lunedì 2 marzo 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 106

Sorge Oscurità Maggiore 31: Il Giorno in cui la Speranza è Morta

 

Billy fissò la Falce abbandonata davanti alla punta della sue scarpe.

Era frastornato. Non riusciva a elaborare il pensiero che fosse successo davvero.
Donovan aveva lasciato il loro gruppo. E anche Betty, senza nemmeno guardarlo in faccia.
Il corpo si mosse da solo, in automatico. Si piegò sulle ginocchia e raccolse l’arma con entrambe le mani.
«Cosa pensi di fare?» domandò Michelle.
La sua voce lo riscosse, riportandolo nell’aula.
«Non lo so» ammise.
Michelle si mordicchiò la punta dell’unghia del pollice sinistro. «Io sì. Devo pensare a un modo per aiutare Dana. È la cosa più importante. Quindi è meglio che anche noi due seguiamo da soli i nostri obbiettivi.»
Billy percepì un peso premere contro il centro del petto. «Allora, è ufficiale. La nostra squadra non esiste più.» La consapevolezza lo faceva star male, era deluso e arrabbiato, ma anche stanco. «Non possiamo ragionarci e provare a rimettere insieme il gruppo?»
«Non adesso. Ognuno di noi deve affrontare i suoi problemi.»
«E quando?»
Michelle si strinse nelle spalle.
«Non accadrà mai» disse Billy rassegnato.
«No. Cioè, non lo so. Per ora è così.» Michelle raccolse lo zaino da terra e se lo sistemò sulla spalla destra. «Ci… vediamo.»
Billy abbassò lo sguardo. Udì i passi della ragazza sul pavimento farsi sempre più lontani fino a essere impercettibili. 
Oscurità Maggiore aveva vinto. Billy si era illuso che fosse solo l’ennesima battaglia persa e l’esito della guerra fosse ancora da stabilire. Si sbagliava. Assumendo l’identità di Hart Wyngarde aveva fatto la mossa decisiva, spaccando in maniera precisa il legame tra lui e i suoi amici.
Afferrò lo zaino dal pavimento e lo aprì facendo scorrere la cerniera lampo. Lasciò cadere all’interno la Falce, che si adagiò tra un libro e un quaderno ad anelli. Richiuse lo zaino e se lo mise in spalla.
Lasciò l’aula multimediale da solo.
 

Billy ritornò nel suo appartamento quando il sole era prossimo al tramonto.

