lunedì 21 luglio 2014

Recearticolo film Maleficent

Il film avrebbe potuto avere come sottotitolo: “Processo di redenzione per uno dei più spaventosi tra i cattivi Disney”, perché Malefica merita indubbiamente il podio dei più riusciti malvagi dei film animati di Walt Disney e per renderla protagonista indiscussa della pellicola era ovvio che necessitasse un doveroso lavoro di “pulizia”.
Non so voi, ma da bambino ero terrorizzato da Malefica. Sarà stata la sua pelle verdognola, il suo volto allungato con i grandi occhi gialli, la sua risata profonda o quel copricapo con le corna che rimandano all’iconografia dei demoni, ma dal momento che entrava in scena avevo bisogno di un adulto accanto. Almeno fino ai sette anni.
Ecco perché, ora che sono tra gli adulti, ho provato una certa curiosità appena venuto a conoscenza che era in preparazione un film su colei che si autodefinisce (cito testualmente) La Signora di Ogni Male, cosa si sarebbero inventati per renderla attraente al pubblico?
Come già anticipato, la malvagia Maleficent (questo il suo nome in originale) ha subito un trattamento tipico quando vogliamo un antagonista come protagonista, partendo dal presupposto che cattivi non si nasce ma lo si diventa, gli sceneggiatori hanno recuperato l’elemento di base della fiaba originale di Perrault: Malefica non è una strega, ma bensì una fata e ci raccontano come ha ceduto al suo lato oscuro. Per rendere il tutto ancora più “puro” è una fata della natura, che vive nella favolistica/magica Brughiera insieme ad altri esseri magici, senza però nessun contatto con gli umani.
All’inizio del film ci viene mostrata una Malefica bambina, che si preoccupa di proteggere la Brughiera, ma non ha nessuno con cui confidarsi, con cui avere un rapporto umano. Ecco perché il suo cuore si fida subito del giovane Stefano, giunto con intenzioni tutt’altro che onorevoli nel territorio della fata, ma che riesce con gesti semplici a conquistarla e in lui vede la fine della sua solitudine anche se per breve tempo.
A dirla tutta, la rapidità con cui Malefica si fida e innamora di Stefano appare un po’ forzata, ma in origine la parte sull’infanzia della fata era più lunga e addirittura coinvolgeva i Reali delle fate con cui era in qualche modo imparentata e rendeva il suo rapporto con gli umani più conflittuale. In fase di montaggio però sembra che questa parte di trama risultasse troppo lunga ed è stata eliminata, lasciando in questo modo lo spettatore con il dubbio che la relazione tra Malefica e Stefano sia stata troppo semplice. 
D’altro canto bisogna dire che Stefano, che qui diventa il cattivo della storia, viene caratterizzato molto bene e fin dalla sua apparizione da bambino scorgiamo in lui la fame per il potere. 
Malefica cresce, diventando una fata potente e tra i suoi tratti distintivi ci sono l’orgoglio e la fierezza, associati a caratteristiche fisiche quali un paio di corna e di splendide ali dalle piume nere. La versione adulta è interpretata da Angelina Jolie che, lasciatemelo dire, nelle vesti di Malefica è sublime. Riesce a mantenere intatta la maestosità della controparte animata, dandole comunque qualcosa di nuovo, una sfumatura di umanità, quel frammento di anima che farà affezionare il pubblico alla non più così odiata strega.
Naturalmente per renderla veramente un’eroina c’è bisogno di un nemico, nel nostro caso gli uomini desiderosi di invadere e conquistare la Brughiera e più nello specifico Re Enrico, personaggio non presente nella versione a cartoni animati e che si rivela essere il padre della futura sposa di Stefano, nonché madre di Aurora. Re Enrico è spietato e violento, ma la prode Malefica riesce a tenerlo a bada grazie ai suoi poteri che risvegliano creature della natura magnificamente rese dagli effetti speciali. Tuttavia la vita di Malefica è destinata a un brusco colpo di scena. Re Enrico torna infatti mal ridotto al suo castello e promette sua figlia in sposa, con la ricchezza derivata dal diventare Re, a chiunque sconfiggerà Malefica e gliene porterà una prova. Tra i pretendenti troviamo Stefano ormai anche lui adulto, che senza troppe remore asseconda i suoi desideri e parte per la Brughiera.
