lunedì 2 febbraio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 104

Sorge Oscurità Maggiore 29: La Lunga Discesa nell’Oscurità (1°parte)


Michelle strinse il braccio intorno alla spalla di Dana e lanciò uno sguardo all’interno del Bronze Dust. A parte le sedie abbandonate qua e là, i tavoli con sopra piatti e cestini dal cibo mezzo consumato e avanzi di bibite nei bicchieri, non sembrava lo scenario finale di una battaglia tra fratelli.

«A quanto pare non ho scelta.» Dana la guardò con un sorriso tirato.
Michelle avrebbe voluto risponderle che c’era un’alternativa, l’avrebbero trovata insieme, ma non credeva nemmeno lei a quelle parole. Eppure, la remissività della fidanzata la sbalordiva.
«Hai paura?» le domandò. «Credi che se non lo assecondi, possa farti di peggio?»
«No, non le farà del male fisico» replicò Billy. «Nel profondo Zec sa che questa è la punizione più grande che poteva infliggerle. E lo sai anche tu, Dana.»
Lo stridio dei piedi della sedia sul pavimento li fece voltare verso Donovan. «Come fai a esserne tanto sicuro? E restare così tranquillo.» Si alzò in piedi e andò a una spanna da Billy. «Zec è andato. Ora è un minion di Hart. Per te non fa differenza perché siete la stessa… cosa! Però non hai idea di cosa può spingerlo a fare.»
«Non è stato Hart. Zec ha scelto da solo» rispose Betty. «Probabilmente Hart ha trovato il punto giusto su cui fare presa, ma non si può colpevolizzarlo di tutto.»
Osservando come restava immobile a qualche centimetro da terra, ancora nella forma intangibile, Michelle ebbe la sensazione che l’amica non stesse parlando solo di quello che era appena successo. Quasi fosse un riferimento a una faccenda che la coinvolgesse direttamente insieme a Donovan, inoltre tra loro sembrava ci fosse una questione irrisolta.
«Anche io sono convinto sia così» intervenne Billy. «E non sono affatto tranquillo, sono preoccupato per Zec. Dobbiamo fare qualcosa, non so bene cosa, ma non possiamo lasciare che passi troppo tempo con Hart, altrimenti non potremmo più riportarlo indietro.»
Donovan aprì le braccia unite a X spezzando l’aria davanti a sé. «Ormai Zec ha preso la sua decisione, è inutile che fingiamo di poterlo aiutare. Quel che è fatto è fatto.»
«Tipico di te» ribatté Betty, senza scomporsi. «Getti subito la spugna. La via più semplice è quella che ti fa comodo, quella in cui non devi affrontare il problema.» Si mosse sorpassandoli uno a uno, diretta verso l’uscita camminando nell’aria. «Forse Zec non ha tutti i torti ad aver agito in questo modo» disse, allontanandosi fuori dal locale.
Donovan emise un verso simile a uno sbuffo e un’imprecazione menzionata a metà. Poi, a sua volta, procedette  con passo deciso e spedito oltre le porte spalancate, abbandonando il Bronze Dust.
Michelle era convinta più di prima che ci fosse dell’altro in ballo tra quei due, ma non era il momento di pensarci.
Dana si scostò dal suo abbraccio. «Siete davvero messi male e io devo andare. Sarà lunga, perché non posso più trasportarmi con il fumo demoniaco.»
Michelle udì il tremore nella sua voce. Era sconvolta, anche se tentava di mantenere la sua spavalderia. «Ti accompagno. E ne parliamo.»
Billy si fermò di fronte a loro. «Aspettate… e Zec?»
«Mi dispiace, ma ora devo occuparmi di Dana.» Michelle prese la mano destra della ragazza, lo scansarono e si avviò con lei lungo il pavimento di linoleum.
A pochi passi dall’uscita, si girò e guardò Billy. Leggeva la delusione e il rammarico sulla sua faccia e stava male all’idea di lasciarlo in quello stato, ma in realtà stava agendo anche per lui.
Presentarsi con Dana a casa della sua famiglia, le avrebbe dato la possibilità di capire se c’era davvero una speranza per strappare Zec dall’oscurità.
 

Camminando una di fianco all’altra, Michelle notò che Dana continuava a fissarsi i vestiti e alzare le braccia per controllarle. Si tastò un paio di volte anche le orecchie, sfiorando con i polpastrelli i piercing e spinse indietro i capelli lunghi e castani.

