lunedì 29 settembre 2025

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 95

Sorge Oscurità Maggiore 20: Il Coraggio di Michelle Berg

 

Ansimando per la corsa, Michelle spalancò la porta di casa e non appena varcò l’ingresso, inoltrandosi nella penombra con il solo rumore delle suole delle scarpe sul pavimento, ebbe la conferma di essere sola nell’abitazione.

Suo padre era ancora bloccato al lavoro, per colpa di qualche riunione o cose simili e sua madre aveva il pomeriggio di svago con le sue amiche: parrucchiere, giri per negozi, sala da tè e pettegolezzi.
Chiuse con attenzione la porta dietro di sé, i suoi calcoli erano giusti, ma per estrema sicurezza chiamò ad alta voce: «Mamma! Papà! Sono tornata!»
Con soddisfazione la risposta fu un silenzio assoluto.
Meglio così.”
Michelle corse sulle scale per il piano superiore, si fiondò nella sua stanza e sbatté la porta, rintanandosi all’interno. Slacciò il pesante piumino, lo sfilò e lo lanciò sulla sedia accanto alla scrivania. Poi si abbandonò sul bordo inferiore del letto ed estrasse il cellulare dalla tasca dei jeans.
Si era sentita un po’ in colpa a scappare in fretta e furia da scuola, qualche minuto prima dalla fine dei lavori con il club di teatro e senza avvisare nessuno dei suoi amici. Non che loro avessero avuto questa gran voglia di stare insieme, o almeno così le era parso dal mutismo degli ultimi giorni, però aveva una questione che la tormentava e aveva aspettato fin troppo per togliersi quel peso. E doveva assolutamente sfruttare quello stretto momento di libertà in casa per farlo come si deve.  
Le parole di Hart Wyngarde le avevano insinuato il dubbio sul suo rapporto con Dana e anche se era stata incerta su come comportarsi, aveva deciso che la soluzione più rapida fosse parlarle direttamente.
Compose il numero che le aveva fatto avere e dopo il secondo squillo udì la voce sensuale della ragazza demone risponderle: «Ciao carotina.»
«Vieni da me, devo parlarti subito» le disse senza prendere fiato e chiuse la comunicazione.
Pochi secondi dopo, uno sbuffo di fumo viola si diffuse nella stanza e Dana comparve al suo fianco.
«È successo qualcosa di grave?» domandò seria.
Michelle rimase qualche istante con la bocca aperta. Per lei era un fatto di una certa importanza, ma poteva definirlo grave? Scosse la testa e decise di continuare in ogni caso con il discorso che si era preparata.
Si alzò in piedi e disse: «Ho bisogno di sapere perché stai insieme a me. E se sei arrabbiata perché vogliamo chiudere la Bocca dell’Inferno. Voglio dire, a me piaci anche senza i poteri, ma annullando l’influsso di Elliott tu potresti perderli e se questo ti fa paura ed è un motivo per cui possa decidere di lasciarmi, voglio parlarne prima che prendi questa decisione.»
Dana strabuzzò gli occhi. «Ma come ti è venuta questa idea?»
«Rispondimi, per favore.»
«Prima ricomincia a respirare e calmati.» Dana le prese il braccio e la costrinse a sedersi con lei sul piumone che copriva il letto. «Adoro i miei poteri, non te l’ho mai nascosto. E so bene che tu, mio fratello e la vostra Scooby Gang avete deciso di portare avanti questa missione finché non riuscirete a chiudere la Bocca dell’Inferno del sogno di Elliott. Va bene, non vi incolpo di questo e di sciuro, se doveste riuscirci e dovessi affrontare qualunque conseguenza, non mi arrabbierei mai con te. E puoi star certa che non sarebbe un motivo per rompere la nostra relazione.»
Michelle avvertì un gigantesco peso sciogliersi dal petto e dalle spalle. «Dici sul serio?»
L’altra ragazza annuì. «E ovvio. Ho finito con innamorarmi di te perché sei una tipa tosta. A volte tiri fuori stupidaggini come questa, ma sai tenere testa agli atri quando serve, sei grintosa e lo trovo sexy. È quello che mi piace di più in te.»
«Anche se non fosse tutto merito mio?» Michelle risentì nelle orecchie le frasi di Hart Wyngarde durante la seduta. «Hai visto come faccio emergere la mia oscurità, magari è quello a rendermi così… ad attrarti in me. E se sparisse anche l’oscurità, magari sarei diversa, qualcuno che non potresti amare.»
Dana le posò il palmo della mano color rosso rubino sulla fronte. «Non mi sembri calda, non hai la febbre,  però parli come se stessi delirando. Stai dicendo un mucchio di cazz… cavolate. Tu sei tu.»
Michelle le scostò la mano dalla faccia. «Che cosa vuoi dire?»
«Quell’oscurità che ti fa fare cose superumane, che ti dà i tuoi poteri è parte di te. A essere precisi è una parte di te. Anche se la Bocca dell’Inferno svanisse, se perdessi la tua capacità da Poltergeist, quella parte oscura rimarrebbe, così come quella più chiara, per così dire. E per toglierti ogni altro dubbio: sei perfetta così. Non è il tuo lato oscuro a farmi scegliere di essere la tua ragazza, ma tutti gli aspetti del tuo carattere, comprese queste insicurezze, dolci e anche un po’fastidiose.»
Michelle le buttò le braccia al collo e caddero semi distese sul letto. In preda alla gioia di sentirle ammettere quello che pensava di lei, iniziò a baciarle le guance e poi passò alle labbra, insinuando la lingua nella sua bocca.
Dana accolse quel gesto con piacere, poi però la scostò e si ritrasse, tirandosi su e rimettendosi a sedere. «Ferma, ferma. Non te la caverai così facilmente. Adesso è il tuo turno.»
«In che senso?» Michelle si rassettò il maglione, sedendosi a sua volta sul letto e la osservò confusa. «Oscurità Maggiore, cioè Hart Wyngarde è venuto da te?»
L’altra inarcò un sopracciglio. «Assolutamente no. Ti ho detto chiaro e tondo perché sto con te, ora voglio sapere per quale ragione tu vuoi stare con me. Forse è solo questo magnifico corpo da demone ad attirarti?»
«No, anche se ammetto che in principio è stato quello a farmi provare un certo… interesse.» Michelle sorrise a quel pensiero. «Poi mi sono sentita compresa. Quando per colpa della Bocca dell’Inferno ero diventata invisibile a tutti, parlare con te mi ha dato sicurezza e ho cominciato a provare più di una semplice attrazione fisica. Quando ci siamo ritrovate sole noi due, per la prima volta non mi sono sentita un mostro, qualcuno di sbagliato. Tu mi ha fatta sentire desiderata.»
«Wow, caspita», Dana giocherellò con la chiusura del piercing all’orecchio sinistro.
Osservandola, Michelle vide che era imbarazzata. Qualcosa che non accadeva di frequente, forse non era mai successo in sua presenza. «E in fondo credo che valga quello che hai detto tu per me. Per quanto ti sforzi di passare per quella che insegue solo il suo interesse, so che ti preoccupi anche per gli altri. Non tutti, solo persone selezionate, ma va bene così. Anche tu non sei solo oscurità, ma hai sprazzi di luce e mi sono innamorata per questo. Mi piaci perché sei così: non buona, non cattiva, la ragazza umana nel corpo di un demone.»
Dana le si avvicinò e la baciò con dolcezza, un lungo incontro di labbra pieno di tenerezza. Poi si spostò indietro e le disse: «Hai visto? Un’altra prova che sei coraggiosa: ci vuole fegato a rivelare apertamente i propri sentimenti.» E le sorrise.
Michelle respirò e facendo uscire l’aria dai polmoni, avvertì un senso di libertà. D’un tratto tutto ciò che era accaduto nello studio del Consulente Wyngarde, ogni parola subdola, ogni sottile allusione e dubbio, le parvero insulsi, non c’era mai stata una vera ragione per preoccuparsi.
«Ora però voglio sapere chi ti ha messo in testa queste idee» fece Dana. «Prima hai menzionato Oscurità Maggiore, scommetto che è stato lui.»
Michelle si morse il labbro inferiore. Coinvolgere la sua ragazza nei piani di quell’essere la spaventava, ma ormai ci era già arrivata da sola e nasconderlo non aveva senso. «Ti ho raccontato che da qualche tempo fa il Consulente al liceo e si fa chiamare Hart Wyngarde, ho avuto una seduta con lui, come da uno psicologo, solo che sembrava volesse mettermi in difficoltà. Nella conversazione ha tirato in ballo la mia storia con te, il mio essere predisposta all’oscurità… insomma quello che ci siamo dette poco fa.»
«In pratica ti ha manipolato.» Dana incrociò le braccia sul petto. «Che razza di bastardo!»
«Promettimi che non farai niente per infastidirlo.» Michelle le strinse il braccio destro e la guardò supplicandola. «È davvero pericoloso. Ed è capace i tutto.»
«Lo so, carotina, ma non posso fargliela passare liscia.» Dana la attirò a sé, l’abbracciò lasciandole posare la testa nell’incavo tra il suo collo e la spalla. «Non mi importa se è il  male assoluto o solo la parte più crudele di Elliott  e Billy, si è intromesso tra di noi e ora ne pagherà le conseguenze!»
Michelle si scostò per poterla guardare bene in volto. «No, abbiamo risolto tutto. Ignoriamolo e basta.»
Dana scosse la testa. «Con i tipi come lui non serve a niente. Ha bisogno di una bella lezione e io so come dargliela. Al contrario dei tuoi amici, non ho problemi a giocare sporco. Rimpiangerà di avermi fatto arrabbiare.» 
 