Chiuse meccanicamente la porta con la chiave, si trascinò lungo il soggiorno in penombra ed entrò nella camera da letto.
Il groppo in gola spingeva per far uscire i singhiozzi e lui si sforzò ancora per reprimerlo, come aveva fatto lungo tutto il percorso da scuola fino a casa.
Fece scivolare gli spallacci dello zaino e lo girò, tenendolo sospeso davanti al petto con la mano sinistra. Usò la destra per aprirlo e afferrò la Falce. La estrasse e si liberò del tutto dello zaino, lasciandolo atterrare con un tonfo sordo sul pavimento.
Billy salì a carponi dal fondo del materasso, muovendosi fiacco sulla coperta, fino a raggiungere il cuscino e si distese.
La luce si affievolì oltre i vetri della finestra, coperti da una tenda.
Osservò la Falce accanto a sé. In qualche modo aveva capito che era la manifestazione fisica di parte dei poteri psichici di Elliott Summerson, però era nata dall’unione tra lui e i suoi amici. Anche se si erano già allontanati in passato, quell’arma era rimasta intatta.
Ma sarebbe stato lo stesso anche adesso?
Questa volta la frattura era drastica, Billy lo avvertiva nel profondo, come se quella verità serpeggiasse in ogni muscolo del suo corpo. Riconobbe la stessa sensazione da un rapporto di amicizia spezzato nel passato: con Nicole Racher era stato uguale.
E per le manovre di Hart/Oscurità non avrebbe mai più potuto recuperarlo.
Billy strinse la Falce con entrambe le mani e l’avvicinò al petto, quasi fosse un vecchio peluche da cui ricevere conforto. Stremato, scoppiò a piangere.
Non trattenne i singhiozzi, i singulti gli scuotevano il petto e le guance si bagnarono con le lacrime. Era un senso liberatorio sfogare così quel dolore che lo lacerava dall’interno, eppure era anche angosciato. Come avrebbe superato quel senso di perdita?
Le ombre si allungarono sulla stanza.
Chiuse gli occhi, la mente voleva trascinarlo in altri ricordi di perdita e senso di vuoto, ma lui non voleva andare in quella direzione. I singhiozzi rallentarono, tirò su con il naso. Respirò con frequenza regolare e poi ebbe la sensazione di annegare in un silenzio confortevole.
Avvertì la Falce venire scossa e riaprì di colpo gli occhi.
Billy era in piedi all’ingresso della sua camera e vide se stesso disteso a letto. Stava dormendo e accanto a lui, seduta sul bordo del materasso, c’era la Prima Cacciatrice. Era la sua mano sinistra che aveva stretto la Falce e l’aveva fata scivolare dalla sua presa. 
«È un sogno» disse.
La giovane donna annuì e si alzò dal letto. «Sei pronto.»
«Per cosa?»
«Per comprendere il senso dei frammenti di ricordo che ti legano ad Oscurità Maggiore.» Gli tese la mano libera e compì un passo verso di lui.  «Ti accompagnerò, andiamo.»
Billy avanzò e strinse la mano.
La stanza svanì e lo scrosciare della pioggia li accolse nel cimitero.
«Per prima cosa devi schiarirti l’idea su questo evento» gli disse la Prima Cacciatrice.
Billy guardò la scena come se venisse proiettata sullo schermo della sala di un cinema. Elliott vestito di nero. Fermo in piedi davanti a una buca. Le mani stette intorno a un’urna. «È un funerale.»
«Di chi?»
Girò il viso per guardarla. «Non ne sono sicuro.»
«Il ricordo è mischiato, ma cela un unico significato.» La Prima Cacciatrice avanzò nel sogno e ricordo, tenendogli la mano, lo guidò lungo il cimitero sotto la pioggia che non li bagnava. Sfiorò con il bordo della lama della Falce le altre persone e queste si dissolsero in un sottile alito di fumo bianco. Si bloccò quando furono accanto ad Elliott, davanti alla buca e alla lapide. «Osserva con più attenzione.»
Billy guardò dentro all’apertura scavata nel terreno e scorse una bara in legno scuro. «È il funerale di papà. In questo momento ho deciso che mi sarei preso cura della mamma.»
La Prima Cacciatrice annuì e allungò il braccio in modo che la Falce indicasse la lapide. «Al contempo stiamo rivivendo un’altra cerimonia funebre.»
Billy lasciò che il suo sguardo cadesse sulla pietra con le lettere in rilievo. «Mamma. È il funerale di mia madre, anche se è accaduto anni dopo.» Girò la testa e fissò l’urna tra le mani di Elliott «Qui ho dovuto dirle addio per sempre.»
«In verità, lo hai fatto molto prima.»
La Prima Cacciatrice sollevò la Falce sopra la testa e un bagliore scarlatto si espanse per il cimitero.
Quando si attenuò, si ritrovarono sul retro di un’ambulanza in corsa.
«No, non voglio stare qui!» Billy si divincolò dalla presa sulla sua mano, ma lei non lo lasciò. «Ti prego! Fammi andare via.»
«Shh!» La Prima Cacciatrice mise l’indice sinistro davanti alle labbra, stringendo le altre dita sul manico dell’arma.
Billy deglutì.
«Ascolta» gli ordinò.
Il rantolio soffocato riempì l’ambiente. Era il respiro affaticato di sua madre.
Quasi impercettibile, Billy udì una voce accompagnare quel verso che gli lacerava il cuore e si sporse in avanti.
Elliott era piegato accanto alla donna distesa sulla lettiga. Gli occhi quasi chiusi. Le stringeva la mano e a meno di una spanna dal volto di lei, le parlava.
«Va tutto bene» ripeté Billy, doppiando la voce di Elliott. «Fai piano, un respiro alla volta. Sono qui e puoi andare tranquilla. Poi, ci rivedremo in un sogno.»
La Prima Cacciatrice gli strinse la mano. «Sapevi che un polmone era collassato e la sua malattia impediva all’altro di lavorare per due. La stavi salutando. Qui hai appreso che era un addio.»
Billy si portò una mano alla gola, voleva urlare e piangere, ma dalla sua bocca non uscì nulla. Deglutì e osservò un’ultima volta la scena. Quindi rivolse lo sguardo alla sua compagna in quel viaggio. «Nel momento in cui siamo saliti su questa ambulanza, ho capito che non sarebbe più tornata a casa con me. Eppure continua a farmi male. È un dolore che non mi abbandona.»
La Prima Cacciatrice ricambiò il suo sguardo. «Sarà sempre parte di te. Accettalo. Vivilo. E vai avanti.»
«E se non ne fossi capace?»
«Lo sei, ma hai perso l’elemento essenziale per affrontare questo male ad armi pari.» La donna agitò la Falce davanti a loro.
L’interno dell’ambulanza si sgretolò e i muri di una camera da letto si innalzarono intorno a loro.
Billy la riconobbe subito. «È la camera da letto di Elliott, la mia camera. Ho già sciolto il senso di questo evento.»
«Solo la parte che Oscurità Maggiore voleva ricordassi, ma c’è ne è un’altra.»
Billy fissò Elliott steso a letto e febbricitante. Lo udì ripetere: «Questa volta brucerò e basta», poi indirizzare con gli occhi l’attenzione alla libreria e la costina del volume a fumetti risaltare tra gli altri. Non notò nulla di diverso.
«In questo istante Elliott… io mi sono arreso. Ho ricordato della connessione con il fumetto e il senso di bruciare come una fenice che non risorge. In pratica ho ceduto al mio lato oscuro, decidendo di scatenare il sogno da Bocca dell’Inferno. Cos’altro dovrei trovare?»
«È tutto corretto» disse la Prima Cacciatrice. «Ma ti sei chiesto perché hai fatto questa scelta?»
«Perché poche ore prima avevo avuto conferma della malattia neurodegenerativa di mia mamma.»
«Vai più a fondo.»
Billy si tastò la tempia destra con la mano. «Io… mi sono sentito… sopraffatto. La presa di coscienza di quel male mi ha fatto capire che era qualcosa che non potevo controllare. Non potevo sconfiggerlo.»
«E questo, cosa ti ha fatto perdere?»
Billy alzò la tasta e la fissò negli occhi. «La speranza. Se non potevo salvare mia mamma, non avevo più una ragione per lottare.»
«Proprio come ora.» La Prima Cacciatrice lasciò la presa sulla sua mano e si scostò di pochi passi da lui. «Nella manifestazione di Billy Springday oggi è il giorno in cui la speranza è morta e ora sai quando lo è stato per la versione di te che è Elliott. Però non è tutto perduto.»
La donna sollevò con entrambe le mani la Falce, la fece roteare sopra la testa e un turbinio di luce rosso e grigio si allargò, separandosi in un istante in quatto scintille differenti. Ognuna di esse si allungò in forma umana, assumendo l’aspetto di quattro persone.
Michelle, Zec, Betty e Donovan.
Billy  li guardò sorpreso e confuso.
Loro ricambiarono la sua espressione.
«Cosa sta succedendo?» chiese Betty.
«Come ci hai portato fuori di casa?» domandò Zec.
Billy scosse la tasta. «Non sono stato io.»
La Prima Cacciatrice appoggiò la Falce sul pavimento. «L’ho fatto io. Non siete veramente qui. State dormendo, ma ho dirottato qui la vostra mente tramite il sonno.»
Donovan incrociò le braccia sul petto. «Ti ha detto Billy di farlo?»
«No. C’è una rivelazione di cui dovevate essere testimoni» rispose lei.
Michelle la guardò incerta. «Non potevi farlo di giorno?»
La Prima Cacciatrice sorrise. «Ormai il mio tempo si sta esaurendo.»
Billy fece un passo avanti, ritrovandosi al centro del gruppo di ragazzi. «Cosa significa?»
«Hai compreso tutte le ragioni che hanno spinto Elliott a rifugiarsi nel suo sonno e per rimettere Oscurità Maggiore al suo posto, devi riappropriarti di un’ultima verità. Per farlo, però, io devo abbandonare queste sembianze.» La Prima Cacciatrice si sfregò i palmi sul volto e la pittura bianca le colò dal viso, le treccine scure che raccoglievano i capelli si sciolsero e caddero a terra. I suoi stracci scivolarono lungo il corpo. «Ora sai chi sono in realtà.»
Billy distanziò i compagni e guardandola incredulo, la riconobbe. «Non è possibile… sei Gillian Summerson.»
La donna anziana annuì. «Esatto, ma puoi chiamarmi mamma.»
 

