando all’improvviso le forze, corse nel corridoio, lungo la stessa strada che aveva percorso per andare verso la piscina.
Per un secondo, voltò il capo all’indietro e gettò lo sguardo nella speranza di vedere Donovan correrle dietro.
Con dispiacere, constatò che non c’era nessuno a seguirla.
 

Betty rincasò due ore prima della normale conclusione delle giornata scolastica.

I suoi genitori erano al lavoro ed era meglio così. Con uno sforzo, aveva convinto l’infermiera e il preside di non sentirsi bene e aver bisogno di andare a casa, rassicurandoli di poterlo fare senza che nessuno l’andasse a prendere, ma non aveva voglia di dover ripetere la scena con suo padre e sua madre.   
Corse sulle scale per il piano superiore, spalancò la porta della sua camera, entrò e la sbatté alle sue spalle. Si appoggiò con la schiena al legno laccato di bianco e avvertì un peso enorme salirle dal centro del petto fino in gola.
Le parve di soffocare.
Un singhiozzo la liberò da quella sensazione.
Poi un secondo, un terzo, un altro ancora e scoppiò a piangere.
Betty si strappò la borsa dalla spalla e la buttò sul pavimento. Senza togliersi la giacca, si gettò sul letto. Si tolse gli occhiali dal volto, abbandonandoli sul piumone accanto a sé. Afferrò il cuscino, affondò il viso contro la federa e si lasciò travolgere dalle lacrime.
Cosa ho di sbagliato? Si domandò. “Perché Donovan mi ha trattato in un modo tanto orribile?
Ripercorse con la memoria la loro relazione: l’inizio in cui, più di un anno prima, aveva flirtato con lei, facendole capire di esser interessato; dicendole direttamente che lei gli piaceva; l’aveva aiutata quando era stata in difficoltà con i suoi attacchi di panico. Si era comportato come il ragazzo perfetto. Gentile, premuroso, protettivo.
Però qualcosa era cambiato. Non c’era altra spiegazione e forse Hart Wyngarde aveva ragione.
Lei non poteva dare a Donovan ciò di cui aveva bisogno e lui era andato a cercarlo da un’altra ragazza.
Betty non aveva più dubbi, era andata così. Per quanto le avesse ripetuto di non fare paragoni tra lei e Anika, Donovan era finito con Chas, la più simile alla sua fidanzata defunta e cancellata dalla memoria collettiva. Ed era il sesso quello che rendeva il suo precedente rapporto così eccitante. Donovan e Anika lo facevano senza problemi e lei, invece, non riusciva a decidersi ad avere la sua prima volta.
E lui l’aveva ferita.
Proprio come l’altro ragazzo per cui aveva avuto una cotta.
Billy.
Betty si sfregò le lacrime dalle guance con il dorso della mano destra.
Anche se le aveva professato di non volerle fare del male, Billy l’aveva illusa, facendosi passare per il suo salvatore, l’eroe pronto a sostenerla e poi si era rivelato interessato a Zec.
L’aveva tradita pure lui.
E c’era già stato un precedente.”
Betty provò a ignorare quella voce dentro lei che la spingeva a tornare a quel ricordo.
Al ragazzo di cui aveva provato a fidarsi prima di tutti gli altri.
Fu inutile.
Eddy invase i suoi pensieri. Il subdolo manipolatore, lo stupratore seriale che aveva provato ad abusare di lei. La ragione per cui si trovava imprigionata in quella situazione. L’origine dei suoi problemi.
I suoi singhiozzi diventarono un urlo, lo stesso che non era uscito dalla sua gola quando era ferma davanti all’ingresso della piscina. Lo liberò nel silenzio della sua camera, un concentrato di rabbia e delusione.
Betty afferrò il cuscino con entrambe le mani e lo lanciò contro il muro e lo vide crollare lungo la parete, atterrando sulla superficie della scrivania.
Tirò su con il naso e si mise a sedere nel centro del letto.
Ogni ragazzo per cui aveva provato un sentimento, o al quale aveva dato la sua fiducia, si era rivelato un mostro che l’aveva fatta soffrire.
Il suono elettronico e ovattato dell’arrivo di un messaggio la fece sobbalzare.
Betty si tastò la tasca posteriore dei pantaloni e ricordò di aver lasciato il cellulare nella borsa. Si trascinò fino al bordo del letto e si alzò. Attraversò la stanza e si piegò sulle ginocchia, aprendo la borsa rimasta pochi centimetri dalla porta. Estrasse il cellulare e intravide la notifica del messaggio lampeggiare sullo schermo.
Tornò verso il letto e  afferrò gli occhiali. Con gli occhi ancora umidi per il pianto faceva fatica a leggere. Li inforcò sul naso e con il polpastrello dell’indice destro, fece scorrere la notifica e il testo si aprì per intero.
 

Kenny

Ciao, come stai?
Ti ho cercata per quello che è successo stamattina, ma mi hanno detto che non ti sentivi bene ed eri uscita prima. Se hai bisogno di parlare, ci sono. Chiamami quando vuoi. A qualsiasi ora.
 

Betty fissò le sue parole.

Sembrava una mano tesa, una spalla su cui sfogarsi, ma era un ragazzo. Kenny le era stato accanto, rispettando il suo segreto. Però non sarebbe rimasto affidabile a lungo, la sua esperienza le aveva insegnato quella lezione e lei l’aveva imparata. Non poteva fidarsi. Non sarebbe cascata nella trappola l’ennesima volta.
«Ho finito di farmi ferire dai ragazzi» sibilò.
Con un tocco rapido del pollice, chiuse l’applicazione senza rispondere.
Betty camminò fin davanti all’anta dell’armadio su cui era inserito lo specchio. Osservò la sua immagine riflessa e aggiunse: «Non permetterò più a nessuno di avvicinarmi, toccarmi e farmi stare male.»
Concentrandosi con decisione, attivò il potere di cui le aveva fatto dono Sasha DiVittis. Percepì la massa del suoi muscoli rilassarsi, la pelle raffreddarsi e la familiare sensazione di leggerezza.
Il cellulare attraversò il palmo in cui lo reggeva e cadde con un tonfo sul pavimento. La giacca le scivolò, oltrepassando gli altri abiti, spalle e braccia, posandosi a terra dietro di lei.
Mantenne il controllo e trasmise le proprietà della sua capacità intangibile ai vestiti rimasti addosso e alle scarpe e si sollevò di qualche centimetro, galleggiando nell’aria.
Aveva fatto la sua scelta.
Sarebbe rimasta per sempre in quello stato.
Irraggiungibile.
Intoccabile.
Per chiunque.
 
                                       

                                                               Continua…?