martedì 26 maggio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 110

Sorge Oscurità Maggiore 35: Non Voglio Svanire

 

Calpestando l’aria, Betty levitò sopra la rampa di scale diretta al secondo piano.

Non amava più stare in mezzo alla confusione della sala mensa e provava fastidio anche nel trovarsi intorno quei pochi ragazzi che sceglievano di mangiare nel cortile della scuola.
In quel momento, Billy era l’unica persona di cui voleva la compagnia. La scoperta della sua sofferenza legata alla malattia della madre, all’averla assistita e poi dovuta seppellire, l’aveva scossa.
Sorvolando gli ultimi scalini e stringendo nella mano destra il sacchetto di carta con il suo pranzo, provò un senso di tristezza e malinconia. Voleva consolare il suo amico e allo stesso tempo riavere intorno anche Zec e Michelle per aiutarla, come prima dell’arrivo di Hart Wyngarde.
Il solo pensiero di dover rivedere anche Donovan però la disgustò.
Si inoltrò nel corridoio diretta all’aula multimediale, nuotando nello spazio come se attraversasse un tratto di acqua con la bassa marea, rimanendo sospesa dal pavimento e libera di farlo per l’assenza di altri a osservarla. Non aveva trovato Billy in mensa e in cortile e così diede per scontato che quello fosse l’unico posto in cui si fosse rifugiato. In caso contrario, sarebbe rimasta lì a pranzare, godendosi la solitudine.
«È proprio necessario?»
Betty si bloccò udendo la voce di Donovan. D’istinto abbandonò il centro del corridoio, dove la luce del sole attraversava la sua figura intangibile e arretrò verso la parete, confondendosi tra le ombre e pronta a svanire nel muro per sfuggire all’incontro con il ragazzo.
«Dobbiamo scoprire il più possibile su cosa l’ha spinta ad allontanarsi e rinunciare alla sua forma tangibile. Altrimenti, rischiamo di perderla nell’oscurità, forse in un modo peggiore di Zec.»
Riconobbe la voce di Billy. Negli ultimi giorni i suoi amici non si erano frequentati molto, raramente li aveva visti insieme, salvo l’obbligo di presenziare alle lezioni nella stessa aula. Ma ciò che la mise in allarme fu che stavano parlando di lei.
Incuriosita, Betty scivolò attraverso la porta aperta e poi nel muro. Con il busto emerse all’interno dell’aula, accanto al lato destro del grosso armadio in metallo. Dalla sua posizione intravide anche Michelle. Era in fondo all’aula, seduta ma dando le spalle al  banco con sopra il computer. Billy le era vicino, anche lui di schiena ed entrambi guardavano Donovan, con la Falce stretta tra le mani.
La penombra fornita dall’armadio la mascherava: dalla sua posizione poteva spiarli senza correre il rischio di essere notata.
Donovan afferrò la seduta della sedia e si lasciò cadere sopra. «Voglio che sappiate che sono pentito e mi faccio schifo da solo per quello che ho fatto.»
Michelle soffio tra le labbra. «Non promette bene.»
«Non siamo qui a giudicarti» s’intromise Billy.
Donovan sospirò. «È successo tutto dopo aver saputo della sua aggressione dalla canzone di gruppo con Dana. Però credo sia cominciato un po’ prima. Avevo già visto Betty scambiarsi un abbraccio con Kenny Wood e Hart mi aveva messo in testa l’idea che non valessi nulla.»
A Betty mancò il fiato in gola. Intuì l’argomento della conversazione e non poteva credere che stava per essere messa in ridicolo davanti a Billy e Michelle.
«In più, dopo la morte di Aiden, io e Chas ci siamo… come dire… avvicinati» continuò Donovan. «Così, Betty mi allontanava, mentre Chas cercava la mia compagnia.» Alzò entrambi i palmi all’insù come se fossero i piatti di una bilancia per soppesare le due cose. «E c’è stato un bacio tra me e Chas.»
«Bleah» fece Michelle con espressione schifata.
Donovan le lanciò uno sguardo di sbieco.
«Scusa» disse lei.
Betty si morse il labbro inferiore. C’era stato anche un bacio. Doveva aspettarselo da quel traditore. Ma perché le faceva comunque male?
«Non avevo programmato che andasse oltre, ma come dicevo, dopo la canzone e la scoperta del suo segreto… so che è stupido, ma ero arrabbiato con Betty» riprese Donovan. «Mi sono ritrovato solo con Chas in piscina. Entrambi volevamo scacciare i pensieri che ci tormentavano. Lei mi ha fatto capire che sar…»
Betty scosse la testa. Ne aveva abbastanza. Non avrebbe ascoltato quella storia. Era stato più che sufficiente viverla in diretta. La rabbia divampò dal petto e perse il controllo.
Il sacchetto del pranzo le attraversò le dita atterrando sul pavimento con un suono secco. Betty indietreggiò, passando dentro il muro e sbucando nel corridoio, percepì un pizzicore sulle guance e con la vista sfocata, osservò gli occhiali scivolare lungo la pelle del suo viso e cadere in avanti.
Si impose la calma. Non poteva farsi scoprire.
Si piegò sulle ginocchia, mantenne la concentrazione e riportò le dita allo stato tangibile. Con la mano sinistra afferrò gli occhiali e con la destra riacciuffò il sacchetto. A quel punto si lasciò sprofondare nel pavimento.
La caduta le ricordò quella di Alice nella buca del Bianconiglio nel film a cartoni animati visto da bambina. Non calcolò il tempo, non udì rumori, non annusò l’aria, ma si bloccò appena avvertì una superficie dura sotto il sedere.
Betty inforcò gli occhiali sopra il collo del naso e guardandosi attorno, notò il grosso materasso, i due cesti da pallacanestro e le gradinate ritirate.
Era arrivata fino alla palestra al piano terreno.
Appoggiò il sacchetto sulla panca su cui era seduta e si portò le ginocchia contro il petto.
Un fastidioso groppo le invase la gola. Perché avvertiva il bisogno di piangere? Si era resa inaccessibile a tutti, ma il pensiero del tradimento di Donovan la feriva lo stesso.
Non merita le mie lacrime” pensò. “Non merita che sprechi neanche un minuto della mia vita per lui”.
«Betty? Sei Qui?»
Betty trasalì. Si girò di scatto verso l’ingresso e riconobbe Kenny avanzare piano.
«Come mi hai trovato?» domandò, ricacciando indietro il magone.
Il ragazzo dalla pelle scura abbozzò un sorriso amichevole, facendo risaltare i denti bianchi. «La mia parte di lupo mannaro, è difficile ignorare i sensi aumentati. Stai bene?»
«Sì… tutto ok.»
Kenny compì altri due passi verso la panca, arrivando al centro della palestra dove un fascio di luce solare lo illuminò. «Davvero? Il mio superudito mi dice altro. Il tuo cuore batte all’impazzata.» 
Betty cercò di ricomporsi. «Questa è una violazione della mia privacy.»
«Scusa, provo a controllarmi, ma in questo caso non ci sono riuscito. Sono preoccupato per te» le rispose, alzando le mani in segno di resa. «Come amico.»
Quella precisazione le diede una sensazione di sollievo. «Ho avuto una brutta… rivelazione. E mi sono tornati in mente ricordi spiacevoli. Ma non è nulla di grave.»
Kenny annuì. «Posso fermarmi qui con te, vedo che non hai ancora pranzato, ti faccio compagnia.»
«No, grazie. Mi è passata la fame.»
«La pausa non è ancora finita, c’è tempo per fare due chiacchiere.»
Betty strinse i pugni, quell’insistenza la innervosì. «Voglio solo essere lasciata in pace. Non mi serve altro.»
Kenny rimase fermo a fissarla. «Ok, come vuoi tu.» Si girò e fece per andarsene, ma poi cambiò idea e si voltò di nuovo verso di lei. «Rispetto il tuo desiderio di avere più spazio, ma sei in pericolo e non sarei un buon amico se non ti mettessi in guardia..»
«A cosa ti riferisci?»
«Poco fa ho sentito il battito del tuo cuore e ho cercato di rintracciare il tuo odore per raggiungerti, ma non riesco ad annusare nulla.»
Betty mise giù le gambe, si sollevò dalla panca e rimase sospesa sopra il pavimento della palestra. «Spiegati meglio.»
Kenny dilatò le narici e inspirò aria. «Tutte le persone hanno un odore, anche più di uno in base alle emozioni, ma immagino questo tu lo sappia.» I lineamenti del suo volto si indurirono e divenne serio. «Tu non emani nulla. Nessuna fragranza, nessun residuo di altri profumi. E più tempo rimarrai nella forma intangibile, più la cosa peggiorerà.»
«Come fai a dirlo? Nessuna scienza ha mai studiato con precisione il mio stato. La tua è un’ipotesi.»
Kenny incrociò le braccia sul petto. «Può darsi, ma può anche darsi che il mio istinto animale arrivi più in là e stiamo sempre parlando di situazioni soprannaturali, chi ne è davvero esperto? A ogni modo, sono sicuro che nessun essere vivente può esistere senza odore. E l’alternativa è svanire del tutto.»
Betty si morse il labbro inferiore. Il suo ragionamento era inattaccabile e combaciava con la frase allarmistica detta da Billy su un fato peggiore riservato a lei, rispetto a Zec.
Kenny le diede le spalle e avanzando verso la porta spalancata della palestra, aggiunse. «Pensa  bene se questo è davvero quello che vuoi.»
 

