lunedì 29 giugno 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 112

Sorge Oscurità Maggiore 37: Attizza il Desiderio di Vendetta

 

Jordan Guiterrez era di pessimo umore.

Aveva fatto il possibile per evitare Hart Wyngarde e fino a quel mercoledì mattina ci era riuscito. Però, a pochi minuti dall’inizio dell’ora di storia, era stato convocato nel suo ufficio. Prima di lasciare la classe aveva lanciato un’occhiata di sfuggita a Billy e aveva colto la sua espressione allarmata.
Mettendo con foga un piede davanti all’altro nel corridoio, Jordan aveva concluso che non doveva sottovalutare le sue sensazioni. Billy e il suo gruppo potevano non essergli particolarmente simpatici, ma non era stupido: se uno di loro dimostrava timore, sapeva che la situazione non era da prendere alla leggera.
Fino a quel momento i suoi incontri con questo tizio – che era anche l’oscurità di Elliott Summerson – erano stati indiretti, ma non privi di conseguenze: prima aveva cercato di aizzargli contro Aiden Cheung e la situazione si era conclusa con la morte del suo ex-compagno di branco nel campo sportivo; una seconda volta si era ritrovato nello spogliatoio della palestra a doversi difendere dalle avances troppo insistenti di Billy, che sotto l’influenza di Hart era preda degli ormoni e voleva renderlo l’oggetto del suo desiderio e anche in quel caso se l’era cavata, ma solo grazie all’intervento dei gemelli Wood e Dylan Derreck.
Jordan bloccò la sua avanzata verso l’ufficio. Si rese conto che in verità la conseguenza di quell’ultima mossa di Wyngarde non gli era ben chiara. Usciti dalla palestra lo avevano trovato  soddisfatto a manipolare Zec e sua sorella, Michelle, Betty, Donovan e Chas con una canzone, ma qualsiasi cosa fosse successo dopo, non lo aveva coinvolto. Si era accorto che i rapporti nel gruppo di Billy si erano raffreddati, ma non gli importava, però anche Chas era cambiata, era diventata più distante con lui. Spesso lo allontanava, accusandolo di starle troppo addosso e di aver bisogno dei suoi spazi.
Jordan chiuse le dita a pugno di entrambe le mani e riprese a camminare, velocizzando la sua andatura. Non voleva guai, ma Chas aveva già sofferto perché Hart Wyngarde aveva ucciso Aiden e se adesso questo finto Consulente scolastico stava cercato di creare problemi tra lui e Chas, o l’aveva usata per i suoi giochetti contro la gang di Billy, avrebbe reagito al fuoco con il fuoco.
Letteralmente.
Arrivò davanti alla porta dell’ufficio dell’uomo e questa si spalancò prima che potesse posare la mano sul pomello.
Una ragazza grassottella con i capelli biondi a caschetto comparve sulla soglia. «Grazie mille, dottor Wyngarde. Mi è stato di grande aiuto» disse, prima di girarsi verso di lui e sorpassarlo oltre l’uscio.
«È stato un vero piacere, Marcy» rispose l’uomo dall’interno.
Jordan rimase a fissare Marcy mentre si allontanava in corridoio. Sembrava piuttosto allegra, per nulla intimorita e di sicuro non preoccupata. Non era la reazione che si aspettava da chi aveva appena finito una sessione con quel tipo.
«Venga pure avanti, signor Guiterrez» lo invitò Hart. «La seduta precedente si è prolungata di qualche minuto, ma ora è il suo turno.»
Jordan ritrovò la sua fermezza, entrò nella stanza e diede una spinta alla porta, senza farla chiudere completamente. «Saltiamo le formule convenevoli. Lo so che sei Oscurità Maggiore e tu sai che sono un mastino infernale. Cosa vuoi da me?»
«Non è necessario essere così scontrosi.» Hart raccolse una penna a scatto dalla scrivania e la rigirò tra le dita della mano destra. «Percepisco la tua ostilità, ma non sono un nemico. Non tuo, almeno.»
«Oh, certo. Per questo motivo hai cercato di farmi combattere contro Aiden prima di ucciderlo?»
«In quella occasione non eri tu il mio obbiettivo.» Hart tirò in avanti la sedia e si avvicinò alla scrivania. «Eri nel posto giusto, al momento sbagliato, un inconveniente.»
«Quindi è stato un caso anche che fossi nelle docce dello spogliatoio quando hai reso Billy un assatanato?»
Ad Hart sfuggì un sorrisino. «Per quanto suoni ripetitivo, anche in quell’occasione non avevo nulla contro di te, mi serviva un diversivo e ti sei trovato nel mezzo. Sei quello che si definisce un danno collaterale.»
Jordan inarcò un sopracciglio. Non riuscì a decifrare il suo comportamento, non sapeva valutare se stava mentendo, o davvero era sempre stato solo sfortunato nell’incappare nei suoi piani, senza mai esserne una pedina. «Se è tutto vero, perché mi hai voluto qui?»
«Sai, fare il Consulente è stimolante, ma sono anche una specie di talent-scout, se mi permetti di utilizzare il termine.» Hart passò la penna nella mano sinistra e allungò la destra con il palmo aperto verso l’alto, facendogli segno di sedersi sulla sedia libera davanti a lui. «Ho dato un’occhiata al tuo fascicolo ed è davvero promettente.»
Jordan decise di assecondarlo e prese posto. «Suppongo non ti riferisca ai miei crediti scolastici.»
«Un ragazzo perspicace, mi piace. Esatto, parlo delle tue abilità di rielaborare rabbia e furia. La tua ristrutturazione dell’anno scorso di questo edificio in una prigione infernale è stato un vero capolavoro.»
«Ammetto di esserne stato soddisfatto, ma ho cambiato prospettiva.» Jordan si fece serio e puntò gli occhi in quelli di Wyngarde. «Non mi interessa più punire i professori, o rivangare le ingiustizie sul sistema di voti di questo liceo. Mi sono sfogato e ora sono a posto.»
