lunedì 16 ottobre 2023

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 44

Il Gioco del Branco 8: Chi è quella Ragazza?

 

Billy udì le grida prima ancora di suonare il campanello della casa di Michelle. Qualsiasi cosa stesse avvenendo all’interno, lei e Betty non erano di buon umore. Prese coraggio e spinse il pulsante con l’indice destro.

La porta si spalancò quasi subito e trovò Zec ad accoglierlo.
«Meno male che sei qui» disse e lo baciò sulle labbra.
Billy entrò e chiese: «Cosa succede?»
«Stanno litigando da mezz’ora sul comando e il territorio.»
Lo guardò inarcando un sopracciglio.
Zec lo prese per mano. «È meglio se lo vedi.»
Su sua richiesta si erano radunati di sabato mattina per una ennesima riunione strategica dopo mesi. Non era un buon segno che la situazione fosse già degenerata prima di cominciare.
Salirono le scale che portavano al piano superiore e le voci si fecero sempre più forti,  diventando un confuso sovrastarsi di accuse quando si fermarono all’ingresso della camera di Michelle.
Vedendolo, Donovan balzò in piedi dal letto. «Finalmente sei arrivato» gli andò incontro e si posizionò dietro di lui. «Devi intervenire tu, o non la smetteranno più.»
Ancora confuso, Billy disse: «Con calma, mi spiegate perché state urlando?»
«Betty vuole fare tutto a modo suo e non mi ascolta» fece Michelle, girandosi verso di lui.
«Non è vero. È lei che non accetta il fatto che so organizzare meglio gli indizi sulla lavagna» rispose l’altra, indicando l’ampia bacheca  rettangolare di plastica dietro di sé, fissata alla parete tra la porta e la scrivania. «Ed è stata una mia idea usare questo metodo per fare il punto della situazione.»
«Ma sono io che ne avevo già una e vi ho offerto di venire qui per la riunione» ribatté Michelle, imbronciata. «Vuoi sempre comandare, ma come padrona di casa ho più diritto di te a decidere cosa scrivere.»
Donovan sospirò rumorosamente. «Rimpiango i vecchi schemi fatti al computer.»
Billy si fece avanti nella stanza. «Per prima cosa datevi una calmata tutte e due. Vi si sentiva fin da fuori. Non stiamo facendo una gara, collaboriamo tutti come abbiamo fatto altre volte per mettere insieme i pezzi di questi casini soprannaturali. Non esiste un “capogruppo” o qualcuno superiore agli altri.» Osservò le amiche e nessuna delle due sembrava voler ribattere. Si posizionò quindi davanti alla lavagna e la ispezionò.
Oltre al fatto che nomi, luoghi e date erano scritti in modo confuso e approssimativo, adottare uno stile da FBI gli sembrò una scelta un po’ eccessiva per riepilogare ciò che sapevano, o meglio tutto quello che ignoravano, sugli ultimi avvenimenti. Tenne comunque quella conclusione per sé.
«Ricominciamo da capo» disse e prese dalla mensola in basso il batuffolo in spugna, sfregò sull’inchiostro nero, cancellando ogni lettera e numero, ripulendo la superficie.
«Ehi! Dovevi consultarci prima di togliere tutto» replicò Betty con una punta di irritazione.
Michelle annuì. «Hai appena detto che non comanda nessuno.»
Donovan sorrise. «Almeno su questo siete d’accordo.»
«Ripensate a quello che vi ho raccontato ieri dopo che ho lasciato la palestra» rispose Billy. «Se riflettete, sarete d’accordo che c’è un punto indiscusso da cui partire. Anzi una persona.»
Un istante dopo, la risposta arrivò all’unisono da tutti loro.
«Kate.»
Billy prese il pennarello nero e lo porse a Zec. «Vieni a scrivere il suo nome.»
«Perché lui?» domandò Michelle.
«Ha la calligrafia migliore» replicò Betty. Si sedette sul bordo del letto per guardare bene la lavagna. «Mettilo in alto, al centro.»
Zec eseguì, afferrò il pennarello e scrisse in stampatello maiuscolo KATE.
Donovan prese posto accanto a Betty. «Sotto scrivi Reicdleyen.»
«E infermeria scuola» aggiunse Michelle, accomodandosi sulla sedia da scrivania, avvicinandola al letto.
Zec scrisse, separando i due luoghi con una sbarra.
In piedi vicino al bordo sinistro della lavagna, Billy osservò soddisfatto il gruppo di amici rinsavito e concentrato. «Prima di continuare, cercate di ricordare bene, qualcuno di voi ha l’impressione di averla vista prima del nostro soggiorno nell’istituto psichiatrico?»
Non ci volle molto perché tutti scuotessero la testa in segno di dissenso.
Zec chiuse il pennarello con il tappo. «In qualche modo è riuscita a farsi assumere a scuola da quest’anno. L’infermiera Pratt è sempre stata la responsabile dell’infermeria e non era così vecchia da andare in pensione.»
«Quel che è peggio è la sua presenza al Reicdleyen. Non siamo neanche sicuri sia davvero un’infermiera» rispose Betty.
«Forse non ne ha bisogno» ipotizzò Donovan. «Tenendo conto delle emissioni di Elliott da Bocca dell’Inferno le basta pensarlo per diventarlo.»
«E questo ci porta a un altro problema urgente» fece Zec. Riaprì il pennarello e scrisse sulla parte sinistra e alta della lavagna: DOVE È ELLOTT SUMMERSON? «Kenny ha detto che è scomparso, ma l’influsso del suo potere non è del tutto svanito.»
Billy si grattò il mento, pensieroso. «Però gli avvenimenti paranormali sono ricominciati solo con il nostro rientro a scuola. Se escludiamo la nostra gita con Dana, ma lei era presente anche prima…»
Betty si alzò in piedi. «E anche con la comparsa di Kate al liceo. Inoltre, con la sua vera o falsa professione, è legata anche all’ambiente ospedaliero, l’ultimo luogo in cui è stato visto Elliott e…», prese dalla mano di Zec il pennarello e scrisse sotto quello appena segnato da lui: FALCE, «anche la nostra arma più potente, un oggetto di cui non sappiamo il pieno potenziale, ma che può spiegare come qualcuno possa manipolare le manifestazioni del potere psichico di Elliott. Svanita con lui.»
«Aspetta, quindi dietro tutto ci sarebbe questa Kate?» domandò sorpresa Michelle.
«Non è un ipotesi così assurda. Pensateci: dalla descrizione fatta da Donovan e Billy l’aspetto del licantropo non sembrava quello tipico visto in Buffy» rispose Betty. Tracciò quindi una freccia tra quello scritto da lei e Zec e il nome KATE, terminando con un punto interrogativo. «Potrebbe prendere spunto da qualcos’altro, una diversa serie tv, o film o altro ancora.»
Donovan batté un pugno sul materasso. «Ha senso. Anche perché in Buffy non c’è mai stato un branco di lupi mannari come avversario principale… sorvolando su quello della possessione delle iene della stagione uno.»
«Ma non si trasformavano letteralmente in animali» commentò Betty, restituendo il pennarello a Zec.
Billy si rivolse al fidanzato. «Hai due ultimi nomi da annotare: Aiden Cheung e Jordan Guiterrez.» Osservandolo scrivere sulla destra della lavagna, continuò: «Sono i primi membri del suo branco, ma non sappiamo ancora in cosa può trasformarsi Jordan.»
Michelle aggrottò la fronte. «Pensi a qualcosa di diverso da un lupo mannaro?»
Billy scrollò le spalle. «Tenendo buona la teoria di Betty, tutto è possibile.»
Rimasero tutti in silenzio ad osservare quanto riepilogato e Billy concluse non avevano risolto granché.
«Resta comunque la domanda principale a cui non troviamo una risposta» fece Betty, spostandosi gli occhiali indietro sul naso. «Kate sembra al centro e all’origine di tutto, ma perché se la sta prendendo con noi? Qual è la sua ragione per seguirci e creare un branco da metterci contro?»
Billy camminò fino alla parte opposta della lavagna. «Abbiamo una sola scelta.» Puntò l’indice destro su un nome. «Dobbiamo parlare con Jordan e farci raccontare cosa è successo nei mesi che siamo stati rinchiusi. Con ogni mezzo.» 