                                                     Continua…?

lunedì 16 febbraio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 105

Sorge Oscurità Maggiore 30: La Lunga Discesa nell’Oscurità (2°parte)

 

Donovan fissò lo schermo dello smartphone dove era appena apparso un messaggio di Chas.

 

Vediamoci subito in auditorium.

Riunione straordinaria del club di teatro.
 

Passò il pollice sulla notifica e questa sparì. Si rimise il cellulare nella tasca dei jeans e invece di girare verso le scale e seguire il gruppo di ragazzi per andare nell’aula di matematica, proseguì diritto lungo il corridoio.

A Donovan parve strano che il club si riunisse prima dell’inizio delle lezioni e gli sembrò ancora più strano che fosse Chas ad avvisarli. Di solito lo faceva la professoressa Noxon. Poi ci rifletté e concluse che il fastidio maggiore era dover affrontare i suoi amici. A riunione conclusa avrebbero cercato di coinvolgerlo in qualche altro dramma: se non si trattava di escogitare un modo per strappare Zec dalle braccia di Hart Wyngarde, avrebbero voluto un chiarimento sul suo comportamento e su quello di Betty dopo averli piantati in asso al Bronze Dust.
Lui non aveva voglia di dare spiegazioni e anche se erano passati due giorni da quel maledetto pomeriggio, loro non avrebbero lasciato correre la faccenda.
Spinse la maniglia antipanico della porta dell’auditorium, spalancandola ed entrò.
L’enorme sala era vuota.
Donovan guardò di nuovo intorno e mise la mano in tasca per riprendere il telefono. Compì un balzò all’indietro e trattenne un urlo poco virile vedendo Betty attraversare il muro alla sua destra.
«Sei impazzita? E se ci fossero stati tutti gli altri?» le disse guardandola torvo.
Lei si strinse nelle spalle con noncuranza.
Osservandola con più attenzione, Donovan notò che era sollevata di un paio di centimetri dal pavimento. Come sabato pomeriggio, non abbandonava il suo stato intangibile, però occhiali, abiti e zaino le rimanevano addosso dimostrando un notevole controllo sull’abilità.
«Stai bene?» chiese d’impulso. «Perché continui a rimanere così?»
«Dove sono tutti? Mi è arrivato un messaggio per una riunione del club di teatro» replicò Betty, ignorando le sue domande.
«Non verrà nessuno. Vi ho scritto io.»
Entrambi si voltarono verso il palco e da dietro le quinte tirate, comparve Chas.
Donovan si incamminò verso di lei. «Cosa significa?»
«Ho bisogno di parlare con entrambi» gli rispose Chas. «Tu saresti venuto, ma non ero sicura che Betty avrebbe accettato di vedermi.»
Donovan si fermò al termine della prima fila di poltroncine e girò la testa indietro.
Betty avanzò in diagonale, nella sua forma da spettro, passando attraverso i singoli sedili. «Ormai sono qui. Dimmi quello che devi e sbrighiamoci.»
Chas si sedette sul bordo del palco e poi saltò giù. «Volevo chiederti scusa. Non avevo intenzione di farti soffrire. Quello che stava per succedere tra me e Donovan non era un piano premeditato, ero triste e mi mancava Aiden. Donovan è stato gentile con me e quando ci siamo ritrovati insieme, abbiamo agito senza riflettere. Non è colpa sua. Neanche lui voleva farti del male. Sono sincera.»
«Non mi interessa» rispose Betty. «Accetto le tue scuse, ma per il resto sono affari che non mi riguardano.»
Donovan strabuzzò gli occhi. Faticò a riconoscerla. Quella che aveva davanti a sé non era la stessa ragazza che frequentava da quasi un anno. Era così fredda, distaccata, per quanto fosse arrabbiata, quell’atteggiamento apatico non le si addiceva.
«Tutto qui? Non hai nient’altro da dire?» le domandò.
«Esatto.» Betty si voltò e ripercorse la distanza fino al muro, sempre con le poltroncine che le passavano in mezzo al busto e alle gambe. «Vado in classe, la seconda campanella sta per suonare. Fareste meglio ad andare anche voi.»
Con la bocca spalancata senza sapere come ribattere, Donovan la osservò infilarsi nel muro e sparire dalla loro vista.
«Sta soffrendo e mi dispiace esserne in parte responsabile» commentò Chas, andandogli al fianco.
«No, c’è qualcosa che non dice» rispose, girandosi a guardarla in viso. «La sua reazione non è normale, almeno per come conosco Betty. E anche il fatto che rimanga intangibile. Le sta succedendo qualcosa.»
«È probabile che sia il suo modo di reagire alla vostra rottura.»
«Noi non abbiamo rotto» si affrettò a precisare. «Almeno non ufficialmente.»
Chas lo guardò dubbiosa. «Ok, meglio così perché volevo anche chiarire la situazione con te. Tra noi non ci sarà mai niente. Ed è meglio se evitiamo di vederci all’infuori di eventi obbligatori come lezioni, incontri del club di teatro e cose così.»
Donovan rimase spiazzato. Non aveva intenzione di iniziare una storia con lei, ma troncare ogni rapporto gli sembrò eccessivo. Stava cominciando a trovare piacevole la sua compagnia.
«Ora usciamo di qui. Non voglio fare tardi a lezione.» Chas gli sfiorò la spalla con la mano sinistra e si incamminò verso la porta dell’audiotrium.
Donovan la seguì e guardando i lunghi capelli biondi della ragazza ondeggiare lungo la schiena, ebbe la sensazione che elementi importanti della sua vita gli stessero scivolando tra le dita senza avere alcuna possibilità di riafferrarli.
 