 

                                                                           Continua…?  

lunedì 15 settembre 2025

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 94

Sorge Oscurità Maggiore 19: La Solitudine di Ezechiel Giller

 

Zec guardò per la quarta volta l’orologio al polso. La professoressa Noxon li aveva tenuti “in ostaggio” quasi due ore oltre l’orario di scuola perché i lavori di chiusura dell’allestimento del musical procedessero spediti e mantenessero una tabella di marcia che accorciasse i tempi. E avevano ancora altri quattro pomeriggi da passare così.

«Sono quasi le sei» bofonchiò, tormentando gli spallacci dello zaino sopra le maniche della giacca.
Il pensiero andò subito a sua madre: anche se la loro amica Kathryn – una donna che conosceva in pratica da quando era nato – lo aiutava durante gli orari di scuola e adesso che era impegnato con il club di teatro, Zec non si sentiva tranquillo a restarle tanto lontano. Il suo esaurimento era in una fase migliore rispetto i due anni passati, ma non si poteva mai sapere. Ogni giorno era diverso, ognuno pesante da affrontare, e lui sapeva che più tardava a rincasare, più l’ansia tormentava sua mamma, innescando un circolo pericoloso. Non voleva essere causa di un problema per la sua salute, però aveva bisogno di parlare con i suoi amici.
Era una decisione su cui aveva rimuginato tutto il tempo dei lavori di sistemazione delle scene e degli oggetti dello spettacolo, non erano stati accoppiati per nessuna mansione e si erano rivolti la parola a malapena, non solo quel pomeriggio, ma dalla seduta di gruppo con Hart Wyngarde. Non andava bene.
Zec sospettava che le strane insinuazioni che gli aveva rivolto il Consulente Wyngarde e che lo avevano turbato e fatto dubitare della sua vita, non erano un trattamento riservato solo a lui. Era successo qualcosa anche agli altri in quell’incontro. Sapevano di Billy e del suo sentirsi in colpa per la scelta presa da Elliott, ma ognuno ignorava cosa avesse fatto l’uomo per renderli tanto restii a confidarsi gli uni con gli altri.
Così Zec aveva deciso di attenderli all’ingresso del liceo, finito il loro compito con il club si sarebbero incrociati e a costo di forzarli, avrebbero avuto un confronto. Però era trascorsa mezz’ora e non era ancora passato nessuno di loro. Aveva incrociato solo cinque o sei membri del club di teatro e tutti impegnati nel suo stesso gruppetto di lavoro. 
Sollevò la testa dal quadrante al polso e scorse Dylan Derreck procedere nel corridoio verso di lui.
«Ehi cosa ci fai ancora qui?» gli disse alzando la mano destra in cenno di saluto.
«Sto aspettando i miei amici.»
«Mi sa che ti hanno dato buca. Non è rimasto più nessuno dei club e dei corsi extrascolastici.»
Zec lo fissò diffidente. «Perché sei ancora qui, allora? Non fai parte del club di teatro e di nessun altro.»
Dylan gli sorrise. «Ho parecchio tempo libero e mi piace girovagare.»
Lo fissò incerto. Non era più parte del branco di Kate e dal giorno del test di ammissione al college finito male non lo aveva più visto in compagnia dei suoi ex-alleati, però c’era qualcosa nel suo atteggiamento che non lo convinceva.
«Sei sicuro che Billy, Betty o qualcuno degli altri non sia ancora qui intorno?»
Dylan sollevò la mano sinistra e disegnò una croce sul petto, all’altezza del cuore. «Lo giuro solennemente.»
Zec ignorò il tono sarcastico, ma rimase amareggiato dal comportamento degli amici. Non si erano preoccupati di assicurarsi che anche qualcuno tra loro fosse già andato via. Nemmeno il suo ragazzo lo aveva cercato almeno per avvertirlo che tornava a casa per conto suo. Era l’unico a voler mantenere compatto il loro gruppo, provando a contrastare qualunque piano avesse messo in atto Hart-Oscurità Maggiore.
«Se vuoi, posso darti un passaggio io.» Dylan si scostò dalla fronte il ciuffo di capelli che svettava tra quelli più corti. «Prometto di comportarmi da gentiluomo.»
«Tanto so difendermi da solo» replicò Zec. Pensò che a quel punto tanto valeva andarsene e dato il ritardo accumulato inutilmente, poteva anche accettare l’offerta. Non aveva voglia di fare il tragitto da solo. «D’accordo. Grazie.»
Dylan sfoderò il suo abituale sorriso malizioso e gli passò il braccio destro intorno alle spalle. Più vicini di quanto intendesse Zec, oltrepassarono le porte d’ingresso del liceo, attraversarono una parte del cortile interno, raggiungendo il parcheggio sulla destra.
Una volta montati sulla Jeep del ragazzo, Zec si sedette al lato del passeggero e lo guardò posizionarsi al volante. «Per arrivare a casa mia ti conviene pre…»
«Tranquillo, conosco la strada.» Dylan girò la chiave nel quadro comandi, mise in moto e superò le strisce che delimitavano il posteggio.
«Non so se essere lusingato o preoccupato» gli rispose. «Visti i tuoi precedenti, potrei pensare tu mi stia stalkerando.»
«Oh, sei in vena di complimenti. Comunque non sono quel tipo di persona, anche se ammetto che se trovo qualcuno che mi interessa, non mi arrendo al primo rifiuto.»