A questo punto assistiamo a  quella che per me è la scena più intensa di tutto il film. Malefica accoglie Stefano nel suo territorio, non aspettandosi un attacco è anzi felice nel rivedere l’amico/amato dopo anni di lontananza, ma l’uomo si rivela infido e sfruttando il rapporto che li ha uniti, la fa addormentare e la priva delle sue meravigliose ali. Al risveglio, non trovandolo al suo fianco, Malefica scopre nel modo più tremendo il suo tradimento: un dolore lancinante l’affligge alla schiena e con orrore si rende conto che gli ha strappato le ali. Angelina Jolie ci regala un’interpretazione magistrale, rende il dolore per essere stata violata e lo stupore, misto a rabbia verso l’uomo di cui aveva piena fiducia in maniera realistica, fisica e guardandola non si può non pensare a quante donne subiscono lo stesso tipo di violenze nel mondo reale.
Nessuno seduto davanti allo schermo del cinema può condannare Malefica e quando in preda al dolore fisico ed emotivo cede all’oscurità, ci rendiamo conto che non ha altra scelta, il suo desiderio di vendetta è più che giustificato. La sua metamorfosi è ormai completa e Angelina Jolie diventa anche visivamente la Malefica de La Bella Addormentata nel Bosco disneyana.
Manca un ultimo particolare – che rappresenta un’innovazione rispetto al film del 1959 – il fido confidente di Malefica, il corvo chiamato Fosco a cui in questa versione viene data la capacità di mutare forma (tra cui quella  umana con il fisico dell’attore Sam Riley) e che si rivela essere stato salvato per opera della fata malvagia dalla cattiveria di due uomini, per diventare (involontariamente) l’unico legame con la sua parte benevola, una sorta di voce della coscienza, che non mancherà di fare emergere più volte. Forse, visto questa svolta, sarebbe stato interessante approfondire di più il rapporto tra i due, ma è probabile il regista ha temuto di rallentare troppo il ritmo e rischiare che il pubblico si distraesse dalla trama.  
Eccoci quindi arrivati al fatidico inizio del classico di animazione che viene qui egregiamente riproposto fedelmente, modificando solo qualche dettaglio. Al battesimo di Aurora assistiamo al realizzarsi della vendetta di Malefica: Stefano le ha portato via l’amore e la felicità e lei farà altrettanto, maledicendo sua figlia. Al compiersi dei sui sedici anni, la giovane cadrà in un sonno simile alla morte. È importante notare come sia questa la maledizione lanciata da Malefica, un sonno simile alla morte anziché una morte certa che sarebbe parso come uno scomodo omicidio, intaccando così la possibilità di redenzione.
Nella parte dedicata all’infanzia e giovinezza di Aurora viene nuovamente presa distanza dal film originale. In principio tramite Fosco e poi per sua volontà, scorgiamo come Malefica non riesca a odiare veramente Aurora, la cui unica colpa è essere nata figlia di Stefano. Lui è il suo mortale nemico, il solo responsabile del suo dolore e a un certo punto Malefica cerca perfino  di annullare il suo stesso maleficio, senza successo. Ciononostante prova affetto per la ragazzina e volendo avere con lei un rapporto basato sull’onestà, le rivela di essere la responsabile della sua maledizione e ovviamente Aurora non può che esserne amareggiata e ferita, avendola fino a quel momento reputata la sua fata madrina. 