Con il sacchetto di carta marrone stretto nella mano destra, Donovan attraversò rapidamente l’intero stanzone della mensa. Intravide Billy guardarsi attorno e lo evitò accuratamente, notò Michelle  di spalle in coda alla distribuzione del cibo e con sua sorpresa si accorse della presenza di Zec seduto da solo a un tavolo, mentre mangiava tranquillo le crocchette di pollo.

Non aveva tempo per discutere con loro, doveva trovare Betty e parlarle, anche se non si sentiva completamente colpevole per come si era messa la relazione tra di loro, doveva assicurarsi che stesse bene.
Osservò oltre il vetro della finestra e la scorse a uno dei tavoli sistemati in cortile.
Fece dietrofront, uscì dalla sala mensa e raggiunse l’esterno.
Si fermò dietro di lei, a pochi passi. Dalla sua posizione dava l’impressione di essere seduta sulla sedia di plastica, ma in realtà era sempre sospesa qualche centimetro dalla superficie.
Camminò deciso, appoggiò sul tavolo il sacchetto con il suo panino ormai schiacciato, l’unto della maionese aveva superato la carta lasciando una patina appiccicosa al palmo e le si sedette di fronte.
«Sono sicuro che non hai voglia di vedermi, ma dobbiamo chiarirci» esordì puntandole lo sguardo diritto negli occhi.
Betty masticò seria parte della mela che reggeva nella mano destra. Il piatto di insalata era vuoto, tranne per qualche fogliolina rinsecchita e la forchetta abbandonata di lato.
Donovan si chiese secondo quale strana legge della fisica riuscisse a mangiare e stringere certi oggetti, anche se il suo fisico aveva la consistenza di quello di uno spettro. Poi scosse la testa per scacciare quei ragionamenti che al momento erano inutili.
Betty ingoiò il boccone e rispose: «Credevo che fosse tutto fin troppo chiaro.»
«No, niente affatto. So che il mio comportamento è sbagliato, ho avuto una reazione troppo estrema, ma tu mi hai tenuto all’oscuro di quello che avevi passato con il tuo aggressore e poi non ti facevi più toccare, ma non hai escluso Kenny.»
«Non ho voglia di ripetere questa discussione.»
Donovan si irrigidì. Aveva ancora quel tono neutro, disinteressato. «Va bene, hai ragione, è inutile rivangare sempre le stesse cose. Però rimanere intangibile non è normale.»
Betty morse la mela, masticò e ingoiò. «Perché?»
«Sei seria?»
«Siamo nella creazione onirica di una Bocca dell’Inferno, dove ci capitano gli eventi più assurdi e la proiezione mentale di un uomo in coma ci ha apertamente minacciato svariate volte. La scelta più logica è restare in una forma in cui non corro pericoli.»
«Sì certo, ma è necessario anche nella vita di tutti i giorni?»
«Come vedi mangio senza problemi. E se ti interessa, studio e seguo le lezioni come sempre.»
«Ok… ma… e se ci fossero conseguenze?»
«Non sono problemi tuoi.» Betty lasciò passare attraverso il palmo la metà della mela dalla buccia verde, in modo che finisse con un tonfo nel piatto. «Non sei più il mio ragazzo. Tra noi è tutto finito e  non sono sicura di voler restare in buoni rapporti. Adesso voglio pensare solo a me stessa. Dillo anche agli altri.»
Si rimise in piedi e si girò. Percorse il tratto di cemento restando sollevata dal terreno.
«Ehi! Aspetta!» le gridò.
Betty si allontanò senza prestargli attenzione.
Ormai Donovan ne aveva la certezza. Aveva perso tutto, ma prima di dare la soddisfazione anche agli altri di trattarlo come Betty e Chas, avrebbe seguito il consiglio datogli da Hart Wyngarde alla sua seduta.
 