Hart trattenne la penna tra il polpastrello dell’indice destro e di quello sinistro e sostenne il suo sguardo. «Lo credi davvero?»
«Sì, se quello che volevi era che ti rivelassi altri miei aspetti oscuri, arrivi tardi.  Ho già affrontato i miei demoni e sono andato avanti.»
«Oh, non hai idea di quanta oscurità ci sia nelle persone, più di quella che immaginano.» Hart usò la punta della penna per sollevare e girare un foglio dal fascicolo con la cartelletta gialla, aperto davanti a sé. «A ogni modo, ho notato che hai sviluppato nuovi interessi, la signorina Chain, per esempio.»
Jordan scattò in piedi e sbatté i palmi delle mani sulla scrivania. «Lascia fuori Chas dai tuoi giochetti. Se le fai del male o la fai soffrire ti gi…»
«Mi hai frainteso» lo interruppe l’uomo. «Sono preoccupato quanto te per la giovane Chastity Chain.»
«Perché?»
«Suo malgrado, è rimasta incastrata negli intricati problemi di coppia del signor Brennon e della signorina Swanson.»
In parte ancora furioso, Jordan rimase però a guardarlo anche confuso. Non aveva notato nulla tra Chas, Betty e Donovan. «Di cosa stai parlando? E non girarci troppo intorno.»
Hart sorrise di nuovo, ma con una strana espressione di malizia e cattiveria. «Betty si è allontanata da Donovan e lui ha trovato conforto tra le braccia di Chas.»
«Balle!» sbottò Jordan. «Chas non lo sopporta, non farebbe niente con lui!»
Hart posò la penna sui fogli del fascicolo, si alzò in piedi e abbandonò la sedia. Girò intorno alla scrivania e si fermò alle sue spalle. «Come sai già, Chas era invaghita di Adien e la sua dipartita la ha sconvolta e resa più fragile.» Abbassò il volto e avvicinò le labbra al suo orecchio destro. «Tanto che qualcuno potesse approfittarsi di lei.»   
Disgustato da quello che stava insinuando e dal contatto troppo stretto con l’uomo, Jordan si girò di scatto e lo spinse lontano, obbligandolo a indietreggiare di un paio di passi. «Stai mentendo. Chas è una tipa tosta e poi…» Qualcosa nella sua mente gli bloccò le parole in gola. Aveva notato anche lui un cambio di comportamento di Chas nei suoi confronti, ma forse non era con lui che ce l’aveva, magari la ragione era un’altra.
«Hai qualche dubbio? Non sei più così sicuro delle tue affermazioni» disse Hart, facendo un passo in avanti. «Non mi serve inventare pettegolezzi, posso mostrarti i fatti.»
Jordan non ebbe bisogno di rifletterci. «D’accordo. Voglio vedere.»
Wyngarde poggiò i palmi sulle sue spalle e sussurrò: «Guarda.»
Jordan barcollò. Le immagini esplosero nella sua mente, come se le avesse davanti agli occhi.
Chas stesa sul bordo della piscina della scuola. Donovan sopra di lei. Si baciano con foga. La mano di lui sulla pancia di lei, poi sui jeans, poi sfiora il bottone dei pantaloni.
«No!» urlò Jordan e si staccò dalla presa dell’uomo. «Non è possibile!»
«È tutto vero e forse ti fideresti di più se sapessi del passato di Donovan Brennon.» Hart si mise al suo fianco. «Ha filmato un rapporto sessuale con la sua ragazza e poi lei è diventata un demone ed è stata uccisa.»
«Non so nulla di questa storia.»
«Non puoi, con la morte della ragazza nessuno ricorda la sua esistenza» spiegò Hart e aggiunse: «A parte Donovan.»
Jordan percepì la rabbia montare di nuovo. Chas era capace di rimettere tutti al loro posto, però aveva anche una parte più delicata, lui l’aveva vista, anche se gli altri non la notavano. E Donovan era un bastardo, lo credeva un buffone, ma era peggio.
«Chas non avrebbe mai fatto nulla del genere con lui» disse stringendo i pugni. «Non di sua volontà.»
«Concordo con te, Jordan» rispose Hart. «E quindi, qual è la tua conclusione?»
«L’ha costretta.» Jordan percepì il calore diffondersi lungo la pelle. La rabbia aveva risvegliato il Mastino Infernale ed era giusto così. «Ha manipolato Chas nel momento in cui era più vulnerabile per la morte di Aiden.»
«E cosa pensi di fare?»
Jordan si voltò a guardarlo. Un pizzicore sulle gengive fece spuntare le zanne superiori. «Voglio avere giustizia, deve pagare per quello che le ha fatto. Lo ridurrò in cenere!»
Hart sorrise un’ultima volta.  «Bene. La seduta è finita. Può andare signor Guiterrez.»
Jordan avanzò spedito, spalancò la porta e uscì dall’ufficio.
Procedette lungo il corridoio e avvertì i calore delle fiamme accendersi sulla sua carne, consumando il tessuto della maglia. Dilatò le narici, annusò l’aria e isolò l’odore di Donovan da quello degli altri.
Corse sulla destra, imboccò le scale diretto al primo piano.
L’aria sferzò contro il petto nudo, colpendolo e alimentando il fuoco, illuminandogli il viso. Per un istante il calore s’indebolì, avvertì quasi freddo sulla pelle e quando riprese a bruciare senza far male, scorse con la coda dell’occhio le fiamme colorarsi di nero dalle spalle fino a diffondersi sulle braccia.
Non se ne curò. Rimase focalizzato sulla puzza di Donovan e l’odore si fece più intenso.
Jordan si trovò davanti a una porta, la classe di storia. Ruggì e con uno schiocco gli artigli si sostituirono alle unghie delle mani, tirò un calcio con violenza e la porta si separò dai cardini, cadendo all’interno con un rombo secco.
Jordan inspirò gli odori dei presenti nella classe.
Emanavano sentimenti differenti. Sorpresa. Timore. Paura.
E poi lo vide.
Donovan era seduto al secondo banco della fila centrale. Lo fissava con gli occhi sgranati e la bocca aperta.
«Adesso me la paghi, Donovan» ringhiò tra le zanne. «Ti uccido per quello che hai fatto a Chas!»
 