Zec rimase zitto, preferì non cedere a quel suo tentativo di flirtare. Mentre Dylan guidava tranquillo, portandoli fuori dal parcheggio della scuola e procedendo poi sulla strada, gli tornò in mente la conversazione con Hart Wyngarde. Essere l’oggetto delle attenzioni di un ragazzo non era così spiacevole. Per lui era anche la prima volta, dato che Billy non era stato molto esplicito nel conquistarlo. E a differenza di lui, non c’era il rischio che Dylan scomparisse nel nulla.
«Come è stato cambiare totalmente vita?» gli chiese d’impulso. Ricordando che in un certo senso, anche lui aveva comunque annullato la sua esistenza. «Fingersi morto, scomparire, far perdere le tracce… insomma ripartire da zero.»
«Liberatorio.» Dylan girò di poco il viso per guardarlo. «Hai intenzione di lasciare Dorms a breve?»
«No, niente del genere. Ero solo curioso. Non credo ne sarei mai capace.»
«Perché?»
Zec sospirò. «Mollare tutto e buttarmi alla cieca nel vuoto, senza sapere dove andare, o cosa mi aspetta non fa per me. E poi non potrei lasciare sola mia madre, ha troppo bisogno di me e le spezzerei il cuore.»
«Deve essere bello avere un genitore a cui tenere e che tiene a te.» Dylan riportò lo sguardo sulla strada e si fece serio. «Mia madre è morta di malattia un anno dopo la mia nascita, non la ricordo affatto. Mio padre ha preferito buttarsi nell’alcool, invece che crescere me e anche lui è morto qualche anno dopo. I miei vari genitori affidatari non hanno mai voluto veramente badare a un bambino, ti risparmio il racconto delle mie disavventure, ma non sento di appartenere a nessuna famiglia.»
Zec lo fissò intristito. Lo aveva giudicato un ragazzo a cui non frega nulla se non di se stesso, però aveva alle spalle una storia davvero dolorosa. Non gli parve più strano che avesse scelto la fuga come soluzione. «Mi dispiace.»
«Non devi. Io sono contento così.» Dylan distese di nuovo le labbra in un sorriso più sincero rispetto a poco prima. «Come ti ho detto: la mia libertà è la mia forza. Per te è diverso.»
«Già, sono così attaccato a mia mamma, al mio ragazzo, ai miei amici, perfino a mia sorella nonostante tutto quello che ha combinato.» Zec emise un risolino nervoso. «Vorrei essere forte e invece dipendo dagli altri. Sono patetico.»
«Niente affatto. E nemmeno debole. Aprirsi tanto agli altri è segno di forza, ti metti a rischio a costo di essere ferito.»
Zec lo osservò parlare e gli parve di sentire ancora una volta Hart Wyngarde. «E se avessi paura anche io? Così tanta da spingermi a fare qualcosa di… orribile per non perdere chi amo?»
Dylan si strinse nelle spalle. «Non ci vedo niente di male. Combattere per qualcuno o qualcosa a cui tieni non deve farti vergognare, nemmeno se ti spinge oltre i tuoi limiti. L’importante è che ne valga la pena.»        
Era proprio questo ciò su cui Zec iniziava a dubitare. Abbassò gli occhi sullo zaino che teneva in grembo e ripensò all’anno passato, a quando con il suo gruppo avevano avuto le prime incomprensioni. La reazione di tutti era stata quella di dividersi, poi avevano risolto i loro problemi, affrontando qualcosa di enorme come l’istituto psichiatrico, ma sempre più spesso erano divisi sulle decisioni importanti. In verità ognuno procedeva per conto suo e solo dopo un po’ si confidava con gli altri. Come potevano dirsi uniti se al primo cambiamento che scuoteva la loro normalità si richiudevano a riccio, fino a evitarsi.
La prova l’aveva avuta anche quel pomeriggio. Aveva sacrificato qualcosa per lui importante e a nessuno di loro importava. Lo avevano lasciato da solo.
L’auto si fermò.
Zec alzò il capo e guardò furori dal finestrino. La Jeep era parcheggiata a pochi passi dal vialetto della sua abitazione.
«Per quanto mi riguarda, questo lato di te ti rende ancora più attraente.»
Zec si girò a ribattere e Dylan lo sorprese: le sue labbra si posarono sulle sue, le loro lingue si sfiorarono e poi l’altro ragazzo si ritrasse concludendo quel bacio fugace.
«Non avresti dovuto» disse sollevando lo zaino come una barriera tra loro.
Dylan scosse la testa. «Non farti venire inutili paranoie. È stato solo un bacio. E anche se ti è piaciuto, non hai tradito il tuo Billy.»
«Forse… però avresti  dovuto chiedermi se lo volevo.» Zec aprì la portiera.
Dylan gli prese gentilmente la mano. «Scusa. La prossima volta lo farò. E se hai bisogno di compagnia, di sentirti meno solo, io sono a tua disposizione. Lo sarò sempre. Non ti abbandonerò, qualunque decisione prenderai o azione compirai.»
Zec si fermò, mentre l’aria fresca della sera lo accarezzava. La frescura era piacevole, rigenerante, proprio come lo era stato passare quei minuti in compagnia di Dylan. Poi uscì dall’abitacolo e si sistemò lo zaino su una spalla.  
«Grazie. Per tutto» gli disse.
Dylan gli fece l’occhiolino. «Sempre a tua disposizione.»
Zec chiuse la portiera e lo osservò ripartire. Guardandolo allontanarsi, avvertì crescere la convinzione diversa da quando era partito da scuola.
Hart Wyngarde e Dylan avevano ragione. Non c’era nulla di sbagliato in lui. E se per non sentirsi più escluso e tenere chi amava vicino doveva usare maniere forti, era arrivato il momento di cominciare a farlo.
 