Prima di giungere all’emozionante finale lasciatemi evidenziare due particolari con cui gli sceneggiatori si prendono simpaticamente gioco della trama della pellicola animata. Il primo è rappresentato dalle tre fate madrine, a tutti gli effetti protagoniste del film originale che qui sono ridicolizzate e relegate al ruolo di intermezzi comici. In effetti, il punto che sottolineano gli sceneggiatori di Maleficent non è insensato: come possono tre esseri magici, non abituate al mondo umano e  basandosi solo sulla loro magia, crescere una bambina per sedici anni senza poter usare i loro poteri? Nel classico animato addirittura riuscivano a compiere l’impresa per tutto il tempo, salvo poi fare disastri nell’organizzare una festa di compleanno che comprendeva solo cucinare una torta e cucire un vestito. E come sono riuscite ad adempiere a quelle stesse mansioni per sedici anni se non hanno mai fatto ricorso alle loro bacchette magiche? Il secondo particolare, anche questo sensato tenendo presente che stiamo guardando un film live-action e su cui possiamo sorvolare in un film di animazione fiabesco, è il personaggio del principe Filippo e il suo fulmineo innamoramento con Aurora. Nel cartone animato pur non avendola mai vista, incontra Aurora nel bosco e in poche ore i due sanno per certo di essere anime gemelle, l’uno il vero amore dell’altra. Nella versione riveduta viene giustamente fatto notare anche da Filippo stesso che non può risvegliare con un bacio Aurora, non potendo pretendere di essere il suo vero amore dopo averla conosciuta solo quello stesso pomeriggio.
E qui viene la domanda che tutti si sono posti, chi sveglierà la bella addormentata? Dato che Malefica è buona, è improbabile che agirà come nelle scene finali del film originale (dove ne fa di tutti i colori), quindi il ruolo del principe senza macchia e senza paura è affidato proprio a lei. Così, continuando sulla strada di redenzione già impostata, Malefica parte al galoppo, raggiunge Aurora (che nel frattempo si è punta ed è addormentata) e dopo essersi intrufolata nel castello dell’odiato Re Stefano, le dona una bacio di amore, quasi materno, perfettamente in linea con la sua natura, dopo averla protetta e sorvegliata per tutta l’infanzia, dimostrando che nel suo cuore c’era ancora spazio per quel sentimento.
Aurora si risveglia dunque e perdona Malefica, riconoscendo che un attimo di dolore in cui l’ha maledetta, non vale tutto l’amore con cui l’ha seguita fino a quel giorno, ma il tempo del “…e vissero felici e contenti” non è ancora giunto.
Avendo la mortale nemica alla sua mercé, Stefano le lancia l’assalto finale e nonostante la presenza di un drago (non rivelo come e chi è) sta per sopraffarla, se non fosse per l’intervento di Aurora, che da vera principessa del 21°simo secolo, si ribella al padre, scova le ali rubate alla fata e le restituisce alla legittima proprietaria. In una resa stilistica eccezionale (che mi ha ricordato tanto le anti-eroine/bad-girls dei fumetti dei super-eroi dei primi anni ‘90), Malefica dispiega le sue ali e combatte la battaglia finale con Re Stefano. Ovviamente essendo la nostra protagonista non può infliggere il colpo mortale al nemico, ma anzi dimostra di averlo infine perdonato e seppur tenta di salvarlo da una rovinosa caduta, lui scivola dalla sua presa e muore.
Giustamente direte, dov’è il finale positivo in tutto ciò? Ricordate che in questa versione Stefano è il cattivo e lo dimostra non solo per il tradimento verso Malefica, ma anche nel modo in cui tratta la figlia appena ritrovata. È un padre incapace di svolgere il suo ruolo, non più accecato dalla fame di potere, ma da quella di vendetta e quindi non adatto a restare al fianco di un personaggio puro e leale come Aurora. Così, in barba al finale classico, Malefica ormai completamente redenta torna a vivere felice nella Brughiera, insieme ad Aurora che diventa la Regina di entrambi i mondi, quello umano e quello fatato, lasciandoci un sottile ma potente messaggio di fondo: non importa che tipo di amore nutri, se è sincero e non provoca dolore, sei libero di esprimerlo e viverlo.
Probabilmente i puristi de La Bella Addormentata nel Bosco sono rimasti un po’ delusi e straniti dalla visione di Maleficent e può darsi che ci si aspettasse una resa più dark e gotica sullo stile di Tim Burton e con meno stravolgimenti della trama. Tuttavia, nel complesso ho trovato questi cambiamenti efficaci e ben inseriti per il tipo di storia che gli sceneggiatori e il regista hanno scelto di raccontare e il risultato finale è un film piacevole che si riguarderà spesso e volentieri.


