domenica 10 maggio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 109

Sorge Oscurità Maggiore 34: Risorgere dalle Nostre Ceneri (2°parte)

 

Donovan giocherellò con i piselli che aveva nel piatto, con i rebbi della forchetta di plastica li fece scontrare contro la mezza polpetta di carne rimasta. Seppur immerso nel vociare della mensa, i pensieri lo trascinavano altrove: nella camera di Billy, per la precisione, e con l’immagine della donna anziana che aleggiava come un fantasma.

Billy, anzi Elliott, si era preso cura della madre, facendole da infermiere durante la malattia degenerativa. Anche se erano trascorsi quasi tre giorni da quella rivelazione, la sua mente tornava spesso a quei momenti osservati e più volte si era chiesto cosa avrebbe fatto lui al suo posto. Se sua madre non fosse andata via abbandonandolo con suo padre e in un futuro avesse avuto un male simile, avrebbe avuto la forza di starle accanto e assisterla in quel modo?
I suoi occhi notarono una familiare chioma bionda fluente e si riscosse.
Chas si era alzata due tavoli distanti dal suo e reggeva con entrambe le mani il vassoio con i residui del pranzo. Stava per dirigersi verso i bidoni della spazzatura e i loro sguardi si incontrarono.
Donovan si sforzò di sorridere e agitò la mano destra sollevata in un segno a metà tra il saluto e l’offerta a raggiungerlo.
Chas rimase seria e rispose con un rapido cenno del capo, proseguì per la sua strada, si sbarazzò del contenuto del vassoio, lo poggiò sulla pila con gli altri e si defilò dal salone.
Ecco la risposta” pensò Donovan. “Non sono una brava persona, non mi prendo cura degli altri, li ferisco e li allontano. Mia madre non potrebbe contare su di me.
Spostò indietro la sedia per alzarsi, ma una forza invisibile lo rispinse con le gambe sotto il tavolo.
Donovan girò il volto e si accorse di Michelle che prendeva posto accanto a lui, mentre Billy si sedeva di fronte.
«È disonesto usare il tuo potere per bloccarmi qui» disse con una punta di rancore per l’ennesimo rimarcare la sua mancanza di doti soprannaturali.
Michelle lo fissò tranquilla, con i segni scuri da poltergeist umano scoloriti dalla pelle e dai capelli. «Saresti rimasto se ti avessimo chiesto di restare?»
«Non lo sapremo, visto che non lo avete fatto» replicò. «Comunque non ho nulla da dirvi e ho già finito di pranzare.»
«Ci vorranno pochi minuti» intervenne Billy con tono accomodante. «E non ti tratterremo con la forza.»
Donovan lanciò un’occhiata diffidente alla ragazza alla sua destra.
Michelle aveva la bocca della bottiglietta d’acqua tra le labbra e sollevò il pollice sinistro come conferma.
Donovan non aveva voglia di fare altre scenate, aveva già ribadito che stare divisi era la scelta migliore, peggio per loro se si ostinavano a credere il contrario. «Avanti, vi ascolto.»
Billy osservò il piatto che aveva davanti, come se in mezzo ai maccheroni al formaggio ci fosse il discorso che si era preparato e poi sollevò il capo. «Non sono convinto che tu pensassi davvero quello che mi hai detto in aula multimediale, prima di lanciare per terra la Falce. In qualche modo ti ha spinto Hart.»
«So decidere da solo» rispose Donovan.   
«Ma Hart Wyngarde sa come manipolarti» fece Michelle, posando la bottiglietta sul tavolo. «Ci ha provato anche con me e in un certo senso ci è riuscito. E indirettamente lo ha fatto anche con Dana. Ci siamo comportate come voleva lui.»
«Forse in quel momento ti sentivi arrabbiato e credevi fosse quello che volevi, però può averti spinto lui a quel limite» continuò Billy. «Perché non provi a raccontarci cosa ti ha detto nella tua seduta?»
«E magari anche cosa è successo tra te e Betty» aggiunse Michelle.
Donovan digrignò i denti. «Non sono affari vostri. Siete davvero degli impiccioni!»
«Siamo tuoi amici» rispose Billy.
«Solo perché tu lo hai deciso. O Elliott, non fa differenza.» Donovan strinse le mani a pugno e tutta la frustrazione e la rabbia per il modo in cui Betty e Chas lo avevano scaricato riaffiorarono come un fiume fuori dagli argini. «Tutto quello che ci unisce è stato forzato da un uomo in coma. Il modo in cui ha scelto che dovessimo farti da squadra di supporto è innaturale. Non è così che si diventa amici.»
«Hai ragione: Elliott ci ha spinti uno verso l’altro» confermò Michelle. «Ma tutto quello che abbiamo vissuto dopo… be’ abbiamo scelto noi di farlo insieme.»
Donovan passò in rassegna i loro volti: lo guardavano con aria non giudicante. Dubitò delle sue decisioni. Se era così inutile e un soggetto da evitare, perché insistevano per riaverlo con loro? E in effetti, anche in passato, non avevano mai fatto realmente nulla per allontanarlo… però non poteva esporsi e rischiare un altro abbandono.
Scosse la testa.  «Vi ho ascoltato, ma rimango della mia idea.»
Strisciò con forza la sedia indietro e i piedini stridettero sul pavimento. Si alzò, prese il vassoio del pranzo e si voltò per andarsene.
«D’accordo, ritenteremo domani» disse Billy.
Donovan girò di tre quarti il viso, inarcò un sopracciglio e lo fissò interdetto.
«Non rinunciamo a te» rimarcò Michelle.
Donovan si voltò, mantenendo lo sguardo sulla sala mensa davanti a sé. Deciso a non farsi impietosire, camminò con passo rapido, lasciandoseli alle spalle, da soli al tavolo.
 