 
                                                                   Continua…?  

lunedì 15 giugno 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Capitolo 111

Sorge Oscurità Maggiore 36: Oscurità Cammina con Me

 

«Betty sta svanendo» disse cupo Kenny Wood.

Un tuono rombò nel cielo, come a sottolineare la gravità dell’affermazione e Billy sobbalzò sulla sedia.
All’esterno della scuola imperversava il temporale e seguendo gli intervalli regolari, un nuovo lampo illuminò di scorcio lui e i quattro compagni riuniti in aula multimediale, mischiandosi con la luce elettrica.
«E ne sei così sicuro perché…» Di fronte all’altro ragazzo, seduto sul banco, Donovan lo guardò sospettoso, lasciando la frase in sospeso.
Un altro tuono riempì la pausa.
Kenny si girò a fissarlo. «Non percepisco più alcun odore da lei.»
«Ma è normale nel suo stato» fece Michelle, agitandosi nella sedia accanto a lui. «Cioè, credo.»
Kerry raddrizzò la schiena, appoggiata con il bacino a un banco dietro al gemello. «Non proprio. Kenny riusciva a percepire una leggera scia del suo odore anche quando diventava intangibile.»
Donovan tirò fuori la lingua disgustato. «Perverso.»
«Senti da che pulpito» replicò Kenny.
«Smettetela, tutti e due» intervenne Billy. Non dovevano perdere la concentrazione sul fulcro dell’incontro: riportare Betty da loro. «E hai notato qualcos’altro che può essere utile?»
«Con l’udito potenziato ho sentito il battere del suo cuore» rispose Kenny. «Però ho paura che anche quello presto diventerà impercettibile.»
Billy ebbe l’ultima conferma che la situazione era peggiorata. «Dobbiamo costringere Betty a un confronto con Donovan. È l’unica soluzione per farla reagire al suo dolore, sperando che basti a rifarle acquistare lo stato solido.»
«Non è così facile» commentò Michelle. «Lei può svanire dove vuole e come vuole e nessuno di noi può toccarla.»
«È solo una mia teoria, ma penso tu possa trattenerla» disse guardando l’amica. «Il tuo potere e per certi versi mentale e agisce sul piano fisico, inoltre è in minima parte legato all’oscurità. Tutti fattori che possono agire a nostro vantaggio.»
«Aspetta, quindi dovete essere tutti presenti mentre noi due parliamo?» chiese Donovan imbarazzato.
Billy provò a sorridergli comprensivo. «Almeno finché non saremo sicuri che non possa scappare via. Mi dispiace, ma di certo Michelle dovrà restare.»
Kerry fece schioccare la lingua. «Magari dovremmo aggiungere anche Chas alla rimpatriata. Se ho capito bene dal vostro racconto è una parte del problema.»
Donovan scosse la testa. «Betty le ha detto chiaramente di non essere arrabbiata con lei.»
«Ed è meglio non coinvolgere troppe persone» aggiunse Billy. «Sappiamo che tutti i presenti sono riusciti a resistere o contrastare l’influsso di Hart, ma non so che cosa potrebbe fare ad altri.»
«Ok, giusto, ha senso.» Michelle si mosse ancora sulla seduta incrociando le braccia e poi sciogliendole dal petto. «Possiamo ricapitolare il piano?»
Billy annuì. «Prima Kenny userà i suoi sensi da lupo mannaro per rintracciarla. Una volta trovata, tutti insieme proveremo a convincerla del pericolo che sta correndo e se non dovessimo riuscirci con le parole, Michelle userà il su…argh»
Una fitta rapida, ma intensa alla testa gli spezzò la spiegazione e gli fece chiudere gli occhi.
Un applauso ritmato invase la stanza.
Billy risollevò le palpebre e vide Zec sull’uscio. Aveva percepito l’arrivo come con Oscurità Maggiore e non gli piacque.
«Ma che bravi, fate una riunione senza di me» sorrise compiaciuto nel dirlo. «Non fa niente, non me la sono presa. Tanto so già tutto anche senza essere invitato.»
Il picchiettare della pioggia sui vetri dell’ampio finestrone fece da sottofondo al loro silenzio.
Billy osservò il fidanzato e non riuscì a decifrarne le intenzioni. Non avevano un vero confronto da quando aveva strappato a Dana i poteri al Bronze Dust.
«Perché sei qui?» D’istinto fu la prima domanda che gli venne da porgli.
Zec mantenne il sorriso. «Come? Non faccio più parte del club soprannaturale? Vi siete riuniti e partecipo anche io.»
«Va bene» rispose Michelle con voce incerta. «Però non possiamo rischiare che racconti tutto a Oscurità Maggiore.»
«Hart non ha bisogno di me per sapere.» Zec fece un passo avanti ed entrò nell’aula. «Vero, Billy?»
Billy si tastò la tempia e poi ritirò la mano. Sapeva che aveva avuto una sorta di scossa psichica che lo aveva avvertito della sua presenza. «Il mio senso del soprannaturale mi avvisa di eventi o persone e il dolore è un segnale di Oscurità… ma ora qui ci sei tu.»
Kenny balzò in piedi e la gemella si mise in posizione di difesa.
«Cosa significa?» domandò Kerry seria.
«Sei qui per attaccarci!» lo aggredì il gemello.
Zec camminò, fermandosi a pochi passi dal loro gruppo. «Calmatevi voi due, siete sempre pronti alla zuffa. Sono venuto solo per spiegarvi che state perdendo tempo.»
«Non hai risposto alla domanda.» Billy si era fatto un’idea del cambiamento avvenuto nel suo ragazzo e controllò il respiro per non cadere preda della rabbia, o peggio del terrore. «Se percepisco Oscurità… Hart, e ho la stessa sensazione con te, vuol dire che sei parte… di lui?»
Zec sbuffò. «Uffa, non capisco questo tuo improvviso bisogno di etichettare ogni cosa. Sto insieme ad Hart, come sto ancora insieme a te. Il nostro rapporto è diventato più intimo e profondo, ma non devi essere geloso. Mi ha migliorato e  questo dovrebbe renderti felice.»
Donovan soffiò aria tra i denti. «Per me è tutto un bluff. Hart ha sentito che ci stavamo organizzando e ti ha mandato a spiarci.»