Un’ultima nota: eccezionale la versione di Lana Del Rey di Once Upon a Dream, tema d’amore di Aurora e Filippo nel film del 1959 e diventata qui la colonna sonora ideale al personaggio di Malefica, grazie all’interpretazione malinconica e da brividi della cantante.

lunedì 14 luglio 2014

Recearticolo - Madoka Magica: la trilogia cinematografica

Ho già parlato in passato dell’anime di Madoka Magica sul blog e di come abbia portato il genere majokko-anime a un nuovo stadio (per la precisione in questo post Madoka Magica l'evoluzione finale delle majokko) e lo paragonavo per l’impatto avuto a ciò che Neon Genesis Evangelion era stato per il genere mecha-anime. A quanto pare i due franchise hanno un altro fattore in comune: come Evangelion, anche Madoka Magica ha visto il suo epilogo sul grande schermo, grazie ai film che sono un riassunto e una storia nuova.

Madoka Magica The Movie 1: L’inizio della storia e Madoka Magica The Movie 2: La storia infinita
Questi primi due film riassumono i dodici episodi che compongono la serie animata, lo fanno in modo fluido e mantenendo solo ciò che è davvero essenziale per capire la storia e le sue protagoniste. Per chi non fosse a conoscenza degli eventi di cui sto parlando, riassumo brevemente la trama complessiva.
Madoka Kaname, una studentessa della seconda media, vive una vita tranquilla, ha per migliori amiche Sayaka Miki e Hitomi Shizuki ed è una persona gentile e altruista. Mentre è in giro con Sayaka sente la richiesta di aiuto del misterioso Kyubey che rivela a lei e all’amica l’esistenza delle ragazze magiche (Puella Magi) che dopo aver espresso un desiderio e stipulato un contratto con lui diventano maghe e combattono contro le streghe, che sono la fonte dei mali della società.   
Kyubey è inseguito da una maga, che è in realtà Homura Akemi, la nuova compagna di classe di Madoka e Sayaka trasferitasi in città quello stesso giorno e che fa di tutto per impedire che Madoka stipuli un contratto con Kyubey. Ovviamente il suo strano comportamento suscita le perplessità di tutti e viene allontanata da Mami Tomoe, una maga veterana che si mostra gentile e cortese con Madoka e Sayaka, invitandole a vedere con i loro occhi cosa significa essere una maga prima di accettare o meno l’offerta di Kyubey. Purtroppo durante una lotta con una strega, Mami perde la vita e Madoka e Sayaka si scontrano con la dura realtà: essere una maga è un compito arduo e pericoloso, addirittura essendo morta dentro la barriera di una strega, Mami risulterà essere un semplice caso di ragazza scomparsa per il mondo intero e nessuno saprà mai del suo sacrificio. Homura sfrutta questo avvenimento per mettere in guardia nuovamente Madoka sul diventare una maga e sembra sapere più di quello che dice.  
Madoka è infatti combattuta sull’accettare l’offerta e anche Sayaka non ne è più tanto convinta, quando però una strega attacca un gruppo di persone tra cui c’è Hitomi e Madoka rischia di perdere la vita, Sayaka vede nel contratto con Kyubey l’unica soluzione per salvare le amiche. Inoltre, con il suo desiderio, permette all’amico Kyosuke Kamijo – di cui è innamorata – di poter riprendere l’attività di violinista interrotta bruscamente a causa di un incidente. Homura non sembra particolarmente felice della trasformazione di Sayaka in maga e sospetta sia un ulteriore mossa di Kyubey di convincere Madoka a stipulare il contratto.   
A complicare la situazione intervengono due avvenimenti. Il primo è l’entrata in scena di Kyoko Sakura un'altra maga interessata al territorio di caccia alle streghe lasciato libero da Mami, che inizia una rivalità con Sayaka e il secondo è la rivelazione che anche Hitomi è innamorata di Kyosuke e impone un ultimatum di un giorno a Sayaka per dichiararsi, dopo il quale si farà avanti lei. Messa sotto pressione da Kyoko e timorosa di rivelare i suoi sentimenti, Sayaka mostra di cominciare a rimpiangere la scelta fatta, vedendola in difficoltà Madoka decide di intervenire e credendo di aiutare l’amica, butta via la sua Soul Gem, la pietra con cui tutte le ragazze si trasformano in maghe, portando così a galla una scioccante verità sul contratto stipulato con Kyubey. La Soul Gem, che va purificata con il Grief Seed delle streghe per evitare che il consumo di potere la intorpidisca fino a corromperla, non è un semplice oggetto ma l’anima stessa della ragazza, separata dal corpo e che se distrutta causa la morte della maga.
Homura arriva ancora in soccorso di Madoka, recuperando la Soul Gem di Sayaka e accusando apertamente Kybey di aver mentito a tutte loro, non rivelando quel particolare al momento della stipula del contratto e rimarcando come non ci possa fidare di lui e delle sue proposte.
Dopo questa scoperta Sayaka è distrutta, in pratica si sente uno zombie dato che la sua vera essenza è racchiusa nella Soul Gem e con questa premessa non ha il coraggio di confidare il suo amore a Kyosuke, che finisce per accettare l’affetto di Hitomi. Delusa, amareggiata e sconvolta, Sayaka si allontana da Madoka e trova un sostegno invece in Kyoko, che avendo a sua volta espresso un desiderio che le si è ritorto contro capisce la sua situazione. Nonostante ciò, Sayaka inizia un percorso di disperazione al termine del quale smette di purificare la sua Soul Gem e così diventa infine una strega.