Le parole di Kenny le erano rimbalzate in testa per tutto il resto della giornata, come una fastidiosa pallina da ping-pong.

Betty constatò di fare più fatica del solito a mantenere solido il corpo, mentre disponeva il piatto per apparecchiare la tavola in soggiorno avvertì il suo peso, ma rischiò due volte di lasciarlo filtrare attraverso la sua carne e farlo cadere. Tornò in cucina, dove sua madre faceva sfrigolare i petti di pollo in padella, e le mani le tremarono quando afferrò le posate: al tatto sentiva la forma dura, ma non percepì il freddo del metallo.
Doveva correre ai rimedi. Partì come d’abitudine ad analizzare la situazione e concluse in pochi minuti che l’origine del problema era stato Hart, la chiacchierata con lui aveva riportato in mente il trauma subito da Eddy e la soluzione era affrontare e liberarsi di quel peso per riacquistare il controllo.
Rientrò nel soggiorno, adagiò le tre coppie di posate accanto ai tre piatti e decise che avrebbe affrontato l’argomento a cena.
«Bene, siamo pronti» annunciò suo padre, camminando dietro di lei con una scodella d’insalata in una mano e una seconda, da cui proveniva l’intenso aroma di rosmarino con le patate nell’altra. Le sistemò in centro al tavolo, accanto alla bottiglia di plastica dell’acqua e poi tirò indietro la sedia a capotavola e prese posto. «Betty, come è andata la tua giornata?»
Era una domanda di rito, ma questa volta avrebbe infranto la routine della sua risposta. «Vorrei aspettare la mamma, prima di raccontarvela.» Si sedette al suo posto e strinse le mani in grembo. Riusciva ancora a rimanere tangibile.
Henry Swanson la guardò sorpreso. «Certo, certo…»
Un istante dopo, Dolly Swanson entrò nella stanza reggendo una pirofila con il petto di pollo grigliato, diffondendo il profumo dell’aglio. «Spero che abbiate fame, ho esagerato un po’ con le dosi.»
«Cara, credo che Betty debba parlarci» annunciò suo padre.
La donna posò la pirofila sul tavolo, si accomodò, si girò a guardarla incerta e i suoi occhi le domandarono se dovesse rallegrarsi o preoccuparsi.  «Oh, è successo qualcosa di nuovo? Spero siano buone notizie.»
Betty prese la bottiglia dell’acqua e la versò, riempiendo il bicchiere fino all’orlo. D’improvviso non aveva più saliva in bocca, sentiva la lingua secca e non le usciva un suono dalla gola. Buttò giù mezzo bicchiere d’acqua e riprovò a parlare.
«È un discorso complicato e vorrei che mi lasciaste raccontare tutto per bene, prima di farmi domande.»
I genitori annuirono all’unisono.
Betty bevve il resto dell’acqua e riprese. «Ricordate quasi un anno e mezzo fa, quando ho chiamato papà per farmi venire a prendere a mezzanotte perché le mie amiche mi avevano lasciata a piedi?»
«Sicuro che me lo ricordo» rispose Henry. «Come si chiamavano?  Bunny e Willa?»
«Avevi detto che non le avresti più riviste» s’intromise Dolly. «Sono tornate a infastidirti? Devo chiamare le loro madri e… »
«Papà! Mamma!» li zittì Betty. «Cosa vi ho appena chiesto?»
Suo padre la guardò comprensivo. «Giusto, va avanti.»
Sua madre annuì e intanto prese le pinze dalla pirofila e le servì due fette di pollo nel piatto.
Betty sospirò. «Quella volta vi ho mentito. Non sono mai uscita con delle amiche, ero con un ragazzo conosciuto in internet. Dovevamo andare insieme a bere qualcosa , ma poi lui è diventato… insistente…»
Henry fece cadere sul tavolo la scodella d’insalata appena sollevata e le posate di legno rimbombarono contro la ceramica. «Un ragazzo? Sei uscita con un ragazzo di sera e non ci hai avvisato? Come si chiama?»
«Eddy» rispose d’istinto Betty. «Ma lui è…»
«Oh tesoro, non dovevi tenercelo nascosto.» Dolly abbandonò la pinza e la fetta di pollo nel proprio piatto. «Ti ha fatto del male? Lui ti ha... spinto a fare cose che tu… Oh mio Dio, non so come chiedertelo!»
«Fatemi parlare» sbottò Betty. «Vi ho mentito perché succede sempre così: non posso fare qualcosa di normale che per voi scattano pericoli ovunque, oppure rischi di compromettere la mia media scolastica. Sì, mamma, Eddy voleva spingermi ad avere un rapporto sessuale. Ma non ci è riuscito. Mi ha aggredita, ma Billy è arrivato a salvarmi prima che tutto peggiorasse.»
«Il tuo amico Billy che vive da solo?» domandò sua madre. «Lo stesso che è venuto qui a casa nostra? E c’erano anche gli altri tuoi amici con lui? Zec, Michelle e… Donovan, giusto?»
Quell’ultimo nome le provocò un fremito e per un secondo percepì di affondare nella sedia, ma si riscosse e ritrovò la solidità.
 «E cosa ci facevano fuori a quell’ora anche loro?» rincarò suo padre.
Betty spinse indietro la sedia e scattò in piedi. «Continuate a interrompermi e non riesco a comunicare con voi!»
Henry le lanciò un’occhiata severa. «Betty, non puoi raccontarci una cosa simile e aspettarti che rimaniamo in silenzio.»
«Ma così non fate che preoccuparvi per nulla!» Betty prese un nuovo lungo respiro. «Sto cercando di spiegarvi che nonostante tutto, quella sera è andata bene. Non so perché Billy fosse in giro così tardi, ma è stato un bene. E non c’erano gli altri perché ancora non ci frequentavamo. Inoltre, giorni dopo ho scoperto che quella stessa sera Eddy ha avuto un incidente stradale ed è morto sul colpo.» Era l’unica omissione di verità, ma necessaria: non poteva tirar fuori storie su vampiri e simili.
«Perché ce lo stai raccontando proprio adesso?» le domandò sua madre. «Intendo dire, se lo fai ora, è successo qualcosa d’altro?»
«Sì, ho capito che questa faccenda mi ha… sconvolta. Dovevo parlarne con voi e ho bisogno di essere aiutata, seguita da uno specialista.»
«Giusto, giusto, una decisione corretta» concordò suo padre. «A scuola c’è il dottor Wyngarde, puoi fissare un appuntamento.»
«No! Lui non è adatto» replicò decisa Betty.
Dolly guardò dubbiosa il marito. «Va bene, se ritieni sia meglio qualcun altro posso chiamare il marito della mia amica Gloria. So che è un bravo psicanalista… »
«Ottima idea» disse Henry. «Ovviamente deve essere qualcuno che conosciamo e di fiducia.»
Betty scosse la testa. «Non riuscite a capire? Non potete decidere voi per me ogni volta. Questo è qualcosa che devo affrontare io. Lasciate che scelga io da chi farmi seguire.»
«Betty, sei una ragazzina, non puoi decidere da sola» commentò sua madre.
«Allora aiutatemi, facciamolo insieme, ma non escludetemi. Lasciate l’ultima decisione a me.»
«Però hai visto cosa accade quando decidi da sola» commentò suo padre.
Betty fissò i genitori negli occhi. «È vero mi sono messa in una brutta situazione. La colpa però è anche vostra. Mi avete obbligato a mentirvi, perché le vostre paure e apprensioni mi soffocano. Se non volete che sbagli ancora, tenete conto della mia opinione. Oppure dovrò di nuovo agire alle vostre spalle e fare tutto in segreto.»
Dolly e Henry Swanson si scambiarono ancora una volta un’occhiata silenziosa, ma carica di informazioni.
Sua madre scostò la sedia, le si avvicinò e le posò la mano sulla sua.
Betty provò un immenso sollievo nel percepire sulla pelle il calore del palmo.
«Non volgiamo che tu ci racconti bugie e nemmeno che ti senta in trappola con noi» le disse sua madre. «Forse esageriamo con il proteggerti, ma lo facciamo perché sei nostra figlia. Niente è più prezioso per noi.»
«E capiamo il tuo bisogno di libertà» intervenne suo padre. «Sei un’adolescente, è logico, possiamo valutare insieme un, o una, professionista con cui relazionarti per questa brutta esperienza. Sottoponici una lista e ti aiuteremo a decidere, ma l’ultima parola sarà la tua.»
Betty rilassò i muscoli del volto e le sue labbra si allargarono in un sorriso. Ebbe l’impressione fossero settimane che non le accadeva. «Grazie.»
Henry riafferrò la ciotola con l’insalata e se la mise al fianco. «Però, niente più menzogne. Sono stato chiaro?»
«Assolutamente.» Betty sapeva di non poter mantenere del tutto quella promessa, ma si sarebbe trattato di revisioni su eventi legati alla Bocca dell’Inferno ed era per il loro bene. 
Dolly tornò a sedersi e sistemò la pinza nella pirofila con le fette di pollo. «E quando sarai pronta, se lo vorrai, potrai raccontarci più nel dettaglio cosa è successo quella sera.»  Afferrò la scodella delle patate e se ne mise una cucchiaiata nel piatto. «Ora mangiamo, altrimenti si fredda tutto.»
«Va bene, mamma.» Betty la osservò trattenersi, sapeva quanto le costava ingoiare le tante domande e lo apprezzò.
Con naturalezza afferrò la forchetta e avvertì la piacevole sensazione del fresco del metallo.
 

Betty rientrò in camera soddisfatta. La sua strategia aveva funzionato ed era riuscita anche a portare il rapporto con i genitori a un livello migliore.