Zec si girò a fissarlo. «Credi che vi tema? E per quale motivo? Non siete una minaccia.»
«Abbiamo fatto nuove scoperte» disse Donovan. «Qualcosa di cui Hart non è al corrente, ma potrebbe dargli fastidio.»
Billy intuì a cosa si riferiva l’amico. «Non dire altro» lo ammonì. Rischiavano di sprecare un prezioso vantaggio in un’inutile battibecco. «Zec, tu non glielo hai detto, vero? Quello che abbiamo saputo nel sogno, lo hai tenuto solo per te…»
«Oh, Billy-bello, non serve essere riservato» replicò Zec. «Condivido tutto con Hart, anche la scioccante rivelazione sulla Prima Cacciatrice.»
A Billy si mozzò il respiro in gola. Il legame tra i due aveva davvero raggiunto un livello pericoloso.
Un nuovo lampo illuminò ulteriormente la stanza. Giusto in tempo per mostrare le venature scure sul viso di Zec e il nero pece ricoprire i suoi capelli e riempire gli occhi.
Il tuono che lo seguì esplose in un boato.
La luce elettrica mancò, lasciandoli nel buio totale per pochi secondi.
Tutti loro emisero un lieve grido di spavento e trasalirono sulle loro postazioni.
Poi la l’illuminazione tornò nell’aula e restarono allibiti.
Zec levitava a una sessantina di centimetri dal pavimento, con la schiena inarcata all’indietro rise e il suono era gutturale, distorto. Era ricorso al suo potere senza il minimo sforzo.
«Anzi è più corretto dire che sapevo tutto prima di voi, ma ho aspettato che mamma si rivelasse di sua volontà» precisò  Zec con voce sdoppiata, rimettendosi diritto.
Billy non nascose un nuovo tremore. Hart Wyngarde parlava insieme a lui, usando il suo corpo come tramite. Lo fissò con gli occhi spalancati.
Zec sorrise di nuovo, ma i tratti del suo volto avevano un aspetto inquietante. «Non essere così sconvolto, fratellino. Io e te condividiamo tutto, compreso il nostro ragazzo. E lui, che ha abbracciato l’oscurità, condivide tutto con me. Non è difficile da capire.»
«Se eri a conoscenza di tutto, perché non hai fatto nulla?» domandò Billy. Il comportamento del nemico gli parve insensato. «Non l’hai fermata.»
«Come abbiamo già stabilito, non era necessario. Niente di tutto quello che vi ha mostrato o rivelato, può nuocermi.»
Michelle si alzò in piedi. «Non ti credo. Lei ci ha fatto capire che abbiamo un potere che tu non possiedi.»
Zec si girò a fissarla e con la sua doppia voce disse: «Povera, ingenua Michelle, credi ancora alla favola della speranza. Se la speranza fosse pericolosa, come affermate, sarei qui con voi? Pensate che sarei davvero riuscito a liberarmi e prendere una forma e diffondermi in tutta Dorms? Avanti, non siete così stupidi.»
«O semplicemente non vuoi ammettere un tuo punto debole.» Kerry lo guardò seria, senza traccia di timore. «Gillian Summerson è comparsa come Prima Cacciatrice molto prima di te e ha messo in guardia tutti con anticipo. Quello che dici non ha senso.»
Billy condivideva il suo ragionamento. Oscurità Maggiore avrebbe potuto impedire a quella scintilla della mente della madre di manifestarsi, ma non ci era riuscito. Il modo in cui Zec strinse i denti, lo convinse che in qualche modo non era sincero e anche infastidito.
«Stupida!» inveì Zec/Hart e le sedie si sollevarono per pochi secondi dal pavimento, ricadendo poi con un tonfo, sparse e rovesciate. «Mia madre è morta dopo una malattia che l’ha resa una sconosciuta. Quello che Elliott… IO ho passato era dolore, lo stesso che mi ha generato ed è parte integrante del mio essere. Qualunque messaggio di forza e coraggio possa avervi trasmesso è vuoto. Il dolore batte qualsiasi altra cosa. Ve l’ho già dimostrato, ma lo vedrete ancora!»
Zec sbatté le palpebre.  La luce elettrica sfarfallo. Le pupille del ragazzo tornarono a riempire la sclera, i capelli si tinsero di castano e le vene sparirono dalla pelle rosata. Scese lento fino a toccare con le scarpe da ginnastica il pavimento.
«Hart se ne è andato» disse Billy. «Perché gli hai permesso di possedere e usare il tuo corpo e la tua mente?»
Il fidanzato lo guardò pacifico. «Non vuoi proprio ascoltarmi: condivido tutto con Hart, abbiamo un legame forte. La mia oscurità è intrecciata alla sua.»
Billy rabbrividì e poi avvertì un dolore al petto. Più cercava di trovare una ragione per strapparlo a quella parte di sé, più Zec dimostrava di essere irraggiungibile.  
Il vento sferzò un’ondata di pioggia e sbatté contro la vetrata facendo tremare la finestra.
«E non ti importa nemmeno di quello che ha fatto a Betty?» domandò Donovan. «E sì, so di avere la mia parte di responsabilità, ma per colpa di Hart lei rischia di morire.»
«Hart le ha suggerito il modo in cui poteva sfruttare il suo dono per sentirsi meglio, non vedo nessuna colpa.» Zec diede loro le spalle si avviò alla porta dell’aula. Mentre era già con un piede in corridoio, aggiunse: «Se Betty ha bisogno di aiuto, lui è pronto ad accoglierla.»
Billy e i quattro compagni lo osservarono scomparire dalla loro visuale, senza ribattere.
Kenny si voltò poi verso di lui, inarcando un sopracciglio. «Che ne pensi? Quello era un modo per farci capire che solo Hart  può aiutare Betty, o teme che il tuo piano di avvicinarla abbia successo e riuniti siamo più pericolosi?»
Ancora scosso per la presa di coscienza di perdere per sempre il suo ragazzo, Billy cercò di scacciare quei pensieri negativi e provò a ragionare sul comportamento di Hart.
«Non saprei cosa risponderti» ammise. «Potrebbe essere una manipolazione, o una farsa, oppure un suo piano escogitato dall’inizio e pianificato fin nei minimi dettagli. Di certo, non ci lascerà agire indisturbati. Passerà al contrattacco e a Betty non resta molto tempo.»
 