Kyubey tenta di approfittare di questa trasformazione per convincere ancora una volta Madoka a diventare una maga, ma viene ucciso da Homura che ribadisce a Madoka di non gettare via così la sua vita, nessun desiderio vale il prezzo della sua anima e nella disperazione di convincerla, Homura dimostra un affetto inspiegabilmente intenso verso Madoka, fin troppo per qualcuno che l’ha conosciuta da solo poche settimane e non l’ha mai veramente frequentata. Questo suo attaccamento non possa inosservato agli occhi di Kyubey (che non è veramente morto in quanto ha diversi corpi di riserva) e le domanda se è interessata a Madoka per l’immenso potenziale magico latente presente in lei e intende usarla per scongiurare la battaglia che si scatenerà di lì a poco per l’arrivo di una strega potentissima conosciuta come Notte di Walpurgis. Homura si rifiuta di rispondergli, ma mostra per l’ennesima volta di conoscere particolari di cui gli altri sono all’oscuro chiamandolo con il suo vero nome: Incubator.           
Nonostante Kyubey abbia detto che non c’è speranza, Kyoko con l’aiuto di Madoka cerca di riportare alla sua forma umana Sayaka, ma fallisce. Affidando Madoka a Homura, Kyoko usa tutto il suo potere per distruggere Sayaka e muore. Dopo il funerale dell’amica (ritenuta da tutti gli altri morta suicida), Madoka ha un colloquio chiarificatore con Kyubey. L’essere le racconta di appartenere a una razza extraterrestre che ha l’intento di preservare l’energia dell’universo e per evitare che si esaurisca, hanno scoperto che tramite la forza dei loro sentimenti – che passano velocemente dalla speranza alla disperazione – le ragazze umane nel corso della loro adolescenza sono una fonte da sfruttare. Per farlo stipulano il contratto e quando da maghe diventano streghe, ne raccolgono l’energia e sottolinea che questo processo è inevitabile, ogni ragazza subirà questa trasformazione presto o tardi perché quando la speranza che ha generato il desiderio si consuma, diventa disperazione e quindi dà origine alla forma di strega. Alle repliche di Madoka che è un destino orribile e ingiusto a cui la razza di Kyubey sottopone le ragazze, Kyubey risponde che nel corso dei secoli è sempre stato così, la razza umana è stata influenzata dalla scelta delle ragazze di diventare maghe e dalla loro metamorfosi in streghe, negare questo evento sarebbe come cancellare l’intera storia della loro specie. Al termine del racconto, vedendo Madoka confusa e addolorata, Kyubey le dice che in lei vede un grande potenziale, forse tale da poter modificare il destino delle maghe e di certo da impedire che si scateni sulla città la furia della strega Notte di Walpurgis e che Homura si sacrifichi per affrontarla.
A questo punto assistiamo a un flashback che ci mostra le origini di Homura, una ragazza cagionevole di salute che dopo aver conosciuto Madoka Kaname, che le mostra gentilezza e affetto, si affeziona a lei e quando scopre che è una maga le resta accanto. Purtroppo Madoka muore durante l’attacco di Notte di Walpurgis e affranta, Homura stipula il contratto con Kyubey, esprimendo il desiderio di poter salvare la sua amica. I poteri magici acquisiti diventando una maga permettono a Homura di viaggiare nel tempo e così rivive più e più volte il mese in cui è stata accanto a Madoka, provando a salvarla senza successo e creando così diverse linee temporali alternative, fino a giungere a quella di cui abbiamo seguito gli eventi fino a ora e in cui Madoka non è ancora diventata una maga.
Costretta a combattere da sola la minaccia di Walpurgis, Homura rivela involontariamente a Kyubey di non appartenere a quella linea temporale e Kyubey intuisce che il grande potenziale che percepisce in Madoka è dovuto alle azioni di Homura: dando origine a molteplici linee temporali prive di Madoka ha fatto sì che la ragazza diventasse il  fulcro dell’universo e raggruppasse in sè il potere dei suoi doppioni scomparsi. Homura ribatte che comunque tutto finirà, combatterà sola contro Walpurgis, impedirà a Madoka di morire e così il ciclo sarà concluso.
La città viene invasa da una calamità che è in realtà la strega Walpurgis e Kyubey avvisa Madoka delle recenti scoperte, aggiungendo che rimasta sola senza altre maghe ad aiutarla, Homura di certo perirà. Decisa a salvare l’amica che ha rinunciato a tutto per lei, Madoka stipula il contratto ed esprime il suo desiderio: nessuna maga passata o futura diventerà strega, morirà senza però dover affrontare il dolore della disperazione. Con il suo desiderio e il potere magico acquisito, Madoka riscrive le regole dell’universo sbalordendo Kyubey, distrugge Walpurgis e si trasforma nella divinità della Speranza, pagando però come prezzo la sua scomparsa dal mondo e il fatto che nessuno ricorderà la sua esistenza eccetto Homura. Madoka lascia così la sua amica in una linea temporale in cui Mami e Kyoko sono vive e a cui Homura può unirsi.
Il finale ci lascia con degli interrogativi: Homura, che ricorda Madoka, è ancora una maga, così come lo sono Mami e Kyoko, insieme a Kyubey devono affrontare dei nuovi nemici, le bestie magiche… ma chi sono queste entità? E perché nell’ultima scena Homura sembra attraversare sola un deserto con ali simili alla forma delle streghe?