Seduto alla scrivania nella sua stanza, Donovan rilesse per la settima volta il capoverso introduttivo del capitolo di storia da studiare e come le precedenti, la sua mente abbandonò i riferimenti alla storia americana dopo poche frasi e si perse a rimuginare sull’incontro avuto in pausa pranzo.

Perché non mi lasciano per conto mio?
Si appoggiò sullo schienale e intrecciò le dita di entrambe le mani dietro la nuca. In genere non era insicuro sui suoi rapporti con gli altri. Decideva in pochi istanti chi gli piaceva e chi voleva evitare. Era stato così fin dalla terza elementare.
Tra quei pensieri prese forma il ricordo di un pomeriggio di quegli anni, in camera sua, seduto in braccio a sua madre, tormentava una coppia di ciocche dei capelli lunghi e neri di lei e le chiedeva un consiglio su un ragazzino conosciuto da poco.
“Fidati del tuo istinto” gli aveva detto sua mamma.
E aveva sempre funzionato. Però anche lei se ne era andata.
«L’abbandono originario» disse nel silenzio della sua camera.
La porta d’ingresso sbatté fragorosa e Donovan sobbalzò sulla sedia.
«Donovan! Ho la spesa! Aiutami!»
La voce roca di suo padre gli arrivò come una folata di vento dal piano inferiore e Donovan saltò in piedi, senza preoccuparsi più dello studio, corse per le scale per evitare di far scoppiare una nuova discussione sulla responsabilità dei compiti domestici.
Lo raggiunse in cucina e lo trovò mentre svuotava quattro buste di carta, estraendo frutta e verdura varia, due bottiglie di latte e scatolette di tonno e carne.
«Hai di nuovo fatto scorte per un esercito» constatò sospirando.
Joseph Brennon si voltò con sguardo arcigno. «Mangi come quattro persone e non trovo mai nulla quando voglio prepararmi qualcosa. Ho comprato il giusto.»
«Dici? A pranzo siamo entrambi fuori casa e a cena e nei week-end cucino sempre io, dosando le porzioni uguali. Non sai nemmeno cosa abbiamo in frigo.» Donovan gli passò accanto e aprì l’anta del frigorifero, illuminando la figura alta e robusta del padre con la luce dell’interno. «Guarda: è ancora zeppo dall’ultima volta.»
L’uomo fissò gli alimenti al fresco e poi si rivolse al figlio. «Meglio di più, che di meno. Così non dovrò tornare a caricarmi come un mulo in pochi giorni. E comunque era tua madre a occuparsi di queste cose.»
Donovan fece sbattere l’anta del frigorifero per chiuderlo. Suo padre usava sempre quella scusa. «È infatti se ne è andata. Era stufa di farti da balia e serva e non è nemmeno la mia aspirazione nella vita.»
«Modera il tono» replicò Joseph, alzando la voce e puntandogli l’indice destro contro. «Sono tuo padre e se vivi sotto il mio tetto, segui le mie regole.»
«Come se avessi altra scelta. Quella là se ne è andata via! Libera! Mollandomi qui!»
«Non parlare così di tua madre» urlò l’uomo avvicinandosi minaccioso. «Qualsiasi problema avessimo come coppia, non ti dà il dritto di sputare giudizi. Sono stato chiaro?»
Donovan annuì e poi si morse il labbro inferiore. Non era la prima volta che succedeva quella scena della spesa, ma in questa occasione era esploso, eppure sapeva che sarebbe finita in un litigio, proprio quello che voleva evitare.
Joseph lo sorpassò, riaprì il frigorifero e fece scorrere il cassetto della frutta e verdura, iniziando a  riempirlo con banane e pomodori. «Non so che ti prende in questi giorni e non ti supplicherò di raccontarmelo, ma datti una calmata.»
Come al solito suo padre non voleva essere coinvolto in quello che gli accadeva e a dirla tutta nemmeno lui voleva parlargliene, però sentiva il bisogno di sfogarsi con qualcuno. E il suo primo pensiero fu Betty. Seguito da Zec, Billy e Michelle. E per ultima sua madre. Donovan raccolse la confezione di tonno dal ripiano, si girò di schiena, aprì lo sportello alla sua destra, sistemandolo vicino a quella già presente e realizzò di non poterlo fare con nessuno di loro. Aveva tagliato i ponti con tutti.
«Apri il cassetto che hai davanti» disse suo padre, dandogli le spalle.
Donovan ubbidì senza fiatare. Lo tirò verso di sé e dentro, accanto a un paio di forbici, sopra un blocchetto, vide un foglio pieno di crepe riattaccate con lo scotch. «È il messaggio che ci ha lasciato mamma quando se ne è andata. Lo avevo strappato e buttato.»
«Già e io l’ho recuperato e rimesso insieme» rispose Joseph. «Gira il foglio.»
Donovan lo estrasse dal cassetto e lo voltò, sul retro con la scrittura sgangherata del padre, lesse un indirizzo e un numero di cellulare. «Cosa significa?»
«Qualche giorno dopo averci lasciato, tua madre ha chiamato mentre eri a scuola. Non è importante quello che ci siamo detti, ma ha voluto farmi avere un recapito… se tu avessi avuto bisogno» raccontò l’uomo. Chiuse il cassetto della frutta e il frigorifero e si girò a guardarlo in viso. «Mi sembra che quel momento sia arrivato.»
«Non me lo hai mai detto…» Sollevò lo sguardo  e lo puntò su suo padre. «Perché non lo hai fatto prima?»
«Credevo riuscimmo a cavarcela da soli, ma ora ti serve lei.»
Donovan tornò a fissare il foglio rattoppato in mano.
Joseph estrasse quattro lattine di birra dal fondo della busta di carta.  «Scegli tu se chiamarla, ma non strapparlo di nuovo. È un casino rimettere insieme i pezzi.»
Donovan sorrise. Suo padre aveva ragione, era un vero casino rimettere a posto quello che era rotto, ma gli aveva appena dimostrato che non era impossibile e soprattutto, che valeva la pena fare un tentativo.
 