«Non sono abituata ad averli sciolti» disse, li intrecciò fino a formare una crocchia, ma poi si accorse di non avere nulla con cui fermarli e li fece ricadere fino a poco sopra la metà della schiena.
«Scusa non ho elastici, o altro.» Michelle si sentiva inutile in quella situazione e non sapeva cosa dire per tirarle su il morale. A ripensarci, non sapeva nulla di preciso sulle accuse di Zec alla sorella, o di quanto fosse passato dalla sua fuga. «Non vedi da molto tua madre?»
«Un anno e mezzo» rispose.
«Con i tuoi ex-poteri, non sei mai andata a dare una sbirciatina?»
«Non ne avevo il coraggio. Avevo paura dell’effetto che mi avrebbe fatto trovarla in quello stato.»
«Quindi sapevi che stava male.» Michelle la fissò confusa. Aveva un ricordo diverso delle sue motivazioni, dette la prima volta che l’avevano incontrata a scuola come demone da musical. «Avevi parlato di come tua madre volesse decidere del tuo futuro, ma se era malata, non era nella condizione di farlo.»
«È una versione della verità.»
Ricordando la canzone, Michelle pensò che combaciava, ma voleva sentirselo dire da lei. «Non ti giudico, ormai lo sai, però vorrei mi chiarissi questa storia. Hai voglia di raccontarmi come è andata?» 
Dana abbassò lo sguardo sui jeans slavati. «Dopo la morte di papà, mamma ha iniziato ad avere sempre più giornate negative. In principio era di malumore, mi criticava, poi è diventata l’opposto. Si sentiva spesso stanca, svogliata, non era più lei. Se ne accorse anche Zec e me lo disse, ma lo ignorai. Se avessi preso in considerazione il problema, avrei anche dovuto affrontarlo ed era doloroso e pesante. Accettarlo significava cambiare i miei progetti, dovermi focalizzare su quella situazione.»
«Quindi quello che Zec ha cantato… insomma non era esagerato…»
«Quello è solo il suo punto di vista. Per lui può essere diventata una vita dura da quando me ne sono andata, ma per me lo era già. Mi sentivo in trappola prima che l’esaurimento di mamma fosse evidente e…» Dana alzò gli occhi puntandoli nei suoi,  «Sì, lo ammetto, ho cercato di trovare un modo per cambiare la mia vita in meglio, prima di venire inglobata dal dramma. Per la miseria, ero confusa!» 
«Calmati, non ti sto facendo un processo.»
«Scusa… mi sto ancora abituando a non avere vie di fuga… a essere solo una ragazza e non una demone tosta.»
«Sei sempre tosta. E non devi scappare più, ci sono io con cui puoi affrontare tutto.» Un po’ incerta, Michelle si sporse e la baciò sulla guancia.
«Grazie e non voglio dire di essere perfetta, però non mi sento in colpa per aver pensato a me stessa.» Dana allargò le labbra in un sorriso amaro. «Adesso sarai d’accordo con mio fratello.»
«Non mi è piaciuto come ti ha privato dei poteri e nemmeno il suo ultimatum» ammise. «Ma capisco le sue ragioni e anche le tue. E al di là di tutto si tratta di tua madre. Per quanto non sia il massimo la mia, non credo che la lascerei così...»
Dana  aggrottò la fronte. «Ho capito bene? Mi stai dicendo che mi merito questa punizione?»
«No, ti dico di concentrarti su tua mamma. Ora deve essere lei la tua priorità, ha bisogno di te. Il resto prova… ecco… a lasciartelo alle spalle. Almeno per adesso.»
L’altra la osservò per qualche istante. A Michelle parvero minuti dilatati, soprattutto perché non riuscì a interpretare lo sguardo. Poi intrecciò le dita della mano sinistra nelle sue di quella destra.
«Ci proverò. Si va in scena.» Dana indicò con l’indice libero la porta marrone con la toppa della serratura grigio scuro, a pochi passi da loro. «Casa, obbligatoria, casa.»
Avanzarono insieme e Dana bussò all’uscio.
La porta si aprì all’istante e Zec comparve con un sorriso all’apparenza naturale. «Tempismo perfetto, stavo giusto parlando di voi. Entrate.»
Michelle li seguì chiudendo la fila e si tirò dietro al porta. Lo stretto ingresso li immise in un salottino con un divano e una poltrona e un televisore poggiato su un tavolino.
Una donna con una tuta grigio chiaro e i capelli castano scuro corti era seduta sulla poltrona. Guardava senza interesse lo schermo spento poi, al loro arrivo si tirò in avanti e sollevò gli occhi, sbattendo le palpebre.
«Dana…» sussurrò con una voce roca.
Zec le andò accanto e si accovacciò alla destra della poltrona. «Hai visto mamma? Te lo avevo detto che oggi avresti avuto una bella sorpresa.»
La donna si alzò lenta, camminò e si posizionò davanti alla figlia.
«Mamma… io… ecco…» Dana si morse il labbro inferiore.
La madre le buttò le braccia al collo e la strinse al suo petto. «Sei tornata. La mia bambina è tornata.»  Anche se il tono non subì alcun tremito per l’emozione, una coppia di lacrime le scese dagli occhi socchiusi, correndo lungo le guance.
Michelle avvertì un groppo in gola. Quella scena era dolceamara. Osservò Dana e dopo un primo momento di smarrimento, le vide avvolgere a sua volta il corpo esile della madre con le braccia, abbandonando la testa nell’incavo tra il collo e la spalla della donna. Spostò lo sguardo su Zec e con sua sorpresa lo vide sorridere sollevato. Non sembrava lo stesso ragazzo vendicativo che qualche ora prima aveva strappato alla sorella i suoi poteri, godendo nel farlo.
«Dove sei stata tutto questo tempo?» domandò la donna, accarezzando i lunghi capelli della figlia. «Sei più alta, ma sei magra. Mangiavi? Sei stata bene?» Poi si bloccò di scatto e la scostò piano. «Hai i capelli sciolti. A te non piace tenerli così.»
«È vero. Ho perso il mio elastico» inventò Dana.
«In questo non è cambiata. Perde sempre tutto». Zec si fece avanti, sollevò sul polso destro la manica della felpa, rivelando un elastico viola. Lo fece scivolare lungo la mano e lo porse alla sorella. «Tieni, così puoi legarli.»
Dana lo accettò, guardandolo confusa e si raccolse i capelli per legarli nella coda di cavallo.