Si sforzò di restare tangibile, posando i piedi nudi sul pavimento della stanza, era difficile ma poteva riuscirci. Avanzò verso la scrivania e notò i fogli stampati della sua fanfiction sui vampiri. Erano secoli che non rileggeva e proseguiva con la scrittura, più o meno da quando la sua vita era diventata una vera storia di eventi soprannaturali. 
Rimettermi a scrivere può essere un modo per ritrovare il mio equilibrio.
Si piegò in avanti e afferrò il plico. Passati i primi due fogli, notò un’annotazione scritta in alto con una penna blu.
Bella scena. La farei un po’ più piccante.
Era la calligrafia di Donovan.
I fogli le passarono attraverso le dita e si sparpagliarono sul pavimento alla rinfusa.
Con sgomento, Betty sollevò il braccio all’altezza del viso.
Riusciva  a vederci attraverso.
Il controllo era stato solo un’illusione. Stava davvero per svanire e non sapeva come fermare quella progressione.
 
 

                                                          Continua…?

domenica 10 maggio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 109

Sorge Oscurità Maggiore 34: Risorgere dalle Nostre Ceneri (2°parte)

 

Donovan giocherellò con i piselli che aveva nel piatto, con i rebbi della forchetta di plastica li fece scontrare contro la mezza polpetta di carne rimasta. Seppur immerso nel vociare della mensa, i pensieri lo trascinavano altrove: nella camera di Billy, per la precisione, e con l’immagine della donna anziana che aleggiava come un fantasma.

Billy, anzi Elliott, si era preso cura della madre, facendole da infermiere durante la malattia degenerativa. Anche se erano trascorsi quasi tre giorni da quella rivelazione, la sua mente tornava spesso a quei momenti osservati e più volte si era chiesto cosa avrebbe fatto lui al suo posto. Se sua madre non fosse andata via abbandonandolo con suo padre e in un futuro avesse avuto un male simile, avrebbe avuto la forza di starle accanto e assisterla in quel modo?
I suoi occhi notarono una familiare chioma bionda fluente e si riscosse.
Chas si era alzata due tavoli distanti dal suo e reggeva con entrambe le mani il vassoio con i residui del pranzo. Stava per dirigersi verso i bidoni della spazzatura e i loro sguardi si incontrarono.
Donovan si sforzò di sorridere e agitò la mano destra sollevata in un segno a metà tra il saluto e l’offerta a raggiungerlo.
Chas rimase seria e rispose con un rapido cenno del capo, proseguì per la sua strada, si sbarazzò del contenuto del vassoio, lo poggiò sulla pila con gli altri e si defilò dal salone.
Ecco la risposta” pensò Donovan. “Non sono una brava persona, non mi prendo cura degli altri, li ferisco e li allontano. Mia madre non potrebbe contare su di me.
Spostò indietro la sedia per alzarsi, ma una forza invisibile lo rispinse con le gambe sotto il tavolo.
Donovan girò il volto e si accorse di Michelle che prendeva posto accanto a lui, mentre Billy si sedeva di fronte.
«È disonesto usare il tuo potere per bloccarmi qui» disse con una punta di rancore per l’ennesimo rimarcare la sua mancanza di doti soprannaturali.
Michelle lo fissò tranquilla, con i segni scuri da poltergeist umano scoloriti dalla pelle e dai capelli. «Saresti rimasto se ti avessimo chiesto di restare?»
«Non lo sapremo, visto che non lo avete fatto» replicò. «Comunque non ho nulla da dirvi e ho già finito di pranzare.»
«Ci vorranno pochi minuti» intervenne Billy con tono accomodante. «E non ti tratterremo con la forza.»
Donovan lanciò un’occhiata diffidente alla ragazza alla sua destra.
Michelle aveva la bocca della bottiglietta d’acqua tra le labbra e sollevò il pollice sinistro come conferma.
Donovan non aveva voglia di fare altre scenate, aveva già ribadito che stare divisi era la scelta migliore, peggio per loro se si ostinavano a credere il contrario. «Avanti, vi ascolto.»
Billy osservò il piatto che aveva davanti, come se in mezzo ai maccheroni al formaggio ci fosse il discorso che si era preparato e poi sollevò il capo. «Non sono convinto che tu pensassi davvero quello che mi hai detto in aula multimediale, prima di lanciare per terra la Falce. In qualche modo ti ha spinto Hart.»
«So decidere da solo» rispose Donovan.   
«Ma Hart Wyngarde sa come manipolarti» fece Michelle, posando la bottiglietta sul tavolo. «Ci ha provato anche con me e in un certo senso ci è riuscito. E indirettamente lo ha fatto anche con Dana. Ci siamo comportate come voleva lui.»
«Forse in quel momento ti sentivi arrabbiato e credevi fosse quello che volevi, però può averti spinto lui a quel limite» continuò Billy. «Perché non provi a raccontarci cosa ti ha detto nella tua seduta?»
«E magari anche cosa è successo tra te e Betty» aggiunse Michelle.
Donovan digrignò i denti. «Non sono affari vostri. Siete davvero degli impiccioni!»
«Siamo tuoi amici» rispose Billy.
«Solo perché tu lo hai deciso. O Elliott, non fa differenza.» Donovan strinse le mani a pugno e tutta la frustrazione e la rabbia per il modo in cui Betty e Chas lo avevano scaricato riaffiorarono come un fiume fuori dagli argini. «Tutto quello che ci unisce è stato forzato da un uomo in coma. Il modo in cui ha scelto che dovessimo farti da squadra di supporto è innaturale. Non è così che si diventa amici.»
«Hai ragione: Elliott ci ha spinti uno verso l’altro» confermò Michelle. «Ma tutto quello che abbiamo vissuto dopo… be’ abbiamo scelto noi di farlo insieme.»
Donovan passò in rassegna i loro volti: lo guardavano con aria non giudicante. Dubitò delle sue decisioni. Se era così inutile e un soggetto da evitare, perché insistevano per riaverlo con loro? E in effetti, anche in passato, non avevano mai fatto realmente nulla per allontanarlo… però non poteva esporsi e rischiare un altro abbandono.
Scosse la testa.  «Vi ho ascoltato, ma rimango della mia idea.»
Strisciò con forza la sedia indietro e i piedini stridettero sul pavimento. Si alzò, prese il vassoio del pranzo e si voltò per andarsene.
«D’accordo, ritenteremo domani» disse Billy.
Donovan girò di tre quarti il viso, inarcò un sopracciglio e lo fissò interdetto.
«Non rinunciamo a te» rimarcò Michelle.
Donovan si voltò, mantenendo lo sguardo sulla sala mensa davanti a sé. Deciso a non farsi impietosire, camminò con passo rapido, lasciandoseli alle spalle, da soli al tavolo.
 

