lunedì 12 settembre 2016

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 33

33. Riserva l'Ultimo Ballo per Me

Una pacchiana palla da discoteca, in stile anni settanta, girava appesa al soffitto della palestra, mandando riverberi di luce argentea in tutto l’enorme spazio.

Il riflesso sfiorò anche la pelle di Zec, di pessimo umore, mentre sentiva crescere sempre più insistente la sua brutta sensazione riguardo la serata. Seduto a uno dei tavoli sistemati a ridosso delle gradinate, osservò i due insegnanti e un paio di genitori, scelti come sorveglianti, fare la spola tra il tavolo del punch analcolico e la console improvvisata di un deejay, a cui ripeterono di abbassare il volume della musica.
Ai lati delle porte d’ingresso della palestra e alle due uscite d’emergenza erano sistemate coppie di poliziotti: una misura di sicurezza che il comitato dei genitori aveva imposto dopo gli eventi di un paio di giorni prima, pena la cancellazione del ballo di fine anno.
Zec spostò infine lo sguardo sul folto gruppo di ragazzi in abiti eleganti e acconciature curate, ballavano nel centro della palestra, come se fosse l’evento più divertente ed eccitante a cui avessero mai partecipato. E non condivideva affatto tanto entusiasmo.
Pur avendo i suoi tre migliori amici al fianco, sentiva la mancanza di Billy. Il giorno prima aveva accettato il suo invito e gli era parso davvero contento all’idea di andare come coppia, ma pochi minuti prima di incontrarsi, lo aveva chiamato al cellulare dicendo di avviarsi e che lo avrebbe raggiunto poco dopo.
Era passata quasi mezz’ora.
«Vedrai, sta per arrivare» gli disse Betty, avvolta nel suo vestito giallo senza maniche e con i capelli castani raccolti in uno chignon. «Sarà stato trattenuto da qualche stupido vampiro.»
Donovan bevve il residuo di punch dal bicchiere e disse: «Oppure sta finendo di cucirsi il vestito per il ballo da solo.» Posò il bicchiere sul tavolo e si batte i palmi sulla giacca scura. «Affittare uno di questi è più costoso di quanto si possa pensare.»
«Ora mi sento anche in colpa per non averci pensato» rispose Zec, fissando il suo stesso abito nero con pantaloni e  giacca abbinati e camicia bianca. «Di sicuro, vista la sua situazione particolare di finto studente emancipato, Billy non ha soldi per permettersi un vestito per il ballo.»
Betty tirò una gomitata a Donovan che si voltò, alzò le sopracciglia e la guardò con aria innocente come a dire: “Non l’ho fatto apposta.”
Michelle si tirò per la terza volta la gonna verde verso il ginocchio, non sentendosi a proprio agio con il vestito scelto dalla madre e di cui si era già lamentata. «Nella peggiore delle ipotesi può distruggere il mio e provare a ricavarci qualcosa di più comodo.»
«Basta con questa negatività» sbottò Betty. Scostò indietro la sedia e si alzò in piedi. Afferrò il braccio destro di Donovan e lo costrinse a mettersi in piedi. «Vai con Michelle in pista, le devi due balli.»
Donovan imitò il saluto militare, portando la mano destra all’altezza della tempia. «Agli ordini capo.» Raggiunse Michelle e le spostò cavallerescamente la sedia da sotto il tavolo.
«Non so… forse è meglio aspettare ancora un po’» disse lei intimorita.
Betty la guardò decisa. «A ballare. Ora!»
Michelle scattò in piedi e si attaccò al braccio portole da Donovan. I due avanzarono verso la pista, mentre il ragazzo soffocava una risata.
Betty si sedette al posto del suo accompagnatore, vicino a Zec. «Avanti, dimmi cosa succede. Non sei agitato per un semplice ritardo. Cosa ti preoccupa davvero?»
Zec sospirò. «So che hai detto che non possiamo fare nulla per la questione dei poteri psichici, ma ho una sensazione strana. Ho l’impressione che Billy abbia qualcosa che non va.»
«Sai come è fatto: tende a colpevolizzarsi di tutto.»
«Questa volta è diverso» rispose Zec. «È come se avesse deciso qualcosa, ma non vuole farcelo sapere.»
Betty si fece pensosa e batté indice e medio sinistri sul mento. «Può essere. Oppure hai solo fifa da primo appuntamento.»
«Questo non è il mio primo appuntamento con Billy.»
«Oh, per favore. La vostra uscita al cimitero non conta» disse Betty. «Avete incontrato quegli Esseri Ombra e poi siamo finiti tutti nella camera di ospedale di Elliott. Decisamente non è stato un appuntamento.»
Zec concordò in silenzio con la sua descrizione. Non c’era stato niente di lontanamente simile a un appuntamento in quello che avevano fatto quella sera. Quindi, l’amica poteva avere ragione. La sua ansia per la serata poteva essere solo la sua stessa paura di rovinare la prima uscita ufficiale con il suo ragazzo.
«Forse hai ragione» ammise. «Tu invece sembri a tuo agio con Donovan. E anche per voi è la prima uscita in coppia.»
Betty sorrise. «Be’ io parto avvantaggiata. Ho già visto i lati peggiori di Donovan, non penso di dovermi aspettare niente di negativo.»
Entrambi si girarono a cercare lui e Michelle tra i ragazzi che ballavano. Lo individuarono mentre insegnava a un’impacciata Michelle alcune mosse per apparire meno rigida. E sembrava davvero a suo agio, riuscendo a divertirsi.
«Non sapevo Donovan se la cavasse così bene nel ballo» ammise Zec sorpreso.
Betty continuò a fissarlo a bocca aperta. «Già, nemmeno io.»
«Io sono una frana e ho i miei dubbi che Billy sia un asso della danza.»
«Grazie per la scarsa fiducia.»
Billy arrivò alle loro spalle. Indossava un completo nero che gli calzava a pennello e Zec pensò non poteva esserselo cucito da solo.
Billy si chinò e baciò Betty sulla guancia. Poi si avvicinò a Zec e gli stampò un bacio sulla bocca. «Scusami per il ritardo. Ora recuperiamo il tempo perso e ti dimostro che ti sbagli: sono un grande ballerino.»
«E lasciamo Betty da sola?» domandò Zec.
«Tranquillo, gli altri torneranno presto» lo rassicurò lei. «Credo Michelle abbia bisogno di una pausa prima del secondo round.»
Billy prese per mano Zec e lo fece alzare. «Non hai più scuse.»
Lui rise, abbandonando il tavolo e seguendo l’altro ragazzo verso il gruppo che si dimenava. «Peggio per te, io riconosco i miei limiti. Non lamentarti se ti farò sfigurare.»
«Nessuna brutta figura. Lasciati guidare da me.»    