«Ora mamma però devi mangiare qualcosa e prendere le medicine.» Zec afferrò con delicatezza l’avambraccio della madre e la ricondusse verso la poltrona. «Dana è tornata per restare e potete chiacchierare mentre ceni. A pranzo non hai toccato cibo e anche Kathryne era preoccupata.»
«Kathryne Perry?» domandò Dana. «Adesso vive con voi?»
Zec scosse la testa. «No, mi aiuta a badare alla mamma. Ora potrà prendersi una pausa e venire meno spesso, ci sarai tu ad aiutarmi.»
La madre si lasciò far riaccomodare sulla poltrona e disse: «Allora è vero che rimani a qui. Ma dove sei stata per tutto questo tempo?»
«È stata ospite a casa di Michelle» rispose Zec, indicandola con un cenno. «È una nostra cara amica, quando ha capito che Dana aveva bisogno di tempo per schiarirsi le idee, la ha accolta in casa con i suoi genitori. Ed è stata sempre lei a convincerla che era tempo di tornare da te, per non farti più preoccupare.»
La donna la guardò come se notasse solo in quel momento la sua presenza nella stanza.  «Che cara ragazza, sei proprio una brava figlia e una buona amica.»
Imbarazzata, Michelle sorrise. «Grazie, signora Giller.» Si sentiva a disagio, non si aspettava di venir coinvolta da Zec nella bugia per giustificare l’assenza di Dana e di sicuro non prevedeva che le attribuisse il merito di averla convinta a tornare.
«Chiamami pure Leslie» replicò sorridendole a sua volta. «Sedetevi» le invitò.
Michelle non sapeva come comportarsi, ma Dana le afferrò la mano obbligandola ad accomodarsi con lei sul divano.
«Fatele compagnia, mentre riscaldo la cena» disse Zec, sparendo nella stanza in fondo al salotto.
«No, non ho voglia» si lamentò Leslie Giller. «Zec! Non perdere tempo in cucina.»
Dana le prese gentilmente la mano destra nelle sue. «Dai mamma, non puoi saltare sempre i pasti. Me lo dicevi anche tu.» Dana si sforzò di sorridere. «So che ti sembra tutto difficile, ma devi provarci.»
Leslie la fissò con sguardo stanco: l’energia della gioia di averla riavuta era come esaurita in un colpo solo.  «Però dovete cenare anche voi.»
Dana rimase interdetta.
«Certo, mangiamo tutti insieme come una volta.» Zec ritornò dalla cucina con un largo vassoio stretto nelle mani. Sopra c’erano tre piatti fumanti, tre bicchieri, tre forchette e una bottiglia di plastica d’acqua. Si piegò e lo appoggiò sul tavolino, davanti al televisore. Mise una forchetta accanto alla porzione di lasagna e porse il piatto alla madre. «Le ha preparate Kathryne prima di andare via. Le ho detto che sarebbe stata un’occasione speciale.»
Leslie afferrò il piatto senza fare storie. «Che gentile.» Sollevò poi il capo e guardò Michelle. «La vostra amica può fermarsi qui a mangiare con noi.»
«Veramente io non so se…» Michelle non voleva abbandonare Dana, ma si sentiva fuori luogo in quella situazione e non voleva nemmeno far innervosire Zec.
«Penso che abbia altri impegni» rispose Dana, scambiandosi un’occhiata con lei. Le sorrise e annuì, leggendole sul volto il disagio.
«Sì, i miei genitori mi aspettano» replicò prontamente.
«Ci organizzeremo per un’altra volta.» Zec sorrise alla madre e le verso l’acqua in un bicchiere. «Dana, accompagnala tu. Ci vediamo a scuola, Michelle.»
Michelle si alzò dal divano e lo guardò annuendo. Sembrava tornato il ragazzo di sempre. Nulla di quello che aveva detto, o fatto nel tempo in cui era rimasta in casa, le aveva fatto pensare che fosse stato corrotto da Oscurità Maggiore. Forse non era così grave e c’era ancora una possibilità.
Dana si alzò a sua volta. Leslie allungò il braccio e le strinse il polso. «Torni qui, vero? Non mi lasci di nuovo?»
La ragazza si liberò con calma dalla presa. «Tranquilla, saluto la mia amica e vengo a cenare.» La spinse verso il corridoio e insieme si avviarono alla porta.
Michelle si girò per guadarla in volto. «Mi dispiace lasciarti così, però lui non s…»
Dana si mise l’indice davanti alle labbra in segno di silenzio e aprì la porta. «Parliamo fuori.»
Michelle varcò l’uscio e si fermò sulle pietre del viottolo.
La sua ragazza fece per imitarla, ma rimase bloccata all’interno. Provò una seconda volta: i suoi piedi rimasero entro il confine della casa. «Non capisco cosa succede!»
«Aspetta, provo a trascinarti con il mio potere.»
«Non farebbe differenza» annunciò Zec, comparso alle spalle della sorella.
Dana si voltò a guardarlo. «Cos’altro mi hai fatto?»
«Ti ho vincolato alla casa» spiegò lui. «Non puoi uscire di qui per nessuna ragione, almeno che non sia io a concedertelo.»
«Perché?» domandò Michelle spiazzata. «È tornata come gli avevi imposto.»
Zec sorpassò la sorella e si sporse all’esterno. «Non posso fidarmi. È già scomparsa senza lasciare traccia. Hart mi ha permesso di ampliare il mio potere e avere la sicurezza che non possa più farlo.»
«Ma così non potremmo più vederci!» Michelle era furiosa, il pensiero della donna indifesa all’interno la frenò dall’attivare le sue capacità da Poltergeist.
«Puoi passare a trovarla tutte le volte che vuoi, sei sempre la benvenuta in casa nostra» rispose Zec. «A patto che non cerchi un modo per svincolarla. In quel caso sarebbe spiacevole. Per tutti.»
Michelle passò in rassegna il viso del ragazzo e quello di Dana, incapace di reagire. Cosa doveva fare? Combattere per la sua ragazza significava metterla in pericolo.
«Zec! Dana!» urlò Leslie dall’interno.
Zec indietreggiò e avvolse con un braccio le spalle della sorella. «Andiamo. Mamma ci aspetta e la cena si raffredda.» Chiuse poi la porta.
Michelle rimase immobile. Era in preda alla confusione. Il suo amico aveva un comportamento contraddittorio: amorevole e gentile e allo stesso tempo crudele e vendicativo. Le ricordò Hart Wyngarde e capì che non avrebbe saputo dire se per Zec c’era una speranza di liberarsi dalla sua influenza.
 