Seduto alla scrivania nella sua stanza, Donovan rilesse per la settima volta il capoverso introduttivo del capitolo di storia da studiare e come le precedenti, la sua mente abbandonò i riferimenti alla storia americana dopo poche frasi e si perse a rimuginare sull’incontro avuto in pausa pranzo.

Perché non mi lasciano per conto mio?
Si appoggiò sullo schienale e intrecciò le dita di entrambe le mani dietro la nuca. In genere non era insicuro sui suoi rapporti con gli altri. Decideva in pochi istanti chi gli piaceva e chi voleva evitare. Era stato così fin dalla terza elementare.
Tra quei pensieri prese forma il ricordo di un pomeriggio di quegli anni, in camera sua, seduto in braccio a sua madre, tormentava una coppia di ciocche dei capelli lunghi e neri di lei e le chiedeva un consiglio su un ragazzino conosciuto da poco.
“Fidati del tuo istinto” gli aveva detto sua mamma.
E aveva sempre funzionato. Però anche lei se ne era andata.
«L’abbandono originario» disse nel silenzio della sua camera.
La porta d’ingresso sbatté fragorosa e Donovan sobbalzò sulla sedia.
«Donovan! Ho la spesa! Aiutami!»
La voce roca di suo padre gli arrivò come una folata di vento dal piano inferiore e Donovan saltò in piedi, senza preoccuparsi più dello studio, corse per le scale per evitare di far scoppiare una nuova discussione sulla responsabilità dei compiti domestici.
Lo raggiunse in cucina e lo trovò mentre svuotava quattro buste di carta, estraendo frutta e verdura varia, due bottiglie di latte e scatolette di tonno e carne.
«Hai di nuovo fatto scorte per un esercito» constatò sospirando.
Joseph Brennon si voltò con sguardo arcigno. «Mangi come quattro persone e non trovo mai nulla quando voglio prepararmi qualcosa. Ho comprato il giusto.»
«Dici? A pranzo siamo entrambi fuori casa e a cena e nei week-end cucino sempre io, dosando le porzioni uguali. Non sai nemmeno cosa abbiamo in frigo.» Donovan gli passò accanto e aprì l’anta del frigorifero, illuminando la figura alta e robusta del padre con la luce dell’interno. «Guarda: è ancora zeppo dall’ultima volta.»
L’uomo fissò gli alimenti al fresco e poi si rivolse al figlio. «Meglio di più, che di meno. Così non dovrò tornare a caricarmi come un mulo in pochi giorni. E comunque era tua madre a occuparsi di queste cose.»
Donovan fece sbattere l’anta del frigorifero per chiuderlo. Suo padre usava sempre quella scusa. «È infatti se ne è andata. Era stufa di farti da balia e serva e non è nemmeno la mia aspirazione nella vita.»
«Modera il tono» replicò Joseph, alzando la voce e puntandogli l’indice destro contro. «Sono tuo padre e se vivi sotto il mio tetto, segui le mie regole.»
«Come se avessi altra scelta. Quella là se ne è andata via! Libera! Mollandomi qui!»
«Non parlare così di tua madre» urlò l’uomo avvicinandosi minaccioso. «Qualsiasi problema avessimo come coppia, non ti dà il dritto di sputare giudizi. Sono stato chiaro?»
Donovan annuì e poi si morse il labbro inferiore. Non era la prima volta che succedeva quella scena della spesa, ma in questa occasione era esploso, eppure sapeva che sarebbe finita in un litigio, proprio quello che voleva evitare.
Joseph lo sorpassò, riaprì il frigorifero e fece scorrere il cassetto della frutta e verdura, iniziando a  riempirlo con banane e pomodori. «Non so che ti prende in questi giorni e non ti supplicherò di raccontarmelo, ma datti una calmata.»
Come al solito suo padre non voleva essere coinvolto in quello che gli accadeva e a dirla tutta nemmeno lui voleva parlargliene, però sentiva il bisogno di sfogarsi con qualcuno. E il suo primo pensiero fu Betty. Seguito da Zec, Billy e Michelle. E per ultima sua madre. Donovan raccolse la confezione di tonno dal ripiano, si girò di schiena, aprì lo sportello alla sua destra, sistemandolo vicino a quella già presente e realizzò di non poterlo fare con nessuno di loro. Aveva tagliato i ponti con tutti.
«Apri il cassetto che hai davanti» disse suo padre, dandogli le spalle.
Donovan ubbidì senza fiatare. Lo tirò verso di sé e dentro, accanto a un paio di forbici, sopra un blocchetto, vide un foglio pieno di crepe riattaccate con lo scotch. «È il messaggio che ci ha lasciato mamma quando se ne è andata. Lo avevo strappato e buttato.»
«Già e io l’ho recuperato e rimesso insieme» rispose Joseph. «Gira il foglio.»
Donovan lo estrasse dal cassetto e lo voltò, sul retro con la scrittura sgangherata del padre, lesse un indirizzo e un numero di cellulare. «Cosa significa?»
«Qualche giorno dopo averci lasciato, tua madre ha chiamato mentre eri a scuola. Non è importante quello che ci siamo detti, ma ha voluto farmi avere un recapito… se tu avessi avuto bisogno» raccontò l’uomo. Chiuse il cassetto della frutta e il frigorifero e si girò a guardarlo in viso. «Mi sembra che quel momento sia arrivato.»
«Non me lo hai mai detto…» Sollevò lo sguardo  e lo puntò su suo padre. «Perché non lo hai fatto prima?»
«Credevo riuscimmo a cavarcela da soli, ma ora ti serve lei.»
Donovan tornò a fissare il foglio rattoppato in mano.
Joseph estrasse quattro lattine di birra dal fondo della busta di carta.  «Scegli tu se chiamarla, ma non strapparlo di nuovo. È un casino rimettere insieme i pezzi.»
Donovan sorrise. Suo padre aveva ragione, era un vero casino rimettere a posto quello che era rotto, ma gli aveva appena dimostrato che non era impossibile e soprattutto, che valeva la pena fare un tentativo.
 

Donovan si alzò per la seconda volta dalla sedia davanti al banco con il computer nell’aula multimediale. La sera prima aveva deciso di parlare con Billy e Michelle per sistemare la situazione, ma continuava a tornargli in mente l’espressione di Betty quando lo aveva sorpreso con Chas in piscina e rivalutava la sua idea. Per questo, invece di cercarli in sala mensa, si era rifugiato nell’aula multimediale e appena ritrovava il coraggio, riemergevano anche i dubbi e si bloccava.