Donovan si alzò per la seconda volta dalla sedia davanti al banco con il computer nell’aula multimediale. La sera prima aveva deciso di parlare con Billy e Michelle per sistemare la situazione, ma continuava a tornargli in mente l’espressione di Betty quando lo aveva sorpreso con Chas in piscina e rivalutava la sua idea. Per questo, invece di cercarli in sala mensa, si era rifugiato nell’aula multimediale e appena ritrovava il coraggio, riemergevano anche i dubbi e si bloccava.

Si sedette, ancora indeciso se scendere al pian terreno, ma udì in corridoio dei passi concitati.
Michelle e Billy comparvero davanti alla porta aperta dell’aula.
«Eccolo qui» disse la ragazza con il fiatone.
Donovan li guardò sorpreso. «Come mi avete trovato?»
Billy aprì la cerniera dello zaino girato sul petto e tirò fuori la Falce vibrante nella mano. «Ci ha portato da te. Sembra ci sia qualcosa di urgente.»
La Falce era la manifestazione dei poteri psichici di Elliott, ma anche il simbolo della loro unione. Donovan si domandò se avesse percepito il suo desiderio e la sua insicurezza. «Ragazzi io volevo parlarvi… chiedervi scusa e…»
«Tornare a essere un gruppo» lo interruppe Michelle, entrando nella classe e camminando spedita per andargli incontro.
Donovan si alzò di nuovo dalla sedia e arretrò. «No… cioè… forse… non so se sia il caso.»
Billy avanzò a sua volta all’interno, la Falce in mano ma ora ferma. «Tu lo vuoi? Vuoi che torniamo uniti?»
«Sì, ma ho paura. Combino dei casini perché non rifletto sulle mie azioni e non voglio perdervi. Non voglio che mi abbandoniate.» Donovan deglutì un groppo che gli si era formato in gola e minacciava di fuoriuscire in un pianto poco virile. «Non sono neanche dotato di poteri come voi.»
«Non è vero» Billy allungò la Falce verso di lui. «Ti sta chiamando, non lo senti?»
Michelle posò la mano sull’impugnatura, sotto quella del ragazzo. «E anche tu l’hai richiamata.»
Donovan percepì come una forza magnetica attirarlo all’arma, si avvicinò ai due compagni e strinse le dita sul metallo rosso. La stanza tremò e si diffusero immagini della sua memoria.
Michelle e lui davanti all’auditorium un anno prima, durante le selezioni per Romeo e Giulietta.
Lui, seduto nel seminterrato nel bel mezzo della prigione infernale creata da Jordan, Betty tra le braccia, la Falce in mano e lo sguardo rivolto a Billy, ammirato e colpito dalla sua fermezza.
«Ci sostieni. Ci incoraggi. Trovi soluzioni per tenerci uniti» disse Billy. «Questo è il tuo potere ed è insostituibile. Qualunque cosa ti abbia fatto credere Hart, non vale nulla, Questi ricordi sono reali.»
Donovan provò un senso di sollievo e speranza. Come aveva detto Gillian Summerson nel sogno. «Però faccio anche del male, nonostante le buone intenzioni. Tu ricordi Anika.»
«Certo, però cerchi anche di rimediare» rispose Billy. «In questo siamo tutti uguali: sbagliamo, ma la voglia di correggerci ci aiuta a diventare migliori.»
«È una specie di percorso che stiamo facendo anche noi» aggiunse Michelle. «È più facile, se lo facciamo insieme. Ci stai?»
Donovan non ebbe dubbi. «Sì, voglio che torniamo a essere una scombinata Scooby Gang
Il flusso di ricordi si interruppe.
La stanza riprese l’aspetto dell’aula multimediale.
Billy staccò la mano dalla Falce e lo stesso fece Michelle.
Donovan se la strinse al petto. Gli era mancata. «Va bene se la tengo io?»
«È ancora il tuo turno» fece Billy.
Michelle si tormentò l’orlo della maglietta. «Sono contenta di riaverti con noi, ma dobbiamo ancora parlare di quello che riguarda te e Betty.»
Donovan storse il naso. «È proprio necessario?»
Billy annuì. «Dobbiamo scoprire il più possibile su cosa l’ha spinta ad allontanarsi e rinunciare alla sua forma tangibile. Altrimenti, rischiamo di perderla nell’oscurità, forse in un modo peggiore di Zec.»
 
 

                                                                  Continua…?

lunedì 6 aprile 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 108

Sorge Oscurità Maggiore 33: Risorgere dalle Nostre Ceneri (1°parte)

 

Michelle versò il latte nella scodella con dentro i cereali a forma di anello e si fermò giusto al limite del bordo.

