lunedì 26 settembre 2016

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 34

34. La Canzone che Preannuncia la Fine


Michelle sbuffò contrariata. Come aveva supposto, era finita con l’essere la ruota di scorta del gruppo.

Dopo il ballo che gli aveva concesso Donovan, erano tornati al loro tavolo e Betty li aveva messi al corrente dell’arrivo di Billy. Lei e Donovan si erano voltati verso la pista e lo avevano visto insieme a Zec.
Donovan non aveva perso tempo e aveva invitato Betty a seguire il loro esempio. 
In principio Michelle era stata contenta, aveva bisogno di riposarsi, ma poi mentre li aspettava sola al tavolo, la musica era cambiata, al primo ballo ne era seguito un altro, un lento e a quel punto anche Billy e Zec erano rimasti sulla pista.
Si guardò intorno, in pochissimi erano seduti ai tavoli, la maggior parte dei ragazzi erano tutti nel centro della palestra. Avvinghiati a i propri compagni, in un’atmosfera romantica e languida. Dubitava fortemente che i suoi amici sarebbero tornati a farle compagnia.
A tre tavoli di distanza, incrociò gli occhi di una ragazza bionda, stretta in un abito bianco. La riconobbe: Marcy del gruppo dell’ospedale. Michelle distolse rapida lo sguardo. Conosceva l’estrema esuberanza di quella ragazza e se le avesse dato corda, il resto della serata poteva solo andare peggio: si sarebbe autoinvitata al tavolo e avrebbe dato inizio a un’interminabile sessione privata in cui si vantava dei suoi progressi sui suoi disturbi alimentari.  
«Sapevo di  non dover venire a questo stupido ballo.» Tornò a fissare la mandria di coppie che si dondolava al ritmo della musica, finché non terminò. Notò Zec e Billy allontanarsi dalla massa, non procedettero però verso di lei come sperava, ma in direzione delle porte della palestra. «Perfetto. Ecco i primi due che se ne vanno, senza di me.»
«Sai, il broncio non ti dona.»
Michelle girò il volto e trovò seduta di fronte a sé Dana, la sorella demone di Zec. Rimase a fissarla sorpresa.
«Eddai, fai un sorriso, carotina» continuò lei. «Sei così carina stasera.»
Michelle s’imbronciò ancora di più. «Non prendermi in giro.»
Dana divenne seria. «Non lo sto facendo. Quel vestito ti dona, il verde pastello crea un bel contrasto con il rosso dei tuoi capelli.»
«G-grazie» balbettò Michelle, spiazzata. «Mia madre mi ha detto la stessa cosa, quando mi ha costretto a indossarlo.»
«Ha buon gusto e posso confermarti che ha perfettamente ragione.» Dana mosse la mano sinistra, facendole compiere un giro a semicerchio, e in uno sbuffo di fumo violaceo sul palmo apparve un bicchiere di vetro con dentro un liquido dello stesso arancione del punch. «Come va la festa? A me sembra un po’ un mortorio.»
Michelle la squadrò con attenzione. Aveva imparato che quando si presentava, Dana aveva sempre un secondo fine. «Cosa sei venuta a fare, questa volta?»
«Mi conosci, dove c’è un party, ci sono anche io» rispose con un sorriso e una strizzatina d’occhio.   
«Proprio perché ti conosco, so che non è vero.» Michelle si sporse in avanti, posando i gomiti sul tavolo. «E poi non ti preoccupa che qualcuno ti veda e gridi al demone?»
Dana abbandonò il bicchiere sul tavolo. «Sei gentile a preoccuparti per me, ma so passare inosservata, se lo voglio.» Scostò la sedia e accavallò le gambe fasciate nei soliti pantaloni viola aderenti, mentre il top scollato lasciava in evidenza ampi pezzi di pelle rosso rubino. Nel decolté risaltò la collana con il pendente giallo che aveva rubato mesi prima alla rappresentazione di Romeo e Giulietta.
«Non mi hai detto perché sei qui?» ripeté Michelle.
«Neanche tu» replicò Dana. «E non rifilarmi la storiella che sei venuta per divertirti con i tuoi amici. »
«È la verità.»
Dana scosse la testa. «Ammettilo, non ci credi nemmeno tu. Ti hanno convinta a venire con loro per pietà, ma nessuno è qui con te.» Allungò il braccio destro e indicò Donovan e Betty che ballavano tra la folla di ragazzi. «Fred e Velma sono laggiù a dimenarsi come due idioti, in mezzo agli altri imbecilli in tiro. E di mio fratello e del suo ragazzo non vedo traccia. Che fine hanno fatto?»
Michelle si morse il labbro inferiore. Dava ragione a Dana, ma si trattenne dal dirlo apertamente. Sforzandosi di ricacciare indietro la sfuriata di rabbia contro i suoi amici che l’avevano mollata da sola, cercò di capire quale fosse la vera ragione della presenza della ragazza demone. La osservò. Sembrava interessata più alla mancanza di Billy e Zec, rispetto a quello che facevano Donovan e Betty.
«Si tratta di tuo fratello» concluse ad alta voce Michelle. «Anzi di Billy. L’ultima volta che ci siamo viste, eri in ospedale proprio mentre scoprivamo il corpo di Elliott Summerson.»
Dana la guardò maliziosa, giocherellando con la collana. «Abbiamo fatto anche altro, io e te, in quell’ospedale.»
Michelle arrossì, ripensando al bacio con cui le aveva permesso di tornare visibile. «Non cambiare discorso. Avevi detto a Zec di chiamarti con il cellulare che gli hai lasciato, se avesse avuto bisogno, ma non lo ha fatto. Quindi sei qui perché sta per succedere qualcosa. Di cosa si tratta?»
«Ancora una volta mi sorprendi, carotina. Sei più vicina alla verità di quanto immagini, ma se vuoi tutte le risposte, devi darmi qualcosa in cambio.»
«Perché? Forse posso aiutarti a impedire questa “cosa” che spaventa anche te. Non ti basta?»
Dana scrollò le spalle. «Mi dispiace, ma sono un demone. Fare buone azioni gratis, non è parte delle regole.»
«Cosa vuoi?»
«Canta per me.»
Michelle la fissò confusa. «L’ho già fatto. La sera della recita.»
«Sì, ma era per salvarti. Ora voglio un’interpretazione più personale, più sentita. Capisci cosa intendo?»
Michelle lo sapeva. Cantare per Dana significava tirare fuori una parte personale che si teneva nascosta. Si partiva da una canzone famosa, si modificava il testo e un segreto, un sentimento negato, diventavano di dominio pubblico. Riluttante disse: «Accetto.»
«Ottimo» gongolò Dana. Scattò in piedi e prese la mano sinistra dell’altra ragazza, facendola alzare dalla sedia. «Ora non pensare a nulla. Lasciati andare, la musica farà il resto.»
Michelle deglutì per niente tranquilla.
Dana schioccò le dita, qualsiasi canzone stesse risuonando nella palestra si interruppe. Pochi secondi di silenzio e gli accordi di una nuova iniziarono.
I Kissed a Girl”  di Katy Perry. Michelle la riconobbe all’istante e non ne fu poi così tanto sorpresa. Dana la osservò e in automatico, lei si preparò a  cantare:
 