                                                     
                                                                       Continua...?

lunedì 2 ottobre 2023

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 43

Il Gioco del Branco 7: Regole per Formare un Branco

                                                                                                          

Billy seguì lo sguardo del compagno e rimase di sasso. Come Donovan pochi istanti prima, riconobbe nella ragazza davanti a loro Kate, l’infermiera del Reicdleyen. Indossava un camice bianco e sotto una maglia chiara e dei jeans, ma i tratti del volto erano inconfondibili.

«Siete voi, Brennon e Cheung?» domandò lei.
«Sì» rispose in automatico Donovan.
«No» replicò Billy. «Cioè, non sono Cheung, lui è… appena uscito. Vado a chiamarlo.» Lanciò una fugace occhiata all’amico e l’altro annuì, intuendo le sue intenzioni.
«Bene» disse Kate. «Fallo attendere fuori, appena finito con Brennon lo farò entrare.»
Billy le passò accanto, ma lei non tradì alcuna emozione. Se li aveva riconosciuti a sua volta, non lo diede a vedere.
Appena fu in corridoio scacciò ogni domanda inerente all’infermiera, prese un respiro e si concentrò. Doveva ricorrere al suo senso del soprannaturale per ritrovare Aiden, sperando di non incontrare vittime come briciole di pane sul suo cammino. Chiuse gli occhi, focalizzò il licantropo nella sua mente e immaginò di fissarlo negli occhi gialli.
Un’immagine gli balenò in mente.
Scaffali pieni di libri. Un lungo bancone.
«La biblioteca» sibilò nel silenzio. Si trovava al lato opposto del piano rispetto all’infermeria, ma muovendosi rapido, realizzò non fosse stato un problema per Aiden raggiungerla in pochi minuti. Ora la sua forma non era più umana. 
Billy corse osservando il pavimento e i muri. Nessuna traccia di sangue e provò sollievo. Si fermò davanti all’alta porta socchiusa, cercò di spiare dalla fessura, ma non intravide nessuna sagoma. La spinse e cigolò. Merda! Imprecò mentalmente, temendo di aver fatto un fracasso nel silenzio. Anche se era stupido: i sensi di Aiden dovevano essere super sviluppati, probabilmente lo aveva già udito arrivare dai passi e percepito dal suo odore.
Entrò nella biblioteca vuota, il responsabile non ancora rientrato dalla pausa pranzo. Sfilò il coltello dalla tasca e si aggirò guardingo tra le librerie.
Oltre al battere del suo cuore e al respiro controllato, non c’erano altri suoni.
Si appoggiò  a uno scaffale e osservò nel campo visivo ristretto dai mobili, scorgendo solo tavoli e sedie disposti in perfetto ordine.
Si chiese se si fosse sbagliato, se il suo senso del soprannaturale non lo avesse tradito.
Il fragore di vetri infranti lo fece sobbalzare.
Corse diritto davanti a sé, si spostò sulla destra e calpestò i frammenti sul pavimento, facendoli scricchiolare. La finestra rotta era l’indizio che Aiden era lì, ed era appena scappato all’esterno.
Guardò fuori, ma non lo individuò in lontananza. Era veloce e silenzioso, come un predatore, però la mancanza di segni di lotta e violenza lo indusse a pensare che non intendeva far del male.
Billy si voltò e decise di sospendere la sua caccia.
 

«Non è possibile» disse Betty incrociando le braccia sul seno. «Vi siete sicuramente sbagliati. Non può essere la stessa infermiera dell’istituto.»