Si sedette, ancora indeciso se scendere al pian terreno, ma udì in corridoio dei passi concitati.
Michelle e Billy comparvero davanti alla porta aperta dell’aula.
«Eccolo qui» disse la ragazza con il fiatone.
Donovan li guardò sorpreso. «Come mi avete trovato?»
Billy aprì la cerniera dello zaino girato sul petto e tirò fuori la Falce vibrante nella mano. «Ci ha portato da te. Sembra ci sia qualcosa di urgente.»
La Falce era la manifestazione dei poteri psichici di Elliott, ma anche il simbolo della loro unione. Donovan si domandò se avesse percepito il suo desiderio e la sua insicurezza. «Ragazzi io volevo parlarvi… chiedervi scusa e…»
«Tornare a essere un gruppo» lo interruppe Michelle, entrando nella classe e camminando spedita per andargli incontro.
Donovan si alzò di nuovo dalla sedia e arretrò. «No… cioè… forse… non so se sia il caso.»
Billy avanzò a sua volta all’interno, la Falce in mano ma ora ferma. «Tu lo vuoi? Vuoi che torniamo uniti?»
«Sì, ma ho paura. Combino dei casini perché non rifletto sulle mie azioni e non voglio perdervi. Non voglio che mi abbandoniate.» Donovan deglutì un groppo che gli si era formato in gola e minacciava di fuoriuscire in un pianto poco virile. «Non sono neanche dotato di poteri come voi.»
«Non è vero» Billy allungò la Falce verso di lui. «Ti sta chiamando, non lo senti?»
Michelle posò la mano sull’impugnatura, sotto quella del ragazzo. «E anche tu l’hai richiamata.»
Donovan percepì come una forza magnetica attirarlo all’arma, si avvicinò ai due compagni e strinse le dita sul metallo rosso. La stanza tremò e si diffusero immagini della sua memoria.
Michelle e lui davanti all’auditorium un anno prima, durante le selezioni per Romeo e Giulietta.
Lui, seduto nel seminterrato nel bel mezzo della prigione infernale creata da Jordan, Betty tra le braccia, la Falce in mano e lo sguardo rivolto a Billy, ammirato e colpito dalla sua fermezza.
«Ci sostieni. Ci incoraggi. Trovi soluzioni per tenerci uniti» disse Billy. «Questo è il tuo potere ed è insostituibile. Qualunque cosa ti abbia fatto credere Hart, non vale nulla, Questi ricordi sono reali.»
Donovan provò un senso di sollievo e speranza. Come aveva detto Gillian Summerson nel sogno. «Però faccio anche del male, nonostante le buone intenzioni. Tu ricordi Anika.»
«Certo, però cerchi anche di rimediare» rispose Billy. «In questo siamo tutti uguali: sbagliamo, ma la voglia di correggerci ci aiuta a diventare migliori.»
«È una specie di percorso che stiamo facendo anche noi» aggiunse Michelle. «È più facile, se lo facciamo insieme. Ci stai?»
Donovan non ebbe dubbi. «Sì, voglio che torniamo a essere una scombinata Scooby Gang
Il flusso di ricordi si interruppe.
La stanza riprese l’aspetto dell’aula multimediale.
Billy staccò la mano dalla Falce e lo stesso fece Michelle.
Donovan se la strinse al petto. Gli era mancata. «Va bene se la tengo io?»
«È ancora il tuo turno» fece Billy.
Michelle si tormentò l’orlo della maglietta. «Sono contenta di riaverti con noi, ma dobbiamo ancora parlare di quello che riguarda te e Betty.»
Donovan storse il naso. «È proprio necessario?»
Billy annuì. «Dobbiamo scoprire il più possibile su cosa l’ha spinta ad allontanarsi e rinunciare alla sua forma tangibile. Altrimenti, rischiamo di perderla nell’oscurità, forse in un modo peggiore di Zec.»
 
 

                                                                  Continua…?

lunedì 6 aprile 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 108

Sorge Oscurità Maggiore 33: Risorgere dalle Nostre Ceneri (1°parte)

 

Michelle versò il latte nella scodella con dentro i cereali a forma di anello e si fermò giusto al limite del bordo.