 
                                                                       Continua…?

lunedì 19 gennaio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 103

Sorge Oscurità Maggiore 28: Il Canto Finale di Dana Giller

 

Dana incrociò le braccia sopra la testa. Il fumo viola si avviluppò intorno alla sua figura.

Riapparve davanti al tavolo, guardandosi disorientata intorno.
«Bel tentativo, Dana» disse Zec, sorridendo soddisfatto. «Questa volta il tuo biglietto “esco gratis dai guai” non funziona. L’invito non permette di lasciare la festa finché non lo dico io.»
«Vuoi giocare pesante, fratellino?» Dana gli scoccò un’occhiata di sfida. «Va bene! Ci sto!»
Zec conosceva quello sguardo. Fin da bambini se non seguiva le sue regole e non faceva quello che aveva deciso lei, scattava una rissa, o anche un semplice litigio e si concludeva sempre con la vittoria di sua sorella. Non questa volta. Era stufo di accondiscendere, mediare, trovare una soluzione non conflittuale, rinunciando a quello che era meglio per lui.
Billy scattò in piedi, abbandonò il divanetto e sorpassò il tavolo. «Ragazzi… Zec, non precipitiamo la situazione. Possiamo sistemare tutto senza fare scelte di cui pentirci.»  
«Fatti gli affari tuoi» gli intimò Hart Wyngarde. «Questa è una faccenda tra i due Giller.» Si scostò dalla schiena di Zec e smosse l’aria davanti a sé con la mano destra.
Billy fu trascinato all’indietro, si ritrovò di nuovo al suo posto, seduto dietro al tavolo.
«Devi restartene in panchina anche tu» ordinò Dana all’uomo.
Zec fece un passo verso di lei. «Non preoccuparti, non mi serve l’aiuto di nessuno.»
Hart gli schioccò un bacio sulla guancia, poi sorrise e si allontanò, appoggiando il busto allo schienale di una sedia, abbandonata lì accanto.
Dana sollevò le braccia, batté i palmi una volta e poi schioccò le dita due volte.
Per tutto il Bronze Dust, svuotato della clientela e proprietario e con solo loro sette presenti, si diffuse una musica familiare.
Zec ascoltò le prime note dell’introduzione e poi riconobbe la canzone. «Total Eclipse of the Heart di Bonnie Tyler. Scelta piuttosto azzeccata.» Osservò la sorella: era compiaciuta, ma la sua espressione mutò all’istante quando, all’attacco della canzone, scoprì di non avere il controllo.
Con lo stupore spalmato sul volto, Dana iniziò a dondolarsi, stringendosi le braccia rosso rubino al petto coperto dal top viola. Mentre le dita di entrambe le mani premevano sugli avambracci, fu costretta a cantare:
 
«Non mi guarderò indietro
Non mi importa se sei stato triste e solo
Dovevo pensare a me, al qui e ora.»
 