 

La musica era cambiata non appena Zec e Billy erano giunti in mezzo alla pista da ballo. Il pezzo dance, aveva lasciato il posto a una ballata più lenta, cogliendo Zec impreparato.
Billy mantenne la sua promessa. Gli fece mettere gentilmente le mani sulle sue spalle e gli strinse con sicurezza i fianchi, dandogli il giusto ritmo a cui muoversi.
In pochi attimi, Zec si sentì subito a suo agio e dimenticò ogni pensiero negativo.
«Non te la cavi poi così male» si complimentò Billy.
«Merito del mio maestro.»
Billy rise. Sembrava sereno, senza angosce.
Zec gli avvicinò le mani al collo. «Devi dirmi dove hai imparato a ballare i lenti.»
Billy aggrottò un sopracciglio. «Non saprei.» Lo attirò a sé, avvolgendogli la schiena con le braccia. «Penso sia parte dell’addestramento da Ammazzavampiri.»
Questa volta fu Zec a ridere. «Sicuro. Già me lo immagino. “Lezione 27: stordisci il vampiro con un ballo” Anche se standogli così vicino è facile impalettare il nemico.»
«Si può fare anche altro a questa distanza.»
Billy si sporse e baciò di nuovo la sua bocca.
Fu un bacio meno affrettato, come se volesse gustarselo. Zec sentì il calore delle labbra di lui aprirsi e chiudersi sulle sue. Chiuse gli occhi e tutto svanì. Non c’era musica, non c’erano altri oltre a loro. Poi si riscosse e si allontanò.
«Qualcosa non va?» chiese Billy.
Zec arrossì. «No. È solo che… ecco non volevo dare spettacolo.»
Il compagno lanciò uno sguardo ai suoi lati. E lui fece altrettanto. Alcune ragazze si dondolavano a occhi chiusi con la testa posata sulla spalla del loro cavaliere. Altri erano impegnati nella stessa attività che loro avevano appena interrotto. E insieme scorsero una coppia di ragazze che ballavano strette, perse una negli occhi dell’altra.
«Non mi pare che siamo abbastanza interessanti» disse Billy.
Zec annuì. «Scusa. Questa serata sta andando così bene, ho il timore che qualcuno, o qualcosa la rovini. Come una rissa perché due ragazzi si baciano.»
«Non dovresti preoccuparti di queste cose» lo rimproverò dolcemente Billy. «Devi essere libero di vivere i tuoi sentimenti. Soprattutto perché la vita è così breve.»
Zec rimase colpito da quell’affermazione. «Suona tanto come una dichiarazione di addio.»
«Non dire sciocchezze. Non ti libererai di me.» Billy pronunciò le parole con fermezza, ma poi il suo viso si rabbuiò. «Però, se dovesse accadermi qualcosa di brutto, voglio che tu vada avanti.»
«Perché dovrebbe accaderti qualcosa di brutto?»
«Caccio i vampiri, i demoni e le mostruosità della Bocca dell’Inferno. Il pericolo è sempre con me e anche se sono bravissimo in quello che faccio, può accadere che un giorno mi capiti il peggio.»
«Niente pensieri negativi.» Zec lo baciò sulla bocca per zittirlo. Rimasero così per diversi minuti, assaporando il piacere di essere insieme, poi si allontanò. «Seguirò il tuo consiglio, se tu farai lo stesso con il mio. Combatti solo battaglie che sai di vincere e non correre rischi inutili.»
Billy lo guardò serio e lentamente le labbra sia allargarono in un sorriso. «Lo farò. E sono felice di averti incontrato e che mi abbia invitato al ballo. Sarà tra i miei ricordi più belli.»
«I nostri ricordi più belli» lo corresse Zec.
Billy annuì. «Giusto. Grazie per tutto.»
Zec non seppe spiegarsi se fu il modo in cui lo disse, o l’aria di malinconia che balenò nei suoi occhi, ma gli parve un addio. E la sua brutta sensazione si rifece viva.
La musica terminò bruscamente. Le varie coppie assorte nella loro intimità, si ripresero, allontanandosi gli uni dagli altri di qualche centimetro.
«Mi sa che devo andare» disse Billy, toccandosi la fronte. «Il mio senso del soprannaturale pizzica.»
«Vengo con te» si offrì subito Zec.
«Non è necessario. Non mi sembra niente di particolarmente grave. Una scocciatura di cui mi libererò prestissimo.»
Zec insistette. «In due saremo ancora più veloci.»
Billy scosse la testa. «Allontanandoci insieme daremmo nell’occhio e qualcuno dei sorveglianti ci farebbe troppe domande. E poi non è il caso di rovinarci entrambi il vestito.»
Tenendolo per mano e schivando gli altri ragazzi, Billy si avviò verso l’uscita della palestra. Zec gli camminò dietro, non riuscendo però a scacciare l’agitazione e sapendo di non potergli far cambiare idea.
Arrivati a un paio di metri dai poliziotti di guardia, Billy si fermò. Gli prese il viso tra le mani e lo baciò sulla fronte. «Ritieniti prenotato per l’ultimo ballo.» Sorrise e si incamminò da solo.
Zec lo seguì con lo sguardo. Vide che faceva segno alla guardia di aver bisogno di usare il bagno e ottenne un cenno di consenso. Lo vide allontanarsi fino il fondo del corridoio e poi svanire dietro l’angolo.
In quello stesso istante, la brutta sensazione che lo aveva tormentato, non fu più vaga. Si concretizzò e dentro di sé Zec ebbe la certezza che Billy non sarebbe tornato per l’ultimo ballo. Con una sicurezza da non riuscire a spiegare razionalmente, sapeva che se non lo avesse raggiunto e fermato, per loro non ci sarebbe mai più stato alcun ballo.

 

                                                                     Continua…? 



lunedì 5 settembre 2016

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 32

32. Come si Sveglia un Uomo che Vuole Essere in Coma?


«Mi sembra ridicolo» sentenziò Donovan, seduto e stravaccato con le braccia allargate sulla base della prima fila della gradinata della palestra.