 
                                                                     Continua…?

lunedì 1 settembre 2025

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 93

Sorge Oscurità Maggiore 18: Punti di rottura (2°parte)

 

Donovan si voltò di scatto e camminò rapido nel corridoio, allontanandosi dalla stanza dei costumi.

Era riuscito a eludere il controllo della professoressa Noxon per poter parlare con Betty e se l’era ritrovata davanti abbracciata a Kenny Wood.
Si bloccò. Perché stava scappando? Non era lui quello in torto. Betty rifiutava di condividere con lui quello che la turbava ed evitava in ogni modo che lui la toccasse. Problemi che non aveva con Kenny. Doveva tornare indietro e pretendere delle spiegazioni.
“Tanto sarebbe colpa mia” pensò. Come gli aveva fatto notare Hart Wyngarde, era un pessimo soggetto, anzi peggio: non abbastanza cattivo e non abbastanza buono, il tentativo mal riuscito di essere… qualcosa che non era. E comunque gli avrebbero rinfacciato ancora una volta che la situazione era degenerata a causa sua.
Attese di sentire la voce di Betty che lo chiamava, aspettandosi che anche lei volesse un confronto, ma c’era solo silenzio.
Esalò uno sbuffo d’aria dalle narici, scuotendo la testa e riprese a camminare. Non aveva voglia di tornare sul palcoscenico a occuparsi di smontare le scenografie e non intendeva parlare con altri ragazzi. Così, arrivato in auditorium, osservò la professoressa di spalle, con attenzione sgattaiolò rapido verso la porta antipanico che dava sul cortile e uscì all’esterno.
L’aria ancora fredda di marzo lo colpì e Donovan si strinse nelle braccia coperte dalla camicia, proseguendo fino a raggiungere una delle lastre di pietra del muretto sul lato posteriore dell’istituto.
Di certo, se avesse scelto di affrontare Betty sul suo strano comportamento con lui, la sua ragazza avrebbe tirato in ballo di nuovo Anika e non aveva voglia di ascoltare quella storia per l’ennesima volta. Si sentiva già abbastanza in colpa.
«Il solito furbetto, ma ti ho beccato» fece Chas, incrociando le braccia sul petto, coperto da un maglione lilla.
Donovan sollevò il capo e la fissò. «Senti, non è un buon momento.»
«E lo dici a me? Sono un’artista, un’attrice, non un operaio della manovalanza. Questo genere di lavoro spetterebbe a gente… come te.»
Donovan non aveva la voglia e le energie per ribattere. Si strinse nelle spalle e si sedette sulla lastra di pietra.
Chas lo guardò sorpresa. «Nessuna risposta sarcastica? O battuta sul mio ego?»
Lui fece di nuovo spallucce.
L’espressione sul viso di Chas mutò. Perse la sua abituale sfacciataggine e come del trucco lavato via, lasciò l’immagine di un volto nuovo, naturale. Mostrò uno sguardo serio, meno altezzoso, le labbra si rilassarono e chiese: «Posso rimanere?»
«Come vuoi.»
Chas andò verso la lastra e si sedette accanto a lui. «Volevo ringraziarti. Il giorno in cui  quell’essere ha ucciso Aiden, hai cercato di proteggermi, ti sei preoccupato per me. È stato strano… ma bello.»
Donovan emise un grugnito simile a una mezza risata.  «Già, “strano, ma bello” è il miglior complimento che potessi ricevere.»
«Autocommiserazione? Non me l’aspettavo da te.»
Lui si girò a guardarla. Il tono non era sprezzante o derisorio. Più che altro meravigliato e… dispiaciuto. «Come mai?»
«Mi hai sempre dato l’idea di uno sicuro di sé.» Chas si sciolse i capelli biondi legati in una coda alta e li lasciò liberi di coprirle le spalle. «Ma forse era una maschera.»
«A quanto pare avete tutti opinioni precise su di me» replicò piccato.
«Non volevo offenderti, se sei di cattivo umore e ti scoccio, posso andarmene.»
Donovan la guardò di nuovo. Ancora una volta rimase sconcertato da quella versione di lei. Nella  sua voce non c’era nulla di aggressivo, era gentile, non si stava prendendo gioco di lui. Era impreparato a interagire in quel modo, non seppe cosa risponderle, così riabbassò lo sguardo e rimase zitto. 
Dopo qualche istante di silenzio, Chas disse: «Sai, in un certo senso anche io ho indossato e indosso una maschera. È parte del segreto che ho dovuto condividere per entrare nel branco di Kate.»
«Quella storia è finita, non sei obbligata a raccontarmelo.»
«Lo so, ma voglio farlo.» Chas abbozzò un sorriso e continuò: «Ho due sorelle maggiori e sono sempre stata quella meno interessante. Ogni cosa che facevo, loro due l’avevano fatta prima di me e meglio. Così in famiglia, con i parenti e fin dalle elementari con gli amici, passavo quasi inosservata. E non mi piaceva, volevo anche io le attenzioni che avevano loro. Poi osservando gli altri ho visto come si mentivano davanti alla faccia per poi essere sinceri alle spalle. E così ho sfruttato questa debolezza. Prendevo queste informazioni e le ingigantivo, creavo bugie abbastanza credibili e le riferivo all’interessato di turno. Finivano con il fidarsi di me. Diventavo interessante, qualcuno da avere sempre intorno.»
«Se ho capito bene è una specie di manipolazione» disse Donovan, inarcando un sopracciglio. «Piuttosto cervellotico e non ne andrei fiera.»
Chas sospirò. «Non è questo il punto. All’inizio pensavo bastasse solo con qualcuno ogni tanto, ma poi mi resi conto che mentire era l’unico modo per essere benvoluta. Se mettevo una contro l’altra le persone, ero io quella da non scartare. Non è un vanto, ma non avevo altro modo per ottenere quello che volevo.»
Donovan rifletté. Si chiese se in fondo non aveva fatto lo stesso anche lui. Come gli aveva fatto notare Hart Wyngarde, aveva nascosto e modificato il suo comportamento per non passare per il poco di buono che girava filmini spinti, di nascosto con la ragazza che gli piaceva, dopo averla conquistata convincendola di essere interessante con un atteggiamento da finto sbruffone.
«Scusami tu, non credo di essere il più indicato a giudicarti. Probabilmente sono un bugiardo anche io, solo meno credibile.»
«Sono tutti bugiardi» gli rispose Chas. «Nessuno è completamente sincero, nessuno è mai veramente se stesso. A volte è l’unico modo che hai per difenderti. Come faceva Aiden.»
«Intendi la storia di fingersi un atleta stupido, quando in realtà aveva un gran cervello?»
Chas annuì. «Aiden pensava fosse qualcosa da nascondere perché non sarebbe stato accettato, secondo me era un qualcosa che lo rendeva ancora più attraente, e me ne ero accorta prima ancora che lo condividesse per diventare parte del branco di Kate. A dirla tutta è la ragione principale per cui ho accettato la proposta di farne parte anche io, più della promessa dei poteri sul canto, era un modo per avvicinarlo, stargli accanto.»
Donovan le posò la mano destra sulla spalla.. «Avevi più di una cotta per lui… mi dispiace ti abbia trattato in modo orribile.»
«Ormai non importa più. Forse, se invece che venire fuori in quel modo, avessi avuto il coraggio di provare a conquistarlo, pesino dichiararmi apertamente…» la voce le si ruppe.
«Scusami, non volevo farti tornare triste» le disse stringendole con gentilezza la spalla.
Chas chiuse gli occhi e inghiottì il magone. «Scusa tu, volevo tirarti su il morale e ho finito ancora per esser il centro della conversazione.» Sollevò le palpebre e lo guardò in volto. «Non me lo aspettavo, ma è facile parlare con te… riesco a essere sincera…»
«È buffo, Betty non riesce a farlo.»
«Non è colpa tua.»
«Non lo so, non ne sono così sicuro.»
Chas si sporse in avanti, stringendosi ancora di più a lui. «Forse dovresti capire se è la ragazza giusta, se vale tutto il tuo impegno per far funzionare la relazione.»
«Magari hai ragione. Con tutto quello che ci succede, sprecare il tempo dietro a qualcuno che non ti vuole è un peccato.»
Chas gli sfiorò la guancia sinistra con la mano. «Sì, meglio vivere il momento.»
Il tocco di lei fece provare a Donovan una scossa di piacere. Era diverso da come lo aveva toccato Betty. E non ricordava più che sensazioni le faceva provare.
«Niente rimpianti» disse.
«Al diavolo i rimpianti» replicò Chas.
Donovan le passò la mano sinistra tra i lunghi capelli biondi, posandola sulla nuca, attirandola a sé. Lei gli cinse il collo con il braccio sinistro.
Si lasciarono trasportare da quell’istante di libertà e desiderio.
Le labbra di Donovan si posarono su quelle di Chas e lei le accolse. Il gesto delicato fu invaso dalla passione e le loro lingue si intrecciarono con foga, godendosi quel bacio improvviso.
 