Al termine delle lezioni, Donovan salì spedito le scale per il piano dell’aula multimediale. Non sapeva da dove gli era venuta quella sicurezza, ma era certo di trovare lì Billy. Probabilmente perché quello era stato il loro quartier-ufficiale-non-ufficiale all’inizio di quella storia assurda.

«No! Non hai idea di cosa significa!»
Il tono alterato della voce di Michelle lo fece bloccare di colpo in corridoio e la Falce, nascosta nello zaino che portava in spalla, picchiò contro la schiena. Avanzò quatto, fermandosi al lato della porta socchiusa.
«La tiene in ostaggio» continuò Michelle. «Dana è prigioniera.»
«È in casa sua» replicò Billy. «È al sicuro.»
«Lei è senza poteri e non può uscire di lì, mentre Zec ha potenziato i suoi.»
«Mi hai detto anche tu che è stato gentile. Quindi non le farà del male.»
«Non lo sappiamo. Continui ad attaccarti all’idea che Zec di fondo non sia cambiato, ma non è così. Il suo modo di agire è stato… incomprensibile!»
Donovan udì Billy sospirare sommessamente. «Ascolta Michelle, se vuoi aiutare Dana, prima dobbiamo aiutare Zec.»
«No! Il tuo ragazzo non ha la priorità sulla mia ragazza.»
«Non l’ho detto!»
La situazione tra quei due stava degenerando, il loro gruppo ormai si stava sfaldando e Donovan decise di agire prima di perdere l’occasione di uscirne a testa alta. Aprì del tutto la porta e si introdusse nell’aula.
La prima reazione di Billy e Michelle fu di sorpresa, lo lesse dai loro occhi mentre lo fissavano fermi in piedi tra i banchi vuoti.
«Ho sentito la vostra discussione, ma non intendo spalleggiare nessuno. Vi informo che io e Betty abbiamo rotto e lei vuole essere lasciata sola.» Si tirò lo zaino sul petto e fece scorrere la lampo della chiusura. «Quindi tutti e due siamo ufficialmente fuori dal club soprannaturale o come lo volete chiamare.»
«Un momento, cosa è successo tra voi?» domandò Billy. «È per l’amicizia tra lei e Kenny? Per l’aggressione di cui non vi ha parlato? O c’è qualcos’altro?»
Donovan non  aveva intenzione di perdere tempo in particolari. Anche Billy li aveva omessi a suo tempo riguardo il salvataggio di Betty. Afferrò la parte metallica della Falce e la estrasse dallo zaino.  Doveva essere il simbolo della loro unione e invece non era servita a nulla. Si sentì un’idiota ad aver creduto che fossero qualcosa di speciale. La verità era che stava meglio prima di incontrarli.
«Una volta mi hai detto che ero quello che ci aveva rimesso di più da quando si era aperta questa Bocca dell’Inferno e hai ragione.»
Donovan lanciò con rabbia la Falce. L’arma atterrò con un clangore sul pavimento davanti ai piedi di Billy.
«Non puoi lasciarci adesso» disse Michelle.
Billy lo guardò allarmato. «Fermati, se ci dividiamo sarà peggio.»
Lo scrutò serio. «Basta con mostri, assurdità e situazioni surreali. Ho chiuso.»
Donovan si voltò e uscì dall’aula. Proseguì fino alle scale con la ferrea convinzione che tra loro cinque era finita.
 
                                                   

                                                                            Continua…?

lunedì 2 febbraio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 104

Sorge Oscurità Maggiore 29: La Lunga Discesa nell’Oscurità (1°parte)


Michelle strinse il braccio intorno alla spalla di Dana e lanciò uno sguardo all’interno del Bronze Dust. A parte le sedie abbandonate qua e là, i tavoli con sopra piatti e cestini dal cibo mezzo consumato e avanzi di bibite nei bicchieri, non sembrava lo scenario finale di una battaglia tra fratelli.