«E anche un po’ assurdo» concordò Michelle, in piedi accanto a lui. Guardò le altre ragazze e i pochi maschi muoversi avanti e indietro per l’enorme spazio, spostando tavoli e sedie, e abbassando la voce aggiunse: «Voglio dire, più assurdo delle cose assurde che ci sono capitate fino a ora.»
Zec sbuffò. Guadando le loro facce mentre gli era di fronte, sembrava proprio che i due amici non volessero affatto credere alla conclusione di cui li aveva informati – e a cui era giunto Billy – sugli undici anni di coma autoindotto di Elliott Summerson. E anche per lui era stato difficile abituarsi all’inizio, ma poi aveva dovuto cedere all’evidenza. «Invece ha perfettamente senso e combacia con quello che ci ha detto l’infermiere» insistette.
«Ok, ammettiamo che la storia di cadere in coma di spontanea volontà possa essere vera, come fa Billy a dare per scontato che Elliott avesse programmato tutto il seguito?» chiese poco convinto Donovan.
«Fenomeni psichici» rispose Betty.
Zec si girò di spalle. Seduta sul pavimento, Betty stava ripassando con un pennarello rosso le lettere di uno striscione steso davanti a lei. «Non mi credi nemmeno tu?»
«Certo che ti credo. Spiegavo a cosa si riferiva Billy con la sua deduzione» disse la ragazza, senza smettere il suo lavoro. «I fenomeni psichici sono studiati anche dalla scienza. Credo che la disciplina si chiami parapsicologia e studia appunto l’interazione tra mente e fenomeni paranormali. Quindi, sì, il ragionamento di Billy è altamente possibile e presuppone che Elliott sapesse a priori di possedere capacità psichiche, abbastanza forti da scatenare tutto questo una volta portata la sua mente in uno stato simile alla morte.»   
Michelle si piegò in avanti. «Come fai a dirlo con tanta semplicità, mentre stai… cosa stai facendo di preciso?»
Betty terminò l’ultima lettera. Chiuse il pennarello rosso e si rimise in piedi. «Contribuisco ai preparativi per il ballo di fine anno. Faccio parte del comitato organizzativo.»
Donovan si tirò dritto sulla schiena. «Non me lo avevi detto.»
Betty lo guardò di sbieco da dietro le lenti degli occhiali. «Avrei dovuto?»
«Be’… visto che andremo al ballo insieme, potevi mettermi al corrente.»
«Quindi, vuoi che siamo una di quelle coppie? Del tipo che devo dirti ogni mia decisione prima di prenderla?»
«No, non intendevo…»
«Aspettate!» intervenne allarmata Michelle. «Siete una coppia? Ufficiale? Da quanto?»
Donovan gongolò. «Da dopo il mio prode atteggiamento da baywatcher durante la crisi in piscina.»
«Quindi da pochissimo e non è cambiato niente per noi come gruppo» si affrettò a precisare Betty, guardando l’amica. «Quindi non farti venire paranoie e rischiare di diventare ancora invisibile.»
«Possiamo ritornare all’argomento principale?» li interruppe Zec. Era contento per i due amici, ma lo preoccupava di più la sorte del suo ragazzo.
«Cosa vuoi che ti diciamo?» domandò Donovan, scrollando le spalle. «Hai avuto da Betty la conferma di una spiegazione scientifica e quindi Billy ha ragione. Oltretutto, avere capacità mentali spiega anche da dove arriva il suo senso del soprannaturale, che lo avvisa dalle minacce. A ogni modo non vedo come potremmo risolvere la situazione questa volta.»
Michelle annuì. «Se si trattasse di vampiri da impalettare, o demoni da scacciare con formule o roba simile, potremmo intervenire subito. Ma questa cosa dei fenomeni psichici va molto oltre la nostra portata.»
«Starcene qui a organizzare il ballo di fine anno di sicuro non è di aiuto.» Zec era deluso e infastidito dalla velocità con cui gli amici avevano liquidato la faccenda. «Non avete visto quanto fosse sconvolto Billy dopo quella scoperta. Ho cercato di calmarlo e mi ha detto di non preoccuparmi, ma era chiaro che non ci credeva nemmeno lui. Temo possa fare qualche stupidaggine.»
Betty gli andò accanto e gli strinse amichevolmente il braccio destro. «Non penso Billy abbia una soluzione a cui noi non siamo arrivati. Ora come ora, non può fare proprio nulla. Siamo abituati a  reagire all’istante al pericolo, o fare ricerche mirate. Forse questa volta dobbiamo prenderci più tempo per rifletterci e dopo quello che abbiamo passato, svagarci un po’ al ballo è la scelta migliore. Gli hai chiesto di farti da accompagnatore?»
Zec scosse la testa. «Non era il momento migliore e non sono sicuro gli interessi il ballo. Come vedete non è qui con noi.»
«In realtà neanche noi siamo qui per i preparativi, ma solo perché volevi parlarci e Betty ha detto di ritrovarci in palestra» precisò Donovan. «Comunque ho visto come ti guarda e di sicuro gli interessa stare avvinghiato a te durante un lento» disse, strizzando l’occhio.
Zec ripensò al loro bacio. Alla foga con cui Billy si era stretto a lui, quando era uscito dall’armadio nell’aula di matematica. Forse Donovan non aveva tutti i torti. «Ok, proverò a chiamarlo e ci prenderemo una pausa dalla Bocca dell’Inferno.»
Michelle li squadrò imbronciata. «Perfetto. Tutti accoppiati e io faccio da ruota di scorta.»
Donovan mise un braccio attorno alle spalle dell’amica. «Non essere stupida. Non sei una ruota di scorta. E ti prenoto per almeno due balli.»
Betty lo guardò soddisfatta. «È la prima cosa intelligente che dici da quando siamo in palestra.» Prese Zec sotto braccio e lo condusse vicino agli altri due amici. «Venerdì sera andremo al ballo tutti insieme. E ci divertiremo. Siamo la Scoobie Gang, ci meritiamo di festeggiare dopo tutte le minacce soprannaturali che abbiamo sventato.»
Zec sorrise. Avrebbe voluto tanto farsi coinvolgere dal loro buonumore. Pensare per una sera di poter essere un gruppo di adolescenti normali che si divertivano al ballo scolastico. Nel profondo, però, sentiva che non avrebbero avuto la possibilità di godersi quella serata. Di sicuro qualcosa sarebbe andato storto.
 

Poche ore dopo il tramonto, Billy si arrampicò sul cancello del cimitero  e lo scavalcò.