Madoka Magica The Movie 3: La storia della ribellione
Giungiamo finalmente alla parte inedita della trilogia e chi non ha potuto vedere il film e non vuole rovinarsi la sorpresa può abbandonare la lettura.

Iniziamo la fase SPOILER…

Sicuri di voler proseguire?

Ok, è una vostra scelta.

Lo spettatore viene spiazzato fin dalle prime scene perché si trova di fronte Madoka ancora viva chemajokko e questo ci fa pensare che qualcosa è cambiato dopo che Madoka ha riscritto le regole. Un altro segnale di stare all’erta è dato dalla presenza passiva di Kyubey, che però non parla, ma emette solo un verso, eco del suo nomignolo.  
combatte al fianco di Sayaka (anche lei viva), Mami, Kyoko e alla mascotte Bebe (la strega che aveva ucciso Mami nella realtà annullata dal finale della serie e del film precedente) contro i Nightmare, manifestazioni dei sentimenti negativi delle persone. Nonostante lo stupore, già ci sono i primi indizi che la scelta di riportare in vita Madoka non è una disattenzione o uno stravolgimento, ma qualcosa di voluto per dare il via ai misteri del film. Le ragazze, per esempio, non ricorrono alla violenza per distruggere il Nightmare (come facevano con le streghe nella serie tv e nei due film), ma usano un metodo più pacifico e vicino alla concezione fanciullesca delle
Finito il combattimento, la scena si sposta nella familiare casa Kaname dove assistiamo, nello stesso identico montaggio del primo episodio della serie e del primo film, al risveglio di Madoka, all’incontro con suo padre, sua madre e suo fratello, mentre fanno colazione insieme. Tutto sembra normale, ma alcuni elementi iniziano a modificarsi: ad attendere Madoka prima di entrare a scuola non ci sono Hiutomi e Sayaka, ma quest’ultima e Kyoko, che ora frequenta il loro istituto ed è in buoni rapporti con entrambe e specialmente con Sayaka. Inoltre Homura, che fa il suo ingresso come nuova compagna di classe, esteticamente è rappresentata come abbiamo visto era prima di diventare una maga viaggiatrice del tempo, ma rivela fin da subito alle altre di essere come loro in possesso di poteri magici. Le ragazze si riuniscono quindi con Mami che spiega che sono state aiutate anche la sera prima da Homura che a quel punto entra a far parte del loro team di maghe. Per la prima volta dalla creazione della serie, le maghette sono riunite tutte insieme nello stesso momento e  la trama procede rivelandoci come poteva essere la loro vita se si fossero conosciute in circostanze diverse, senza problemi di rivalità, dandosi sostegno l’un l’altra. In particolare le vediamo affiatate e in perfetto accordo, come se fossero state un gruppo da sempre e Homura rivela a Madoka di avere la sensazione che il loro incontro fosse predestinato e ci sia tra loro un’intimità più forte che tra persone appena conosciute.
I dubbi di Homura che qualcosa non quadra crescono quando nota che le loro giornate sono troppo idilliache, quasi come in un sogno e soprattutto in lei emergono dei ricordi su Sayaka, Kyoko e Mami che sono in contrasto con il carattere e le azioni che compiono. Coinvolgendo Kyoko, che secondo i suoi ricordi non ha motivo di trovarsi lì, Homura inizia ad indagare e scopre che in realtà non possono lasciare la città e capisce di trovarsi all’interno della barriera di una strega. Questo aumenta notevolmente la sua confusione: se Madoka ha annullato l’esistenza delle streghe, come è possibile che ce ne sia ancora una che le ha imprigionate? E se Madoka era diventata una divinità, come può essere viva e prigioniera con loro?