 

                                                                          Continua…?  

lunedì 18 agosto 2025

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 92

Sorge Oscurità Maggiore 17: Punti di Rottura (1°parte)

 

«Su, su ragazzi, dobbiamo smontare e riporre tutto entro la fine della settimana e i prossimi pomeriggi ritenetevi obbligati a presentarvi qui subito dopo la fine delle lezioni» li incitò la professoressa Noxon, in piedi davanti alla prima fila di poltroncine a sinistra, all’interno dell’auditorium.

Betty strinse tra le braccia il costume da suora di una delle comparse, il ricordo dell’ultima replica di Tutti Insieme Appassionatamente le parve lontano di mesi, anche se la messa in scena era avvenuta solo quattro sere prima. Dopo il colloquio con Hart Wyngarde si sentiva scombussolata e confusa, le sembrava che il passato doloroso e lontano la stesse assediando, sostituendo con prepotenza gli eventi più recenti.
«Ti aiuto a piegare e sistemare i costumi» disse Donovan.
La sua voce la fece tornare al presente. Lo guardò e avvertì un nodo alla gola all’idea di trascorrere del tempo con lui. «Non serve, non è pesante.» La risposta le parve stupida anche mentre la diceva.
«Così almeno possiamo parlare un po’ da soli» insistette lui.
Betty scosse la testa. Era proprio quello che voleva evitare, Donovan non aveva colpe, ma non era pronta a confidarsi su quello che Hart aveva riportato a galla. «No, rallenteremo solo il lavoro e ci toccherà tornare per più pomeriggi.»
Donovan le si avvicinò per prenderle la mano. «Sei arrabbiata con me? Ho fatto qualcosa di sbagliato?»
Betty arretrò di scatto. Ormai era un riflesso automatico. «Non c’entri, voglio solo sbrigarmi.»
«No, no, no!» ripeté la professoressa Noxon, avanzando con ampie falcate verso loro due. «Così non va bene, non siete qui per chiacchierare o altro. Bisogna rimboccarsi le maniche e non sprecare neanche un minuto.»
«Stavamo accordandoci per riporre i costumi» replicò Donovan.
«Vi ho visti insieme durante le prove, non sono cieca signor Brennon. Lavorerete meglio e in fretta con compiti separati.» La Noxon sollevò il capo, guardò sul palco tra i ragazzi che smontavano le scenografie e chiamò: «Kenny Wood, vieni qui, aiuterai Betty a raccogliere e sistemare i costumi. Forza!» Prese poi Donovan per le spalle e lo trascinò con sé verso il palco. «Tu aiuterai con le scene.»
Betty osservò Donovan venire allontanato con un’espressione scura e non seppe decifrare se fosse più arrabbiato con lei, per non essere intervenuta, con la Noxon che si era intromessa, o per il fatto che si sarebbe ritrovata ad avere Kenny come compagno di lavoro.
Il ragazzo dalla pelle scura le fu di fronte e le prese dalle mani l’abito. «Ce ne sono altri qui in giro?»
Betty sbatté le palpebre e poi guardò oltre le lenti degli occhiali. Non individuandone nessuno nell’auditorium, scosse la testa. «Sono tutti nella stanza costumi.»
«Ok, andiamo» rispose Kenny, precedendola dietro le quinte.
Lo seguì sentendosi sollevata ad averlo come aiuto: non era intenzionato a farle domande scomode. Camminarono in silenzio nel piccolo corridoio ed entrarono nello stanzino adibito a sala dei costumi. I vari vestiti erano ammassati alla rinfusa su un paio di sedie.
«Cosa devo fare?» domandò Kenny.
«Inizia ad appendere il costume che hai in mano sulla prima rella» rispose Betty. Pescò da uno scatolone in cartone una gruccia e gliela porse. «Queste sono contante, non possiamo perdercene nemmeno una.»
«Signorsì, signora» replicò il ragazzo sorridendo.
Betty sorrise di riflesso e si rilassò. «Cerco tra queste pile gli altri abiti da suora e te li passo.»
Lui annuì e le diede le spalle.
Betty provò a concentrarsi solo sull’impegno con il club di teatro e scacciare ogni altro pensiero su cui rimuginava. Spostò un paio di maglie con il colletto alla marinara e si trovò a fissare un paio di stivali scuri, usati per completare la divisa dei soldati nazisti. Ne afferrò uno, non erano femminili, però le ricordarono l’unico paio che aveva in camera sua. Le tornò alla mente la sola occasione in cui li aveva indossati.
La sera dell’appuntamento con Eddy. La sera dell’aggressione.
Le mani le tremarono, divenne intangibile e lo stivale le scivolò attraverso la carne e piombò sul pavimento.
«Tutto a posto?» domandò Kenny, girandosi e andandole vicino.
Betty aveva la gola secca. «S-sì» biascicò con voce rauca.
«Sei sicura?» Kenny allungò la mano destra per poggiarla sulla sua spalla, ma l’attraversò. «Mi sembra che qualcosa non vada. Hai attivato il tuo potere…»
«No, è stato solo un momento di distrazione» replicò Betty, voltandosi per guardarlo in faccia.