«Non era ciò che avevo programmato

Mi hai incastrato
Volevo solo bere il punch e ballare
Ora perdo il controllo
Senza preavviso, non so che dirò
Mi vuoi mettere alla prova
So che sei curiosa
E forse anche io un po’
Ho baciato una Ragazza Demone e mi è piaciuto
Sapevi di ciliegia e zolfo
Ho baciato una Ragazza Demone per non svanire
Ma ho sperato che i miei amici non lo sapessero
Non so se è giusto
Non so se è sbagliato
Non so se potrei innamorarmi di te
Ho baciato una Ragazza Demone e mi è piaciuto
Mi è piaciuto davvero!»
 

Come succedeva ogni volta, all’intonare della strofa modificata, tutti i presenti nella palestra diedero il via a una coreografia. Ragazzi e ragazze si divisero in due file, i primi sulla sinistra e le seconde sulla destra. A loro si affiancarono anche i poliziotti di guardia alle porte, i professori e i genitori scelti come sorveglianti. Ancheggiarono a ritmo e si riunirono in modo da  lasciare una striscia di pavimento libera tra i loro gruppi, in attesa della coppia principale.

La palla da discoteca vorticava e lampi argentei colpirono i distintivi dei poliziotti, riflettendo la luce sui volti e gli abiti dei ballerini improvvisati.
Sculettando, Michelle si lasciò guidare da Dana in mezzo a loro, nel centro della pista. Giunte lì, la demone la fece girare e mettendosela di fronte, le circondò la schiena con il braccio e le strinse la mano sinistra in alto. Ballarono prima avanzando e poi retrocedendo una dall’altra.
 
«Non mi avresti mai notato
Non mi sarebbe importato
Credo di essere un gioco per te
È nella natura dei demoni
Corrompete brave ragazze
Non mi comporto mai così
Mi sento confusa
Ma non ho resistito
Ho baciato una Ragazza Demone e mi è piaciuto
Sapevi di ciliegia e zolfo
Ho baciato una Ragazza Demone per non svanire
Ma ho sperato che i miei amici non lo sapessero
Non so se è giusto
Non so se è sbagliato
Non so se potrei innamorarmi di te
Ho baciato una Ragazza Demone e mi è piaciuto
Mi è piaciuto davvero!»
 

Le persone intorno a loro si avvicinarono, formando delle coppie miste, ma anche dello stesso sesso. Imitarono le loro mosse, fissandosi negli occhi e continuando a ballare.

Anche Dana la fissò e cantò:
 

«Sono una ragazza magica, ma non diversa dalle altre

Pelle rubino, labbra bollenti, pronta a baciare ancora
So che è difficile resistermi
Mi piace che non lo neghi
E non c’è niente di male, se ti va, mi puoi baciare»
 

Michelle si staccò da lei, imitata da una parte di ragazze e qualche ragazzo e uomo, si portò le mani ai capelli e agitò la testa cantando:

 

«Ho baciato una Ragazza Demone e mi è piaciuto

Sapevi di ciliegia e zolfo
Ho baciato una Ragazza Demone per non svanire
Ma ho sperato che i miei amici non lo sapessero
Non so se è giusto
Non so se è sbagliato
Non so se potrei innamorarmi di te
Ho baciato una Ragazza Demone e mi è piaciuto
Mi è piaciuto davvero!»
 

La canzone si concluse e di colpo tutti smisero di ballare. Si guardarono tra loro confusi, come accadeva ogni volta che Dana portava a termine un numero del suo spettacolo.

Il deejay notò il silenzio imbarazzante e riprese con un nuovo brano. Gli insegnanti e i genitori tornarono al banco del punch, i poliziotti ai loro posti di guardia alle porte e i ragazzi ripresero a ballare a coppie, come se nulla fosse accaduto.
Michelle rimase a guardare Dana sorridente.
«Niente male» si congratulò la ragazza demone. «Sono davvero impressionata.»
«Hai avuto ciò che volevi, dammi le mie risposte» disse Michelle.
Dana le andò al fianco. «Un patto è un patto» sussurrò al suo orecchio destro, superandola.  Andò a sedersi di nuovo al tavolo, costringendo l’altra ragazza a seguirla. Afferrò con pollice e indice destro il pendente della collana e disse: «In questo gioiello è stato racchiuso il sentimento più profondo di Billy. È l’unica forza in grado di mantenere reale qualsiasi cosa la sua mente ha creato, se l’uomo in coma dovesse svegliarsi.»
«Quindi sai la verità su Elliott» dedusse Michelle.
«Ho fatto le mie ricerche» replicò Dana. «Da quando l’ho addosso, oltre che un’assicurazione sulla vita, ho una sorta di collegamento con le emozioni del tuo amico ammazzavampiri. Niente di preciso, ma da un paio di giorni so che ha preso una decisione dolorosa.»
«Che vuoi dire?»
«Vuole mettere fine a questa storia della Bocca dell’Inferno. Da solo. Una volta per tutte.»

 

 
                                                 Continua…?




lunedì 12 settembre 2016

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 33

33. Riserva l'Ultimo Ballo per Me

Una pacchiana palla da discoteca, in stile anni settanta, girava appesa al soffitto della palestra, mandando riverberi di luce argentea in tutto l’enorme spazio.