«A quanto pare non ho scelta.» Dana la guardò con un sorriso tirato.
Michelle avrebbe voluto risponderle che c’era un’alternativa, l’avrebbero trovata insieme, ma non credeva nemmeno lei a quelle parole. Eppure, la remissività della fidanzata la sbalordiva.
«Hai paura?» le domandò. «Credi che se non lo assecondi, possa farti di peggio?»
«No, non le farà del male fisico» replicò Billy. «Nel profondo Zec sa che questa è la punizione più grande che poteva infliggerle. E lo sai anche tu, Dana.»
Lo stridio dei piedi della sedia sul pavimento li fece voltare verso Donovan. «Come fai a esserne tanto sicuro? E restare così tranquillo.» Si alzò in piedi e andò a una spanna da Billy. «Zec è andato. Ora è un minion di Hart. Per te non fa differenza perché siete la stessa… cosa! Però non hai idea di cosa può spingerlo a fare.»
«Non è stato Hart. Zec ha scelto da solo» rispose Betty. «Probabilmente Hart ha trovato il punto giusto su cui fare presa, ma non si può colpevolizzarlo di tutto.»
Osservando come restava immobile a qualche centimetro da terra, ancora nella forma intangibile, Michelle ebbe la sensazione che l’amica non stesse parlando solo di quello che era appena successo. Quasi fosse un riferimento a una faccenda che la coinvolgesse direttamente insieme a Donovan, inoltre tra loro sembrava ci fosse una questione irrisolta.
«Anche io sono convinto sia così» intervenne Billy. «E non sono affatto tranquillo, sono preoccupato per Zec. Dobbiamo fare qualcosa, non so bene cosa, ma non possiamo lasciare che passi troppo tempo con Hart, altrimenti non potremmo più riportarlo indietro.»
Donovan aprì le braccia unite a X spezzando l’aria davanti a sé. «Ormai Zec ha preso la sua decisione, è inutile che fingiamo di poterlo aiutare. Quel che è fatto è fatto.»
«Tipico di te» ribatté Betty, senza scomporsi. «Getti subito la spugna. La via più semplice è quella che ti fa comodo, quella in cui non devi affrontare il problema.» Si mosse sorpassandoli uno a uno, diretta verso l’uscita camminando nell’aria. «Forse Zec non ha tutti i torti ad aver agito in questo modo» disse, allontanandosi fuori dal locale.
Donovan emise un verso simile a uno sbuffo e un’imprecazione menzionata a metà. Poi, a sua volta, procedette  con passo deciso e spedito oltre le porte spalancate, abbandonando il Bronze Dust.
Michelle era convinta più di prima che ci fosse dell’altro in ballo tra quei due, ma non era il momento di pensarci.
Dana si scostò dal suo abbraccio. «Siete davvero messi male e io devo andare. Sarà lunga, perché non posso più trasportarmi con il fumo demoniaco.»
Michelle udì il tremore nella sua voce. Era sconvolta, anche se tentava di mantenere la sua spavalderia. «Ti accompagno. E ne parliamo.»
Billy si fermò di fronte a loro. «Aspettate… e Zec?»
«Mi dispiace, ma ora devo occuparmi di Dana.» Michelle prese la mano destra della ragazza, lo scansarono e si avviò con lei lungo il pavimento di linoleum.
A pochi passi dall’uscita, si girò e guardò Billy. Leggeva la delusione e il rammarico sulla sua faccia e stava male all’idea di lasciarlo in quello stato, ma in realtà stava agendo anche per lui.
Presentarsi con Dana a casa della sua famiglia, le avrebbe dato la possibilità di capire se c’era davvero una speranza per strappare Zec dall’oscurità.
 

Camminando una di fianco all’altra, Michelle notò che Dana continuava a fissarsi i vestiti e alzare le braccia per controllarle. Si tastò un paio di volte anche le orecchie, sfiorando con i polpastrelli i piercing e spinse indietro i capelli lunghi e castani.