In piedi, in cerchio accanto a lei, insieme agli altri quattro amici davanti all’ingresso del liceo, Billy aveva raccontato l’accaduto e aprì la bocca per ribattere, ma non fece in tempo. 
«Invece è proprio lei! Kate!» esclamò Donovan. «L’abbiamo vista tutti e due.»
«Ok, non ti arrabbiare.» Betty alzò le mani in segno di resa. «Ma cosa ci fa qui a scuola?»
«Direi che è un problema che può aspettare» intervenne Michelle. Frugando nello zaino in cerca di qualcosa da sgranocchiare, aggiunse: «Mi preoccuperei di più della faccenda del licantropo.»
Zec annuì. «È più nello stile delle stranezze da Bocca dell’Inferno a cui siamo abituati. E più pericoloso.»
Billy si grattò la nuca. «Non ne sono così sicuro. Quando sono arrivato per aiutare Donovan, Aiden sembrava spaesato, non violento. Quasi non si aspettasse quel mutamento.»
«In ogni caso è meglio dividerci e cominciare a cercarlo» rispose Betty.
«No, andate a casa» fece Billy e vide l’incredulità sul volto dei compagni. «Per oggi le lezioni sono finite, non sono rimasti in molti e comunque non credo Aiden voglia attaccare. È stata una settimana difficile, è meglio non dare troppo nell’occhio. Farò un giro di ricognizione da solo.»
«E se non lo trovi?» domandò Michelle, aprendo un pacchetto di patatine.
Billy scrollò le spalle. «Rimanderemo il problema a lunedì. Non può non presentarsi mai più a scuola.»
Zec lo osservò pensieroso. «E se invece comparisse con intenzioni selvagge?»
Lui gli sorrise. «Vi chiamerò all’istante e la Scooby Gang andrà all’attacco.»
I quattro si scambiarono occhiate incerte.
«Tranquilli, so gestire la situazione da solo» disse Billy. Poi si avvicinò a Zec lo baciò sulle labbra e lo salutò.
Betty sospirò. «Come vuoi.» Agitò la mano destra in segno di saluto.
Li osservò allontanarsi verso il cancello, camminando tutti e quattro affiancati, finché non rimase da solo nel cortile d’ingresso.
Nel silenzio tentò di nuovo di rintracciare Aiden con il suo senso soprannaturale. Abbassò le palpebre. Inspirò dal naso ed espirò dalla bocca tre volte. Focalizzò nella mente l’immagine del lupo mannaro, concentrandosi sulla sensazione che gli aveva suscitato quando lo aveva avuto davanti.
Aprì gli occhi e disse: «La palestra.»
Girò a sinistra e percorso il lato lungo dell’edificio fin quasi al fondo, trovò le porte antipanico. Spinse in basso il maniglione ed entrò nel locale, richiudendo con cura senza fare rumore.
«Forza, puoi farti vedere. Non ti faremo del male.»
La voce femminile lo colse alla sprovvista e Billy si riparò dietro al primo blocco di gradinate poco distante da lui. Trattenne il respiro e sbirciò dal suo nascondiglio.
Kate era in piedi in posizione rilassata davanti all’ingresso della palestra; al suo fianco c’era Jordan Guiterrez.
Cosa ci fa lui qui? Si domandò Billy, con il timore di essere stato scoperto.
Kate si schiarì la gola. «Posso aiutarti, Aiden.»
Qualche secondo dopo, Aiden sgusciò fuori da dietro il muro per arrampicata, sistemato al lato destro dello stanzone. Si mosse lentamente a quattro zampe, ancora bloccato nella sua forma di lupo mannaro.
Osservando la scena circospetto, Billy sperò non rilevasse il suo odore.
Con voce roca, Aiden chiese: «Come sapevate che ero qui?»
«È merito di Kate» rispose Jordan. «Può insegnarti a controllarti.»
Ancora una volta Billy rimase spiazzato. La sicurezza con cui parlava dava l’idea che conoscesse bene l’infermiera, parecchio nel profondo, e quella non fosse una situazione del tutto nuova per lui.
Aiden si bloccò a un paio di passi da loro.
Kate si avvicinò e gli posò la mano sinistra sulla spalla. «Calmati, fai ampi respiri. Puoi rilassarti.»
Con movimenti incerti, il ragazzo si alzò in posizione eretta e il suo aspetto mutò. I ciuffi di pelo svanirono, le orecchie si accorciarono e zanne e artigli si ritrassero, tornando denti e unghie umane.
Le iridi gialle degli occhi si ritinsero del nero naturale.
Aiden si osservò e poi guardò lei. «Come ci sei riuscita?»
«Lo abbiamo fatto insieme» replicò lei sorridendo. «Come ti ha detto Jordan, posso insegnarti a cambiare forma a tuo piacimento.»
«Non voglio essere così, non voglio essere un mostro» le rispose.
Jordan si fece avanti. «È una parte di te, un dono che Kate ti ha aiutato a far emergere. È la tua arma, non qualcosa che devi temere.»
Aiden lo guardò confuso.
Continuando a spiarli, Billy si sentì come lui. L’ultima volta che aveva avuto a che fare con Jordan, aveva trasformato il liceo in un inferno a scelta multipla per ogni studente, per la rabbia e l’angoscia di dover trascorrere lì un altro anno da ripetente. Adesso era diverso, come se avesse trovato il modo di ribaltare quella pena a suo vantaggio.
«Credo che Aiden abbia ancora bisogno di un po’ di tempo prima di comprendere il potenziale di questo cambiamento» intervenne Kate. «Però c’è una decisione che non può rimandare.»
Aiden spostò lo sguardo su di lei. «Quale?»
«Avrai sentito delle voci sulle stranezze che accadono a scuola e su chi è sempre coinvolto» continuò Kate. «Se resterai da solo, sarai in pericolo.»
Aiden strabuzzò i sottili occhi a mandorla. «Stai parlando di Donovan, Billy e il loro gruppo? Li ho affrontati oggi, non hanno niente di minaccioso.»
Jordan scosse la testa. «Sono più di quello che sembrano. Credimi, prima o poi ti daranno la caccia.»
Billy represse l’impulso di uscire allo scoperto e insultarlo. Aveva fatto di tutto per metterlo in salvo nonostante il caos che aveva combinato e lo ringraziava accusandoli.
Kate si fece seria. «Ha ragione, per loro sei una minaccia ora che hai il potere. Per cui ti offro l’opportunità di unirti a noi, diventa parte del branco.»      
«So difendermi da solo» ribadì Aiden.
«Non parliamo di litigi tra adolescenti, gruppi rivali o bullismo. Ci sono in gioco forze complesse, alcuni le definiscono infernali, il punto è che da adesso sei parte di questa lotta soprannaturale» spiegò Kate. «Se ti unirai a noi, non ti bloccheremo, non dovrai più fingere di essere qualcuno che non vuoi. Nessuno ti comanderà, o obbligherà a rinunciare a questo potere.»
«E cosa volete in cambio?»
«Per ora basta che accetti il mio invito» fece Kate.
Aiden la scrutò per qualche istante e lanciò una fugace occhiata anche a Jordan. Poi disse: «Va bene, entro nel vostro branco.»
La ragazza gli passò un braccio intorno alle spalle. «Bene. Andiamo da un’altra parte a discutere dei dettagli.» Spostò quindi il peso del corpo sulla gamba sinistra e girò di tre quarti il viso. I suoi occhi puntarono proprio nella direzione del blocco di gradinate, quasi sospettasse la presenza di uno spettatore.
Billy si ritrasse, come se quello sguardo lo avesse bruciato in pieno petto. Ebbe la spiacevole sensazione che Kate non lo avesse visto, ma percepito. Intimorito, si mosse quatto verso l’uscita di sicurezza e accompagnando la porta dietro di sé, si dileguò, convinto che la campagna di reclutamento per il suo branco era appena iniziata.