«Non devi mentirmi. Sai… come licantropo sento il tuo odore ed è diverso dal solito.» Kenny si grattò la nuca. «Non è una cosa carina da dire a una ragazza, ma voglio essere sincero. E poi so del vostro incontro con il Consulente Wyngarde.»
«Ha convocato anche te e Kerry?» Betty provò a cambiare discorso.
«No, non credo tenterà più di conquistarsi la nostra fiducia dopo che mia sorella lo ha affrontato la notte in cui abbiamo trovato Billy nel bozzolo. Come Oscurità Maggiore ti ha detto qualcosa che ti ha spaventato?»
Betty deglutì la saliva e si concentrò per riprendere la forma tangibile. «Niente che non possa gestire.» Si piegò e raccolse da terra lo stivale, stringendolo tra le dita. «Visto? Tutto normale.»
«Ok, però il tuo odore non è cambiato. E non devi parlare con me se non vuoi, però ci sono se hai bisogno. Sono tuo amico, forse non come gli altri, ma ormai siamo… tipo nella stessa squadra.»
«In effetti, dopo il colloquio con il Consulente, c’è qualcosa a cui non riesco a smettere di pensare.» Le parole le uscirono spontanee, a differenza di quando si trovava con Donovan. Betty se ne sorprese, ma non volle fermarsi. «Hart sa di un evento che mi è successo tempo fa, è una situazione di cui non ho parlato con nessuno.»
Kenny annuì. «Ti ascolto, se vuoi.»
«Si tratta di… sono passati mesi, ma… ecco io avevo un appuntamento… cioè un incontro…» Betty si morse il labbro inferiore. Voleva confidarsi, ma le sfuggivano le parole, le sembravano sempre sbagliate.
«Credo di sapere già a cosa ti riferisci» la interruppe Kenny. «Sai dei miei poteri da mezza Cacciatrice, giusto? I sogni che mi rivelano frammenti di vita degli altri a cui non sono presente, ma legati al soprannaturale. È successo anche con te, prima che ci conoscessimo. Prima che tu incontrassi Billy. Prima che vedessi il tuo primo vampiro reale.»
Betty si portò le mani alla bocca. Possibile che Kenny sapesse di quella sera?
«So di Eddy» continuò Kenny e poi si fermò a fissarla negli occhi.
«Non me ne hai mai parlato» rispose Betty.
Lui abbassò lo sguardo. «Era qualcosa di troppo personale, intimo. Non avevo il diritto di tirar fuori l’argomento. E possiamo smettere qui se pr…»
«No, tu sai già tutto, non devo spiegarti» disse con voce tremante. «È più facile.»
«Quello che ti è successo non è colpa tua.»
«Lo so, ma c’è comunque qualcosa di cui sono responsabile.» Betty percepì gli occhi inumidirsi, posò sul pavimento lo stivale e si tolse gli occhiali. «Hart mi ha detto che in seguito a quella situazione, ho intercettato il potere di Sasha e quando lei ha scelto a chi lasciare in modo permanente le caratteristiche del costume di Halloween, io ho deciso per lei. O comunque ho scelto volutamente di poter essere intoccabile.»
Kenny fece un passo in avanti. «E allora? Non c’è niente di male.»
«Sì, invece, se sfrutto l’istinto malvagio di qualcuno per ottenere ciò che voglio.» Le lacrime le scesero lente sulle guance. «Forse ho più oscurità di quanta voglia ammettere e magari questo potere è solo il primo passo per peggiorare e farla uscire.»
«Non sono d’accordo. Il tuo ragionamento può partire da un presupposto valido, ma devi ricordati cosa hai fatto con questa capacità. Può essere che ti serva come difesa, ma lo hai usato anche per proteggere gli altri, mettendoti in prima linea per combattere i mostri del sogno da Bocca dell’Inferno e lo hai fatto fin da subito. Dopo la tua aggressione e prima di avere un superpotere.»
Betty rimase a guardarlo singhiozzando. Ascoltarlo la spinse a slegare il nodo che sentiva in gola e sul petto e allo stesso tempo le sue parole la rassicurarono.
«Non sei cattiva, sei coraggiosa, quello che ti è successo è orribile e hai cercato comunque di andare avanti, preoccupandoti di persone estranee. Puoi fare di più per superarlo» continuò Kenny. «Ti servirà l’aiuto di un professionista, ma devi scegliere tu se e quando contattarlo. Non c’è un momento giusto o sbagliato. Devi farlo per te stessa, ma voglio solo che tu sappia che quando ti sentirai, io sarò con te, se mi vorrai.»
Betty tirò su con il  naso e si sfregò gli occhi con il dorso della mano. «Grazie.»
Kenny sorrise. «E di cosa? Tra amici funziona così.»
Lei si mosse d’istinto, gli andò incontro e lo abbracciò sollevata. Aveva bisogno di qualcuno con cui sfogarsi, senza temere giudizi e la paura di deludere. Tra loro si era instaurato un legame speciale e sapeva che non sarebbe stato possibile con nessun’altro del suo gruppo di amici.
Impacciato e imbarazzato, Kenny ricambiò il suo abbraccio.
Betty rimase stretta in quel contatto tra i loro corpi, non avvertendo il senso di pericolo dell’intimità con un altro ragazzo.
Un’ombra comparsa sull’uscio della stanza costumi attirò la sua attenzione.
Betty girò di poco lo sguardo e lo vide: Donovan era in piedi e li osservava stringendo i pugni. 
 