Erano passati due giorni dalla notte in cui si erano ritrovati nel sogno di Billy con la rivelazione sulla Prima Cacciatrice e non riusciva a toglierselo dalla testa. Perdere una madre in quel modo era orribile. Non ci aveva mai pensato veramente e solo in quelle ore aveva realizzato che se fosse successo qualcosa di brutto alla sua, tutto quello che avrebbe ricordato sarebbero state solo le occhiatacce e i continui battibecchi. Non voleva ridurre il loro rapporto alle incomprensioni.  
Aprì il frigorifero e ripose la confezione in cartone del latte. Chiuse l’anta, prese un cucchiaio dal cassetto alla sua destra e andò a sedersi al tavolo nel centro della cucina.
Michelle girò i cereali immersi nel liquido bianco, ne raccolse una cucchiaiata e li mise in bocca. Masticando, decise che era il momento di cambiare. Avrebbe parlato apertamente con sua madre e si sarebbero chiarite. Quella stessa mattina, senza rimandare oltre.
Il rumore di tacchi annunciò l’arrivo della donna e come di consueto, Sharon Berg emerse dall’ingresso della stanza perfettamente truccata e con un tailleur rosso. «Ah… sei già in piedi…»
Michelle la osservò girarle intorno per andare verso il frigorifero e notò lo sguardo di disapprovazione che le lanciò.
«Avevamo concordato che non avresti mangiato quella roba» disse sua madre, con il frigorifero aperto e mezzo volto all’interno. «Contengono zuccheri trattati e non ti fanno bene, non aiutano il tuo fisico. Ecco, è meglio un frutto.» Si ritrasse chiudendo lo sportello, reggendo in mano una mela rossa.
Michelle deglutì il boccone e domandò: «Perché fai così? Non puoi semplicemente chiedermi come ho dormito, o se mi serve qualcosa prima di andare a scuola?»
Sua madre la guardò sorpresa. «Mi sto preoccupando per te e della tua salute.»
«Non è vero, ti interessa solo il mio aspetto fisico.»
«Ti sei alzata con il piede sbagliato?»
Michelle lasciò cadere il cucchiaio nella ciotola con metà del latte e cereali. «Vorrei che non continuassi a giudicarmi. So di non essere la figlia che desideravi, sono grassa e poco popolare. Non sarò mai bella ed elegante come te, però mi piaccio così.»
«Pensi questo di me?» Sharon la guardò seria e appoggiò la mela sul bancone accanto al lavello. «Credi sul serio che tutto quello che mi importa sia come appari? E che non ti voglia bene?»
Michelle si strinse nelle spalle. «Non intendevo questo… ma mi sembra di non essere giusta… per come ti ossessiona quello che mangio, come mi vesto…»
«È vero, cerco di far emergere il meglio dal tuo aspetto fisico ed è superficiale, ma questo mondo è così. Le persone che appaiono belle hanno una vita facilitata ed è quello che vorrei per te.»
«Io no. Voglio essere me stessa e so di farcela come sono.»  
Sharon si avvicinò al tavolo. «Non me lo hai mai detto.»
«Non ho mai potuto. Mi imponevi le tue regole e non mi ascoltavi.» Michelle la guardò in volto. «Mamma, non voglio che tra noi continui così. Siamo diverse e abbiamo idee differenti su tanto, però non voglio solo discutere con te.»
Sharon mutò la sua espressione seria e apparve colpita. «Non piace nemmeno a me e forse sono stata un po’ troppo rigida, lo riconosco. Questo non cambia il fatto che voglio solo il meglio per te e non ho mai agito per sminuirti.» Scostò la sedia davanti a sé e si sedette al tavolo di fronte a lei. «D’accordo, come possiamo migliorare?»
«Potremmo allentare la mia dieta?»
«Solo se non nuoce alla tua salute.»
«Ok, possiamo anche diminuire le sedute dallo psicologo dei disturbi alimentari» propose Michelle. «Sono sicura che parlare con te e con papà sarà più utile che farlo con uno sconosciuto.»
Sharon la guardò dubbiosa. «D’accordo le ridurremo a due al mese, ma di questo dobbiamo discuterne anche con tuo padre.»
Michelle sorrise. Era un’esperienza nuova: parlare con sua madre senza sbuffare, o sperare di poter scappare lontano. Così le venne in mente di introdurre un argomento importante per lei.
«Ci sarebbe anche un’altra questione… riguarda una ragazza che frequento da un po’…»
«Una nuova amica?»
«Più una sorta di… ecco… fidanzata…»
«Oh…» Sharon strabuzzò gli occhi e rimase con la bocca aperta qualche secondo. Poi si ricompose e aggiunse: «Non immaginavo… insomma che tu avessi… cioè fossi…»
«Lesbica?» la aiutò Michelle. «È tutto un po’ nuovo anche per me.»
«Capisco. Credo che per questo genere di chiacchierata ci voglia più tempo e tra poco devi uscire per andare a scuola. Possiamo rimandare a cena questa sera, ti va bene?»
Michelle annuì. «Certo e vorrei che ci fosse anche papà.»
«Lo chiamo subito per assicurarmi che non manchi» rispose la donna. Scostò la sedia e si alzò in piedi. «Come inizio, ce la siamo cavata bene.»
«Direi di sì.»
Sharon tornò verso il bancone e afferrò la mela, si girò poi verso la figlia e rimase a fissarla.
«Allora, buona giornata, ci vediamo nel pomeriggio.» Riaprì il frigorifero e ripose il frutto nel cassetto. Chiuse l’anta e andò verso di lei, si piegò e le lasciò un leggero bacio al lato della fronte.   
Michelle non ricordava da quanto non si salutavano così amorevolmente e sorpresa le disse: «Grazie.»
Osservò sua madre uscire dalla cucina e riprese a mangiare i suoi cereali.  
 