 

Continua…?

lunedì 18 settembre 2023

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 42

 

Il Gioco del Branco 6: Non Puoi Reprimere l’Inferno


Frugando all’interno dell’armadietto, alla ricerca del libro di matematica, Donovan udì il fastidioso sussurrare, divenuto una costante nell’ultima settimana. Infilò la testa ancora più a fondo e represse l’impulso di urlare.

Lui e i suoi amici erano stati riammessi al liceo poco dopo l’inizio del nuovo anno, dopo la loro vacanza forzata al Reicdleyen e nell’Inferno di Dana e avevano trovato ad attenderli ogni genere di pettegolezzi sul perché fossero stati rinchiusi nell’istituto psichiatrico e quali cure avessero ricevuto. Nonostante la sorella di Zec avesse mantenuto la parola, spingendo tutti a credere a un loro rilascio per sanità mentale, la permanenza in quel luogo era ancora fonte di sguardi curiosi e derisori, risolini soffocati e un irritante brusio di sottofondo.
Per quanto nei primi due giorni avesse cercato di fare finta di nulla, ormai giunto al quinto giorno Donovan lo trovava insopportabile.
«Un po’ strambi lo sono sempre stati» udì spifferare qualcuno alle sue spalle.
«Molto più di un po’» commentò un altro. «E sono anche pericolosi, sono successi un sacco di incidenti l’anno scorso e loro erano sempre coinvolti.»
«Vuoi dire… responsabili…»
Donovan afferrò il primo libro a caso, lo mise di furia nello zaino e chiuse l’armadietto sbattendo l’anta fragorosamente. Si voltò e fece in tempo a notare tre ragazzi allontanarsi dal corridoio a passo spedito.
«È tutto a posto?» Betty arrivò al suo fianco, come se fosse comparsa dal nulla. «Sembri stanco.»
«Sì, cioè no… insomma, non li sopporto più» rispose.
La ragazza gli prese la mano destra nella sua. «Lo so, ma passerà, sai come funziona qui a scuola, presto ci sarà un nuovo argomento e noi diventeremo storia antica.»
«Non mi dà fastidio che parlino di noi» ammise. «Sono tutte le cavolate che si inventano a mandarmi in bestia. O le supposizioni senza sapere la verità.»
«Per questo si chiamano pettegolezzi e comunque non potremmo raccontare la verità» disse Betty con un sorriso. «Non pensarci, godiamoci la pausa pranzo. Gli altri ci aspettano in mensa.»
Donovan fece una smorfia insofferente. «Non possiamo continuare a mangiare in cortile?»
«Abbiamo aspettato anche troppo.»
«Là dentro saremmo esposti in modo esagerato.»
«E all’esterno sembriamo colpevoli» replicò tirandolo per il braccio destro.
Donovan sospirò insoddisfatto, ma la seguì per le scale, verso la mensa.
Davanti alle doppie porte spalancate, individuò Michelle, Billy e Zec ad aspettarli. L’accordo era di entrare in gruppo e non dare ascolto a qualsiasi tentativo di provocarli.
Donovan dubitava di riuscire a trattenersi.
Si mossero in fila, afferrarono il vassoio e andarono dall’inserviente incaricata di servire le portate nelle teglie.
Il brusio iniziò non appena vennero riconosciuti.
Donovan si concentrò sul cibo davanti a sé, per niente invitante. Scelse nuggets di pollo, patatine fritte, budino al cioccolato e una lattina di Coca-Cola. Betty gli fu subito accanto, reggendo nel suo vassoio un piatto di piselli e anche lei i nuggets e una bottiglietta d’acqua.
«Andiamo verso il fondo, ci sarà di sicuro un tavolo libero» gli disse.
Prima che si muovessero, alcuni ragazzi sollevarono la testa dai piatti e fu il turno degli sguardi. Indagatori, beffardi, giudicanti.
«Ehi, di qua c’è posto» fece Zec, indicando con il capo alla loro sinistra. Billy gli era vicino e anche il loro pranzo era simile a quello scelto da lui.
«Eccoli! Eccoli!» sussurrò una voce maschile.
«Potevano continuare a non presentarsi» sibilò una femminile.
«Shh! Non sappiamo cosa possono fare se perdono la calma» li ammonì un altro ragazzo.
Donovan deglutì a fatica e strinse con le dita il vassoio. Quando furono al tavolo e lo posò, le sue nocche erano bianche. Lasciò cadere lo zaino ai suoi piedi e tirò la sedia sotto il sedere.
Michelle arrivò per ultima e si sedette di fronte a lui. Il suo vassoio era il più zeppo. «Stai bene? Sembri sul punto di soffocare.»
Lui si sforzò di sorridere e disse solo: «Mangiamo.»
«Betty, devi aiutarmi con storia» fece Zec, fingendo di ignorare i commenti intorno a loro. «Mi sono perso durante la spiegazione e non ho finito di prendere appunti.»
«Anche io» intervenne Billy.
Al suo fianco, Betty posò la forchetta nel piatto e tirò la borsa a tracolla sulle ginocchia. Fece scorrere la cerniera e pescò un quaderno rosso con una spirale. «Vi posso dare i miei appunti, ma mi servono entro venerdì.»