«Non sono abituata ad averli sciolti» disse, li intrecciò fino a formare una crocchia, ma poi si accorse di non avere nulla con cui fermarli e li fece ricadere fino a poco sopra la metà della schiena.
«Scusa non ho elastici, o altro.» Michelle si sentiva inutile in quella situazione e non sapeva cosa dire per tirarle su il morale. A ripensarci, non sapeva nulla di preciso sulle accuse di Zec alla sorella, o di quanto fosse passato dalla sua fuga. «Non vedi da molto tua madre?»
«Un anno e mezzo» rispose.
«Con i tuoi ex-poteri, non sei mai andata a dare una sbirciatina?»
«Non ne avevo il coraggio. Avevo paura dell’effetto che mi avrebbe fatto trovarla in quello stato.»
«Quindi sapevi che stava male.» Michelle la fissò confusa. Aveva un ricordo diverso delle sue motivazioni, dette la prima volta che l’avevano incontrata a scuola come demone da musical. «Avevi parlato di come tua madre volesse decidere del tuo futuro, ma se era malata, non era nella condizione di farlo.»
«È una versione della verità.»
Ricordando la canzone, Michelle pensò che combaciava, ma voleva sentirselo dire da lei. «Non ti giudico, ormai lo sai, però vorrei mi chiarissi questa storia. Hai voglia di raccontarmi come è andata?» 
Dana abbassò lo sguardo sui jeans slavati. «Dopo la morte di papà, mamma ha iniziato ad avere sempre più giornate negative. In principio era di malumore, mi criticava, poi è diventata l’opposto. Si sentiva spesso stanca, svogliata, non era più lei. Se ne accorse anche Zec e me lo disse, ma lo ignorai. Se avessi preso in considerazione il problema, avrei anche dovuto affrontarlo ed era doloroso e pesante. Accettarlo significava cambiare i miei progetti, dovermi focalizzare su quella situazione.»
«Quindi quello che Zec ha cantato… insomma non era esagerato…»
«Quello è solo il suo punto di vista. Per lui può essere diventata una vita dura da quando me ne sono andata, ma per me lo era già. Mi sentivo in trappola prima che l’esaurimento di mamma fosse evidente e…» Dana alzò gli occhi puntandoli nei suoi,  «Sì, lo ammetto, ho cercato di trovare un modo per cambiare la mia vita in meglio, prima di venire inglobata dal dramma. Per la miseria, ero confusa!» 
«Calmati, non ti sto facendo un processo.»
«Scusa… mi sto ancora abituando a non avere vie di fuga… a essere solo una ragazza e non una demone tosta.»
«Sei sempre tosta. E non devi scappare più, ci sono io con cui puoi affrontare tutto.» Un po’ incerta, Michelle si sporse e la baciò sulla guancia.
«Grazie e non voglio dire di essere perfetta, però non mi sento in colpa per aver pensato a me stessa.» Dana allargò le labbra in un sorriso amaro. «Adesso sarai d’accordo con mio fratello.»
«Non mi è piaciuto come ti ha privato dei poteri e nemmeno il suo ultimatum» ammise. «Ma capisco le sue ragioni e anche le tue. E al di là di tutto si tratta di tua madre. Per quanto non sia il massimo la mia, non credo che la lascerei così...»
Dana  aggrottò la fronte. «Ho capito bene? Mi stai dicendo che mi merito questa punizione?»
«No, ti dico di concentrarti su tua mamma. Ora deve essere lei la tua priorità, ha bisogno di te. Il resto prova… ecco… a lasciartelo alle spalle. Almeno per adesso.»
L’altra la osservò per qualche istante. A Michelle parvero minuti dilatati, soprattutto perché non riuscì a interpretare lo sguardo. Poi intrecciò le dita della mano sinistra nelle sue di quella destra.
«Ci proverò. Si va in scena.» Dana indicò con l’indice libero la porta marrone con la toppa della serratura grigio scuro, a pochi passi da loro. «Casa, obbligatoria, casa.»
Avanzarono insieme e Dana bussò all’uscio.
La porta si aprì all’istante e Zec comparve con un sorriso all’apparenza naturale. «Tempismo perfetto, stavo giusto parlando di voi. Entrate.»
Michelle li seguì chiudendo la fila e si tirò dietro al porta. Lo stretto ingresso li immise in un salottino con un divano e una poltrona e un televisore poggiato su un tavolino.
Una donna con una tuta grigio chiaro e i capelli castano scuro corti era seduta sulla poltrona. Guardava senza interesse lo schermo spento poi, al loro arrivo si tirò in avanti e sollevò gli occhi, sbattendo le palpebre.
«Dana…» sussurrò con una voce roca.
Zec le andò accanto e si accovacciò alla destra della poltrona. «Hai visto mamma? Te lo avevo detto che oggi avresti avuto una bella sorpresa.»
La donna si alzò lenta, camminò e si posizionò davanti alla figlia.
«Mamma… io… ecco…» Dana si morse il labbro inferiore.
La madre le buttò le braccia al collo e la strinse al suo petto. «Sei tornata. La mia bambina è tornata.»  Anche se il tono non subì alcun tremito per l’emozione, una coppia di lacrime le scese dagli occhi socchiusi, correndo lungo le guance.
Michelle avvertì un groppo in gola. Quella scena era dolceamara. Osservò Dana e dopo un primo momento di smarrimento, le vide avvolgere a sua volta il corpo esile della madre con le braccia, abbandonando la testa nell’incavo tra il collo e la spalla della donna. Spostò lo sguardo su Zec e con sua sorpresa lo vide sorridere sollevato. Non sembrava lo stesso ragazzo vendicativo che qualche ora prima aveva strappato alla sorella i suoi poteri, godendo nel farlo.
«Dove sei stata tutto questo tempo?» domandò la donna, accarezzando i lunghi capelli della figlia. «Sei più alta, ma sei magra. Mangiavi? Sei stata bene?» Poi si bloccò di scatto e la scostò piano. «Hai i capelli sciolti. A te non piace tenerli così.»
«È vero. Ho perso il mio elastico» inventò Dana.
«In questo non è cambiata. Perde sempre tutto». Zec si fece avanti, sollevò sul polso destro la manica della felpa, rivelando un elastico viola. Lo fece scivolare lungo la mano e lo porse alla sorella. «Tieni, così puoi legarli.»
Dana lo accettò, guardandolo confusa e si raccolse i capelli per legarli nella coda di cavallo.