La ricerca di risposte di Homura la porta a scontrarsi con i candidati più ovvi a essere il colpevole, riportando tra l’altro nella storia i combattimenti violenti che avevano caratterizzato l’anime e conducendola infine alla risposta che avrebbe dovuto indicarle (e anche allo spettatore) fin da principio la verità. Le altre ricordano l’esistenza di Madoka e lei è l’unica che dovrebbe poterlo fare, quindi è lei stessa la strega responsabile della barriera. Come prova definitiva, Homura tenta di allontanarsi dalla sua Soul Gem, atto che dovrebbe condurla alla morte, invece si risveglia nel deserto dove l’avevamo lasciata al termine della serie e del secondo film con Kyubey che spiega cosa è realmente accaduto.
Dopo aver tentato di vivere come unica depositaria del ricordo di Madoka, Homura ha ceduto alla disperazione, dato che il suo desiderio di salvarla era irrealizzabile a quel punto perché andava contro le leggi del nuovo universo stabilite da Madoka in forma divina. Gli Incubator, percependo che l’energia generata dalla trasformazione delle ragazze magiche in streghe e dalle loro lotte con le maghe era scomparsa senza spiegazioni, hanno bloccato la Soul Gem di Homura prima che la trasformasse completamente in una strega e messo in atto una trappola che portasse Madoka all’interno della loro barriera per studiare quella che loro hanno soprannominato la Legge del Ciclo. A conoscenza di questo piano, Homura tenta di liberarsi dal giogo degli Incubator per portare a termine la sua trasformazione in strega e impedire così che Madoka venga usata dagli Incubator. A sua insaputa però anche Sayaka e Bebe – che si rivela essere la giovane Nagisa Momoe – erano consce del pericolo degli Incubator e così aiutate da Mami, Kyoko e da Madoka, che ricorda il suo ruolo di divinità/Legge del Ciclo, lottano tutte insieme per distruggere la razza aliena e salvare il corpo di Homura prima che si trasformi.
Quando Madoka riesce infine a riunirsi con l’amica per svegliarla avviene il vero colpo di scena di tutto il film. Mentre Madoka sta per purificare la Soul Gem di Homura, la ragazza si risveglia e rivela che la sua non è disperazione, ma amore, un amore infinito per Madoka che l’ha spinta a sottostare a questo piano per non perdere l’amica di nuovo. Con il suo nuovo potere nato dalla Soul Gem mutata come non era mai successo prima, Homura priva Madoka di parte del suo potere divino e si trasforma in qualcosa di differente da una maga o una strega, un’entità che lei stessa definisce Demone. In questa nuova forma Homura riscrive nuovamente le regole dell’universo, rompe la barriera degli Incubator, riporta tutti in vita – Madoka compresa – e dice a Kyubey che non lo ucciderà: ha bisogno di un nuovo colpevole per i mali del mondo.
Nell’atto conclusivo del film viene ripetuta nuovamente la scena in cui una nuova studentessa fa il suo ingresso a scuola, solo che questa volta è Madoka la nuova arrivata. Mentre tutte le ragazze frequentano il medesimo istituto insieme, sembrano tutte essere ancora delle maghe e soprattutto hanno tutte il sentore che qualcosa non quadri, Homura si avvicina a Madoka per instaurare la loro amicizia. Non appena i ricordi della ragazza sembrano risvegliarsi, Homura interviene convincendola che lei è semplicemente Madoka l’amica per cui ha creato il nuovo mondo in cui può vivere in pace, però la stessa Homura si rende conto che non potrà sopprimerli per sempre e quando la verità verrà a galla, lo scontro tra loro sarà inevitabile.          