Zec incrociò le braccia sul petto e di sua volontà, intonò:
 
«Non ti sei guardata indietro
 
Dana abbassò lo sguardo e poi lo rialzò. Sapeva di non avere alternative e riprese:
 
«Mi sentivo imprigionata, in gabbia
Volevo trovare me stessa e la mia libertà
Non mi guarderò indietro
Volevo trovare me stessa e la mia strada
Senza rimpianti, prima di sprecare gli anni
Non mi guarderò indietro
Volevo trovare me stessa, superando la paura
E poi ho capito come farlo
 
La rabbia iniziò ad accendersi in Zec, come la piccola fiamma su un cerino. La verità che aveva sospettato e immaginato, veniva a galla. Così cantò:
 
«Guardami, occhi di demone
Guarda come mi hai fatto cadere
Guardami, occhi di demone
Guarda come mi hai fatto cadere
 
Dana si morse il labbro inferiore. Si sforzò con ogni fibra del suo corpo di resistere al suo stesso potere, ma come Hart Wyngarde, anche lui era riuscito a ritorcerglielo contro. E inerme cantò:
 
«Ho pensato solo a me
Ho scelto di scappare
Senza chiedere o ascoltare
Ti ho abbandonato a lottare
Della mamma ti dovevi occupare
Sul tuo senso di responsabilità ho scelto di puntare
 Questa è la verità, non posso negare
Il tuo affetto ho dato per scontato, di poter usare (poter usare)
Forse ho sbagliato, ora lo so, ma non si può cambiare
Indietro non si può tornare
Però possiamo ricominciare
Però possiamo ricominciare
 
Zec allargò le braccia. Il suo furore arrivò di colpo al culmine. I capelli si tinsero di nero. Gli occhi mutarono: senza pupilla e dalla sclera color petrolio. Vene nere sul viso e lampi scuri intorno al corpo.
Levitò a qualche centimetro del pavimento e cantò:
 
«C’è stato un tempo in cui ti avrei perdonato
Ma ora sono troppo deluso e amareggiato
Niente che dirai lo cambierà
Sono in un’eclissi nell’oscurità
In passato lo avremmo affrontato insieme
Adesso c’è solo spazio per rancore
Niente ti aiuterà
Cadi nell’eclissi nell’oscurità
 