Donovan apprezzò il loro tentativo di avere una conversazione normale, anzi voleva rilassarsi a tutti costi. Poi i suoi occhi scorsero il libro di matematica nella borsa della sua ragazza e gli venne un dubbio. Lasciò cadere la forchetta nel piatto, raccolse da terra lo zaino e lo aprì frenetico. «Merda!» imprecò.
«Cosa c’è?» domandò Betty.
«Ho preso il libro sbagliato dall’armadietto. Questo è di letteratura, a me serve quello di matematica per l’ultima ora.»
«Non è un problema» rispose Michelle, pulendosi con un tovagliolino le labbra sporche di ketchup.
«Abbiamo tutto il tempo, finito di mangiare, di tornare a prenderlo» disse Billy, parlando al plurale.
Donovan scosse la testa arrabbiato. «Non è questo il punto. Prima mi hanno distratto le solite chiacchiere, se stessero zitti e ci lasciassero in pace, non mi sarei confuso.» Parlò di proposito a un volume più alto del necessario.
Betty gli massaggiò il braccio. «Tranquillo, non è… un problema» ripeté.
«Continuate a dirlo, ma è chiaro che è un problema» sbottò. «Ma non è nostro, non abbiamo fatto nulla di male.»
Di fronte a lui, in mezzo agli altri due amici, Zec si sporse in avanti.«Hai ragione. Però se cedi hanno vinto loro.»
«Lo so» ribatté Donovan. «È tutto così frus…»
«Che succede qui?» domandò un ragazzo alto, asiatico con ciocche di capelli scuri tenute a punta dal gel. Indossava la tuta rossa della squadra di basket e intorno aveva cinque compagni con lo stesso abbigliamento.
«Niente che ti riguarda, Aiden» rispose Billy.
Aiden lo ignorò. «Il club dei pazzoidi sta per dare di matto?»
Gli altri membri della squadra di basket scoppiarono a ridere.
Loro lo fissarono seri. Donovan serrando la mascella.
«Cavoli, vi hanno proprio lobotomizzato al Reicdleyen» continuò divertito. «“Pazzoidi”, “dare di matto”, non capite la batt…»
Donovan scattò in piedi come una furia e gli assestò un pugno sotto il mento, facendolo sbilanciare e  mandandolo contro due ragazzi dietro di lui.
Dopo i primi attimi di sorpresa, Aiden si staccò con veemenza dai compagni.
Si lanciò su di lui, Donovan cadde con la schiena sul tavolo e una fitta atroce si diffuse su tutta la spina dorsale; spinto dal peso del corpo dell’atleta sopra il suo, scivolò sulla superficie. I vassoi finirono sul pavimento in una pioggia di nuggets di pollo e contorni misti, mentre Aiden prese a sferrargli pugni al volto.
«Basta! Smettila!» udì gridare Betty.
Seppur intontito dal dolore alla faccia, Donovan riuscì a parare un colpo e intravide Billy e Zec afferrare Aiden per le spalle e cercare di toglierglielo di dosso. Mosso dalla rabbia, gli rifilò una ginocchiata in pieno stomaco. Aiden gemette e provò a colpirlo all’occhio con un nuovo pugno, ma lui si scostò in tempo e le nocche dell’altro si scontrarono sul legno plastificato del tavolo.
Aiden lanciò un urlo e fissandolo in volto, Donovan intravide le sue pupille diventare gialle e qualcosa di lungo e affilato spuntare dalle gengive. Durò solo un istante.
«Cosa state facendo laggiù?» urlò la voce del coach Adams.
I compagni di squadra di Aiden, rimasti a guardarli divertiti,  si unirono a Zec e Billy, affrettandosi  a separarlo da lui. Aiutato poi da Betty e Michelle, Donovan tornò a fissare il suo avversario, ma non notò nessun tratto atipico nel suo volto.   
«Non riuscite neanche a mangiare come delle persone normali? Dovete azzuffarvi come bestie!» li aggredì l’uomo dopo averli raggiunti.
Intorno a loro si formò un capannello di studenti, ma nessuno osò fiatare.
Sorretto dalle amiche, Donovan vide Aiden tenersi la pancia con smorfie doloranti. Provò a sorridere, ma avvertì una fitta alle guance e sotto l’occhio destro.
«Ha cominciato lui» disse Michelle, puntando l’indice sinistro contro Aiden.
«Non mi interessa» rispose il coach Adams. Squadrò sia lui che l’altro ragazzo e aggiunse: «Cheung, spera di essere a posto per l’allenamento di oggi pomeriggio. Brennon, cerca altri modi per sfogarti. Portateli in infermeria e ringraziate che non ho ancora pranzato, o vi trascinavo personalmente dal preside.»
Donovan aprì la bocca per ribattere, ma Betty scosse con fermezza la testa e così rimase zitto. Si lasciò prendere sotto il braccio da Billy, che reggeva già il suo zaino e si avviò con lui nel corridoio, sentendo Aiden e un altro membro della squadra di basket procedere dietro di loro.
«Che ti è preso? Era solo una stupida battuta» gli sussurrò Billy.
«Io… non so…mi dispiace» riuscì a sibilare.
 

Donovan e Aiden rimasero in silenzio, seduti su due brandine uno di fronte all’altro per il resto della durata della pausa pranzo.