Il riflesso sfiorò anche la pelle di Zec, di pessimo umore, mentre sentiva crescere sempre più insistente la sua brutta sensazione riguardo la serata. Seduto a uno dei tavoli sistemati a ridosso delle gradinate, osservò i due insegnanti e un paio di genitori, scelti come sorveglianti, fare la spola tra il tavolo del punch analcolico e la console improvvisata di un deejay, a cui ripeterono di abbassare il volume della musica.
Ai lati delle porte d’ingresso della palestra e alle due uscite d’emergenza erano sistemate coppie di poliziotti: una misura di sicurezza che il comitato dei genitori aveva imposto dopo gli eventi di un paio di giorni prima, pena la cancellazione del ballo di fine anno.
Zec spostò infine lo sguardo sul folto gruppo di ragazzi in abiti eleganti e acconciature curate, ballavano nel centro della palestra, come se fosse l’evento più divertente ed eccitante a cui avessero mai partecipato. E non condivideva affatto tanto entusiasmo.
Pur avendo i suoi tre migliori amici al fianco, sentiva la mancanza di Billy. Il giorno prima aveva accettato il suo invito e gli era parso davvero contento all’idea di andare come coppia, ma pochi minuti prima di incontrarsi, lo aveva chiamato al cellulare dicendo di avviarsi e che lo avrebbe raggiunto poco dopo.
Era passata quasi mezz’ora.
«Vedrai, sta per arrivare» gli disse Betty, avvolta nel suo vestito giallo senza maniche e con i capelli castani raccolti in uno chignon. «Sarà stato trattenuto da qualche stupido vampiro.»
Donovan bevve il residuo di punch dal bicchiere e disse: «Oppure sta finendo di cucirsi il vestito per il ballo da solo.» Posò il bicchiere sul tavolo e si batte i palmi sulla giacca scura. «Affittare uno di questi è più costoso di quanto si possa pensare.»
«Ora mi sento anche in colpa per non averci pensato» rispose Zec, fissando il suo stesso abito nero con pantaloni e  giacca abbinati e camicia bianca. «Di sicuro, vista la sua situazione particolare di finto studente emancipato, Billy non ha soldi per permettersi un vestito per il ballo.»
Betty tirò una gomitata a Donovan che si voltò, alzò le sopracciglia e la guardò con aria innocente come a dire: “Non l’ho fatto apposta.”
Michelle si tirò per la terza volta la gonna verde verso il ginocchio, non sentendosi a proprio agio con il vestito scelto dalla madre e di cui si era già lamentata. «Nella peggiore delle ipotesi può distruggere il mio e provare a ricavarci qualcosa di più comodo.»
«Basta con questa negatività» sbottò Betty. Scostò indietro la sedia e si alzò in piedi. Afferrò il braccio destro di Donovan e lo costrinse a mettersi in piedi. «Vai con Michelle in pista, le devi due balli.»
Donovan imitò il saluto militare, portando la mano destra all’altezza della tempia. «Agli ordini capo.» Raggiunse Michelle e le spostò cavallerescamente la sedia da sotto il tavolo.
«Non so… forse è meglio aspettare ancora un po’» disse lei intimorita.
Betty la guardò decisa. «A ballare. Ora!»
Michelle scattò in piedi e si attaccò al braccio portole da Donovan. I due avanzarono verso la pista, mentre il ragazzo soffocava una risata.
Betty si sedette al posto del suo accompagnatore, vicino a Zec. «Avanti, dimmi cosa succede. Non sei agitato per un semplice ritardo. Cosa ti preoccupa davvero?»
Zec sospirò. «So che hai detto che non possiamo fare nulla per la questione dei poteri psichici, ma ho una sensazione strana. Ho l’impressione che Billy abbia qualcosa che non va.»
«Sai come è fatto: tende a colpevolizzarsi di tutto.»
«Questa volta è diverso» rispose Zec. «È come se avesse deciso qualcosa, ma non vuole farcelo sapere.»
Betty si fece pensosa e batté indice e medio sinistri sul mento. «Può essere. Oppure hai solo fifa da primo appuntamento.»
«Questo non è il mio primo appuntamento con Billy.»
«Oh, per favore. La vostra uscita al cimitero non conta» disse Betty. «Avete incontrato quegli Esseri Ombra e poi siamo finiti tutti nella camera di ospedale di Elliott. Decisamente non è stato un appuntamento.»
Zec concordò in silenzio con la sua descrizione. Non c’era stato niente di lontanamente simile a un appuntamento in quello che avevano fatto quella sera. Quindi, l’amica poteva avere ragione. La sua ansia per la serata poteva essere solo la sua stessa paura di rovinare la prima uscita ufficiale con il suo ragazzo.
«Forse hai ragione» ammise. «Tu invece sembri a tuo agio con Donovan. E anche per voi è la prima uscita in coppia.»
Betty sorrise. «Be’ io parto avvantaggiata. Ho già visto i lati peggiori di Donovan, non penso di dovermi aspettare niente di negativo.»
Entrambi si girarono a cercare lui e Michelle tra i ragazzi che ballavano. Lo individuarono mentre insegnava a un’impacciata Michelle alcune mosse per apparire meno rigida. E sembrava davvero a suo agio, riuscendo a divertirsi.
«Non sapevo Donovan se la cavasse così bene nel ballo» ammise Zec sorpreso.
Betty continuò a fissarlo a bocca aperta. «Già, nemmeno io.»
«Io sono una frana e ho i miei dubbi che Billy sia un asso della danza.»
«Grazie per la scarsa fiducia.»
Billy arrivò alle loro spalle. Indossava un completo nero che gli calzava a pennello e Zec pensò non poteva esserselo cucito da solo.
Billy si chinò e baciò Betty sulla guancia. Poi si avvicinò a Zec e gli stampò un bacio sulla bocca. «Scusami per il ritardo. Ora recuperiamo il tempo perso e ti dimostro che ti sbagli: sono un grande ballerino.»
«E lasciamo Betty da sola?» domandò Zec.
«Tranquillo, gli altri torneranno presto» lo rassicurò lei. «Credo Michelle abbia bisogno di una pausa prima del secondo round.»
Billy prese per mano Zec e lo fece alzare. «Non hai più scuse.»
Lui rise, abbandonando il tavolo e seguendo l’altro ragazzo verso il gruppo che si dimenava. «Peggio per te, io riconosco i miei limiti. Non lamentarti se ti farò sfigurare.»
«Nessuna brutta figura. Lasciati guidare da me.»    

 