Non aveva fatto parola a nessuno degli amici sulle sue intenzioni. Si era limitato a inventare l’impegno di una ronda di controllo, in modo da essere solo. Non voleva nessuno con sé per quello che stava per fare.
Scivolò lungo le sbarre di ferro e saltò, atterrando sulla terra sabbiosa. S’incamminò sul sentiero che costeggiava la distesa di lapidi. Sapeva di non trovare quelle dei suoi genitori, ma questa volta avrebbe cercato quelle della famiglia Summerson, sperando di trovare anche altro.
Gli ci vollero diversi minuti, prima di scovare l’appezzamento erboso su cui sorgevano le due lapidi in marmo bianco. Billy si accovacciò accanto ai due monumenti, non c’erano fiori; Elliott era davvero rimasto solo e con lui in coma non c’erano altri aprenti che potevano rendere omaggio ai due defunti. Per un attimo si sentì stupido a parlare di Elliott come se fosse un estraneo.
Per quanto gli suonasse alieno ammetterlo, lui era Elliott. Forse solo una parte di lui e forse per certi versi con alcune differenze, ma non erano due entità distinte. Se l’uomo in coma era solo, lo era anche lui.
Billy si rialzò in piedi e si guardò intorno. La vera ragione per cui era andato fin lì, non si era mostrata. Non essendoci nessun altro all’infuori di lui, disse: «Avanti! Fatevi vedere! Protettori dell’Oscurità Maggiore, venite fuori!»
Rimase in attesa, aspettandosi di veder comparire da un momento all’altro il mausoleo in cui i misteriosi Esseri Ombra erano comparsi intorno al fuoco, fornendogli la rivelazione che lo aveva condotto sulla strada della verità.
Non successe niente.
«Non compariranno.»
Voltandosi di scatto, Billy seppe già a chi apparteneva quella voce femminile roca, prima ancora di vederla. La Prima Cacciatrice lo fissò, in piedi a una manciata di passi di distanza, nel suo inconfondibile aspetto tribale.
«Come lo sai?» le domandò. «Sei forse tu a impedirlo?»
La Prima Cacciatrice non rispose. Si limitò a continuare a osservarlo.
Billy pensò che Donovan aveva ragione: avrebbero dovuto capire al più presto chi la facesse saltare fuori dal nulla, soprattutto perché forniva solo informazioni di sua scelta. L’istinto e la rabbia lo spingevano a urlarle contro e obbligarla a dirgli quello che voleva sapere, ma era sicuro avrebbe ottenuto l’effetto opposto.
«Va bene, se anche c’entri in qualche modo, non vuoi dirlo. Però non credo tu sia qui per caso, giusto?» Billy rimase a guardarla: silenziosa e immobile.
Decise di fare un altro tentativo. «Da quando ci siamo visti l’ultima volta, ho avuto modo di imparare molto più su di me. Al punto in cui sono, però ho bisogno di aiuto. So del coma di Elliott, so che tutto quello che è successo è opera sua, ma se ha scelto di essere in quello stato, io cosa posso fare? Come lo sveglio?»
«Hai già la risposta.»
«Perché in parte sono lui? Ti assicuro non mi è di nessuno aiuto.»
Lei gli porse la mano.
Billy si avvicinò, ma prima di poterla afferrare, lei gli impresse il palmo sulla fronte.
Immagini fugaci gli scorsero davanti agli occhi. Due persone avanti negli anni. Ospedali, medici e volti in lacrime. Una chiesa. Delle bare. Sentimenti di angoscia, dolore, malinconia.
Si riscosse quando la Prima Cacciatrice spostò la mano.
«Erano i genitori di Elliott» disse con sicurezza. «Si è preso cura di loro finché non sono morti. E poi ha perso la voglia di vivere.»
Si aggrappò a quei ricordi prima che svanissero del tutto. La sua controparte non aveva voluto lasciarglieli di proposito. Ricordò in maniera più approfondita una malattia legata alla mente, come il suo potere, una dote che era stato obbligato a sopprimere e invece avrebbe potuto sfruttare per curare…
«Rammenta. Sei ciò che lui non è più. Ha bisogno di te.»
«Non ti capisco. Lui voleva morire, ne sono certo, ma non ha avuto il coraggio e si è creato questa alternativa… una sorta di via di fuga dalla realtà attraverso me. Non aveva potuto salvare chi amava con il suo potere, però lo usò per concedersi la sua versione di un riposo eterno. Ma tutto il resto? Voleva far provare anche agli altri cosa significa vivere in un inferno? È questa la tua risposta?»
 La Prima Cacciatrice scosse il capo. «Lo sai, te l’ho già detto.»
Billy sgranò gli occhi confuso. «Davvero? Quando?»
La ragazza si mosse, avvicinandosi a lui. Posò la mano destra sulla sua guancia e rispose: «Al nostro primo incontro. C’erano anche i tuoi amici.» Scostò la mano e arretrò, tornando al suo posto di partenza.
Billy si sforzò di ricordare velocemente. Il primo incontro era avvenuto in sogno. A casa di Michelle. Mentre guardavano gli episodi di Buffy. Era stato tutto confuso, fin quando non si erano ritrovati e lei aveva pronunciato un’ultima frase.
«Una sola soluzione. Abbracciare la morte» ripeté serio.
«Tutto gravita intorno alla morte. Elliott l’ha cercata. Tu sei il modo per allontanarla dagli innocenti. Il ruolo che ti ha affidato ti conduce comunque all’atto finale di ogni Ammazzavampiri.»
Lui trasalì. «No… non posso farlo… non riuscirò mai a ucciderlo.»
«Il compito difficile, non vuol dire impossibile» gli disse la Prima Cacciatrice. Si voltò di spalle e s’incamminò, oltrepassò varie lapidi, finché la sua figura non svanì nell’orizzonte lontano.
Billy distolse lo sguardo e si sentì colpevole. Aveva sempre avuto la risposta, ma non aveva mai voluto veramente interpretarla.
Si rimise  a sua volta in marcia, diretto al cancello. Alla fine aveva ottenuto ciò per cui era venuto, anche se non pensava potesse costargli così tanto.
«Non importa» disse Billy nel silenzio tombale, afferrando con entrambe le mani le sbarre del cancello che chiudeva il cimitero. «Farò ciò che devo.»  

 

                                                     Continua…?

lunedì 29 agosto 2016

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 31

31. Ottieni la Verità con una Bugia


«Non muovetevi» ripeté il poliziotto, tenendo lo sguardo fisso su loro e stringendo con entrambe le mani l’arma alzata contro lui e Zec.