Erano passati due giorni dalla notte in cui si erano ritrovati nel sogno di Billy con la rivelazione sulla Prima Cacciatrice e non riusciva a toglierselo dalla testa. Perdere una madre in quel modo era orribile. Non ci aveva mai pensato veramente e solo in quelle ore aveva realizzato che se fosse successo qualcosa di brutto alla sua, tutto quello che avrebbe ricordato sarebbero state solo le occhiatacce e i continui battibecchi. Non voleva ridurre il loro rapporto alle incomprensioni.  
Aprì il frigorifero e ripose la confezione in cartone del latte. Chiuse l’anta, prese un cucchiaio dal cassetto alla sua destra e andò a sedersi al tavolo nel centro della cucina.
Michelle girò i cereali immersi nel liquido bianco, ne raccolse una cucchiaiata e li mise in bocca. Masticando, decise che era il momento di cambiare. Avrebbe parlato apertamente con sua madre e si sarebbero chiarite. Quella stessa mattina, senza rimandare oltre.
Il rumore di tacchi annunciò l’arrivo della donna e come di consueto, Sharon Berg emerse dall’ingresso della stanza perfettamente truccata e con un tailleur rosso. «Ah… sei già in piedi…»
Michelle la osservò girarle intorno per andare verso il frigorifero e notò lo sguardo di disapprovazione che le lanciò.
«Avevamo concordato che non avresti mangiato quella roba» disse sua madre, con il frigorifero aperto e mezzo volto all’interno. «Contengono zuccheri trattati e non ti fanno bene, non aiutano il tuo fisico. Ecco, è meglio un frutto.» Si ritrasse chiudendo lo sportello, reggendo in mano una mela rossa.
Michelle deglutì il boccone e domandò: «Perché fai così? Non puoi semplicemente chiedermi come ho dormito, o se mi serve qualcosa prima di andare a scuola?»
Sua madre la guardò sorpresa. «Mi sto preoccupando per te e della tua salute.»
«Non è vero, ti interessa solo il mio aspetto fisico.»
«Ti sei alzata con il piede sbagliato?»
Michelle lasciò cadere il cucchiaio nella ciotola con metà del latte e cereali. «Vorrei che non continuassi a giudicarmi. So di non essere la figlia che desideravi, sono grassa e poco popolare. Non sarò mai bella ed elegante come te, però mi piaccio così.»
«Pensi questo di me?» Sharon la guardò seria e appoggiò la mela sul bancone accanto al lavello. «Credi sul serio che tutto quello che mi importa sia come appari? E che non ti voglia bene?»
Michelle si strinse nelle spalle. «Non intendevo questo… ma mi sembra di non essere giusta… per come ti ossessiona quello che mangio, come mi vesto…»
«È vero, cerco di far emergere il meglio dal tuo aspetto fisico ed è superficiale, ma questo mondo è così. Le persone che appaiono belle hanno una vita facilitata ed è quello che vorrei per te.»
«Io no. Voglio essere me stessa e so di farcela come sono.»  
Sharon si avvicinò al tavolo. «Non me lo hai mai detto.»
«Non ho mai potuto. Mi imponevi le tue regole e non mi ascoltavi.» Michelle la guardò in volto. «Mamma, non voglio che tra noi continui così. Siamo diverse e abbiamo idee differenti su tanto, però non voglio solo discutere con te.»
Sharon mutò la sua espressione seria e apparve colpita. «Non piace nemmeno a me e forse sono stata un po’ troppo rigida, lo riconosco. Questo non cambia il fatto che voglio solo il meglio per te e non ho mai agito per sminuirti.» Scostò la sedia davanti a sé e si sedette al tavolo di fronte a lei. «D’accordo, come possiamo migliorare?»
«Potremmo allentare la mia dieta?»
«Solo se non nuoce alla tua salute.»
«Ok, possiamo anche diminuire le sedute dallo psicologo dei disturbi alimentari» propose Michelle. «Sono sicura che parlare con te e con papà sarà più utile che farlo con uno sconosciuto.»
Sharon la guardò dubbiosa. «D’accordo le ridurremo a due al mese, ma di questo dobbiamo discuterne anche con tuo padre.»
Michelle sorrise. Era un’esperienza nuova: parlare con sua madre senza sbuffare, o sperare di poter scappare lontano. Così le venne in mente di introdurre un argomento importante per lei.
«Ci sarebbe anche un’altra questione… riguarda una ragazza che frequento da un po’…»
«Una nuova amica?»
«Più una sorta di… ecco… fidanzata…»
«Oh…» Sharon strabuzzò gli occhi e rimase con la bocca aperta qualche secondo. Poi si ricompose e aggiunse: «Non immaginavo… insomma che tu avessi… cioè fossi…»
«Lesbica?» la aiutò Michelle. «È tutto un po’ nuovo anche per me.»
«Capisco. Credo che per questo genere di chiacchierata ci voglia più tempo e tra poco devi uscire per andare a scuola. Possiamo rimandare a cena questa sera, ti va bene?»