 

                                                                    Continua…?   

lunedì 4 agosto 2025

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 91

Sorge Oscurità Maggiore 16: Oscura Seduta di Gruppo in Loop

 

Un ronzio incessante e fastidioso tormentava l’udito di Billy. Aveva la sensazione che partisse dalla sua testa e si diffondesse poi nelle orecchie.

Era iniziato appena la voce atona e gracchiante dell’altoparlante aveva chiamato anche Michelle nell’ufficio del Consulente Wyngarde, impedendogli di guardarla in volto e comunicarle di stare in guardia.
Billy si morse il labbro inferiore per non urlare mentre quel rumore gli rimbombava nel cervello e abbassò il capo, tenendolo tra le mani e socchiudendo gli occhi. Non era un malessere naturale, sapeva che non era nemmeno un vero malessere.
Era il suo senso del soprannaturale.
Lo stava avvisando, mettendolo in allerta perché stava accadendo qualcosa fuori dal comune. E Billy sapeva era opera di Hart Wyngarde, o meglio Oscurità Maggiore.
Lottò con quella manifestazione delle sue doti psichiche e sollevò lievemente la testa. Scrutò l’aula e notò la mancanza di Michelle. Era l’ultima, tutti e quattro i suoi amici erano lontani da lui, in presenza di Hart, sotto il suo volere e pronti a essere usati come punizione per la sua scelta di contrastarlo.
Billy fece stridere le gambe della sedia, strisciandole sul pavimento, scostandola indietro e mettendosi in piedi. «Professoressa… non mi sento bene.»
Barcollò fuori dal banco, con la mano destra premuta sulla tempia e camminò incerto verso la cattedra. Strizzò gli occhi in risposta a un’improvvisa impennata del ronzio che solo lui poteva percepire.
«Non hai un bell’aspetto» constatò la professoressa Petrie. «Ti faccio accompagnare da qualcuno.»
«No, grazie» rispose, anche se non era stata una proposta. «Ce la faccio da solo.»
Billy abbandonò libri, astuccio e zaino al suo posto, senza attendere una replica della donna e nemmeno guardandosi indietro, uscì dall’aula, diretto alla sua vera meta: l’ufficio del Consulente.
Percorse il corridoio appoggiandosi con il palmo sinistro aperto sul muro freddo. Il ronzio sembrò assumere il suono di una voce, distorta, sdoppiata, gutturale. Pronunciò parole intervallate da un brusio di sottofondo.
Dolore.
Impara.
Supera.
Billy si fermò un istante. Suppose fosse una sorta di messaggio in codice. Invece di immagini e visioni su quello che poteva aspettarsi di dover affrontare, questa volta il suo senso soprannaturale lo avvisava con un suggerimento vocale.
In ogni caso non prometteva nulla di buono.
Si rimise in marcia e più procedeva, più il rumore nella testa e nelle orecchie si abbassava. Quando fu davanti alla porta dell’ufficio del Consulente, il ronzio era svanito del tutto.
Billy riacquistò fermezza sulle gambe, staccò la mano dal muro e deciso, spalancò l’uscio della stanza.
«Bene, ti stavo aspettando» lo accolse Hart Wyngarde, seduto dietro alla scrivania. «A quanto pare il tuo istinto ti ha fatto arrivare giusto in tempo.»
Billy non sprecò fiato per domandare il senso di quella frase, gli bastò osservare i quattro ragazzi che gli davano le spalle: Betty, Donovan, Zec e Michelle erano seduti ognuno su una sedia, in fila orizzontale di fronte alla scrivania.
«Cosa hai fatto? Perché sono ancora tutti qui?» domandò Billy, senza celare l’ansia.
Hart si alzò dalla poltrona, aggirò la scrivania e gli andò di fianco. «Rilassati, abbiamo appena finito le sedute.» Gli sorrise malizioso e schioccò le dita della mano sinistra.
I quattro ragazzi sobbalzarono sulle sedie, come se si fossero risvegliati da una trance e si guardarono tra loro, per poi girarsi verso loro due.
«Prima che poniate domande inutili e noiose, siete stati qui con me tutto il tempo, tutti insieme, anche se vi è parso di essere soli e di venire convocati in tempi differenti» spiegò Hart. «Comunque state tranquilli, le nostre conversazioni si sono svolte in privato, nessuno degli altri è a conoscenza di cosa ci siamo detti nelle singole chiacchierate. Anche se non sembra, rispetto il principio di segretezza tra medico e paziente.»
«Non capisco, perché ci hai tenuti qui?» domandò Michelle.
«Perché dovete affrontare anche una seduta di gruppo» le rispose Hart.
Donovan balzò in piedi. «E quelle fatte fino ad ora? A cosa ti servono le  nostre informazioni?»
Il Consulente sorrise. «Saranno utili a voi, ma lo scoprirete più avanti.» Mise le mani sulla schiena di Billy e lo spinse in avanti. «Forza, non perdiamo altro tempo, la seduta di gruppo ha inizio.»
Ritrovandosi in mezzo ai compagni confusi, Billy domandò: «Come mai per me hai un trattamento diverso?»   
«Tu hai scelto di rifiutare il ruolo che ti è stato assegnato, così ho deciso di accontentarti: affronta il tuo viaggio per comprendere le ragioni del sonno di Elliott.» Hart batté due volte le mani. L’ambiente intorno a loro tremolò come una pozza d’acqua scossa dal vento. «Però, come ti ho promesso, se fallirai pagheranno tutti le conseguenze.»
«No, farò quello che devo, ma lasciali uscire.»
«Le condizioni non sono trattabili» replicò l’uomo. «E adesso ascolta con attenzione perché non te lo ripeterò: tra pochi secondi rivivrai con i tuoi amici i frammenti dei ricordi che hai appreso tramite l’uso della Falce; continueranno a ripetizione, l’unico modo per bloccarli è imparare la lezione che ti vogliono insegnare. Se non coglierai il senso del perché sono collegati all’oscurità, rimarrete imprigionati in questa spirale della memoria… bé per sempre.»
La porta davanti a Billy svanì, i muri si sciolsero come fossero stati dipinti con vernice scadente e Hart Wyngarde scomparve dal luogo.
Non c’erano più sedie e neanche la scrivania. Erano all’aperto, nel cimitero mentre pioveva, a guardare Elliott fermo davanti alla buca di una tomba.  
Billy osservò la scena disorientato, non percepiva odori, o l’umidità della pioggia intorno.  Eppure era come se un rovo spinoso gli stringesse ogni organo del corpo.
«Billy, cosa facciamo?» domandò Zec, riscuotendolo. «Se fosse un’altra trappola?»