Dana fu strappata dal terreno. Agitò braccia e gambe, senza poter far nulla per difendersi.
I lampi scuri di Zec le si abbatterono contro, correndole lungo tutto il corpo.
Michelle si alzò in piedi e spinse con forza contro il tavolo. «Lasciala Zec! Cosa vuoi farle?» Non riuscendo a muoversi, fece ricorso a sua volta al potere da Poltergeist. La trasformazione durò pochi secondi: i capelli passarono dal rosso al nero e tornarono subito al suo colore naturale, le vene scure non superarono le gote prima di ritrarsi e svanire, gli occhi non cambiarono per nulla.
«Per oggi l’oscurità è un’esclusiva di Ezechiel» annunciò Hart, rimanendo immobile.
Zec udì la conversazione, ma non gli interessò.
Era arrivato il tempo di pareggiare i conti.
Sofferenza per sofferenza.
«Zec!» urlò Billy. «Fermati!»
Zec si voltò a guardarlo. Scosse la testa. «Troppo tardi.» E riportò l’attenzione su sua sorella.
Sospesa a mezz’aria di fronte a lui, Dana non trattenne una lacrima dai suoi occhi verdi.
Nel Bronze Dust rimbombò il giro di batteria, la tastiera in sottofondo e gli intervalli degli scoppi simili a tuoni.
Con le braccia tese in avanti, Zec artigliò l’aria con le dita affusolate, le ripiegò verso l’interno del palmo e poi lentamente arretrò i gomiti. I lampi scuri presero a scorrergli lungo il corpo più rapidamente.
Dana si contorse ed emise lamenti di fastidio. Lampi neri le squarciarono i vestiti viola. Le orecchie a punta si accorciarono in comuni orecchie umane. I capelli castano scuro furono liberati dalla coda di cavallo e si scompigliarono intorno al volto. La pelle rubino sbiadì, la gradazione passò a un rosso tenue e poi divenne rosa, l’originale colorito da ragazza umana.
La musica si abbassò di tono e come se qualcuno ne avesse azzerato il volume, gradualmente si concluse.
Zec ridiscese a terra, posò i piedi sul pavimento e i lampi scuri si spensero dal suo corpo.
Dana atterrò davanti a lui. In ginocchio, aveva indosso una maglietta fucsia e un paio di jeans slavati. Si allontanò le ciocche di capelli dal volto, si guardò le braccia e poi alzò la testa. «Cosa mi hai fatto?»
«Ti ho tolto quello che per te era più importante» le rispose. «Non sei più la demone da musical. Sei solo Dana Giller: ragazza, sorella e figlia.»
«Perché?»
«Per ripagarti con la stessa moneta. Dopo che papà è morto, mamma ha avuto il suo esaurimento, è stato temendo e tu sei scappata via. Mi hai abbandonato. Poi ti ripresenti, sbattendomi in faccia di essere un demone e poter andare e venire a piacimento dalla tua dimensione infernale. Bé è il tuo turno di vedere tutto andare in fumo. Adesso sei costretta a vivere senza il futuro che ti eri costruita. Come tu hai fatto con me.»
Zec la superò e si rivolse ai suoi amici. «Siete liberi di andare. Volevo che vedeste di cosa sono capace e non intendo lottare con voi. Per quanto mi riguarda, tra noi non è cambiato nulla.»
«È un po’ difficile da credere» commentò Donovan.
Betty si sollevò dalla sedia, galleggiando a pochi centimetri dal terreno, dando l’impressione di stare camminando. «Penso che nulla sia più come prima.»
Michelle scivolò sul fondo del divanetto, gli passò accanto e raggiunse Dana. «Stai bene? Ti ha fatto male?»
Dana si appoggiò alle braccia della fidanzata, che l’aiutò a rialzarsi. «Non ho ferite, ma non saprei dirti se sto bene. Sono tornata una qualunque. E non so dove andare.»
«Verrai da me. Troverò una sc…»
«C’è un equivoco» la interruppe Zec. «Dana deve tornare a casa. Da nostra madre. Assumersi le sue responsabilità. Dato che non sono un mostro, ti do il tempo di salutare Michelle. Se entro le sei non sei arrivata, vengo a prenderti personalmente.»
Billy si alzò a sua volta dal divanetto e camminò verso di lui. «Zec, questo non sei tu.»
«Amore, questa è una parte di me.» Fece un passo in avanti e baciò Billy sulle labbra. «Il mondo è crudele, mi sono solo adeguato.»
Zec si voltò e tornò da Hart.
L’uomo lo accolse tra le braccia. «La mia offerta è ancora valida, se volete un aiuto per far emergere anche voi il vostro potenziale.»
«Ovviamente, Dana, tu sei esclusa» precisò Zec.
Lo sguardo della sorella fu carico di timore e un istante dopo lo fissò con rabbia.
Un velo di fumo nero lo avvolse insieme al suo compagno e non erano più lì.
 
  
                                                                       Continua…?

lunedì 5 gennaio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 102

Sorge Oscurità Maggiore 27: Total Eclipse in the Dark

 

Billy osservò Michelle temporeggiare con la cannuccia tra le labbra, seduta sul divanetto a poca distanza da lui, dietro il tavolo del Bronze Dust.