 

                                                                        Continua…?

martedì 26 maggio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 110

Sorge Oscurità Maggiore 35: Non Voglio Svanire

 

Calpestando l’aria, Betty levitò sopra la rampa di scale diretta al secondo piano.

Non amava più stare in mezzo alla confusione della sala mensa e provava fastidio anche nel trovarsi intorno quei pochi ragazzi che sceglievano di mangiare nel cortile della scuola.
In quel momento, Billy era l’unica persona di cui voleva la compagnia. La scoperta della sua sofferenza legata alla malattia della madre, all’averla assistita e poi dovuta seppellire, l’aveva scossa.
Sorvolando gli ultimi scalini e stringendo nella mano destra il sacchetto di carta con il suo pranzo, provò un senso di tristezza e malinconia. Voleva consolare il suo amico e allo stesso tempo riavere intorno anche Zec e Michelle per aiutarla, come prima dell’arrivo di Hart Wyngarde.
Il solo pensiero di dover rivedere anche Donovan però la disgustò.
Si inoltrò nel corridoio diretta all’aula multimediale, nuotando nello spazio come se attraversasse un tratto di acqua con la bassa marea, rimanendo sospesa dal pavimento e libera di farlo per l’assenza di altri a osservarla. Non aveva trovato Billy in mensa e in cortile e così diede per scontato che quello fosse l’unico posto in cui si fosse rifugiato. In caso contrario, sarebbe rimasta lì a pranzare, godendosi la solitudine.
«È proprio necessario?»
Betty si bloccò udendo la voce di Donovan. D’istinto abbandonò il centro del corridoio, dove la luce del sole attraversava la sua figura intangibile e arretrò verso la parete, confondendosi tra le ombre e pronta a svanire nel muro per sfuggire all’incontro con il ragazzo.
«Dobbiamo scoprire il più possibile su cosa l’ha spinta ad allontanarsi e rinunciare alla sua forma tangibile. Altrimenti, rischiamo di perderla nell’oscurità, forse in un modo peggiore di Zec.»
Riconobbe la voce di Billy. Negli ultimi giorni i suoi amici non si erano frequentati molto, raramente li aveva visti insieme, salvo l’obbligo di presenziare alle lezioni nella stessa aula. Ma ciò che la mise in allarme fu che stavano parlando di lei.
Incuriosita, Betty scivolò attraverso la porta aperta e poi nel muro. Con il busto emerse all’interno dell’aula, accanto al lato destro del grosso armadio in metallo. Dalla sua posizione intravide anche Michelle. Era in fondo all’aula, seduta ma dando le spalle al  banco con sopra il computer. Billy le era vicino, anche lui di schiena ed entrambi guardavano Donovan, con la Falce stretta tra le mani.
La penombra fornita dall’armadio la mascherava: dalla sua posizione poteva spiarli senza correre il rischio di essere notata.
Donovan afferrò la seduta della sedia e si lasciò cadere sopra. «Voglio che sappiate che sono pentito e mi faccio schifo da solo per quello che ho fatto.»
Michelle soffio tra le labbra. «Non promette bene.»
«Non siamo qui a giudicarti» s’intromise Billy.
Donovan sospirò. «È successo tutto dopo aver saputo della sua aggressione dalla canzone di gruppo con Dana. Però credo sia cominciato un po’ prima. Avevo già visto Betty scambiarsi un abbraccio con Kenny Wood e Hart mi aveva messo in testa l’idea che non valessi nulla.»
A Betty mancò il fiato in gola. Intuì l’argomento della conversazione e non poteva credere che stava per essere messa in ridicolo davanti a Billy e Michelle.
«In più, dopo la morte di Aiden, io e Chas ci siamo… come dire… avvicinati» continuò Donovan. «Così, Betty mi allontanava, mentre Chas cercava la mia compagnia.» Alzò entrambi i palmi all’insù come se fossero i piatti di una bilancia per soppesare le due cose. «E c’è stato un bacio tra me e Chas.»
«Bleah» fece Michelle con espressione schifata.
Donovan le lanciò uno sguardo di sbieco.
«Scusa» disse lei.
Betty si morse il labbro inferiore. C’era stato anche un bacio. Doveva aspettarselo da quel traditore. Ma perché le faceva comunque male?
«Non avevo programmato che andasse oltre, ma come dicevo, dopo la canzone e la scoperta del suo segreto… so che è stupido, ma ero arrabbiato con Betty» riprese Donovan. «Mi sono ritrovato solo con Chas in piscina. Entrambi volevamo scacciare i pensieri che ci tormentavano. Lei mi ha fatto capire che sar…»