«Perché ci ha bloccati in questi ricordi?» continuò Betty. «Sono solo tuoi, noi non capiamo nulla. E poi li abbiamo già visti con te.»
Billy non sapeva cosa rispondere, non riuscì a concentrarsi. In realtà, avrebbe voluto solo scappare da quel momento nel passato.
L’ambiente esterno e piovoso, divenne di colpo l’interno dell’ambulanza.
Questa volta udì un rumore: il rantolo di un respiro soffocato.
D’istinto si tappò le orecchie con i palmi e il dolore di spine gli riempì il petto. Quel suono lo devastava. Non voleva sentirlo, non voleva soffrire.
«Ehi! Datti una mossa» urlò Donovan e gli staccò a forza le mani dai lati del volto. «Devi tirarci fuori da questo loop.»
«O forse no» replicò Michelle. «Magari dobbiamo solo stare fermi e aspettare che finisca.»
L’ambiente mutò di nuovo. L’ambulanza divenne la stanza da letto di Elliott, con l’uomo steso in preda alla febbre.
«Oppure ognuno di noi deve trovare l’uscita da solo» replicò Zec. «Può essere che Hart ci stia mettendo alla prova.»
«No» rispose Billy. «Non so cosa vuole che trovi, o identifichi, ma di certo sperarci non è una buona idea.»
Zec lo fissò serio. «Eppure, lo hai proposto tu pochi giorni fa.»
Billy era pronto a replicare, ma la voce di Elliott del ricordo lo distrasse.
«Questa volta brucerò e basta.»
Quella frase... Billy la ricordava dal precedente viaggio nella memoria, ma gli parve più significativa. Non riguardava solo la febbre, nel profondo aveva la certezza si riferisse ad altro.
Ancora una volta la stanza svanì e ritornarono al cimitero, al funerale.
Betty era quasi al limite della buca.
«Attenta!» Donovan le si avvicinò e le afferrò il polso per tirarla via.
«Non mi toccare.» Betty si rese intangibile e attraversò le sue dita, scostandosi bruscamente. «Non c’è niente di vero. Non siamo in questo posto. Non posso cadere.»
«Scusa se mi sono preoccupato» replicò Donovan offeso. «E scusatemi se non ho superpoteri come voi e penso a salvarmi la pelle. Forse per voi è una cosa inutile.» 
Billy scostò gli occhi dalla scena e li riportò sui quattro compagni. Prima di concretarsi sui ricordi, doveva occuparsi di loro. Erano strani, diversi dal giorno prima e da quella stessa mattina in cui li aveva incontrati all’ingresso. Di qualsiasi cosa avessero parlato con Hart Wyngarde, li aveva turbati. 
«Ho sbagliato a cercare di allontanarvi» disse. «Avevate ragione, in qualunque modo cerchi di mettervi al sicuro, Hart vi trascinerà in una situazione pericolosa, quindi non vi escluderò. Non so cosa vi abbia detto nelle vostre sedute, ma per adesso non pensateci. Farò di tutto per tiraci fuori, ma ho bisogno di voi. Potete fidarvi di me?»
«Non abbiamo molta scelta» commentò Donovan.
«E sei l’unico con la possibilità di spezzare il circolo» constatò Betty.
Zec gli si avvicinò. «Va bene, mettiamo da parte tutto il resto. Siamo con te.»
«Ma come possiamo aiutarti?» domandò Michelle.
Billy si accorse di aver di nuovo cambiato scenario. Ancora una volta erano nell’ambulanza. «Per il momento restatemi accanto. Questo è tra i peggiori dei tre frammenti del passato.»
Gli altri quattro compagni si radunarono attorno a lui e Zec chiese: «Perché? Ti è tornato in mente qualche  particolare?»
«È per come mi fa sentire» rispose Billy, combattendo l’impulso di coprirsi di nuovo le orecchie. «Mi ferisce nel profondo, in un modo che so di aver già provato e di non voler mai più provare.»
«E succede anche con il primo e l’ultimo?» domandò Michelle.
«Sì… però è diverso. Come se fosse un crescendo» le rispose. «Anzi con l’ultimo è differente. È come un male di cui senti il dolore con ritardo.»
Betty incrociò le braccia sul petto. «Allora è su quello che devi concentrati. In un suo modo perverso, Hart segue una logica: ti sta dando il tempo necessario per capirne il senso. Sa che puoi arrivare alla soluzione perché lui la conosce e voi in fondo siete parte della stessa persona.»
«State pronti» li mise in guardia Donovan. «Stiamo per cambiare.»
L’ambulanza svanì e ritornarono nella camera da letto.
Billy seguì l’istinto, nella stanza c’era la chiave per spezzare il cerchio infinito. Camminò fino al letto e osservò gli occhi di Elliott: erano arrossati, gonfi, come dopo un pianto. Fissavano il soffitto, poi ebbero un guizzo e puntarono altrove.
«La libreria» disse Billy, intercettandoli. Si girò e si fermò all’altezza del quarto scaffale dal basso. Lo sguardo di Elliott era diretto in un punto preciso. Afferrò la costina di un volume cartonato e gli mancò il fiato. «La Saga di Fenice Nera. È il mio… suo… insomma il fumetto preferito, quello in cui ci siamo sempre immedesimati… ora ha senso!»
«Cosa?» domandò Zec.
Billy si girò e tornò a osservare Elliott. «La corruzione di Jean/Fenice. Il potere che consuma.»
L’uomo nel letto ripeté: «Questa volta brucerò e basta.»
E Billy rispose: «La resa.»
L’ambiente intorno a tutti loro si cancellò.
Tornarono nell’ufficio del Consulente. Solo loro cinque, in piedi tra le sedie e la scrivania. La porta aperta.
«È finita?» chiese Michelle.
Betty si sistemò gli occhiali sul naso. «Direi che è così, ma non ho capito come…»
Billy continuò a fissarsi le mani, anche se il libro a fumetti non c’era più. «Elliott si è sempre identificato con la Forza Fenice. Sentiva di possedere la capacità di risorgere dalle ceneri come l’uccello mitologico a cui è ispirata e di poter alterare la realtà come una sorta di potere mentale a livello cosmico. E infine, come accade in quella sequenza di storie, venire corrotto da tale potere.»
Donovan lo guardò arricciando il naso. «E questo ci ha riportati a scuola?»
Billy scosse la testa. «Siamo tornati, perché mi sono ricordato cosa ha provato in quell’esatto momento. In quell’istante, sentendo il peso di eventi che non poteva controllare, ha deciso che si sarebbe arreso, scatenando il sogno della Bocca dell’Inferno.»     
Zec gli si mise di fronte. «Quindi quella frase…»
«Significa che anche lui è colpevole. Ha smesso di lottare.» Spiegò Billy. «Si è arreso all’oscurità e l’oscurità ha vinto. È imbattibile.»



                                                            Continua…?