«Non te lo chiederei se non fosse un’emergenza» insistette per la quinta volta da quando si erano ritrovati nel locale quel sabato pomeriggio.
«È solo che mi ero ripromessa di non interferire nel loro rapporto familiare» replicò lei e risucchiò il residuo di Cherry Coke dal fondo del bicchiere, stretto tra le mani.
«Lo so, e anche io mi sono sempre tenuto fuori, ma ora la situazione è diversa.» Billy allontanò  da davanti a sé il suo bicchiere di Coca Cola, pieno ancora a metà, e il cestino di plastica rossa con le ultime patatine bruciacchiate. «Zec non è solo sconvolto, gli sta succedendo qualcosa. Il mio legame psichico con Hart me lo continua a far percepire. E non è un buon segno. Abbiamo bisogno di Dana e che lei si confronti con lui. Però se anche mi dessi il numero e provassi a chiamarla io, non si presenterebbe.»
«Ne sei sicuro? Vuoi provare?»
«Dai, Michelle, sappiamo tutte e due come è fatta.»
Michelle staccò le labbra dalla cannuccia. «Sì… però, per capire meglio, che genere di sensazioni hai?»
Billy sbuffò. Aveva provato a convincerla senza dover entrare nei particolari, perché lui stesso non sapeva come spiegarlo a parole. «C’è come un cambiamento, oppure una decisione che ha rimandato a lungo, non sono sicuro, ma avverto un forte senso di sentirsi incompreso, abbandonato e attirato dall’oscurità.»
«Hart  ha provato a far leva su qualcosa del genere anche con me.» Michelle rifletté ad alta voce. Per un secondo il suo sguardo fisso in quello di lui sembrò perso altrove. Infilò la  mano destra nella tasca dei pantaloni, estrasse il cellulare e richiamò un numero dalla rubrica. «D’accordo. Di solito dopo due squilli Dana compare dove mi trovo.»
Billy annuì. Era contento di averla convinta. Rimase a osservarla con lo smartphone posato sull’orecchio destro e fu sicuro che dall’altra parte gli squilli erano già più di quattro.
Anche Michelle cambiò espressione, aggrottando la fronte. «È strano. Non impiega così ta…»
«Carotina, ciao.»
Billy udì la voce gracchiante dall’apparecchio dell’amica.
«Ciao, avrei, cioè avremmo bisogno di parlarti. Io e Billy. Siamo al Bronze Dust.»
«Non è un buon momento. Sono un po’ impegnata.»
«Oh… ok, ma si tratta di Zec.»
Billy attese, però non udì nessuna replica.
Michelle lo guardò mordicchiandosi il labbro inferiore. «Ecco so che non vuoi discutere di voi due, ma potrebbe essere...»
«Zec è in pericolo» disse Billy ad alta voce.
«Arrivo.»
Questa volta il tono di Dana fu forte e chiaro.
Michelle fece appena in tempo a riporre il cellulare e un vorticare di fumo violaceo si manifestò alla sua sinistra, dissolvendosi in pochi secondi e rivelando l’ingresso della ragazza demone.
«Spero non sia un qualche stupido trucchetto da fidanzati per appianare le divergenze.» Dana lo guardò con gli occhi verdi decisi e l’espressione seria. Incrociò le braccia dalla pelle rosso rubino sul seno coperto dal top viola e rimase in piedi. «Non intendo discutere di quello che è successo ieri mattina in cortile.»
«Fa come vuoi, ma non ti ho mentito.» Billy sostenne il suo sguardo. Non aveva mai avuto una grande opinione di lei, ma era certo che il suo affetto per il fratello fosse sincero. «Zec sta correndo il rischio di finire nella trappola di Hart Wyng… Oscurità Maggiore. Sai che il mio legame psichico non sbaglia.»
Dana arricciò le labbra, poi fece un cenno a Michelle di spostarsi verso il ragazzo e prese posto sul divanetto a sua volta. «E quindi? Cosa ti aspetti da me?»
«Dovete parlarvi. Trovare un modo per riunirvi» disse Billy.
Dana si strinse nelle spalle. «Gli ho offerto più volte di venire da me nel mio regno infernale. Ci siete stati anche voi l’estate scorsa.»
«Bé non è proprio il posto ideale per schiarirsi le idee e ritrovare il legame fraterno» ammise Michelle. «Non fraintendermi, mi piace come hai ricreato la tua zona personale del piacere, ma non credo sia adatto a Zec.»
«E non si tratta solo di quello, non è spingendolo a scappare che lo aiuterai» intervenne Billy. «La settimana scorsa ha baciato Dylan Derreck e prima che lo chiediate, non sono geloso o arrabbiato. Però ho percepito la sua solitudine, la paura dell’abbandono. E tutto è peggiorato dopo la canzone in cortile.»
Dana si portò i capelli castano scuro raccolti in una coda di cavallo oltre la spalla destra, li fece ricadere sul petto e ci passò in mezzo le dita della mano sinistra. «Va bene, l’ho percepito anche io. Nella strofa che ha cantato c’era un sottotesto rivolto a me.»
Michelle le sfiorò il braccio con la mano. «Cosa stava cercando di dirti?»
«Non saprei…»
Billy si sporse in avanti. «Davvero? O non vuoi ammettere che stai sbagliando?»
Dana si rizzò di colpo e lo spinse lontano. «E tu, allora? Ti ha sfiorato l’idea che sia anche colpa tua? In fin dei conti chiudendo la Bocca dell’Inferno annulli tutto, compresa la tua esistenza e questo non lo rallegra di certo.»
«Basta» s’intromise Michelle, frapponendosi tra loro. «Questo è quello che vuole Hart Wyngarde: separarci e metterci uno contro l’altro. Per questo ha preso il controllo della tua canzone ieri mattina e ha coinvolto Zec e gli altri. Anzi, sono preoccupata anche per Betty e Donovan, dopo quello che abbiamo scoperto non sono più riuscita a parlare con uno di loro e non li ho più visti insieme.»