A quanto pare la nostra salute non è una priorità dell’infermiera pensò Donovan. Si guardò intorno nello stanzino dalle pareti azzurro sporco, con un unico armadio chiuso a chiave, accorgendosi solo in quel momento della borsa sportiva dell’altro ai piedi della brandina. Tra un asciugamano e un paio di scarpe da ginnastica, la copertina del volume di matematica risaltò, quasi chiamandolo. Quel libro lo stava perseguitando. D’istinto si piegò e lo afferrò, sfogliandolo.
«Che cavolo fai?» sbottò Aiden.
«Calmo, sto solo dando un’occhiata, all’ultima ora ho lezione di matematica» rispose. La sua attenzione fu catturata dalle pagine degli esercizi: erano tutte completate ed erano solo all’inizio dell’anno scolastico. Arrivò fino al termine del volume e scoprì che aveva anche già eseguito le simulazioni dei test finali e il punteggio era il massimo. Sollevò lo sguardo e disse: «Non sei solo un atleta spaccone, sei un piccolo genio.»
Aiden gli strappò di mano il libro e lo buttò nella borsa. «Fatti gli affari tuoi.»
«Ehi! Ti stavo facendo un complimento. Scommetto che te la cavi bene anche nelle altre materie.»
«Stai zitto!»
«Non c’è niente di male, anzi con il tuo quoziente intellettivo potrai entrare in qualsiasi college vuoi. Inoltre potresti smettere di frequentare quei cretini della squadra, non hai bisogno di loro.»
«Fa’ silenzio!» replicò l’altro, ma questa volta suonò come un ringhio.
Donovan lo guardò stupito. «Non capisco perché ti arrabbi tanto. Se avessi le tue capacità io… aspetta, i tuoi cosiddetti amici non lo sanno, vero?»
Aiden sibilò trai denti. «Mi stai minacciando?»
Donovan aggrottò la fronte. «Cosa? Niente affatto. Perché dovrei? Però non capisco perché uno intelligente come te perde tempo a fare cavolate con quelli come loro. Prima ti sei voluto mettere in mostra con loro con quella battuta, ma era troppo stupida per uno come te.»
Aiden saltò giù dalla brandina. «Non sai niente di me, non parlarmi come se mi conoscessi. Faccio quello che mi pare e sto con chi mi pare.»
«Certo, meglio essere bullo che bullizzato» commentò. «Non sarò super intelligente ma lo capisco anche io: mantieni il segreto per non essere emarginato.»
L’altro ragazzo fu scosso da un fremito. «Non hai… idea della fatica… della pressione…» ansimò tra una parola e l’altra e inarcò la schiena in avanti. «Fingere sempre… reprimere chi sei… veramente!» 
Donovan si alzò a sua volta. «Cosa ti prende? Non stai bene?»
Aiden ringhiò. Si piegò all’indietro e rivelò il suo cambiamento. Gli occhi erano assottigliati e con le iridi gialle; le orecchie divenute a punta; dalla bocca spalancata si vedevano una coppia di zanne superiori e una di inferiori; i capelli modellati dal gel erano allungati e arruffati; ciuffi di pelo erano cresciuti dal fondo delle bassette.
«Sei un licantropo!» esclamò Donovan.
Aiden ringhiò ancora, più forte e dalle mani aperte spuntarono artigli per ogni dito. Si voltò sbavando e ruggì contro di lui.
Donovan scivolò all’indietro, perdendo l’equilibrio e si ritrovò seduto sul pavimento.       
Billy corse all’interno come un fulmine, brandendo un coltello e parandosi tra lui e Aiden.
Aiden annusò l’aria tra loro. Si mise a quattro zampe e balzò fuori dall’infermeria.
Billy si piegò e lo aiutò a rimettersi in piedi. «Stai bene?»
«Sì, ma come sapevi cosa stava per succedere?»
«Il mio senso del soprannaturale è tornato e ho avvertito il pericolo» gli rispose. Infilò il coltello in tasca. «Per fortuna il mio nascondiglio delle armi non è stato scoperto.»
Donovan guardò l’esterno della stanza ancora sconvolto. «Dovremmo rincorrerlo?» Poi si bloccò con la bocca aperta.
Una giovane donna di poco più di venti anni, fece capolino dalla porta. «Brennon e Cheung mi stavano aspettando» disse osservandoli.
Donovan non riuscì a crederci. L’infermiera della scuola era Kate, la stessa dell’istituto psichiatrico.

 

 

Continua…?

lunedì 28 agosto 2023

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 41

Il Gioco del Branco 5: Tu sei il Tuo Inferno

                                                                                                

«Ho capito a quale girone infernale appartengo» affermò Donovan, stravaccato sul divano di pelle rossa, nel salone dell’appartamento di Dana all’inferno. Premette un nuovo tasto sul telecomando stretto nella mano sinistra e con lo sguardo perso davanti al megaschermo della tv al LED, continuò: «Gli ingordi dei multicanali e delle piattaforme streaming.»