Michelle annuì. «Certo e vorrei che ci fosse anche papà.»
«Lo chiamo subito per assicurarmi che non manchi» rispose la donna. Scostò la sedia e si alzò in piedi. «Come inizio, ce la siamo cavata bene.»
«Direi di sì.»
Sharon tornò verso il bancone e afferrò la mela, si girò poi verso la figlia e rimase a fissarla.
«Allora, buona giornata, ci vediamo nel pomeriggio.» Riaprì il frigorifero e ripose il frutto nel cassetto. Chiuse l’anta e andò verso di lei, si piegò e le lasciò un leggero bacio al lato della fronte.   
Michelle non ricordava da quanto non si salutavano così amorevolmente e sorpresa le disse: «Grazie.»
Osservò sua madre uscire dalla cucina e riprese a mangiare i suoi cereali.  
 

Michelle controllò l’orologio del cellulare e poi premette il campanello dell’abitazione dei Giller.

Aveva fatto un po’ più tardi a causa della chiacchierata con sua madre, ma era ancora in tempo per il saluto mattutino alla sua ragazza prima di raggiungere il liceo.
Dana le aprì la porta quasi subito. «Ciao, carotina.» Le stampò un bacio sulle labbra e si scostò per farla entrare. «È tutto a posto?»
«Sì, ho avuto la prima conversazione civile con mia madre dai tempi delle elementari.»
«Un grande cambiamento, cos’è successo di speciale?»
«Penso sia merito dell’incontro con la Prima Cacciatrice e mamma di Elliott, ricordi del sogno di cui ti ho parlato?» Michelle abbassò il tono di voce, non sapeva se Zec fosse ancora in casa e non era sicura avesse fatto parola di quell’esperienza alla sorella. «A proposito, qui da te come procede?»
Dana abbozzò un sorriso. «Meglio di quello che mi aspettavo. Non mi piace essere prigioniera in casa mia, però stare vicina a mia madre non è tanto male.»
Entrambe ammutolirono udendo i passi di qualcuno e poi videro Leslie Giller andare loro incontro nell’ingresso. «Oh Michelle, sei tu. Sei gentile a passare ogni mattina» la salutò la donna. «Magari oggi riesci a convincere mia figlia a ritornare a scuola.»
«È ancora presto mamma, quando sarò pronta riprenderò. Te l’ho promesso» rispose Dana.
Michelle ricordò che la signora Giller non sapeva del blocco che Zec aveva imposto a Dana e le impediva di uscire di casa.
«Però potreste andare fuori qualche pomeriggio, magari al cinema» replicò Leslie.
«Lo faremo, signora» intervenne Michelle. «Per ora Dana preferisce recuperare il tempo perso con lei e rispetto la sua decisione.»
«D’accordo, non insisto, però per te sono Leslie, non signora.»
«Giusto.» Michelle sorrise imbarazzata e osservando la donna che le sorrise a sua volta, notò che qualcosa nel suo aspetto era cambiato, era più curato. I capelli corti erano pettinati all’indietro e non indossava più la tuta grigia che le aveva visto i primi giorni che era passata a trovarla. Ora portava una maglia color pesca con le maniche lunghe e un paio di pantaloni di cotone verde. E qualcosa nel suo viso le dava un’espressione più serena.
«Va bene, ora basta con le chiacchiere inutili, abbiamo alcune faccende da sbrigare.» Dana si avvicinò alla madre e le posò le mani sulle spalle. «La lavabiancheria è aperta, comincia a tirare fuori le lenzuola e io ti raggiungo tra un attimo.»
Leslie annuì. «Certo. A presto Michelle.» Poi si allontanò verso il corridoio.
«Quindi stai diventando una brava casalinga» scherzò Michelle.
Dana fece spallucce. «Inganno il tempo e chissà… potrebbe tornarmi utile per il futuro con te.» Le fece l’occhiolino con un pizzico di malizia.
Michelle riconobbe in quel gesto la ragazza che aveva sempre conosciuto. «Sembri più… tranquilla.»
«Ammetto che stare con mia madre è più piacevole di quanto mi aspettassi. E forse questa situazione non è solo negativa.»
Zec arrivò silenzioso nel corridoio, fece un cenno di saluto con la testa ad entrambe ed uscì di casa.
«Purtroppo non credo che l’esperienza in comune nel sogno gli abbia fatto bene come a te» commentò Dana.
Michelle ripensò all’espressione vista di sfuggita sul volto del ragazzo. «Già, non sembra diverso dall’ultima volta. Però rimedieremo.»
«In che modo?»
«Non  lo so ancora di preciso, ma so a chi rivolgermi.»
«Mi fido di te» rispose Dana sorridendo. «Vai anche tu, o farai tardi. E anche io: mia madre mi aspetta.»
Michelle la baciò sulle labbra, aprì la porta della casa e uscì. Doveva affrontare un’altra conversazione importante e non voleva rimandarla.
 