Michelle controllò l’orologio del cellulare e poi premette il campanello dell’abitazione dei Giller.

Aveva fatto un po’ più tardi a causa della chiacchierata con sua madre, ma era ancora in tempo per il saluto mattutino alla sua ragazza prima di raggiungere il liceo.
Dana le aprì la porta quasi subito. «Ciao, carotina.» Le stampò un bacio sulle labbra e si scostò per farla entrare. «È tutto a posto?»
«Sì, ho avuto la prima conversazione civile con mia madre dai tempi delle elementari.»
«Un grande cambiamento, cos’è successo di speciale?»
«Penso sia merito dell’incontro con la Prima Cacciatrice e mamma di Elliott, ricordi del sogno di cui ti ho parlato?» Michelle abbassò il tono di voce, non sapeva se Zec fosse ancora in casa e non era sicura avesse fatto parola di quell’esperienza alla sorella. «A proposito, qui da te come procede?»
Dana abbozzò un sorriso. «Meglio di quello che mi aspettavo. Non mi piace essere prigioniera in casa mia, però stare vicina a mia madre non è tanto male.»
Entrambe ammutolirono udendo i passi di qualcuno e poi videro Leslie Giller andare loro incontro nell’ingresso. «Oh Michelle, sei tu. Sei gentile a passare ogni mattina» la salutò la donna. «Magari oggi riesci a convincere mia figlia a ritornare a scuola.»
«È ancora presto mamma, quando sarò pronta riprenderò. Te l’ho promesso» rispose Dana.
Michelle ricordò che la signora Giller non sapeva del blocco che Zec aveva imposto a Dana e le impediva di uscire di casa.
«Però potreste andare fuori qualche pomeriggio, magari al cinema» replicò Leslie.
«Lo faremo, signora» intervenne Michelle. «Per ora Dana preferisce recuperare il tempo perso con lei e rispetto la sua decisione.»
«D’accordo, non insisto, però per te sono Leslie, non signora.»
«Giusto.» Michelle sorrise imbarazzata e osservando la donna che le sorrise a sua volta, notò che qualcosa nel suo aspetto era cambiato, era più curato. I capelli corti erano pettinati all’indietro e non indossava più la tuta grigia che le aveva visto i primi giorni che era passata a trovarla. Ora portava una maglia color pesca con le maniche lunghe e un paio di pantaloni di cotone verde. E qualcosa nel suo viso le dava un’espressione più serena.
«Va bene, ora basta con le chiacchiere inutili, abbiamo alcune faccende da sbrigare.» Dana si avvicinò alla madre e le posò le mani sulle spalle. «La lavabiancheria è aperta, comincia a tirare fuori le lenzuola e io ti raggiungo tra un attimo.»
Leslie annuì. «Certo. A presto Michelle.» Poi si allontanò verso il corridoio.
«Quindi stai diventando una brava casalinga» scherzò Michelle.
Dana fece spallucce. «Inganno il tempo e chissà… potrebbe tornarmi utile per il futuro con te.» Le fece l’occhiolino con un pizzico di malizia.
Michelle riconobbe in quel gesto la ragazza che aveva sempre conosciuto. «Sembri più… tranquilla.»
«Ammetto che stare con mia madre è più piacevole di quanto mi aspettassi. E forse questa situazione non è solo negativa.»
Zec arrivò silenzioso nel corridoio, fece un cenno di saluto con la testa ad entrambe ed uscì di casa.
«Purtroppo non credo che l’esperienza in comune nel sogno gli abbia fatto bene come a te» commentò Dana.
Michelle ripensò all’espressione vista di sfuggita sul volto del ragazzo. «Già, non sembra diverso dall’ultima volta. Però rimedieremo.»
«In che modo?»
«Non  lo so ancora di preciso, ma so a chi rivolgermi.»
«Mi fido di te» rispose Dana sorridendo. «Vai anche tu, o farai tardi. E anche io: mia madre mi aspetta.»
Michelle la baciò sulle labbra, aprì la porta della casa e uscì. Doveva affrontare un’altra conversazione importante e non voleva rimandarla.
 

A fine lezioni, Michelle si diresse decisa all’aula multimediale. Era certa di trovare Billy lì e anche se avrebbe potuto avvicinarlo durante la pausa pranzo o tra una lezione e l’altra, aveva preferito aspettare e  ritrovarsi in un posto riservato in cui parlargli con calma.