Betty scosse la testa. Ne aveva abbastanza. Non avrebbe ascoltato quella storia. Era stato più che sufficiente viverla in diretta. La rabbia divampò dal petto e perse il controllo.
Il sacchetto del pranzo le attraversò le dita atterrando sul pavimento con un suono secco. Betty indietreggiò, passando dentro il muro e sbucando nel corridoio, percepì un pizzicore sulle guance e con la vista sfocata, osservò gli occhiali scivolare lungo la pelle del suo viso e cadere in avanti.
Si impose la calma. Non poteva farsi scoprire.
Si piegò sulle ginocchia, mantenne la concentrazione e riportò le dita allo stato tangibile. Con la mano sinistra afferrò gli occhiali e con la destra riacciuffò il sacchetto. A quel punto si lasciò sprofondare nel pavimento.
La caduta le ricordò quella di Alice nella buca del Bianconiglio nel film a cartoni animati visto da bambina. Non calcolò il tempo, non udì rumori, non annusò l’aria, ma si bloccò appena avvertì una superficie dura sotto il sedere.
Betty inforcò gli occhiali sopra il collo del naso e guardandosi attorno, notò il grosso materasso, i due cesti da pallacanestro e le gradinate ritirate.
Era arrivata fino alla palestra al piano terreno.
Appoggiò il sacchetto sulla panca su cui era seduta e si portò le ginocchia contro il petto.
Un fastidioso groppo le invase la gola. Perché avvertiva il bisogno di piangere? Si era resa inaccessibile a tutti, ma il pensiero del tradimento di Donovan la feriva lo stesso.
Non merita le mie lacrime” pensò. “Non merita che sprechi neanche un minuto della mia vita per lui”.
«Betty? Sei Qui?»
Betty trasalì. Si girò di scatto verso l’ingresso e riconobbe Kenny avanzare piano.
«Come mi hai trovato?» domandò, ricacciando indietro il magone.
Il ragazzo dalla pelle scura abbozzò un sorriso amichevole, facendo risaltare i denti bianchi. «La mia parte di lupo mannaro, è difficile ignorare i sensi aumentati. Stai bene?»
«Sì… tutto ok.»
Kenny compì altri due passi verso la panca, arrivando al centro della palestra dove un fascio di luce solare lo illuminò. «Davvero? Il mio superudito mi dice altro. Il tuo cuore batte all’impazzata.» 
Betty cercò di ricomporsi. «Questa è una violazione della mia privacy.»
«Scusa, provo a controllarmi, ma in questo caso non ci sono riuscito. Sono preoccupato per te» le rispose, alzando le mani in segno di resa. «Come amico.»
Quella precisazione le diede una sensazione di sollievo. «Ho avuto una brutta… rivelazione. E mi sono tornati in mente ricordi spiacevoli. Ma non è nulla di grave.»
Kenny annuì. «Posso fermarmi qui con te, vedo che non hai ancora pranzato, ti faccio compagnia.»
«No, grazie. Mi è passata la fame.»
«La pausa non è ancora finita, c’è tempo per fare due chiacchiere.»
Betty strinse i pugni, quell’insistenza la innervosì. «Voglio solo essere lasciata in pace. Non mi serve altro.»
Kenny rimase fermo a fissarla. «Ok, come vuoi tu.» Si girò e fece per andarsene, ma poi cambiò idea e si voltò di nuovo verso di lei. «Rispetto il tuo desiderio di avere più spazio, ma sei in pericolo e non sarei un buon amico se non ti mettessi in guardia..»
«A cosa ti riferisci?»
«Poco fa ho sentito il battito del tuo cuore e ho cercato di rintracciare il tuo odore per raggiungerti, ma non riesco ad annusare nulla.»
Betty mise giù le gambe, si sollevò dalla panca e rimase sospesa sopra il pavimento della palestra. «Spiegati meglio.»
Kenny dilatò le narici e inspirò aria. «Tutte le persone hanno un odore, anche più di uno in base alle emozioni, ma immagino questo tu lo sappia.» I lineamenti del suo volto si indurirono e divenne serio. «Tu non emani nulla. Nessuna fragranza, nessun residuo di altri profumi. E più tempo rimarrai nella forma intangibile, più la cosa peggiorerà.»
«Come fai a dirlo? Nessuna scienza ha mai studiato con precisione il mio stato. La tua è un’ipotesi.»
Kenny incrociò le braccia sul petto. «Può darsi, ma può anche darsi che il mio istinto animale arrivi più in là e stiamo sempre parlando di situazioni soprannaturali, chi ne è davvero esperto? A ogni modo, sono sicuro che nessun essere vivente può esistere senza odore. E l’alternativa è svanire del tutto.»
Betty si morse il labbro inferiore. Il suo ragionamento era inattaccabile e combaciava con la frase allarmistica detta da Billy su un fato peggiore riservato a lei, rispetto a Zec.
Kenny le diede le spalle e avanzando verso la porta spalancata della palestra, aggiunse. «Pensa  bene se questo è davvero quello che vuoi.»
 