Alle sue spalle con le braccia incrociate sul petto, Zec lo osservò sbuffando. Per quanto volesse scaricare la responsabilità su di lui, sapeva che la colpa per quella situazione era solo sua.
Erano passate due settimane dalla loro fuga dall’ Istituto Reicdleyen, grazie al suo accordo con sua sorella demone, e nessuno di loro pareva intenzionato a trovare un modo per tornare al loro mondo e alle loro vite normali.
Perfino Betty, di solito la più assennata tra loro, era stessa accanto a Donovan, intenta a scompigliargli i capelli biondo scuro con una mano e a pescare sul fondo di un cesto di plastica giallo con l’altra. La luce dello schermo si rifletté sui loro visi svogliati, mentre passavano in rassegna tra le varie possibilità di show da seguire.
Zec era sorpreso solo in parte da quella visione. Tutto era iniziato dopo i primi tre giorni arrivati nella residenza infernale di Dana. In principio volevano tutti riposarsi un po’, godersi gli ultimi scampoli d’estate, poi era cominciata la degenerazione. Era ovvio che quell’inferno – qualunque versione fosse – avrebbe avuto un effetto negativo su di loro, ma credeva che i suoi amici fossero abbastanza forti da resistere.
Come ormai ripeteva da giorni, fece un tentativo. Aggirò il divano e andò a sedersi sul lato libero accanto a Donovan.
«Ehi, voi due, non siete stufi di stare qui?» domandò, strattonando il gomito all’amico.
L’altro emise un verso simile a un grugnito, scuotendo la testa.
«Avete già visto ogni episodio di ogni possibile serie tv, vecchia e recente; ogni film prodotto negli ultimi cinquantacinque anni; persino qualche reality e voi li odiate» sbottò Zec esasperato. «È arrivata l’ora di staccarvi da questo divano e da quel televisore.»
«Non fare il guastafeste» replicò Betty, senza nemmeno guardarlo in faccia. «Vogliamo solo passare del tempo insieme, tranquilli, io e il mio ragazzo.»
Zec si alzò spazientito e rassegnato. Gli era ormai chiaro che nella sua dimensione infernale, Dana poteva far leva sul desiderio più profondo dell’animo e amplificarlo fino a farlo diventare una condanna. E da solo non poteva combattere la voglia smisurata di Betty e Donovan di passare la loro prima estate da fidanzati, negata dalla reclusione nell’istituto psichiatrico.
Girò ancora intorno al divano e si avviò verso l’uscita del salone.
«Aspetta Zec» lo richiamò Betty.
Lui si voltò con un barlume di speranza.
«Ci porti altri popcorn? Questi sono finiti.»
Zac la osservò una frazione di secondo sventolare alle spalle il cesto vuoto e decise di ignorarla. Camminò nel lungo, interminabile corridoio, sospirando. Dana aveva dato loro pieno accesso alla sua villa e assecondato ogni richiesta ed era stato il primo errore in cui erano caduti. Anche lui aveva trascorso qualche giorno nell’ozio, con dei passatempi, condividendo la voglia degli altri di divertirsi, ma poi si era risvegliata la noia. Il desiderio di tornare alla vita di tutti giorni e il problema principale della Bocca dell’Inferno si era fatto un pensiero sempre più insistente, ma sembrava esserlo solo per lui. 
Sentì dei versi provenire dalla camera alla sua destra, si diresse davanti all’uscio e scoprì una palestra attrezzata di ogni genere di strumento per allenarsi. Pertiche e parallele alla parte nord; tapis-roulant per la corsa a quella sud; una fila di bilancieri e panche per il sollevamento pesi sparsi un po’ ovunque negli spazi restanti. Non era così strano, ma era certo che quella stanza non fosse presente fino al giorno prima.
Di nuovo, il verso affannato e arrabbiato attirò la sua attenzione e scorse nel centro dello stanzone  Billy, in canottiera e pantaloncini, con un paio di guantoni bordeaux intento a prendere a pugni un sacco blu appeso con una catena al soffitto.
Zec si beò per un istante dell’immagine del suo ragazzo sudato che metteva in mostra qualche muscolo e la sua foga da combattente.
«Vai a parlargli?»
Michelle comparve al suo fianco, facendolo sussultare. «Non servirebbe a niente» le rispose. «È vittima anche lui dell’influsso di questo inferno.»
«Strano» commentò lei. «Pensavo ne fosse immune e comunque credevo il suo desiderio consumante fosse stare avvinghiato a te da qualche parte come i due maniaci del megaschermo.»
Zec la guardò di sbieco. In parte perché non aveva pensato a quella ipotesi e in effetti era un po’ scocciato che per Billy non fosse quella l’attività più avvincente. Riflettendoci, ricordò c’era qualcosa di diverso il lui dopo l’incontro con la donna misteriosa al Recdleyen: qualsiasi cosa gli avesse detto lo aveva scosso, in principio pensava in meglio, ora nutriva qualche dubbio. In secondo luogo era sorpreso lei fosse lucida.
«Tu, piuttosto, non sembri soffrire degli effetti da desiderio opprimente infernale.»
Michelle scrollò le spalle. «I primi giorni, forse. Neanche tu, sai come mai?»
«Dovendo ipotizzare il mio caso, può essere perché ho stabilito l’accordo con Dana di mia volontà e questo mi rende meno influenzabile.»
«Logico, più o meno» gli rispose. «Per me forse perché non sono sicura di cosa desidero, o se posso averlo.»
Zec la guardò inarcando un sopracciglio. «Non ti seguo.»
Michelle mosse la mano destra come a scacciare una mosca, o un pensiero. «Niente, lascia perdere. Ricordami i termini del tuo accordo. Hai specificato quanto tempo dovremmo restare qui?»
Lui provò a ricordare il testo della canzone cantata durante la fuga da sua sorella. «Non mi sembra avesse stabilito un limite preciso.»    
«Bene, abbiamo una possibilità di spezzare questo contratto, o qualunque cosa sia» disse Michelle.
Zec ragionò veloce sullo stato degli altri e capì l’inganno di Dana. C’erano i presupposti per batterla al suo gioco, ma gli serviva dell’altro. «Hai ragione, ma prima dobbiamo avere un'altra arma a nostro vantaggio.» S’incamminò sempre lungo il corridoio e aggiunse. «Osserva con attenzione queste pareti e nota se c’è qualcosa di strano, o ti sembra spuntato all’improvviso.»
«Ok, ma cosa cerchiamo?» domandò lei.
«Non lo so ancora, ma conoscendo mia sorella deve essere nascosto in bella vista.»
Perlustrarono insieme un primo tratto, lui scrutando a destra e lei a sinistra. Avanzarono di una ventina di passi, sguardo attento, ma senza successo.
«Sarebbe più facile se mi dai un indizio su cosa devo trovare» fece Michelle.