«Ora mamma però devi mangiare qualcosa e prendere le medicine.» Zec afferrò con delicatezza l’avambraccio della madre e la ricondusse verso la poltrona. «Dana è tornata per restare e potete chiacchierare mentre ceni. A pranzo non hai toccato cibo e anche Kathryne era preoccupata.»
«Kathryne Perry?» domandò Dana. «Adesso vive con voi?»
Zec scosse la testa. «No, mi aiuta a badare alla mamma. Ora potrà prendersi una pausa e venire meno spesso, ci sarai tu ad aiutarmi.»
La madre si lasciò far riaccomodare sulla poltrona e disse: «Allora è vero che rimani a qui. Ma dove sei stata per tutto questo tempo?»
«È stata ospite a casa di Michelle» rispose Zec, indicandola con un cenno. «È una nostra cara amica, quando ha capito che Dana aveva bisogno di tempo per schiarirsi le idee, la ha accolta in casa con i suoi genitori. Ed è stata sempre lei a convincerla che era tempo di tornare da te, per non farti più preoccupare.»
La donna la guardò come se notasse solo in quel momento la sua presenza nella stanza.  «Che cara ragazza, sei proprio una brava figlia e una buona amica.»
Imbarazzata, Michelle sorrise. «Grazie, signora Giller.» Si sentiva a disagio, non si aspettava di venir coinvolta da Zec nella bugia per giustificare l’assenza di Dana e di sicuro non prevedeva che le attribuisse il merito di averla convinta a tornare.
«Chiamami pure Leslie» replicò sorridendole a sua volta. «Sedetevi» le invitò.
Michelle non sapeva come comportarsi, ma Dana le afferrò la mano obbligandola ad accomodarsi con lei sul divano.
«Fatele compagnia, mentre riscaldo la cena» disse Zec, sparendo nella stanza in fondo al salotto.
«No, non ho voglia» si lamentò Leslie Giller. «Zec! Non perdere tempo in cucina.»
Dana le prese gentilmente la mano destra nelle sue. «Dai mamma, non puoi saltare sempre i pasti. Me lo dicevi anche tu.» Dana si sforzò di sorridere. «So che ti sembra tutto difficile, ma devi provarci.»
Leslie la fissò con sguardo stanco: l’energia della gioia di averla riavuta era come esaurita in un colpo solo.  «Però dovete cenare anche voi.»
Dana rimase interdetta.
«Certo, mangiamo tutti insieme come una volta.» Zec ritornò dalla cucina con un largo vassoio stretto nelle mani. Sopra c’erano tre piatti fumanti, tre bicchieri, tre forchette e una bottiglia di plastica d’acqua. Si piegò e lo appoggiò sul tavolino, davanti al televisore. Mise una forchetta accanto alla porzione di lasagna e porse il piatto alla madre. «Le ha preparate Kathryne prima di andare via. Le ho detto che sarebbe stata un’occasione speciale.»
Leslie afferrò il piatto senza fare storie. «Che gentile.» Sollevò poi il capo e guardò Michelle. «La vostra amica può fermarsi qui a mangiare con noi.»
«Veramente io non so se…» Michelle non voleva abbandonare Dana, ma si sentiva fuori luogo in quella situazione e non voleva nemmeno far innervosire Zec.
«Penso che abbia altri impegni» rispose Dana, scambiandosi un’occhiata con lei. Le sorrise e annuì, leggendole sul volto il disagio.
«Sì, i miei genitori mi aspettano» replicò prontamente.
«Ci organizzeremo per un’altra volta.» Zec sorrise alla madre e le verso l’acqua in un bicchiere. «Dana, accompagnala tu. Ci vediamo a scuola, Michelle.»
Michelle si alzò dal divano e lo guardò annuendo. Sembrava tornato il ragazzo di sempre. Nulla di quello che aveva detto, o fatto nel tempo in cui era rimasta in casa, le aveva fatto pensare che fosse stato corrotto da Oscurità Maggiore. Forse non era così grave e c’era ancora una possibilità.
Dana si alzò a sua volta. Leslie allungò il braccio e le strinse il polso. «Torni qui, vero? Non mi lasci di nuovo?»
La ragazza si liberò con calma dalla presa. «Tranquilla, saluto la mia amica e vengo a cenare.» La spinse verso il corridoio e insieme si avviarono alla porta.
Michelle si girò per guadarla in volto. «Mi dispiace lasciarti così, però lui non s…»
Dana si mise l’indice davanti alle labbra in segno di silenzio e aprì la porta. «Parliamo fuori.»
Michelle varcò l’uscio e si fermò sulle pietre del viottolo.
La sua ragazza fece per imitarla, ma rimase bloccata all’interno. Provò una seconda volta: i suoi piedi rimasero entro il confine della casa. «Non capisco cosa succede!»
«Aspetta, provo a trascinarti con il mio potere.»
«Non farebbe differenza» annunciò Zec, comparso alle spalle della sorella.
Dana si voltò a guardarlo. «Cos’altro mi hai fatto?»
«Ti ho vincolato alla casa» spiegò lui. «Non puoi uscire di qui per nessuna ragione, almeno che non sia io a concedertelo.»
«Perché?» domandò Michelle spiazzata. «È tornata come gli avevi imposto.»
Zec sorpassò la sorella e si sporse all’esterno. «Non posso fidarmi. È già scomparsa senza lasciare traccia. Hart mi ha permesso di ampliare il mio potere e avere la sicurezza che non possa più farlo.»
«Ma così non potremmo più vederci!» Michelle era furiosa, il pensiero della donna indifesa all’interno la frenò dall’attivare le sue capacità da Poltergeist.
«Puoi passare a trovarla tutte le volte che vuoi, sei sempre la benvenuta in casa nostra» rispose Zec. «A patto che non cerchi un modo per svincolarla. In quel caso sarebbe spiacevole. Per tutti.»
Michelle passò in rassegna il viso del ragazzo e quello di Dana, incapace di reagire. Cosa doveva fare? Combattere per la sua ragazza significava metterla in pericolo.
«Zec! Dana!» urlò Leslie dall’interno.
Zec indietreggiò e avvolse con un braccio le spalle della sorella. «Andiamo. Mamma ci aspetta e la cena si raffredda.» Chiuse poi la porta.
Michelle rimase immobile. Era in preda alla confusione. Il suo amico aveva un comportamento contraddittorio: amorevole e gentile e allo stesso tempo crudele e vendicativo. Le ricordò Hart Wyngarde e capì che non avrebbe saputo dire se per Zec c’era una speranza di liberarsi dalla sua influenza.
 
 
                                                                       Continua…?