La musica era cambiata non appena Zec e Billy erano giunti in mezzo alla pista da ballo. Il pezzo dance, aveva lasciato il posto a una ballata più lenta, cogliendo Zec impreparato.
Billy mantenne la sua promessa. Gli fece mettere gentilmente le mani sulle sue spalle e gli strinse con sicurezza i fianchi, dandogli il giusto ritmo a cui muoversi.
In pochi attimi, Zec si sentì subito a suo agio e dimenticò ogni pensiero negativo.
«Non te la cavi poi così male» si complimentò Billy.
«Merito del mio maestro.»
Billy rise. Sembrava sereno, senza angosce.
Zec gli avvicinò le mani al collo. «Devi dirmi dove hai imparato a ballare i lenti.»
Billy aggrottò un sopracciglio. «Non saprei.» Lo attirò a sé, avvolgendogli la schiena con le braccia. «Penso sia parte dell’addestramento da Ammazzavampiri.»
Questa volta fu Zec a ridere. «Sicuro. Già me lo immagino. “Lezione 27: stordisci il vampiro con un ballo” Anche se standogli così vicino è facile impalettare il nemico.»
«Si può fare anche altro a questa distanza.»
Billy si sporse e baciò di nuovo la sua bocca.
Fu un bacio meno affrettato, come se volesse gustarselo. Zec sentì il calore delle labbra di lui aprirsi e chiudersi sulle sue. Chiuse gli occhi e tutto svanì. Non c’era musica, non c’erano altri oltre a loro. Poi si riscosse e si allontanò.
«Qualcosa non va?» chiese Billy.
Zec arrossì. «No. È solo che… ecco non volevo dare spettacolo.»
Il compagno lanciò uno sguardo ai suoi lati. E lui fece altrettanto. Alcune ragazze si dondolavano a occhi chiusi con la testa posata sulla spalla del loro cavaliere. Altri erano impegnati nella stessa attività che loro avevano appena interrotto. E insieme scorsero una coppia di ragazze che ballavano strette, perse una negli occhi dell’altra.
«Non mi pare che siamo abbastanza interessanti» disse Billy.
Zec annuì. «Scusa. Questa serata sta andando così bene, ho il timore che qualcuno, o qualcosa la rovini. Come una rissa perché due ragazzi si baciano.»
«Non dovresti preoccuparti di queste cose» lo rimproverò dolcemente Billy. «Devi essere libero di vivere i tuoi sentimenti. Soprattutto perché la vita è così breve.»
Zec rimase colpito da quell’affermazione. «Suona tanto come una dichiarazione di addio.»
«Non dire sciocchezze. Non ti libererai di me.» Billy pronunciò le parole con fermezza, ma poi il suo viso si rabbuiò. «Però, se dovesse accadermi qualcosa di brutto, voglio che tu vada avanti.»
«Perché dovrebbe accaderti qualcosa di brutto?»
«Caccio i vampiri, i demoni e le mostruosità della Bocca dell’Inferno. Il pericolo è sempre con me e anche se sono bravissimo in quello che faccio, può accadere che un giorno mi capiti il peggio.»
«Niente pensieri negativi.» Zec lo baciò sulla bocca per zittirlo. Rimasero così per diversi minuti, assaporando il piacere di essere insieme, poi si allontanò. «Seguirò il tuo consiglio, se tu farai lo stesso con il mio. Combatti solo battaglie che sai di vincere e non correre rischi inutili.»
Billy lo guardò serio e lentamente le labbra sia allargarono in un sorriso. «Lo farò. E sono felice di averti incontrato e che mi abbia invitato al ballo. Sarà tra i miei ricordi più belli.»
«I nostri ricordi più belli» lo corresse Zec.
Billy annuì. «Giusto. Grazie per tutto.»
Zec non seppe spiegarsi se fu il modo in cui lo disse, o l’aria di malinconia che balenò nei suoi occhi, ma gli parve un addio. E la sua brutta sensazione si rifece viva.
La musica terminò bruscamente. Le varie coppie assorte nella loro intimità, si ripresero, allontanandosi gli uni dagli altri di qualche centimetro.
«Mi sa che devo andare» disse Billy, toccandosi la fronte. «Il mio senso del soprannaturale pizzica.»
«Vengo con te» si offrì subito Zec.
«Non è necessario. Non mi sembra niente di particolarmente grave. Una scocciatura di cui mi libererò prestissimo.»
Zec insistette. «In due saremo ancora più veloci.»
Billy scosse la testa. «Allontanandoci insieme daremmo nell’occhio e qualcuno dei sorveglianti ci farebbe troppe domande. E poi non è il caso di rovinarci entrambi il vestito.»
Tenendolo per mano e schivando gli altri ragazzi, Billy si avviò verso l’uscita della palestra. Zec gli camminò dietro, non riuscendo però a scacciare l’agitazione e sapendo di non potergli far cambiare idea.
Arrivati a un paio di metri dai poliziotti di guardia, Billy si fermò. Gli prese il viso tra le mani e lo baciò sulla fronte. «Ritieniti prenotato per l’ultimo ballo.» Sorrise e si incamminò da solo.
Zec lo seguì con lo sguardo. Vide che faceva segno alla guardia di aver bisogno di usare il bagno e ottenne un cenno di consenso. Lo vide allontanarsi fino il fondo del corridoio e poi svanire dietro l’angolo.
In quello stesso istante, la brutta sensazione che lo aveva tormentato, non fu più vaga. Si concretizzò e dentro di sé Zec ebbe la certezza che Billy non sarebbe tornato per l’ultimo ballo. Con una sicurezza da non riuscire a spiegare razionalmente, sapeva che se non lo avesse raggiunto e fermato, per loro non ci sarebbe mai più stato alcun ballo.

 

                                                                     Continua…? 



lunedì 5 settembre 2016

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 32

32. Come si Sveglia un Uomo che Vuole Essere in Coma?


«Mi sembra ridicolo» sentenziò Donovan, seduto e stravaccato con le braccia allargate sulla base della prima fila della gradinata della palestra.