Zec non replicò. Sapeva di essere stato un troppo vago, ma era altrettanto certo di saper riconoscere quello che gli serviva se lo avesse visto. Fece scivolare le dita della mano sinistra sulla parte tiepida di marmo e fu attirato da un luccichio in basso. Si piegò sulle ginocchia e riconobbe la forma di una chiave di violino.
«Ci siamo» esultò. Afferrò il simbolo e si rivelò una vera chiave, provò a girarla e una porta fiammeggiante comparve dentro al muro. «Vieni, Michelle.»
L’amica lo raggiunse. «Hai qualche garanzia che non finiremo dentro un vulcano, un fiume di lava, o peggio?»
«Stai tranquilla.» Zec spinse la porta verso l’interno, in realtà, non del tutto sicuro di cosa trovarsi di fronte, a parte la certezza non ci fosse una trappola. «Qui c’è quello che mia sorella ci nasconde.»
Entrarono e si trovarono in uno studio di registrazione. Un ampio vetro li separava da una stanza insonorizzata in cui scorsero un’asta provvista di microfono, su cui erano abbandonate un paio di cuffie da ascolto. Davanti al vetro erano posizionati due schermi e una console piena di tasti e leve. Ai muri ai lati erano incassate due casse acustiche nere.
«È quello che ti aspettavi?» chiese Michelle.
«Non proprio» ammise Zec. Spostò gli occhi sul resto della camera e intravide quattro mobili con cassetti simili ad archivi. «Dobbiamo cercare più a fondo, guardiamo in quei cassetti, cerca qualsiasi cosa abbia un legame diretto con Dana.»
Entrambi li aprirono e rovistarono all’interno.
Zec trovò una serie di custodie quadrate di CD, senza etichetta, alcune avevano la scritta DEMO in pennarello nero. Nel secondo trovò un mucchio di foto, in forma umana, che la ritraevano in varie pose, vestita con abiti diversi, sgargianti o normali. Non riuscì a spiegarsi cosa stesse insabbiando. Sembravano provini per copertine di album, o poster. Comunque qualcosa legato all’ambito musicale.
Michelle gli tirò il braccio. «Guarda qui.»
Le si accostò e fissò il grosso raccoglitore ad anelli che reggeva in mano. In diverse cartellette trasparenti erano stampate lettere con il logo di etichette discografiche e il timbro RESPINTO ben in vista.
«Sono tutte indirizzate a Dana» fece Michelle, girandone un'altra.
Zec cominciò a mettere insieme i pezzi. C’era un legame con il suo essere diventata un demone della musica. Aprì i cassetti rimanenti e cercò un altro raccoglitore simile. Ne trovò uno più piccolo e lo aprì con foga. All’interno erano raccolti dei contratti discografici, o meglio delle bozze, come era riportato in alto sopra ad ognuno.
«A quanto pare darvi piena libertà nella villa non è servito a evitare di farvi ficcanasare.»
La voce di Dana alle loro spalle li colse di sorpresa.
Michelle lanciò un gridolino e il raccoglitore le cadde sul pavimento con un tonfo.
«Cosa c’è carotina?» domandò Dana con un ghigno. «Sei un po’ tesa?»
«Non puoi più prenderci in giro» sentenziò Zec. «E ora devi lasciarci andare.»
«Abbiamo fatto un patto, ricordi?»
«Senza termini di scadenza» le rispose. «Quindi siamo liberi di lasciarti quando volgiamo e tu non hai l’autorità per trattenerci. Devi aprirci il portale per farci tornare a casa.»
Michelle lo fissò incredula. «Hai capito tutto questo dalle scartoffie?»
«Dovevo aspettarmelo» disse Dana, senza scomporsi. «Mi ero accorta che ti eri fatto più furbo, non credevo così tanto.»
«Stai ancora cercando di prendere tempo, ma il tuo inganno è finito.» Zec la guardò serio, senza rabbia. «Non sei la moglie di Sweet, il demone del musical.»
«Ah no?» intervenne Michelle confusa. «E di chi?»
«Di nessuno. Non c’è nessun contratto matrimoniale. Seguendo le regole di Buffy i demoni maggiori sono costretti a rilasciarli e lei non ne ha nessuno» continuò Zec. «Mia sorella ambiva a diventare una cantante famosa, una popstar, o una rockstar; voleva girare il mondo in tour; avere dei fan, gloria e tutto ciò che porta il successo. Per questo se ne andata da casa.»
Dana incrociò le braccia sui seni, assumendo una posa difensiva. «Non è solo per quello, e lo sai bene. Te l’ho detto al nostro primo rincontro.»
«Ok, ma la vera ragione per cui sei scomparsa è perché i tuoi progetti sono andati in fumo. Non ottenendo ciò che volevi, hai sfruttato l’energia psichica di Elliott e il suo mutare la realtà in stile Bocca dell’Inferno.»
Michelle si schiarì la voce. «Quindi ha scelto volutamente di essere un demone?»
«Si è adattata alla situazione. E poi le è sempre piaciuto avere un’aria da “bad girl”» spiegò Zec.
A fatica Dana riportò un sorriso sul volto. «Non confermo e non smentisco.»
Lui emise una risata nervosa. Sua sorella riusciva a dargli sui nervi anche quando era stata palesemente scoperta. «Non ce ne è bisogno, le tue azioni parlano da sole. Ti sei creata il tuo inferno personale, come me lo hai definito, raggiungendo il tuo sogno di fare la cantante, ma eri sola. E non ti piace la solitudine, o peggio non avere un pubblico. Così hai cercato in ogni modo di trascinarmi qui e quando hai visto l’occasione, ci hai portati tutti. Speravi che l’influsso di amplificazione dei desideri ci facesse perdere la cognizione del tempo e tenerci qui all’infinito. O fin quando non ti fossi stancata di noi.» 
«Non mi stancherò mai di te» rispose Dana in tono mellifluo. «E nemmeno di te, carotina.»
«Basta» disse Michelle. «Zec ha ragione: libera gli altri dalla tua influenza, aprì il portale e lasciaci liberi.»
«Anche se non siete sotto l’effetto del mio inferno, e non capsico bene come, è così brutto stare con me? Mi sembra vi siate divertiti all’inizio» fece Dana.
«Sì, all’inizio, come hai detto. Però deve essere una nostra scelta, non possiamo colmare il tuo vuoto» rispose Zec calmo. «Non potremmo mai farlo finché tu sarai il tuo inferno.»
Dana mantenne lo sguardo su di lui e ebbe l’impressione le labbra le tremassero appena. Se per rabbia, o tristezza non seppe distinguerlo.
«Come volete» gli disse poi, nel pieno controllo di sé. «Per la cronaca le mie intenzioni non erano del tutto egoistiche. Per provarvelo, cancellerò da tutti il ricordo della vostra fuga e lo sostituirò con un ufficiale rilascio per sanità mentale.»
Zec si scambiò un ultimo sguardo con Dana senza parlare. La loro partita da fratelli era di nuovo sulla parità.
Sua sorella si girò per guidarli verso l’uscita. «È solo un arrivederci, finché Elliott sarà in coma, avrete bisogno di me.»
Lui si voltò verso Michelle. «Andiamo dagli altri. Le vacanze sono finite, si torna a casa.»

 

 Continua…?