Era a pochi passi dalla porta accostata dell’aula e sentì la voce di Kenny dall’interno.
«Ecco spiegato chi fosse in realtà, però è strano che la verità su di lei non l’abbia vista in uno dei miei sogni premonitori.»
«Probabilmente perché era una faccenda privata» commentò la voce di Kerry. «E la madre di Elliott è riuscita a tenere tutto segreto. Grazie per averlo condiviso anche con noi.»
«Era giusto che ne foste al corrente.»
Ascoltando le parole di Billy, Michelle realizzò che aveva raccontato ai gemelli Wood delle rivelazioni sulla Prima Cacciatrice.
«Mi dispiace per quello che Elliott e anche tu hai passato.» Era di nuovo Kenny a parlare. «È qualcosa che possiamo capire, anche se per motivi diversi.»
«E ti dobbiamo delle scuse, o almeno io.» Il tono di Kerry si addolcì. «Ho giudicato le motivazioni di Elliott senza conoscerle e ti ho rivolto accuse ingiuste, in fin dei conti mi sono comportata come lui e volevo sfruttare il suo potere per le stesse ragioni. Mi dispiace.»
A quel punto Michelle si mosse d’istinto, aprì la porta e rivelò la sua presenza. Osservò le tre paia di occhi puntati su di lei. «Non volevo ascoltarvi, stavo cercando Billy.»
Il ragazzo le rivolse un sorriso incerto. «Vieni, avevi bisogno di me?»
Michelle avanzò nella classe e si appoggiò a un tavolo, intravedendo il suo riflesso in uno degli schermi spenti dei PC. «Sì… ecco… dovrei parlarti…»
I gemelli e l’amico rimassero a guadarla in silenzio, rimanendo seduti sulle sedie intorno a un banco. Michelle pensò di essere una stupida: era andata fin lì per una ragione, ma era come bloccata, si vergognava ad andare fino in fondo perché lei e Billy non erano da soli.
«Per noi è ora di tornare a casa» disse Kerry, alzandosi dalla sedia e facendo un fugace sorrisetto.
Kenny la fissò inarcando un sopracciglio.«Ma no, non c’è nien…»
La sorella lo tirò su a forza dalla sedia.  «Quello che devono dirsi non sono affari nostri.»
Michelle le fu grata. Aveva capito il suo imbarazzo. Quando le passarono accanto per uscire dall’aula, le mimò un grazie con le labbra. Se Kerry lo notò, non le diede risposta.
«Stai bene?» domandò Billy, mettendosi in piedi. «È tutto a posto? Il mo senso del soprannaturale non ha pizzicato.»
Michelle lasciò cadere lo zaino per terra,  gli andò incontro e lo strinse in un abbraccio.
Lui rimase fermo e stupito dal gesto.
Allontanandosi e liberandolo dalla stretta, gli disse: «Mi dispiace per tutto quello che hai passato con tua mamma. È come hanno detto i gemelli, se mi fossi trovata nella tua situazione, cioè di Elliott, anche io avrei ceduto e magari fatto tutto questo.»
«Ti ringrazio, ma non devi scusarti di niente» Billy le poggiò la mano sulla spalla. «Non sapevamo cosa avesse scatenato il sogno da Bocca dell’Inferno, eppure hai accettato di stare dalla mia parte e di combattere le assurdità con me.»
«Voglio continuare a farlo»  gli disse seria. «Rimetteremo insieme la nostra gang, è come ha detto tua madre: stare insieme, trovarci, mi ha dato speranza, non so spiegarlo, ma mi sento più forte sapendo che ci siete voi con me.»
«Sei diventata forte da sola» replicò Billy. «Sei cambiata da quando ci siamo conosciuti, forse dovevi solo avere vicino qualcuno che ti appoggiasse. E anche io ho sbagliato a non considerare il tuo desiderio di aiutare Dana. Però ti aiuterò.»
«In realtà Dana non è tanto in pericolo come pensavo» ammise. «Prima dobbiamo concentrarci sugli altri.»
«Giusto e la nostra strategia sarà dimostrare loro che qualunque problema Hart Wyngarde ha portato a galla, hanno il nostro sostegno per affrontarlo.»
Michelle annuì. «Ovviamente inizieremo da Zec.»
Billy scosse la testa. «A questo punto ho capito che lui era una mia priorità in quanto mio ragazzo, ma non per il bene del gruppo.»
«Avevi  detto che più tempo era sotto l’influsso di Hart e più rischiavamo di perderlo nell’oscurità. Questo non lo mette in cima alla lista?»
«Per strapparlo a Oscurità Maggiore, dobbiamo essere di nuovo una Scoobie Gang » rispose Billy. «E come quando ci siamo separati per la cotta non corrisposta di Betty a me, ci vuole qualcuno abbastanza testardo da lottare per riunirci.»
Michelle non impiegò molto a ricordare a chi si era appoggiata in quell’occasione per ricucire i rapporti.  «Donovan.»
«Esatto. Lui ha deciso ufficialmente di separarci e non sappiamo cosa lo ha spinto a rompere con Betty. Aiutandolo, lo riporteremo da noi.»
Il suo ragionamento aveva senso, ma Michelle sapeva che non sarebbe stato affatto facile. La caparbietà di Donovan poteva essere un’arma a doppio taglio.
 
 

                                                                 Continua…?

lunedì 16 marzo 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 107

Sorge Oscurità Maggiore 32: La Donna Dietro la Cacciatrice

 

«Questa donna, la Prima Cacciatrice, è la madre di Billy?» domandò Zec spostando lo sguardo da una all’altro.