Le parole di Kenny le erano rimbalzate in testa per tutto il resto della giornata, come una fastidiosa pallina da ping-pong.

Betty constatò di fare più fatica del solito a mantenere solido il corpo, mentre disponeva il piatto per apparecchiare la tavola in soggiorno avvertì il suo peso, ma rischiò due volte di lasciarlo filtrare attraverso la sua carne e farlo cadere. Tornò in cucina, dove sua madre faceva sfrigolare i petti di pollo in padella, e le mani le tremarono quando afferrò le posate: al tatto sentiva la forma dura, ma non percepì il freddo del metallo.
Doveva correre ai rimedi. Partì come d’abitudine ad analizzare la situazione e concluse in pochi minuti che l’origine del problema era stato Hart, la chiacchierata con lui aveva riportato in mente il trauma subito da Eddy e la soluzione era affrontare e liberarsi di quel peso per riacquistare il controllo.
Rientrò nel soggiorno, adagiò le tre coppie di posate accanto ai tre piatti e decise che avrebbe affrontato l’argomento a cena.
«Bene, siamo pronti» annunciò suo padre, camminando dietro di lei con una scodella d’insalata in una mano e una seconda, da cui proveniva l’intenso aroma di rosmarino con le patate nell’altra. Le sistemò in centro al tavolo, accanto alla bottiglia di plastica dell’acqua e poi tirò indietro la sedia a capotavola e prese posto. «Betty, come è andata la tua giornata?»
Era una domanda di rito, ma questa volta avrebbe infranto la routine della sua risposta. «Vorrei aspettare la mamma, prima di raccontarvela.» Si sedette al suo posto e strinse le mani in grembo. Riusciva ancora a rimanere tangibile.
Henry Swanson la guardò sorpreso. «Certo, certo…»
Un istante dopo, Dolly Swanson entrò nella stanza reggendo una pirofila con il petto di pollo grigliato, diffondendo il profumo dell’aglio. «Spero che abbiate fame, ho esagerato un po’ con le dosi.»
«Cara, credo che Betty debba parlarci» annunciò suo padre.
La donna posò la pirofila sul tavolo, si accomodò, si girò a guardarla incerta e i suoi occhi le domandarono se dovesse rallegrarsi o preoccuparsi.  «Oh, è successo qualcosa di nuovo? Spero siano buone notizie.»
Betty prese la bottiglia dell’acqua e la versò, riempiendo il bicchiere fino all’orlo. D’improvviso non aveva più saliva in bocca, sentiva la lingua secca e non le usciva un suono dalla gola. Buttò giù mezzo bicchiere d’acqua e riprovò a parlare.
«È un discorso complicato e vorrei che mi lasciaste raccontare tutto per bene, prima di farmi domande.»
I genitori annuirono all’unisono.
Betty bevve il resto dell’acqua e riprese. «Ricordate quasi un anno e mezzo fa, quando ho chiamato papà per farmi venire a prendere a mezzanotte perché le mie amiche mi avevano lasciata a piedi?»
«Sicuro che me lo ricordo» rispose Henry. «Come si chiamavano?  Bunny e Willa?»
«Avevi detto che non le avresti più riviste» s’intromise Dolly. «Sono tornate a infastidirti? Devo chiamare le loro madri e… »
«Papà! Mamma!» li zittì Betty. «Cosa vi ho appena chiesto?»
Suo padre la guardò comprensivo. «Giusto, va avanti.»
Sua madre annuì e intanto prese le pinze dalla pirofila e le servì due fette di pollo nel piatto.
Betty sospirò. «Quella volta vi ho mentito. Non sono mai uscita con delle amiche, ero con un ragazzo conosciuto in internet. Dovevamo andare insieme a bere qualcosa , ma poi lui è diventato… insistente…»
Henry fece cadere sul tavolo la scodella d’insalata appena sollevata e le posate di legno rimbombarono contro la ceramica. «Un ragazzo? Sei uscita con un ragazzo di sera e non ci hai avvisato? Come si chiama?»
«Eddy» rispose d’istinto Betty. «Ma lui è…»
«Oh tesoro, non dovevi tenercelo nascosto.» Dolly abbandonò la pinza e la fetta di pollo nel proprio piatto. «Ti ha fatto del male? Lui ti ha... spinto a fare cose che tu… Oh mio Dio, non so come chiedertelo!»
«Fatemi parlare» sbottò Betty. «Vi ho mentito perché succede sempre così: non posso fare qualcosa di normale che per voi scattano pericoli ovunque, oppure rischi di compromettere la mia media scolastica. Sì, mamma, Eddy voleva spingermi ad avere un rapporto sessuale. Ma non ci è riuscito. Mi ha aggredita, ma Billy è arrivato a salvarmi prima che tutto peggiorasse.»
«Il tuo amico Billy che vive da solo?» domandò sua madre. «Lo stesso che è venuto qui a casa nostra? E c’erano anche gli altri tuoi amici con lui? Zec, Michelle e… Donovan, giusto?»
Quell’ultimo nome le provocò un fremito e per un secondo percepì di affondare nella sedia, ma si riscosse e ritrovò la solidità.
 «E cosa ci facevano fuori a quell’ora anche loro?» rincarò suo padre.
Betty spinse indietro la sedia e scattò in piedi. «Continuate a interrompermi e non riesco a comunicare con voi!»
Henry le lanciò un’occhiata severa. «Betty, non puoi raccontarci una cosa simile e aspettarti che rimaniamo in silenzio.»