Billy non capì cosa stava accadendo. Un attimo prima era uscito dal seminterrato dove Jordan Gutierrez aveva scatenato più Inferni – tra cui un poliziotto zombie – e ora uno vero minacciava lui e il suo ragazzo appena ritrovato, senza alcuna ragione, come se fossero due pericolosi criminali.
«Agente, ci deve essere uno sbaglio» disse Billy rimanendo vicino a Zec, senza muovere un muscolo.
«Abbiamo ricevuto diverse chiamate in centrale per rumori e urla agghiaccianti provenienti dalla scuola» rispose il poliziotto senza scostare la pistola dalla linea di tiro. «Non è la prima volta che qui dentro succedono fatti… particolari.»
Billy non sapeva cosa dire. Il tono dell’uomo pareva accusatorio, ma in realtà nessuno poteva sapere cosa fosse successo realmente nella stanza della caldaia e chi fosse il responsabile. Inoltre, tutti i ragazzi e gli adulti ancora presenti a scuola erano rimasti bloccati nelle aule e come lui e Zec erano liberi da pochi minuti.
«Cosa diavolo sta facendo!» La professoressa Noxon comparve alla spalle dell’uomo e avanzò furente verso di lui. Aveva i capelli vaporosi in disordine, con ciocche castane che svolazzavano intorno al viso mentre procedeva e il tailleur blu, di solito sempre impeccabile, tutto spiegazzato e coperto da macchie bianco sporco. «Abbassi quella pistola, subito! Non vede che sono due ragazzi spaventati come noi? Sono studenti rimasti bloccati qui, non i responsabili!»
Billy tirò un sospirò di sollievo e per la prima volta fu davvero felice di vedere l’insegnate del club di teatro.
Il poliziotto abbassò l’arma e assunse una posa meno minacciosa. La donna lo superò, si sistemò dietro Billy e Zec, coprendo con un braccio la spalla di ognuno dei due e gli lanciò un’occhiataccia.
«Stavo solo facendo il mio lavoro» rispose serio l’uomo. «Sono entrato e sono stati i primi due soggetti visti, intimare loro di stare fermi è la prassi.»
«Vada a cercare i veri colpevoli e stia attento a non puntare ancora quell’arma contro un mio collega o altri poveri studenti» ribadì la professoressa Noxon perentoria.
Il poliziotto lanciò un ultimo sguardo diffidente a lui e Zec e poi uscì dalla classe.
«“Servire e proteggere” un cavolo» sbuffò arrabbiata e sgomenta la professoressa. «State bene ragazzi? Chi ha divelto in quel modo la porta?»
«Non lo sappiamo» rispose Zec.
Billy pensò che in fondo era sincero, quando era successo lui era una statua di vetro. «Siamo rimasti bloccati nell’aula. Sono successe cose un po’ strane, poi la porta si è staccata ed è arrivato quel poliziotto» mentì, recitando però in modo molto credibile.
La professoressa Noxon annuì comprensiva. «Capisco, anche per noi del club di teatro è stata un’esperienza allucinante. Speriamo possano chiarire cosa sia successo.» Li spinse poi gentilmente verso l’uscita dell’aula. «Andiamo, abbiamo chiamato un paio dia ambulanze e tutti i presenti devono essere accompagnati all’ospedale per un controllo.»
«Perché? Ci sono dei feriti?» si preoccupò Billy.
«Sembrerebbe di no, ma la scuola ha una politica ferrea per situazioni di questo tipo, o comunque simili a questa e vuole avere conferme mediche.»
Billy e Zec si avviarono in corridoio in compagnia della donna e nessuno fece più parola sull’accaduto.
 

«È totalmente inutile. Oltre che snervante» si lamentò Betty.

Quando le ambulanze erano arrivate a scuola, lei, gli altri studenti e i professori erano radunati nel cortile. I paramedici avevano chiesto se ci fosse qualcuno che dovesse avere la precedenza sugli altri e Donovan aveva urlato il suo nome, raccontando della caduta in piscina e della perdita dei sensi. Così si ritrovava stesa in un letto dell’ospedale, pur essendo in perfetta salute. «Ed è tutta colpa tua.»
Donovan la guardò impassibile. «Lo so. E ne sono fiero.» Era in piedi vicino al letto, con le braccia conserte sul petto e nessun segno di rimorso.
Betty si puntellò sui gomiti. «Avanti, sai anche tu che è una stupidaggine. Sto bene. Quegli esami che mi hanno fatto si riveleranno uno spreco di tempo.»
«Quando avrai una laurea in medicina, prederemo in considerazione la tua diagnosi» replicò lui.
Betty trovava insopportabile quel suo modo di fare, ma solo al quaranta per cento. Nel restante sessanta lo trovava estremamente dolce. «Intendo dire, sappiamo entrambi che non mi è successo nulla di veramente grave.» Si sforzò di smussare l’insofferenza nella sua voce. «Ho avuto un attacco di panico. Ho affrontato una delle mie più grandi paure e non ho retto lo stress. Non è piacevole, ma neanche mortale.»
Donovan sospirò e lasciò scivolare le braccia lungo i fianchi. «Ok, forse sono stato un po’ troppo apprensivo.»
Betty sorrise e poi tra loro calò il silenzio. Nella furia di risalire dal seminterrato, rintracciare gli altri compagni e uscire dalla scuola, non aveva avuto il tempo di metabolizzare tutto quello che le era successo. C’era stata la parte da film horror, ma anche quella inaspettata. Nel momento del pericolo, quando era stata in preda al panico, si era appoggiata a Donovan e lui era rimasto a darle sostegno. Più di quanto si aspettasse.
Betty si  tirò ancora più su, appoggiandosi al cuscino, contro lo schienale reclinabile del letto. «Non ti ho neanche ringraziato» disse all’improvviso.
«Non è necessario» rispose il ragazzo.
«Invece lo è eccome.» Betty si scostò lievemente, facendogli posto sul materasso. «Siediti qui vicino a me» lo invitò. Si aspettò una delle solite battute di lui, ma Donovan l’accontentò senza dire una parola. Con il viso a una spanna dal suo, continuò. «Devo anche scusarmi. Non ti ho mai preso sul serio. Oggi, mi hai davvero colpito, non mi capita spesso di perdere il controllo in quel modo e tu mi hai protetto. Ti sei preso cura di me, lo fai anche adesso ed è qualcosa a cui non sono abituata. È… nuovo, per me.»
«E le novità ti spaventano, giusto?» domandò Donovan.
«A volte. Ma questa è diversa, è qualcosa che ho sempre desiderato, ma non ho mai voluto ammetterlo.» Betty si morse il labbro inferiore. «Cavoli, di solito sono brava con la sintesi e i discorsi, ma ora mi sembra di non riuscire ad arrivare al punto.»
«Fai provare me» propose Donovan, sorridendo. «Non ho una bella reputazione ai tuoi occhi, ma ora vedi qualcosa di diverso. Fermami se sto sbagliando.»
«Vai avanti.»
«Bene. Tu mi piaci. E mi sembra che io piaccio a te.» Donovan fece una breve pausa, durante la quale lei annuì. «Allora buttiamoci. Proviamo a essere una coppia. O stare insieme, se preferisci. Ognuno si impegnerà e vedremo come andrà.»
«Un po’ troppo sbrigativo, ma il concetto è giusto.» Betty si sporse in avanti Gli prese il volto tra le mani e lo baciò sulle labbra. Un bacio impacciato, con gli occhiali che le premevano contro le guance, ma fu il suo primo vero bacio.
Donovan si staccò, dolcemente le spostò le mani dalla sua guancia e sorrise. «Non male, ma dovremo fare pratica.»
Betty gli accarezzò il braccio con  la mano destra. «Potremmo incominciare la sera del ballo di fine anno, andandoci insieme.»
«Hai sempre della grandi idee.» Donovan si alzò. «Vado a vedere a che punto sono i tuoi accertamenti, così puoi alzarti da quel letto.»
«Ottimo» rispose Betty. «A volte, anche tu hai grandi idee.»
 