«Sarebbe più corretto dire che è la madre di Elliott» rispose Betty.
«Puoi spiegarci cosa sta succedendo?» chiese Donovan spazientito.
Billy rimase fermo a fissare l’anziana signora davanti a lui: i capelli bianchi striati di grigio, il fisico non minuto, ma nemmeno troppo corpulento, l’altezza di una decina di centimetri inferiore a quella di lui. Indosso aveva la camicia di lino rosata e i pantaloni di cotone felpato nero, come nell’ultimo ricordo che aveva di lei sana.
«Lei è Gillian, la madre di Elliott e quindi la mia» confermò, senza staccarle gli occhi di dosso. «Dopo la rottura del nostro gruppo, ho sentito di sprofondare nel vuoto e lei, come Prima Cacciatrice, mi ha fatto comprendere che queste stesse sensazioni hanno guidato Elliott verso il sonno.»
«Riguardano i tre frammenti di ricordo?» domandò Michelle. «Cosa hai scoperto?»
«Elliott ha ceduto al desiderio di dare sfogo al suo potere dopo la morte di sua madre. Aveva una malattia neurodegenerativa che ha distrutto i suoi ultimi anni di vita ed Elliott ha perso la speranza, rimproverandosi di non aver potuto far nulla per aiutarla» raccontò. «Adesso ricordo quel periodo.»
«Questo è il suo errore» intervenne Gillian. «Elliott ha fatto tutto quello che ha potuto, anzi di più e la mia presenza qui ne è la prova.»
«Cosa vuoi dire?»
Gillian si piegò e raccolse dal pavimento la Falce. Tenendola con entrambe le mani, la calò piano davanti a sé, tagliò l’aria e la camera di Elliott si accartocciò per poi distendersi in un ambiente differente.
Billy osservò lo scenario mutare e insieme ai suoi compagni si ritrovarono in un salone, di fronte  a loro c’era Gillian, con addosso una vestaglia bordeaux da cui si intravedevano i pantaloni color panna di un pigiama, seduta su un divano blu con accanto Elliott. Vicino al divano un tavolino rotondo e a una decina di passi un ampio balcone.  
«È un altro ricordo, giusto?»  suggerì Zec.
La Gillian con la Falce annuì e si accostò a loro.
«È nella fase di peggioramento della malattia» spiegò Billy. «Elliott non riusciva più a convincerla a vestirsi.»
Osservarono Elliott porgerle il palmo aperto con una pastiglia rosa e reggere con l’altra un bicchiere colmo d’acqua.
“Coraggio, mamma. La metti in bocca e con l’acqua la ingoi” disse Elliott
“No” replicò la donna, allontanando la mano.
“È la tua medicina. Dopo che l’hai presa, guardiamo la televisione insieme. Magari troviamo uno dei film che ti piacciono.”
“Non la voglio!” ribadì Gillian alzando al voce. “Non voglio neanche stare qui! Voglio tornare a casa mia!”
Billy si strinse il busto con le braccia. «Assisterla era doloroso, ogni giorno di più. Ma quando anche i farmaci non facevano più effetto… era impossibile, Elliott non sapeva… io non sapevo più cosa fare.»
Elliott appoggiò pastiglia e bicchiere sul tavolino rotondo alla sua sinistra. “Tranquilla, mamma è tutto a posto. Sei a casa, con me. Sono Elliott.”
“No, Elliott è un bambino piccolo. Devo tornare da lui.”
Gillian scattò in piedi, Elliott fece altrettanto e le prese il braccio destro, lei lo spinse indietro e si divincolò, facendo cadere il figlio di nuovo sul divano.
«Cosa le prende?»  chiese Donovan
«È per colpa della sua malattia… credo si tratti di Alzheimer» rispose Betty.
Billy deglutì a fatica. «Sì, i suoi ricordi erano mischiati, non riconosceva più la casa, me… era straziante e anche spaventoso. Poteva farsi male e non sapevo come tenerla al sicuro.»
Gillian corse verso il balcone. “Voglio uscire, devi farmi uscire!”
Elliott le fu dietro, la superò e si parò davanti a lei, per impedirle di arrivare alla maniglia della porta.
“È tutto a posto. Non puoi uscire. Sei al sicuro.” Elliott tremante provò ad allungare la mano verso di lei.
Gillian gli afferrò entrambi i polsi e lo strattonò. “No! Fammi uscire! Fammi uscire!”
Madre e figlio si agitarono in un movimento convulso, che mise a dura prova la capacità di Elliott di restare in equilibrio.
Michelle si sfiorò il labbro inferiore con le dita della mano sinistra. «Oh no… povero Elliott… ma dove trova tutta quella forza una donna anziana?»
«Non ne era consapevole, la malattia alterava anche le reazioni del suo corpo» rispose Billy con voce flebile. «Lei non si rendeva conto di cosa succedeva… però in concreto io non sapevo come gestirla…»
“Mamma basta!” urlò Elliott.
“Allora fammi andare via!”
“Non posso.”
“Si puoi!” Gillian staccò le mani dai polsi del figlio e chiudendole, iniziò a colpirlo con dei pugni sulle braccia e sul petto. “Sei cattivo! Cattivo! Cattivo!”
Elliott chiuse le braccia davanti al petto per pararli e indietreggiò, mentre sua madre continuava a picchiarlo, procedendo verso il balcone. Poi sul suo volto si dipinse il panico e subito dopo, con un gesto rapido, posò le dita di entrambe le mani sulle tempie della donna.
Donovan si sporse in avanti. «Cosa le sta facendo?»
«Sta usando i poteri psichici» rispose Billy. «La mente di sua madre era in frantumi e anche se aveva promesso a Nicole di non usare mai più i suoi poteri, in quell’istante la infranse. Sperava di curarla.»
Betty lo osservò dubbiosa. «Ne sei sicuro?»
«È proprio così» disse Gillian. «Queste erano le sue intenzioni.»
La Gillian in vestaglia si zittì e si immobilizzò. Gocce di sudore si diffusero sulla fronte di Elliott, mentre il suo sguardo era fisso sulla madre anche se sembrava perso altrove.