«E anche un po’ assurdo» concordò Michelle, in piedi accanto a lui. Guardò le altre ragazze e i pochi maschi muoversi avanti e indietro per l’enorme spazio, spostando tavoli e sedie, e abbassando la voce aggiunse: «Voglio dire, più assurdo delle cose assurde che ci sono capitate fino a ora.»
Zec sbuffò. Guadando le loro facce mentre gli era di fronte, sembrava proprio che i due amici non volessero affatto credere alla conclusione di cui li aveva informati – e a cui era giunto Billy – sugli undici anni di coma autoindotto di Elliott Summerson. E anche per lui era stato difficile abituarsi all’inizio, ma poi aveva dovuto cedere all’evidenza. «Invece ha perfettamente senso e combacia con quello che ci ha detto l’infermiere» insistette.
«Ok, ammettiamo che la storia di cadere in coma di spontanea volontà possa essere vera, come fa Billy a dare per scontato che Elliott avesse programmato tutto il seguito?» chiese poco convinto Donovan.
«Fenomeni psichici» rispose Betty.
Zec si girò di spalle. Seduta sul pavimento, Betty stava ripassando con un pennarello rosso le lettere di uno striscione steso davanti a lei. «Non mi credi nemmeno tu?»
«Certo che ti credo. Spiegavo a cosa si riferiva Billy con la sua deduzione» disse la ragazza, senza smettere il suo lavoro. «I fenomeni psichici sono studiati anche dalla scienza. Credo che la disciplina si chiami parapsicologia e studia appunto l’interazione tra mente e fenomeni paranormali. Quindi, sì, il ragionamento di Billy è altamente possibile e presuppone che Elliott sapesse a priori di possedere capacità psichiche, abbastanza forti da scatenare tutto questo una volta portata la sua mente in uno stato simile alla morte.»   
Michelle si piegò in avanti. «Come fai a dirlo con tanta semplicità, mentre stai… cosa stai facendo di preciso?»
Betty terminò l’ultima lettera. Chiuse il pennarello rosso e si rimise in piedi. «Contribuisco ai preparativi per il ballo di fine anno. Faccio parte del comitato organizzativo.»
Donovan si tirò dritto sulla schiena. «Non me lo avevi detto.»
Betty lo guardò di sbieco da dietro le lenti degli occhiali. «Avrei dovuto?»
«Be’… visto che andremo al ballo insieme, potevi mettermi al corrente.»
«Quindi, vuoi che siamo una di quelle coppie? Del tipo che devo dirti ogni mia decisione prima di prenderla?»
«No, non intendevo…»
«Aspettate!» intervenne allarmata Michelle. «Siete una coppia? Ufficiale? Da quanto?»
Donovan gongolò. «Da dopo il mio prode atteggiamento da baywatcher durante la crisi in piscina.»
«Quindi da pochissimo e non è cambiato niente per noi come gruppo» si affrettò a precisare Betty, guardando l’amica. «Quindi non farti venire paranoie e rischiare di diventare ancora invisibile.»
«Possiamo ritornare all’argomento principale?» li interruppe Zec. Era contento per i due amici, ma lo preoccupava di più la sorte del suo ragazzo.
«Cosa vuoi che ti diciamo?» domandò Donovan, scrollando le spalle. «Hai avuto da Betty la conferma di una spiegazione scientifica e quindi Billy ha ragione. Oltretutto, avere capacità mentali spiega anche da dove arriva il suo senso del soprannaturale, che lo avvisa dalle minacce. A ogni modo non vedo come potremmo risolvere la situazione questa volta.»
Michelle annuì. «Se si trattasse di vampiri da impalettare, o demoni da scacciare con formule o roba simile, potremmo intervenire subito. Ma questa cosa dei fenomeni psichici va molto oltre la nostra portata.»
«Starcene qui a organizzare il ballo di fine anno di sicuro non è di aiuto.» Zec era deluso e infastidito dalla velocità con cui gli amici avevano liquidato la faccenda. «Non avete visto quanto fosse sconvolto Billy dopo quella scoperta. Ho cercato di calmarlo e mi ha detto di non preoccuparmi, ma era chiaro che non ci credeva nemmeno lui. Temo possa fare qualche stupidaggine.»
Betty gli andò accanto e gli strinse amichevolmente il braccio destro. «Non penso Billy abbia una soluzione a cui noi non siamo arrivati. Ora come ora, non può fare proprio nulla. Siamo abituati a  reagire all’istante al pericolo, o fare ricerche mirate. Forse questa volta dobbiamo prenderci più tempo per rifletterci e dopo quello che abbiamo passato, svagarci un po’ al ballo è la scelta migliore. Gli hai chiesto di farti da accompagnatore?»
Zec scosse la testa. «Non era il momento migliore e non sono sicuro gli interessi il ballo. Come vedete non è qui con noi.»
«In realtà neanche noi siamo qui per i preparativi, ma solo perché volevi parlarci e Betty ha detto di ritrovarci in palestra» precisò Donovan. «Comunque ho visto come ti guarda e di sicuro gli interessa stare avvinghiato a te durante un lento» disse, strizzando l’occhio.
Zec ripensò al loro bacio. Alla foga con cui Billy si era stretto a lui, quando era uscito dall’armadio nell’aula di matematica. Forse Donovan non aveva tutti i torti. «Ok, proverò a chiamarlo e ci prenderemo una pausa dalla Bocca dell’Inferno.»
Michelle li squadrò imbronciata. «Perfetto. Tutti accoppiati e io faccio da ruota di scorta.»
Donovan mise un braccio attorno alle spalle dell’amica. «Non essere stupida. Non sei una ruota di scorta. E ti prenoto per almeno due balli.»
Betty lo guardò soddisfatta. «È la prima cosa intelligente che dici da quando siamo in palestra.» Prese Zec sotto braccio e lo condusse vicino agli altri due amici. «Venerdì sera andremo al ballo tutti insieme. E ci divertiremo. Siamo la Scoobie Gang, ci meritiamo di festeggiare dopo tutte le minacce soprannaturali che abbiamo sventato.»
Zec sorrise. Avrebbe voluto tanto farsi coinvolgere dal loro buonumore. Pensare per una sera di poter essere un gruppo di adolescenti normali che si divertivano al ballo scolastico. Nel profondo, però, sentiva che non avrebbero avuto la possibilità di godersi quella serata. Di sicuro qualcosa sarebbe andato storto.
 

Poche ore dopo il tramonto, Billy si arrampicò sul cancello del cimitero  e lo scavalcò.