Billy sostava davanti alle scale che dal pronto soccorso portavano ai piani superiori. Era di nuovo molto vicino alla sua controparte adulta. Aveva l’impressione di venirne attirato come un magnete, anche se sapeva che fargli visita non avrebbe aggiunto nulla a quanto già sapeva, o a come porvi rimedio.

«Ecco dov’eri finito.» Zec lo raggiunse dal corridoio sulla destra. «Ho parlato con Michelle: sta bene, ma è stata bloccata da una certa Marcy del suo gruppo di sostegno per disturbi alimentari, ma prima è riuscita a vedere Donovan e Betty e stanno entrambi bene. Inoltre, la professoressa Noxon sta tenendo d’occhio quel poliziotto che ci ha bloccati. Vuole essere presente mentre fa domande a tutti quelli rimasti imprigionati.»
«E i gemelli?» domandò Billy senza staccare gli occhi dalla scalinata.
«Non ho loro notizie. Ma conoscendoli, una volta finito il pericolo, se ne saranno andati via di nascosto.»  Zec si fermò al suo fianco. «Piuttosto, cosa mi dici del ragazzo che ha scatenato tutto?»
«Jordan Gutierrez? È a posto. Gli ho promesso che terrò segreto il suo coinvolgimento, si sta facendo visitare come gli altri, ma non rappresenta più un problema» rispose distrattamente. Sentiva il forte impulso di ritornare da Elliott Summerson, ma combatteva per non farlo.
Zec gli mise una mano sulla spalla, facendogli girare il volto verso di lui. «Billy, cosa c’è che non va? Sembra che quegli scalini siano più interessanti di me.» Fece una lieve risata. «Vuoi… rivederti. Cioè rivederlo, non so come esprimermi.»
«Sì» disse sincero Billy. «Sto lottando per non andare di nuovo nella sua stanza.»
«Perché?»
«Tanto non cambierebbe nulla. Non otterremo delle risposte in più su come è finito… o sono finito, in quel letto e in coma.»
Zec gli afferrò la mano e lo trascinò sulle scale. «Non ti farà neanche male. Andiamo.»
Billy non si oppose. Forse Zec aveva ragione, si lasciò guidare per la rampa, fino ai due piani successivi. Uscirono dalla tromba delle scale e entrarono nel corridoio del piano. Sembrava deserto. Percorsero spediti il tratto e giunsero alla camera di Elliott.
Zec posò il palmo sul pomello e lo fece girare, la porta della camera si aprì e intravidero il suo corpo steso. Fecero entrambi un passo avanti per introdursi nella camera.
«Non potete stare qui.»
Si voltarono di scatto. La voce giovane di un infermiere poco più alto di loro, con i capelli castano chiaro a spazzola, un fascicolo sotto braccio e arrivato di soppiatto alle spalle, li fece bloccare.
«Solo i parenti potrebbero fare visite, ma…» l’infermiere si zittì e rimase a fissare il viso di Billy. «Però tu assomigli molto al signor Summerson, per caso…»
«È così» intervenne Zec. «È un familiare.»
L’infermiere inarcò un sopracciglio. «Davvero? Nella sua cartella c’è scritto che non ha parenti in vita.»
«Infatti… perché… ecco, è una questione complicata» continuò Zec. «Vede, lui, il mio amico, lui è il… fratello.»
Billy si voltò a guardarlo, cercando di mascherare la sua stessa sorpresa per la sfacciataggine con cui aveva sparato quella menzogna.
«Mi prendete in giro?» chiese serio l’infermiere, stringendo con le dita della mano sinistra la cartella sotto il  braccio destro.
«È vero, io… cioè lui… Elliott Summerson è il mio fratellastro» ripeté Billy.
Zec si avvicinò al suo interlocutore. «Ha notato come si somigliano? Il mio amico ha scoperto da poco questo legame» disse a bassa voce. «Sa, suo padre non è mai stato molto fedele ed è morto da poco. Frugando tra le sue cose, il mio amico ha scoperto di avere un fratello più grande, ma non vuole che lo sappia anche sua madre.»
L’infermiere allargò le labbra, quasi a formare un cerchio perfetto per la sorpresa della sconvolgente rivelazione. «Oh. Mi dispiace. Non volevo essere inopportuno.»
«Non c’è problema» rispose Billy.
«Comunque non posso farvi entrare. Dovete tornare con un permesso firmato che certifica la parentela.»
«Certo, ma a noi bastano poche informazioni» provò Zec.
Billy si concentrò nella sua espressione più triste e strappalacrime. «So che non è la prassi, ma vorrei solo sapere come mio fratello è finito in quello stato. Se dovessi coinvolgere mia madre, soffrirebbe troppo.»
L’infermiere li scrutò pensieroso. Poi afferrò la cartella clinica e l’aprì davanti a sé. «D’accordo, farò uno strappo alla regola, dato che è un caso un po’ particolare.» Scorse con lo sguardo le notizie e poi disse: «Tuo fratello è in coma da circa undici anni.»
«Undici? Da così tanto?» domandò Billy allibito.
L’infermiere annuì e proseguì a leggere silenzioso.
Zec lo osservò sulle spine. «Può dirci la causa del coma?»
«Be’ quello è un vero mistero.» L’infermiere alzò gli occhi dal foglio e li guardò in faccia. «È stato trovato in quello stato in casa. Non c’era niente nelle vicinanze che indicasse l’uso di farmaci o altro. E dalle analisi non è emersa nessuna allergia, infezione o causa esterna che giustificasse il coma.»
«Quindi è come se si fosse addormentato» ipotizzò Zec.
L’infermiere chiuse la cartella. «In un certo senso sì, è come se fosse così, ma scientificamente non è possibile. Hanno ipotizzato un disturbo simile alla Sindrome Kleine-Levin, alcuni la conoscono come “sindrome della bella addormentata”, ma il sonno permanente non è tipico di quella patologia. Continuiamo a svolgere i test di routine e a cercare un modo per portarlo a svegliarsi, ma senza successo. Al momento ci limitiamo a tenerlo in vita. Mi dispiace ragazzi, ma non posso dirvi altro.»
Billy lo fissò assente. «La ringrazio. Ci è stato di grande aiuto.» Si girò e torno sui suoi passi verso le scale.
«Grazie ancora. E scusi per il disturbo.» Zec si sforzò di sorridere all’infermiere, poi corse dietro al compagno.
Scesero entrambi la prima rampa di scale, Billy si sentiva in trance, scioccato da quella scoperta.  A metà della seconda tornata di scalini, Zec gli afferrò con forza il braccio, facendolo riscuotere.
«Aspetta. Che ti prende. Sei sconvolto?»
«Non lo hai capito?» dallo sguardo del compagno, Billy realizzò che la conclusione non era stata lampante anche per lui. «Non è stato vittima di un incidente. È un coma autoindotto.»
Zec strabuzzò gli occhi. «Aspetta… se lo è procurato da solo?»
«Esatto. La cosa peggiore è che non penso sia un caso quello successo dopo. Sapeva a cosa andava incontro, quello che avrebbe scatenato» disse Billy amareggiato. «E questo complica tutto. Non si può svegliare un uomo che ha scelto di entrare in coma.» 