Billy ritrovò la calma e si appoggiò allo schienale. «Hai ragione, non dobbiamo cadere nella sua trappola. E comunque hai ragione anche tu, Dana.» Tornò a fissarla negli occhi. «Di sicuro, la mia potenziale scomparsa farebbe cadere Zec in uno stato di timore, ma non posso evitarlo. Vorrei trovare un modo per non lasciarlo, ma la minaccia del sogno della Bocca dell’Inferno è più grande. Chiuderla è l’unica soluzione, a qualunque conseguenza porti. Per questo ho bisogno che tu e gli altri siate lì con lui. Per consolarlo e attenuare la sua solitudine.»
Dana fece una mezza risata. «E non ti importa delle mie ragioni? Del perché abbia scelto di scomparire?»
«Avrai avuto i tuoi motivi, giusti o sbagliati, non li giudico, però ora Zec ha la precedenza. È come se stesse in bilico sul ciglio di un precipizio, ma se cade svanirà nell’osc…»
Billy cacciò un mugugno di dolore, si piegò in avanti e si afferrò le tempie con le mani.
«Che ti succede?» domandò Michelle allarmata.
Billy inspirò ed espirò per allontanare il male alla testa. «Fitte… il potere psichico… mi avverte…»
Passi pesanti sul pavimento di linoleum e lo strisciare delle gambe delle sedie, attirarono la loro attenzione.  
Tenendo le palpebre strette, Billy intravide Donovan e Betty prendere posto al loro tavolo. I movimenti dei due amici erano meccanici, da automi e la sclera dei loro occhi era completamente bianca. Non appena ebbero tirato le sedie sotto il tavolo, parvero risvegliarsi, dalla trance.
Donovan si guardò intorno sbigottito. «Ma che diavolo succede? Cosa ci faccio qui?»
«È Oscurità Maggiore» rispose Dana. «O se preferite Hart Wyngarde.»
«Sono stufo di tutte queste assurdità! Non mi faccio manipolare da nessuno!» Donovan puntò i palmi sulla superficie del tavolo e si spinse in alto per alzarsi, ma il suo corpo rimase bloccato nella seduta. «Ehi! Ma che caz…»
«Non hai scelta.» Billy raddrizzò la schiena. La testa gli martellava, ma riuscì a concentrarsi. «Hart è qui vicino. Lo avverto con la mente. Ma non è da solo.»
Betty li scrutò uno a uno, distogliendo subito lo sguardo da Donovan. «Cosa vuole ancora da noi? Non gli basta quello che ci ha fatto ieri?»
«Non so perché ci ha riuniti, ma almeno siamo insieme. Questa volta non ci colpirà alla sprovvista.» Michelle allungò la mano, ma non riuscì ad afferrare quella dell’amica di fronte a lei, attraversandola. «Betty, perché sei intangibile?»
Billy la guardò e notò in parte il grigio dello schienale della sedia su cui era seduta attraverso il busto della ragazza, che non era appoggiata con il sedere, ma sollevata di pochi centimetri. Due particolari del suo potere mai mostrati prima. Nulla di rassicurante.
«Fate silenzio.» Dana richiamò la loro attenzione e con l’indice destro alzato indicò l’aria sopra di loro.
Billy e gli altri alzarono lo sguardo e si accorsero di essere immersi nel silenzio.
Nessuna musica di sottofondo dagli altoparlanti del locale.
Nessun brusio del chiacchiericcio dei clienti.
Neanche un tintinnio di boccali e bicchieri spostati.
Le poche altre persone ai tavoli spinsero indietro le sedie tutti nello stesso instante. Lo scricchiolare di gambe metalliche sul pavimento riempì il vuoto acustico del Bronze Dust. Sempre all’unisono, scattarono tutte in piedi e come ordinate formiche abbandonarono i rispettivi tavoli, dirigendosi verso l’uscita.
L’uomo alto, dalle spalle larghe e con la folta barba scura che stava dietro al bancone lasciò il bicchiere appena lavato e gettò lo straccio. Si girò a sua volta, oltrepassò il bancone nonostante fosse il proprietario e seguì la fila di clienti per andarsene.
Billy intravide il suo volto e riconobbe gli stessi occhi totalmente bianchi. Aprì la bocca per avvisare i compagni, ma una nuova e più acuta stilettata di dolore gli percorse la testa dalla nuca fino alla fronte e lanciò un urlo.
«Scusami amore, non volevo farti male.»
Zec avanzò dall’ingresso ormai sgombro e si avvicinò a loro.
Billy si lasciò cadere con la schiena contro il divanetto e ansimando, lo fissò con gli occhi sbarrati. «Non è possibile. Se questo dolore alla testa è per la tua presenza, significa che ormai sei parte di Oscurità Maggiore.»
Zec sorrise e inclinò di poco il capo all’indietro. «Vieni, Hart. Avevi ragione: se ne è già accorto.»
Alle sue spalle, filamenti di fumo nero si legarono e formarono la sagoma di una figura maschile. L’oscurità che lo permeava si attenuò e l’uomo rivelò l’aspetto di Hart Wyngarde.
«Non dovresti stupirti» commentò Hart. Premette il busto contro la schiena del ragazzo, gli avvolse il petto con il braccio destro, gli sollevò il mento con la mano sinistra e posò le labbra sul collo.
Lo baciò con passione per tre volte lungo la pelle e si fermò appena sopra la spalla, a contatto con il bordo del maglione blu scuro che indossava. Sollevò la testa e fece l’occhiolino a Billy.
E vedendo quella scena, Billy capì le vere intenzioni di quella perversa parte di sé ed Elliott. «Non volevi solo dividerci. Volevi averci. Tutti, o almeno uno di noi.»
«Non essere geloso, sono ancora il tuo ragazzo. Abbiamo appena inglobato Hart nel nostro rapporto, ma è pur sempre te» replicò Zec ammiccando.
«Ci hai riuniti qui per annunciarci di avere inaugurato un rapporto a tre, o c’è dell’altro?» chiese Dana senza scomporsi.
«C’è molto altro, sorellina, e riguarda te.» Il sorriso sulla bocca di Zec si allargò. «È il tuo turno di soffrire.»
 
 

                                                                 Continua…?