Non aveva fatto parola a nessuno degli amici sulle sue intenzioni. Si era limitato a inventare l’impegno di una ronda di controllo, in modo da essere solo. Non voleva nessuno con sé per quello che stava per fare.
Scivolò lungo le sbarre di ferro e saltò, atterrando sulla terra sabbiosa. S’incamminò sul sentiero che costeggiava la distesa di lapidi. Sapeva di non trovare quelle dei suoi genitori, ma questa volta avrebbe cercato quelle della famiglia Summerson, sperando di trovare anche altro.
Gli ci vollero diversi minuti, prima di scovare l’appezzamento erboso su cui sorgevano le due lapidi in marmo bianco. Billy si accovacciò accanto ai due monumenti, non c’erano fiori; Elliott era davvero rimasto solo e con lui in coma non c’erano altri aprenti che potevano rendere omaggio ai due defunti. Per un attimo si sentì stupido a parlare di Elliott come se fosse un estraneo.
Per quanto gli suonasse alieno ammetterlo, lui era Elliott. Forse solo una parte di lui e forse per certi versi con alcune differenze, ma non erano due entità distinte. Se l’uomo in coma era solo, lo era anche lui.
Billy si rialzò in piedi e si guardò intorno. La vera ragione per cui era andato fin lì, non si era mostrata. Non essendoci nessun altro all’infuori di lui, disse: «Avanti! Fatevi vedere! Protettori dell’Oscurità Maggiore, venite fuori!»
Rimase in attesa, aspettandosi di veder comparire da un momento all’altro il mausoleo in cui i misteriosi Esseri Ombra erano comparsi intorno al fuoco, fornendogli la rivelazione che lo aveva condotto sulla strada della verità.
Non successe niente.
«Non compariranno.»
Voltandosi di scatto, Billy seppe già a chi apparteneva quella voce femminile roca, prima ancora di vederla. La Prima Cacciatrice lo fissò, in piedi a una manciata di passi di distanza, nel suo inconfondibile aspetto tribale.
«Come lo sai?» le domandò. «Sei forse tu a impedirlo?»
La Prima Cacciatrice non rispose. Si limitò a continuare a osservarlo.
Billy pensò che Donovan aveva ragione: avrebbero dovuto capire al più presto chi la facesse saltare fuori dal nulla, soprattutto perché forniva solo informazioni di sua scelta. L’istinto e la rabbia lo spingevano a urlarle contro e obbligarla a dirgli quello che voleva sapere, ma era sicuro avrebbe ottenuto l’effetto opposto.
«Va bene, se anche c’entri in qualche modo, non vuoi dirlo. Però non credo tu sia qui per caso, giusto?» Billy rimase a guardarla: silenziosa e immobile.
Decise di fare un altro tentativo. «Da quando ci siamo visti l’ultima volta, ho avuto modo di imparare molto più su di me. Al punto in cui sono, però ho bisogno di aiuto. So del coma di Elliott, so che tutto quello che è successo è opera sua, ma se ha scelto di essere in quello stato, io cosa posso fare? Come lo sveglio?»
«Hai già la risposta.»
«Perché in parte sono lui? Ti assicuro non mi è di nessuno aiuto.»
Lei gli porse la mano.
Billy si avvicinò, ma prima di poterla afferrare, lei gli impresse il palmo sulla fronte.
Immagini fugaci gli scorsero davanti agli occhi. Due persone avanti negli anni. Ospedali, medici e volti in lacrime. Una chiesa. Delle bare. Sentimenti di angoscia, dolore, malinconia.
Si riscosse quando la Prima Cacciatrice spostò la mano.
«Erano i genitori di Elliott» disse con sicurezza. «Si è preso cura di loro finché non sono morti. E poi ha perso la voglia di vivere.»
Si aggrappò a quei ricordi prima che svanissero del tutto. La sua controparte non aveva voluto lasciarglieli di proposito. Ricordò in maniera più approfondita una malattia legata alla mente, come il suo potere, una dote che era stato obbligato a sopprimere e invece avrebbe potuto sfruttare per curare…
«Rammenta. Sei ciò che lui non è più. Ha bisogno di te.»
«Non ti capisco. Lui voleva morire, ne sono certo, ma non ha avuto il coraggio e si è creato questa alternativa… una sorta di via di fuga dalla realtà attraverso me. Non aveva potuto salvare chi amava con il suo potere, però lo usò per concedersi la sua versione di un riposo eterno. Ma tutto il resto? Voleva far provare anche agli altri cosa significa vivere in un inferno? È questa la tua risposta?»
 La Prima Cacciatrice scosse il capo. «Lo sai, te l’ho già detto.»
Billy sgranò gli occhi confuso. «Davvero? Quando?»
La ragazza si mosse, avvicinandosi a lui. Posò la mano destra sulla sua guancia e rispose: «Al nostro primo incontro. C’erano anche i tuoi amici.» Scostò la mano e arretrò, tornando al suo posto di partenza.
Billy si sforzò di ricordare velocemente. Il primo incontro era avvenuto in sogno. A casa di Michelle. Mentre guardavano gli episodi di Buffy. Era stato tutto confuso, fin quando non si erano ritrovati e lei aveva pronunciato un’ultima frase.
«Una sola soluzione. Abbracciare la morte» ripeté serio.
«Tutto gravita intorno alla morte. Elliott l’ha cercata. Tu sei il modo per allontanarla dagli innocenti. Il ruolo che ti ha affidato ti conduce comunque all’atto finale di ogni Ammazzavampiri.»
Lui trasalì. «No… non posso farlo… non riuscirò mai a ucciderlo.»
«Il compito difficile, non vuol dire impossibile» gli disse la Prima Cacciatrice. Si voltò di spalle e s’incamminò, oltrepassò varie lapidi, finché la sua figura non svanì nell’orizzonte lontano.
Billy distolse lo sguardo e si sentì colpevole. Aveva sempre avuto la risposta, ma non aveva mai voluto veramente interpretarla.
Si rimise  a sua volta in marcia, diretto al cancello. Alla fine aveva ottenuto ciò per cui era venuto, anche se non pensava potesse costargli così tanto.
«Non importa» disse Billy nel silenzio tombale, afferrando con entrambe le mani le sbarre del cancello che chiudeva il cimitero. «Farò ciò che devo.»  

 

                                                     Continua…?

lunedì 29 agosto 2016

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 31

31. Ottieni la Verità con una Bugia


«Non muovetevi» ripeté il poliziotto, tenendo lo sguardo fisso su loro e stringendo con entrambe le mani l’arma alzata contro lui e Zec.

Billy non capì cosa stava accadendo. Un attimo prima era uscito dal seminterrato dove Jordan Gutierrez aveva scatenato più Inferni – tra cui un poliziotto zombie – e ora uno vero minacciava lui e il suo ragazzo appena ritrovato, senza alcuna ragione, come se fossero due pericolosi criminali.
«Agente, ci deve essere uno sbaglio» disse Billy rimanendo vicino a Zec, senza muovere un muscolo.
«Abbiamo ricevuto diverse chiamate in centrale per rumori e urla agghiaccianti provenienti dalla scuola» rispose il poliziotto senza scostare la pistola dalla linea di tiro. «Non è la prima volta che qui dentro succedono fatti… particolari.»
Billy non sapeva cosa dire. Il tono dell’uomo pareva accusatorio, ma in realtà nessuno poteva sapere cosa fosse successo realmente nella stanza della caldaia e chi fosse il responsabile. Inoltre, tutti i ragazzi e gli adulti ancora presenti a scuola erano rimasti bloccati nelle aule e come lui e Zec erano liberi da pochi minuti.
«Cosa diavolo sta facendo!» La professoressa Noxon comparve alla spalle dell’uomo e avanzò furente verso di lui. Aveva i capelli vaporosi in disordine, con ciocche castane che svolazzavano intorno al viso mentre procedeva e il tailleur blu, di solito sempre impeccabile, tutto spiegazzato e coperto da macchie bianco sporco. «Abbassi quella pistola, subito! Non vede che sono due ragazzi spaventati come noi? Sono studenti rimasti bloccati qui, non i responsabili!»
Billy tirò un sospirò di sollievo e per la prima volta fu davvero felice di vedere l’insegnate del club di teatro.
Il poliziotto abbassò l’arma e assunse una posa meno minacciosa. La donna lo superò, si sistemò dietro Billy e Zec, coprendo con un braccio la spalla di ognuno dei due e gli lanciò un’occhiataccia.
«Stavo solo facendo il mio lavoro» rispose serio l’uomo. «Sono entrato e sono stati i primi due soggetti visti, intimare loro di stare fermi è la prassi.»
«Vada a cercare i veri colpevoli e stia attento a non puntare ancora quell’arma contro un mio collega o altri poveri studenti» ribadì la professoressa Noxon perentoria.
Il poliziotto lanciò un ultimo sguardo diffidente a lui e Zec e poi uscì dalla classe.
«“Servire e proteggere” un cavolo» sbuffò arrabbiata e sgomenta la professoressa. «State bene ragazzi? Chi ha divelto in quel modo la porta?»
«Non lo sappiamo» rispose Zec.
Billy pensò che in fondo era sincero, quando era successo lui era una statua di vetro. «Siamo rimasti bloccati nell’aula. Sono successe cose un po’ strane, poi la porta si è staccata ed è arrivato quel poliziotto» mentì, recitando però in modo molto credibile.
La professoressa Noxon annuì comprensiva. «Capisco, anche per noi del club di teatro è stata un’esperienza allucinante. Speriamo possano chiarire cosa sia successo.» Li spinse poi gentilmente verso l’uscita dell’aula. «Andiamo, abbiamo chiamato un paio dia ambulanze e tutti i presenti devono essere accompagnati all’ospedale per un controllo.»
«Perché? Ci sono dei feriti?» si preoccupò Billy.
«Sembrerebbe di no, ma la scuola ha una politica ferrea per situazioni di questo tipo, o comunque simili a questa e vuole avere conferme mediche.»
Billy e Zec si avviarono in corridoio in compagnia della donna e nessuno fece più parola sull’accaduto.
 