“Elliott… tesoro, cosa succede?” Gillian accarezzò le dita del figlio.
Elliott ritrasse le mani e chiese titubante: “Mamma, sai chi sono?”
“Certo: sei mio figlio. Ti senti bene?”
“Ho bisogno di sedermi.”
Gillian prese il figlio sottobraccio e lo accompagnò verso il divano. Quasi in un ribaltamento dei ruoli, era lei di colpo ad assistere lui.
«Ce l’ha fatta» fece Zec.
«Aspetta» replicò Gillian.
Seduto a fianco della madre, Elliott le accarezzò la guancia sinistra. “Cosa ricordi degli ultimi giorni?”
Gillian rifletté qualche istante. “Sono un po’ confusa. Ricordo il dottore e la visita per degli accertamenti sui miei vuoti di memoria.”
“È successo due anni fa…” sussurrò Elliott. “Non importa, come ti senti adesso? Riconosci questa casa?”
“Certo, è casa nostra e sto bene, è come svegliarsi dopo aver fatto un lungo sogno. Però mi preoccupi tu: non hai una bella cera. Non nascondermi la verità, sono anziana, ma sono la tua mamma. Puoi raccontarmi tutto.”
“È tutto a posto.” Elliott le sorrise. “Abbiamo passato un brutto periodo però ora che stai bene, non importa nulla. Sono cont…”
“Bene, allora possiamo andare a casa” lo interruppe Gillian.
Elliott rimase impietrito a guardarla.
“Forza, sei un ragazzo gentile, accompagnami a casa da mio figlio e mio marito. Mi stanno aspettando.”
“Mamma… mi hai appena detto che sono io tuo figlio…”
“No, mio figlio è piccolo. Non so neanche il tuo nome.”
Elliott scosse la testa. Le lacrime gli scivolarono fuori dagli occhi di colpo. “Non è servito a nulla.”
“Non devi piangere, ti porto con me” continuò Gillian. “Però sbrighiamoci, prima che i signori che vivono qui ritornino.” Si alzò dal divano e tirò la manica della felpa di Elliott per esortarlo a fare lo stesso.
«Basta! Non voglio più guardare» urlò Billy.
La scena si bloccò come sotto l’azione di un fermoimmagine.
Tutti i suoi compagni si voltarono a fissarlo.
«Non volevo farti soffrire ancora» disse Gillian. «Però questo pezzo del tuo passato, durante la mia malattia, era necessario per spiegare il resto.» 
«In che modo?» domandò Billy.
Gillian fece un passo davanti a lui e gli prese la mano destra con quella libera dalla Falce. «Come hai visto poco fa, hai cercato di curarmi e in quel contatto tra le nostre menti una frazione della mia si è rifugiata nella tua. In quei pochi istanti di sanità, ho desiderato restarti accanto per sempre, la tua abilità me lo ha concesso e in un certo senso l’ho fatto.»
Michelle inarcò un sopracciglio. «Se in tutto questo tempo una parte di lei era con Billy… cioè Elliott, perché non lo ha fermato quando si è rinchiuso nel sonno?»
Gillian le sorrise comprensiva. «Sono solo un minuscolo frammento, non potevo agire sulla sua volontà. Però, quando ha dato sfogo alle sue abilità mentali, ho sfruttato anche io quella capacità. Ho preso la forma della Prima Cacciatrice perché dai ricordi di mio figlio mi è sembrata la personificazione più vicina a qualcuno in grado di guidarlo e proteggerlo e nel limite delle mie possibilità ho portato avanti la mia missione fino a oggi.»
Billy strinse ancora più forte le dita della donna tra le sue. La pelle un po’ grinzosa e le ossa sottili sotto il suo tocco gli sembrarono reali anche in quello strano sogno. «Perché non ti sei mostrata così, nel tuo vero aspetto?»
«Non mi avresti riconosciuta. Nel liberare questa parte di sé che sei tu, Elliott aveva rimosso ogni ricordo della verità.»
«Quindi, quando come Prima Cacciatrice mi hai detto di abbracciare la morte, in realtà intendevi…»
«Di accettare la mia morte» intervenne lei. «Speravo ti aiutasse a ricordare e così intervenire sul sogno di Elliott.»
«Comunque, il suo tentativo ha avuto un effetto positivo» disse Billy. «E aveva ragione: se avesse esercitato i suoi poteri negli anni, avrebbe potuto curarti.»
Gillian scosse la testa rammaricata. «Non c’è nessuna certezza e non credo potesse fare più di quello che hai osservato. È una malattia e Elliott solo un uomo.»
Betty si schiarì la voce. «Cosa c’entriamo noi con tutto questo? Perché ci ha trascinati qui?»
«Come vi ho già detto, volevo che sapeste la verità sulla Prima Cacciatrice e ormai non mi resta energia per mantenere quella forma, con quel poco della mia forza mi accoccolerò nei ricordi di mio figlio» spiegò Gillian. «Ho un’ultima raccomandazione: ritrovatevi. Qualunque dolore stiate affrontando, non escludetevi. Riunirvi è stata una forma di rinascita, farvi incontrare, significava darvi speranza. È così che potete mantenerla viva. Questa è la vera arma contro Oscurità Maggiore.»
La donna sollevò la Falce sopra la testa e la lama dell’ascia brillò.
Betty, Donovan, Michelle e Zec scomparvero.
Billy allungò un mano verso la madre.
Gillian sorrise, sfiorò la punta delle sue dita e si dissolse in luccichio bianco e argento.
La Falce cadde in terra con un clangore.
Billy spalancò gli occhi.
Si mise a sedere quasi sul bordo del letto. Era sveglio. Tastò il materasso in cerca della Falce e non trovandola, abbassò lo sguardo, scorgendola accanto al piede destro, si chinò e la raccolse.
«Grazie, mamma.»
Billy strinse l’arma al petto. Non si sarebbe arreso, avrebbe ricominciato a lottare. E ascoltando il consiglio di sua madre, si sarebbe ripreso tutti i suoi amici.
Adesso era Hart Wyngarde a dover temere lui.
 
 

                                                             Continua…?