 

                                              Continua…? 





lunedì 22 agosto 2016

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 30

30. Ognuno ha il suo Inferno


Una testa, con le orbite vuote e nere, la mandibola parzialmente coperta da brandelli di carne putrefatta e la bocca semiaperta per mostrare pochi e isolati denti marci, fu la prima immagine nitida.

Billy la vide e lanciò un gemito.
La cenere stava dando forma anche ad altro: un corpo con attaccati in evidenza muscoli e pelle che si alternavano tra loro, almeno dove non erano coperti da una divisa blu stinto, strappata e logora. Un foro al petto, a sinistra dove s’intravedeva un rivolo di sangue. Altre macchie di sangue secche formavano una striscia discontinua sul tessuto, proseguendo sui pantaloni e infine comparvero i piedi nudi, anch’essi un miscuglio imperfetto di pelle essiccata.
«È lui!» gridò Kenny, lasciando la sorella e portandosi entrambi le mani al viso, mentre fissava lo zombie con sguardo sgomento.
Kerry scattò in avanti e bloccò l’essere, afferrandogli i polsi. «No, è solo un’illusione.»
«Che diavolo significa tutto questo? Conoscete questa.. cosa?» domandò Billy confuso.
Kerry lo guardò seria. «Occupati di quel tizio nell’ombra. Non eri venuto per parlare? Fallo» gli rispose. «Qui ci penso io, ma sbrigati: se il burattinaio non si ferma con le buone, gli rompo le ossa.»
Billy tralasciò di insistere sul fatto che la loro reazione fosse stata ambigua nel vedersi comparire davanti lo zombie e si avvicinò al ragazzo che lo aveva tirato fuori dal nulla. Arrivatogli quasi accanto, riuscì a distinguere il suo volto. Aveva i capelli castani, la pelle olivastra e occhi marroni. «Ascolta, qualsiasi cosa tu stia facendo, devi smetterla.»
«Perché?» chiese lui con noncuranza.
Non sembrava arrabbiato, neanche aggressivo, pareva quasi stanco. Billy lo studiò con attenzione e ricordò di averlo già visto in mensa e a lezione di storia. «Sei Jordan, giusto? Jordan… Gutierrez. Per favore, se non vuoi fermarti, almeno spiegami perché lo stai facendo.»
L’espressione di Jordan cambiò. Ora parve confuso, come se non si aspettasse quella domanda.  
Billy si guardò alle spalle. Kerry non faticava molto a tenere a bada lo zombie, il quale non si sforzava a sua volta troppo per andare contro i due. Kenny era  ancora sconvolto, ma non in pericolo. Decise allora di continuare a parlare a Jordan. «Devi avere una ragione. Magari anche giusta. Qualcuno non ti ha dato attenzione? Oppure un bullo ti tormenta? Di qualsiasi cosa si tratti, a me puoi parlarne.»
Jordan si allontanò di un passo dal forno fiammeggiante e disse: «Voti.»
Billy aggrottò la fronte. «Voti?»
«Sì, stupidi, inutili voti. Come se definissero ciò che sei o potessero davvero dare un valore a quello che sai.» Jordan lo guardò infuriato. «Ti sembra giusto? I voti non possono quantificare la fatica che fai, o il tempo impiegato sui libri, sacrificando altro. Però sono l’unica cosa che conta e ti permette di uscirne.»
In maniera esponenziale alla crescita della sua rabbia, Billy udì alle sue spalle lo zombie animarsi, emettere versi e ringhi minacciosi. Era chiaro che tenerlo calmo era l’unica strategia vincente. «Ok, sono d’accordo. I voti non sono… giusti.» Rifletté qualche istante, il problema di Jordan era semplicemente di tipo scolastico, ma un brutto voto non poteva giustificare tutte le mostruosità che aveva creato. «Però non devi prendertela tanto» aggiunse. «Cosa te ne importa dei voti finali? Ormai sei all’ultimo anno. Tra pochi giorni ti diplomi e non dovrai più pensarci.»
«È proprio questo il punto» urlò Jordan.
Le fiamme divamparono dal forno al suo fianco. E Billy sentì lo zombie ringhiare in modo più violento.
«Questo morto vivente è più forte, adesso» confermò Kerry, affaticata. 
«Non potrò diplomarmi» riprese Jordan, stringendo le dita di entrambe le mani a pugno. «Per dei stupidi voti bassi in biologia, matematica ed economia non ho superato i corsi e dovrò ripetere l’anno. Un intero anno ancora qui dentro per colpa di tre materie e soprattutto di quello stronzo del professor Monaghan. Quello ce l’ha con me, mi odia, probabilmente perché sono ispano-americano e quindi è anche razzista. Ma nessuno interviene per fermarlo.»
«D’accordo, hai subito un’ingiustizia, ma ci sono altri modi per sistemare la faccenda.» Billy si forzò di trovare una soluzione abbastanza convincente per farlo ragionare. «Prova a parlarne con il preside.»
«È inutile» replicò Jordan arrabbiato. «Hanno già deciso. Mi bocciano e non ci sono alternative. Allora, se io sono costretto a tornare qui dentro, bloccato ogni giorno, lo saranno tutti. Nessuno potrà più uscire!»
In parte Billy condivideva il suo risentimento, ma doveva comunque trovare un modo per fermarlo e possibilmente non violento. «Posso capirlo, ma tutto il resto? Perché hai fatto in modo che dei ragazzi si trasformassero in mostri o in altro? Perché creare cose abominevoli come quello» domandò e si girò a indicare lo zombie in lotta con Kerry.
Jordan lo guardò come se fosse ovvio. «Di cosa ti meravigli? Professori che ti trattano con superiorità e fanno di tutto per penalizzarti. Ragazzi, tuoi compagni, che fanno i bulli e ti prendono in giro, oppure ti ignorano ed emarginano. Angosce per esami e interrogazioni che determineranno quanto tempo dovrai ancora trascorrere qui dentro. La scuola non ti sembra un vero Inferno?»
Billy si sentì uno stupido a non averci pensato prima. Una parte di lui, forse quella più connessa al sé adulto, trovava logico il ragionamento del ragazzo e naturale che l’influsso della Bocca dell’Inferno facesse il resto. Restava comunque sorpreso dalla varietà degli orrori. «Però ti sei proprio sbizzarrito.»
«Non sono direttamente responsabile per tutto quello che viene fuori» rispose Jordan. «Restare incastrato un altro anno al liceo è il mio Inferno e volevo che gli altri provassero lo stesso. Ognuno doveva sperimentare il proprio Inferno senza poterne uscire.»
Kerry urlò, costringendo Billy  a voltarsi indietro. Lo zombie sembrava diventato decisamente più potente negli ultimi minuti. L’aveva afferrata per il collo e lanciata sul pavimento, sbattendola sul cemento come un sacco di patate. La ragazza rimase a terra dolorante, accusando il colpo. Lo zombie le passò accanto e con lentezza si avvicinò a Kenny.
«No, stai indietro» urlò il ragazzo, rannicchiandosi contro il muro. «Stai indietro.»
Kerry tentò di rimettersi in piedi, senza successo. «Combattilo» disse con un sussurro.
Kenny nascose la faccia dietro il braccio sinistro. «Non posso. Non posso farlo» ripeté con la voce tremante.
Billy sapeva che intervenire sullo zombie era inutile, per di più senza avere niente che lo potesse ferire. Afferrò le  braccia di Jordan e gli ordinò: «Ferma questa assurdità!»
Jordan sostenne il suo sguardo. «Perché?»
«Perché la vita non finisce al liceo e se pensi che qui sia brutto e ingiusto, fuori è anche peggio.»
«E tu come lo sai?» chiese beffardo Jordan. «Sei un anno più piccolo di me.»
«Devi fidarti, ripetere un anno non è la fine del mondo, o un problema insormontabile.» Billy sentì di nuovo una connessione con Elliott Summerson, il suo alter ego adulto. Provò una convinzione diversa, estranea e allo stesso modo dettata da un’esperienza maturata in più  anni dei suoi. «Per certi versi è un’altra opportunità. Puoi rimediare a quello che non ti piace, rifare tutto da capo, imparando da quello che hai sperimentato in quest’anno e viverlo meglio. Farti nuovi amici o riallacciare i rapporti con i vecchi con cui ti sei allontanato; far capire ai professori e ai bulli che non ti possono mettere in difficoltà. Questo ti servirà per essere in parte pronto alla vita fuori di qui, perché queste seconde chance difficilmente le avrai nel mondo oltre queste mura.»
Jordan non rispose subito e lo fissò scettico. «Sembra quasi che tu abbia già provato cosa vuol dire non essere più un liceale.»
«In un certo senso è così.»
Jordan mosse le braccia per liberarsi e Billy lo lasciò andare. «È stato questo il tuo Inferno?»
«Forse. Non ne sono sicuro» gli rispose. Billy ricordò di colpo Kenny in pericolo e riportò lo sguardo su di lui. Fece in tempo a vedere lo zombie che gli afferrava i riccioli neri e lo rimetteva a forza in piedi. «Per favore, annulla tutto e prova a ricominciare. Per le insufficienze troveremo un modo per rimediare. Ho un’amica che è un genio, di sicuro ti darà una mano.»
Jordan spostò gli occhi da lui e osservò Kenny a sua volta. Lo zombie aveva tirato la faccia del ragazzo accanto alla sua e con la bocca spalancata e in parte sdentata, si apprestava a morderlo, come se fosse un churro fumante. «Mi prometti che questa volta sarà meglio?»
«Non posso, ma non lo saprai se non proverai. Però se vai avanti con il tuo “condividiamo l’Inferno” non lo scoprirai mai.»
Kerry si rialzò barcollando e cercò di raggiungere il fratello. «No! Ti prego, fermo. Non puoi pa…»
«Va bene. Proviamo» disse infine Jordan. «Faremo a modo tuo. Basta Inferno.»
Lo zombie si dissolse in cenere, un istante prima di affondare i pochi denti nella pelle color cioccolato di Kenny. Un onda di calore invisibile si propagò per tutta la stanza, riportandola alle sue dimensioni reali.
Billy guardò il forno fiammeggiante e aveva ripreso le normali dimensioni e l’aspetto della caldaia della scuola. Girandosi, si accorse inoltre che Kerry stringeva tra le braccia Kenny singhiozzante e a un passo da loro.
Michelle entrò dalla porta spalancata, i capelli abbandonavano la tinta scura per riprendere il rosso naturale e le vene svanivano dalla sua faccia mentre passava in rassegna i volti di tutti, con un misto di sollievo e confusione.
«È tutto finito» spiegò Billy a lei e anche agli altri due ragazzi. «Jordan non intende più fare del male a nessuno.» Sfiorò gentilmente la spalla del ragazzo e uscì nel corridoio, trovò che era stretto e piccolo, come era giusto che fosse. Incontrò Donovan e Betty – ora rinvenuta – appoggiati al muro delle scale appena riapparse e lo guardarono sollevati.
«Abbiamo vinto?» domandò Donovan.
Billy annuì, passandogli accanto. «Vado a controllare anche il resto della scuola, ma credo che il pericolo sia superato.»
Correndo, salì le scale che lo portavano fuori dal seminterrato, con in testa principalmente il pensiero di Zec. Doveva assicurarsi che anche lui fosse tornato normale.
 