«È totalmente inutile. Oltre che snervante» si lamentò Betty.

Quando le ambulanze erano arrivate a scuola, lei, gli altri studenti e i professori erano radunati nel cortile. I paramedici avevano chiesto se ci fosse qualcuno che dovesse avere la precedenza sugli altri e Donovan aveva urlato il suo nome, raccontando della caduta in piscina e della perdita dei sensi. Così si ritrovava stesa in un letto dell’ospedale, pur essendo in perfetta salute. «Ed è tutta colpa tua.»
Donovan la guardò impassibile. «Lo so. E ne sono fiero.» Era in piedi vicino al letto, con le braccia conserte sul petto e nessun segno di rimorso.
Betty si puntellò sui gomiti. «Avanti, sai anche tu che è una stupidaggine. Sto bene. Quegli esami che mi hanno fatto si riveleranno uno spreco di tempo.»
«Quando avrai una laurea in medicina, prederemo in considerazione la tua diagnosi» replicò lui.
Betty trovava insopportabile quel suo modo di fare, ma solo al quaranta per cento. Nel restante sessanta lo trovava estremamente dolce. «Intendo dire, sappiamo entrambi che non mi è successo nulla di veramente grave.» Si sforzò di smussare l’insofferenza nella sua voce. «Ho avuto un attacco di panico. Ho affrontato una delle mie più grandi paure e non ho retto lo stress. Non è piacevole, ma neanche mortale.»
Donovan sospirò e lasciò scivolare le braccia lungo i fianchi. «Ok, forse sono stato un po’ troppo apprensivo.»
Betty sorrise e poi tra loro calò il silenzio. Nella furia di risalire dal seminterrato, rintracciare gli altri compagni e uscire dalla scuola, non aveva avuto il tempo di metabolizzare tutto quello che le era successo. C’era stata la parte da film horror, ma anche quella inaspettata. Nel momento del pericolo, quando era stata in preda al panico, si era appoggiata a Donovan e lui era rimasto a darle sostegno. Più di quanto si aspettasse.
Betty si  tirò ancora più su, appoggiandosi al cuscino, contro lo schienale reclinabile del letto. «Non ti ho neanche ringraziato» disse all’improvviso.
«Non è necessario» rispose il ragazzo.
«Invece lo è eccome.» Betty si scostò lievemente, facendogli posto sul materasso. «Siediti qui vicino a me» lo invitò. Si aspettò una delle solite battute di lui, ma Donovan l’accontentò senza dire una parola. Con il viso a una spanna dal suo, continuò. «Devo anche scusarmi. Non ti ho mai preso sul serio. Oggi, mi hai davvero colpito, non mi capita spesso di perdere il controllo in quel modo e tu mi hai protetto. Ti sei preso cura di me, lo fai anche adesso ed è qualcosa a cui non sono abituata. È… nuovo, per me.»
«E le novità ti spaventano, giusto?» domandò Donovan.
«A volte. Ma questa è diversa, è qualcosa che ho sempre desiderato, ma non ho mai voluto ammetterlo.» Betty si morse il labbro inferiore. «Cavoli, di solito sono brava con la sintesi e i discorsi, ma ora mi sembra di non riuscire ad arrivare al punto.»
«Fai provare me» propose Donovan, sorridendo. «Non ho una bella reputazione ai tuoi occhi, ma ora vedi qualcosa di diverso. Fermami se sto sbagliando.»
«Vai avanti.»
«Bene. Tu mi piaci. E mi sembra che io piaccio a te.» Donovan fece una breve pausa, durante la quale lei annuì. «Allora buttiamoci. Proviamo a essere una coppia. O stare insieme, se preferisci. Ognuno si impegnerà e vedremo come andrà.»
«Un po’ troppo sbrigativo, ma il concetto è giusto.» Betty si sporse in avanti Gli prese il volto tra le mani e lo baciò sulle labbra. Un bacio impacciato, con gli occhiali che le premevano contro le guance, ma fu il suo primo vero bacio.
Donovan si staccò, dolcemente le spostò le mani dalla sua guancia e sorrise. «Non male, ma dovremo fare pratica.»
Betty gli accarezzò il braccio con  la mano destra. «Potremmo incominciare la sera del ballo di fine anno, andandoci insieme.»
«Hai sempre della grandi idee.» Donovan si alzò. «Vado a vedere a che punto sono i tuoi accertamenti, così puoi alzarti da quel letto.»
«Ottimo» rispose Betty. «A volte, anche tu hai grandi idee.»
 

Billy sostava davanti alle scale che dal pronto soccorso portavano ai piani superiori. Era di nuovo molto vicino alla sua controparte adulta. Aveva l’impressione di venirne attirato come un magnete, anche se sapeva che fargli visita non avrebbe aggiunto nulla a quanto già sapeva, o a come porvi rimedio.