«Ma così non fate che preoccuparvi per nulla!» Betty prese un nuovo lungo respiro. «Sto cercando di spiegarvi che nonostante tutto, quella sera è andata bene. Non so perché Billy fosse in giro così tardi, ma è stato un bene. E non c’erano gli altri perché ancora non ci frequentavamo. Inoltre, giorni dopo ho scoperto che quella stessa sera Eddy ha avuto un incidente stradale ed è morto sul colpo.» Era l’unica omissione di verità, ma necessaria: non poteva tirar fuori storie su vampiri e simili.
«Perché ce lo stai raccontando proprio adesso?» le domandò sua madre. «Intendo dire, se lo fai ora, è successo qualcosa d’altro?»
«Sì, ho capito che questa faccenda mi ha… sconvolta. Dovevo parlarne con voi e ho bisogno di essere aiutata, seguita da uno specialista.»
«Giusto, giusto, una decisione corretta» concordò suo padre. «A scuola c’è il dottor Wyngarde, puoi fissare un appuntamento.»
«No! Lui non è adatto» replicò decisa Betty.
Dolly guardò dubbiosa il marito. «Va bene, se ritieni sia meglio qualcun altro posso chiamare il marito della mia amica Gloria. So che è un bravo psicanalista… »
«Ottima idea» disse Henry. «Ovviamente deve essere qualcuno che conosciamo e di fiducia.»
Betty scosse la testa. «Non riuscite a capire? Non potete decidere voi per me ogni volta. Questo è qualcosa che devo affrontare io. Lasciate che scelga io da chi farmi seguire.»
«Betty, sei una ragazzina, non puoi decidere da sola» commentò sua madre.
«Allora aiutatemi, facciamolo insieme, ma non escludetemi. Lasciate l’ultima decisione a me.»
«Però hai visto cosa accade quando decidi da sola» commentò suo padre.
Betty fissò i genitori negli occhi. «È vero mi sono messa in una brutta situazione. La colpa però è anche vostra. Mi avete obbligato a mentirvi, perché le vostre paure e apprensioni mi soffocano. Se non volete che sbagli ancora, tenete conto della mia opinione. Oppure dovrò di nuovo agire alle vostre spalle e fare tutto in segreto.»
Dolly e Henry Swanson si scambiarono ancora una volta un’occhiata silenziosa, ma carica di informazioni.
Sua madre scostò la sedia, le si avvicinò e le posò la mano sulla sua.
Betty provò un immenso sollievo nel percepire sulla pelle il calore del palmo.
«Non volgiamo che tu ci racconti bugie e nemmeno che ti senta in trappola con noi» le disse sua madre. «Forse esageriamo con il proteggerti, ma lo facciamo perché sei nostra figlia. Niente è più prezioso per noi.»
«E capiamo il tuo bisogno di libertà» intervenne suo padre. «Sei un’adolescente, è logico, possiamo valutare insieme un, o una, professionista con cui relazionarti per questa brutta esperienza. Sottoponici una lista e ti aiuteremo a decidere, ma l’ultima parola sarà la tua.»
Betty rilassò i muscoli del volto e le sue labbra si allargarono in un sorriso. Ebbe l’impressione fossero settimane che non le accadeva. «Grazie.»
Henry riafferrò la ciotola con l’insalata e se la mise al fianco. «Però, niente più menzogne. Sono stato chiaro?»
«Assolutamente.» Betty sapeva di non poter mantenere del tutto quella promessa, ma si sarebbe trattato di revisioni su eventi legati alla Bocca dell’Inferno ed era per il loro bene. 
Dolly tornò a sedersi e sistemò la pinza nella pirofila con le fette di pollo. «E quando sarai pronta, se lo vorrai, potrai raccontarci più nel dettaglio cosa è successo quella sera.»  Afferrò la scodella delle patate e se ne mise una cucchiaiata nel piatto. «Ora mangiamo, altrimenti si fredda tutto.»
«Va bene, mamma.» Betty la osservò trattenersi, sapeva quanto le costava ingoiare le tante domande e lo apprezzò.
Con naturalezza afferrò la forchetta e avvertì la piacevole sensazione del fresco del metallo.
 

Betty rientrò in camera soddisfatta. La sua strategia aveva funzionato ed era riuscita anche a portare il rapporto con i genitori a un livello migliore.

Si sforzò di restare tangibile, posando i piedi nudi sul pavimento della stanza, era difficile ma poteva riuscirci. Avanzò verso la scrivania e notò i fogli stampati della sua fanfiction sui vampiri. Erano secoli che non rileggeva e proseguiva con la scrittura, più o meno da quando la sua vita era diventata una vera storia di eventi soprannaturali. 
Rimettermi a scrivere può essere un modo per ritrovare il mio equilibrio.
Si piegò in avanti e afferrò il plico. Passati i primi due fogli, notò un’annotazione scritta in alto con una penna blu.
Bella scena. La farei un po’ più piccante.
Era la calligrafia di Donovan.
I fogli le passarono attraverso le dita e si sparpagliarono sul pavimento alla rinfusa.
Con sgomento, Betty sollevò il braccio all’altezza del viso.
Riusciva  a vederci attraverso.
Il controllo era stato solo un’illusione. Stava davvero per svanire e non sapeva come fermare quella progressione.
 
 

                                                          Continua…?