A fine lezioni, Michelle si diresse decisa all’aula multimediale. Era certa di trovare Billy lì e anche se avrebbe potuto avvicinarlo durante la pausa pranzo o tra una lezione e l’altra, aveva preferito aspettare e  ritrovarsi in un posto riservato in cui parlargli con calma.

Era a pochi passi dalla porta accostata dell’aula e sentì la voce di Kenny dall’interno.
«Ecco spiegato chi fosse in realtà, però è strano che la verità su di lei non l’abbia vista in uno dei miei sogni premonitori.»
«Probabilmente perché era una faccenda privata» commentò la voce di Kerry. «E la madre di Elliott è riuscita a tenere tutto segreto. Grazie per averlo condiviso anche con noi.»
«Era giusto che ne foste al corrente.»
Ascoltando le parole di Billy, Michelle realizzò che aveva raccontato ai gemelli Wood delle rivelazioni sulla Prima Cacciatrice.
«Mi dispiace per quello che Elliott e anche tu hai passato.» Era di nuovo Kenny a parlare. «È qualcosa che possiamo capire, anche se per motivi diversi.»
«E ti dobbiamo delle scuse, o almeno io.» Il tono di Kerry si addolcì. «Ho giudicato le motivazioni di Elliott senza conoscerle e ti ho rivolto accuse ingiuste, in fin dei conti mi sono comportata come lui e volevo sfruttare il suo potere per le stesse ragioni. Mi dispiace.»
A quel punto Michelle si mosse d’istinto, aprì la porta e rivelò la sua presenza. Osservò le tre paia di occhi puntati su di lei. «Non volevo ascoltarvi, stavo cercando Billy.»
Il ragazzo le rivolse un sorriso incerto. «Vieni, avevi bisogno di me?»
Michelle avanzò nella classe e si appoggiò a un tavolo, intravedendo il suo riflesso in uno degli schermi spenti dei PC. «Sì… ecco… dovrei parlarti…»
I gemelli e l’amico rimassero a guadarla in silenzio, rimanendo seduti sulle sedie intorno a un banco. Michelle pensò di essere una stupida: era andata fin lì per una ragione, ma era come bloccata, si vergognava ad andare fino in fondo perché lei e Billy non erano da soli.
«Per noi è ora di tornare a casa» disse Kerry, alzandosi dalla sedia e facendo un fugace sorrisetto.
Kenny la fissò inarcando un sopracciglio.«Ma no, non c’è nien…»
La sorella lo tirò su a forza dalla sedia.  «Quello che devono dirsi non sono affari nostri.»
Michelle le fu grata. Aveva capito il suo imbarazzo. Quando le passarono accanto per uscire dall’aula, le mimò un grazie con le labbra. Se Kerry lo notò, non le diede risposta.
«Stai bene?» domandò Billy, mettendosi in piedi. «È tutto a posto? Il mo senso del soprannaturale non ha pizzicato.»
Michelle lasciò cadere lo zaino per terra,  gli andò incontro e lo strinse in un abbraccio.
Lui rimase fermo e stupito dal gesto.
Allontanandosi e liberandolo dalla stretta, gli disse: «Mi dispiace per tutto quello che hai passato con tua mamma. È come hanno detto i gemelli, se mi fossi trovata nella tua situazione, cioè di Elliott, anche io avrei ceduto e magari fatto tutto questo.»
«Ti ringrazio, ma non devi scusarti di niente» Billy le poggiò la mano sulla spalla. «Non sapevamo cosa avesse scatenato il sogno da Bocca dell’Inferno, eppure hai accettato di stare dalla mia parte e di combattere le assurdità con me.»
«Voglio continuare a farlo»  gli disse seria. «Rimetteremo insieme la nostra gang, è come ha detto tua madre: stare insieme, trovarci, mi ha dato speranza, non so spiegarlo, ma mi sento più forte sapendo che ci siete voi con me.»
«Sei diventata forte da sola» replicò Billy. «Sei cambiata da quando ci siamo conosciuti, forse dovevi solo avere vicino qualcuno che ti appoggiasse. E anche io ho sbagliato a non considerare il tuo desiderio di aiutare Dana. Però ti aiuterò.»
«In realtà Dana non è tanto in pericolo come pensavo» ammise. «Prima dobbiamo concentrarci sugli altri.»
«Giusto e la nostra strategia sarà dimostrare loro che qualunque problema Hart Wyngarde ha portato a galla, hanno il nostro sostegno per affrontarlo.»
Michelle annuì. «Ovviamente inizieremo da Zec.»
Billy scosse la testa. «A questo punto ho capito che lui era una mia priorità in quanto mio ragazzo, ma non per il bene del gruppo.»
«Avevi  detto che più tempo era sotto l’influsso di Hart e più rischiavamo di perderlo nell’oscurità. Questo non lo mette in cima alla lista?»
«Per strapparlo a Oscurità Maggiore, dobbiamo essere di nuovo una Scoobie Gang » rispose Billy. «E come quando ci siamo separati per la cotta non corrisposta di Betty a me, ci vuole qualcuno abbastanza testardo da lottare per riunirci.»
Michelle non impiegò molto a ricordare a chi si era appoggiata in quell’occasione per ricucire i rapporti.  «Donovan.»
«Esatto. Lui ha deciso ufficialmente di separarci e non sappiamo cosa lo ha spinto a rompere con Betty. Aiutandolo, lo riporteremo da noi.»
Il suo ragionamento aveva senso, ma Michelle sapeva che non sarebbe stato affatto facile. La caparbietà di Donovan poteva essere un’arma a doppio taglio.
 
 

                                                                 Continua…?