«Ecco dov’eri finito.» Zec lo raggiunse dal corridoio sulla destra. «Ho parlato con Michelle: sta bene, ma è stata bloccata da una certa Marcy del suo gruppo di sostegno per disturbi alimentari, ma prima è riuscita a vedere Donovan e Betty e stanno entrambi bene. Inoltre, la professoressa Noxon sta tenendo d’occhio quel poliziotto che ci ha bloccati. Vuole essere presente mentre fa domande a tutti quelli rimasti imprigionati.»
«E i gemelli?» domandò Billy senza staccare gli occhi dalla scalinata.
«Non ho loro notizie. Ma conoscendoli, una volta finito il pericolo, se ne saranno andati via di nascosto.»  Zec si fermò al suo fianco. «Piuttosto, cosa mi dici del ragazzo che ha scatenato tutto?»
«Jordan Gutierrez? È a posto. Gli ho promesso che terrò segreto il suo coinvolgimento, si sta facendo visitare come gli altri, ma non rappresenta più un problema» rispose distrattamente. Sentiva il forte impulso di ritornare da Elliott Summerson, ma combatteva per non farlo.
Zec gli mise una mano sulla spalla, facendogli girare il volto verso di lui. «Billy, cosa c’è che non va? Sembra che quegli scalini siano più interessanti di me.» Fece una lieve risata. «Vuoi… rivederti. Cioè rivederlo, non so come esprimermi.»
«Sì» disse sincero Billy. «Sto lottando per non andare di nuovo nella sua stanza.»
«Perché?»
«Tanto non cambierebbe nulla. Non otterremo delle risposte in più su come è finito… o sono finito, in quel letto e in coma.»
Zec gli afferrò la mano e lo trascinò sulle scale. «Non ti farà neanche male. Andiamo.»
Billy non si oppose. Forse Zec aveva ragione, si lasciò guidare per la rampa, fino ai due piani successivi. Uscirono dalla tromba delle scale e entrarono nel corridoio del piano. Sembrava deserto. Percorsero spediti il tratto e giunsero alla camera di Elliott.
Zec posò il palmo sul pomello e lo fece girare, la porta della camera si aprì e intravidero il suo corpo steso. Fecero entrambi un passo avanti per introdursi nella camera.
«Non potete stare qui.»
Si voltarono di scatto. La voce giovane di un infermiere poco più alto di loro, con i capelli castano chiaro a spazzola, un fascicolo sotto braccio e arrivato di soppiatto alle spalle, li fece bloccare.
«Solo i parenti potrebbero fare visite, ma…» l’infermiere si zittì e rimase a fissare il viso di Billy. «Però tu assomigli molto al signor Summerson, per caso…»
«È così» intervenne Zec. «È un familiare.»
L’infermiere inarcò un sopracciglio. «Davvero? Nella sua cartella c’è scritto che non ha parenti in vita.»
«Infatti… perché… ecco, è una questione complicata» continuò Zec. «Vede, lui, il mio amico, lui è il… fratello.»
Billy si voltò a guardarlo, cercando di mascherare la sua stessa sorpresa per la sfacciataggine con cui aveva sparato quella menzogna.
«Mi prendete in giro?» chiese serio l’infermiere, stringendo con le dita della mano sinistra la cartella sotto il  braccio destro.
«È vero, io… cioè lui… Elliott Summerson è il mio fratellastro» ripeté Billy.
Zec si avvicinò al suo interlocutore. «Ha notato come si somigliano? Il mio amico ha scoperto da poco questo legame» disse a bassa voce. «Sa, suo padre non è mai stato molto fedele ed è morto da poco. Frugando tra le sue cose, il mio amico ha scoperto di avere un fratello più grande, ma non vuole che lo sappia anche sua madre.»
L’infermiere allargò le labbra, quasi a formare un cerchio perfetto per la sorpresa della sconvolgente rivelazione. «Oh. Mi dispiace. Non volevo essere inopportuno.»
«Non c’è problema» rispose Billy.
«Comunque non posso farvi entrare. Dovete tornare con un permesso firmato che certifica la parentela.»
«Certo, ma a noi bastano poche informazioni» provò Zec.
Billy si concentrò nella sua espressione più triste e strappalacrime. «So che non è la prassi, ma vorrei solo sapere come mio fratello è finito in quello stato. Se dovessi coinvolgere mia madre, soffrirebbe troppo.»
L’infermiere li scrutò pensieroso. Poi afferrò la cartella clinica e l’aprì davanti a sé. «D’accordo, farò uno strappo alla regola, dato che è un caso un po’ particolare.» Scorse con lo sguardo le notizie e poi disse: «Tuo fratello è in coma da circa undici anni.»
«Undici? Da così tanto?» domandò Billy allibito.
L’infermiere annuì e proseguì a leggere silenzioso.
Zec lo osservò sulle spine. «Può dirci la causa del coma?»
«Be’ quello è un vero mistero.» L’infermiere alzò gli occhi dal foglio e li guardò in faccia. «È stato trovato in quello stato in casa. Non c’era niente nelle vicinanze che indicasse l’uso di farmaci o altro. E dalle analisi non è emersa nessuna allergia, infezione o causa esterna che giustificasse il coma.»
«Quindi è come se si fosse addormentato» ipotizzò Zec.
L’infermiere chiuse la cartella. «In un certo senso sì, è come se fosse così, ma scientificamente non è possibile. Hanno ipotizzato un disturbo simile alla Sindrome Kleine-Levin, alcuni la conoscono come “sindrome della bella addormentata”, ma il sonno permanente non è tipico di quella patologia. Continuiamo a svolgere i test di routine e a cercare un modo per portarlo a svegliarsi, ma senza successo. Al momento ci limitiamo a tenerlo in vita. Mi dispiace ragazzi, ma non posso dirvi altro.»
Billy lo fissò assente. «La ringrazio. Ci è stato di grande aiuto.» Si girò e torno sui suoi passi verso le scale.
«Grazie ancora. E scusi per il disturbo.» Zec si sforzò di sorridere all’infermiere, poi corse dietro al compagno.
Scesero entrambi la prima rampa di scale, Billy si sentiva in trance, scioccato da quella scoperta.  A metà della seconda tornata di scalini, Zec gli afferrò con forza il braccio, facendolo riscuotere.
«Aspetta. Che ti prende. Sei sconvolto?»
«Non lo hai capito?» dallo sguardo del compagno, Billy realizzò che la conclusione non era stata lampante anche per lui. «Non è stato vittima di un incidente. È un coma autoindotto.»
Zec strabuzzò gli occhi. «Aspetta… se lo è procurato da solo?»
«Esatto. La cosa peggiore è che non penso sia un caso quello successo dopo. Sapeva a cosa andava incontro, quello che avrebbe scatenato» disse Billy amareggiato. «E questo complica tutto. Non si può svegliare un uomo che ha scelto di entrare in coma.» 

 

                                              Continua…?