Billy arrivò ansimante davanti alla classe di matematica. La parte dell’edificio che aveva attraversato si era rivelata tornata al suo stato abituale. Aveva incrociato dei ragazzi e pochi insegnanti mentre uscivano insicuri dalle classi in cui erano stati tenuti prigionieri e anche se avevano un aspetto umano, sui loro volti aveva letto le stesse espressioni di terrore, sconcerto e infine sollievo avuto dai suoi amici nel corso della loro lotta con l’Inferno personale.

Superò la porta divelta e stesa a terra e sentì il rumore di vetri andare in pezzi all’interno.
Nell’attimo in cui entrò nell’aula, l’anta dell’armadio volò contro il muro e Zec uscì con il suo aspetto da poltergeist oscuro. Appena lo vide, riacquistò il suo look normale. «Cos’è successo? Stavo parlando con Michelle e Betty e mi sono ritrovato chiuso nell’armadio.»
Billy sorrise. Gli andò incontro, lo abbracciò forte e poi lo baciò sulle labbra. Rimase a lungo a contatto con la sua bocca, assaporando la materialità della sua pelle e la conferma del suo essere vivo.
Quando si staccò, Zec chiese: «A cosa lo devo? Non che mi dispiaccia, ma ho come l’impressione di essermi perso qualcosa.»
«Mi sono reso conto che non ci siamo mai scambiati un bacio» rispose Billy. «Non volevo rischiare di avere questo rimpianto.»
Zec lo guardò incerto. «È tutto a posto?»
Billy gli strinse le mani nelle sue. «Ora che vedo che stai bene, sì.»
«Fermi dove siete!»
I due ragazzi si voltarono verso l’apertura della classe. Non si erano accorti di non essere soli.
Un poliziotto era fermo a fissarli. Era lo stesso intervenuto la sera della recita e puntava la sua pistola di ordinanza contro di loro.

 

                                                   Continua…?