Come è chiaro, il finale del film non è un vero finale e lascia aperte le porte a un nuovo sequel (sia esso un quarto film o una seconda serie tv) e lo spettatore con un quesito quasi filosofico: la scelta di Homura è da condannare? E la ragazza può essere davvero definita un demone, o comunque un essere negativo?
Appena conclusa la visione mi sono trovato a storcere il naso, la scelta di fare di Homura la controparte (suggerendo in negativo) di ciò che era diventata Madoka alla fine dell’anime non mi convinceva del tutto. Riflettendoci poi a mente fredda, mi sono reso conto però che poteva essere plausibile. Il suo attaccamento a Madoka, il suo amore quasi morboso, poteva facilmente sfociare in una reazione al contempo egoistica e altruistica che da un parte soddisfa il suo volere di non perderla e dall’altro dà comunque a tutti un futuro migliore.
In ogni caso Madoka Magica si rivela ancora una volta come una produzione che tende far evolvere il genere majokko, spingendosi in direzioni più adulte rispetto a serie che l’hanno preceduta. Se le varie Yu/Creamy, Mai/Emi, Evelyn e Sandy erano costrette a rinunciare ai poteri magici avuti in dono per lo scadere del tempo patuito o per loro scelta, in Madoka Magica assistiamo a una maghetta che non solo non rinuncia al suo potere, ma lo sfrutta fino al limite più estremo, facendoci sorgere il dubbio che nonostante le buone intenzioni, la magia può comunque aver corrotto Homura. E se ci sarà un futuro per questa serie, sarà interessante scoprire che proporzioni prenderà il conflitto tra Madoka e Homura; chi tra loro ha effettivamente il diritto di prevalere sull’altra; se le loro azioni preserveranno ancora la loro umanità; e quale ruolo giocherà in tutto questo Kyubey, che già nella serie originale si mostrava come una rivisitazione ambigua della tipologia delle mascotte.

lunedì 2 giugno 2014

Recearticolo film - X-Men: Giorni di un Futuro Passato

Da lettore ventennale delle serie degli X-Men aspettavo con ansia questo film fin dal giorno in cui fu annunciata la pre-produzione, è stata una lunga attesa, ma ne è valsa la pena.
Cominciamo con il dire che di tutta la saga (io conto X-Men, X-Men 2, X-Men – Conflitto Finale e X-Men – L’inizio) questo è, a pari merito con X-Men 2, il più riuscito sotto ogni aspetto.
Seconda premessa, questo capitolo non è solo il sequel di X-Men – L’inizio del 2011, ma in un certo senso anche di X-Men – Conflitto Finale del 2006 e pone una sorta di conclusione all’intera prima trilogia uscita all’inizio degli anni 2000.
Infine, ma non per importanza, la storia con seppur diverse modifiche è tratta dall’omonimo arco narrativo di Chris Claremont e John Byrne, pubblicato nel 1980 sui numeri 141-142 di Uncanny X-Men (e ristampato di recente anche in Italia) e ha avuto l’onore/onere di introdurre il concetto dei viaggiatori temporali e dei futuri alternativi nell’universo narrativo degli X-Men e dei mutanti Marvel.
Ora iniziamo a parlare concretamente del film. La pellicola si apre sul futuro distopico che anche il fumetto aveva illustrato: le Sentinelle hanno preso il potere e governano sia sugli umani che su i mutanti, il mondo è allo sfascio ma un manipolo di eroi resiste ancora per impedire che entrambe le razze vengano sterminate. Incontriamo quindi quasi tutto il cast della trilogia originale sopravvissuto al terzo film, (unica assente Rogue, che secondo quanto riportato da uno degli sceneggiatori era coinvolta in una sottotrama non essenziale e quindi tagliata durante la post-produzione) con l’aggiunta di Alfiere, Blink, Sunspot e Warpath. Non fatevi ingannare: seppur possano sembrare mere comparse inserite per la gioia degli X-fans, questi personaggi svolgono il loro ruolo egregiamente. Sono soldati e fanno sfoggio dei loro poteri per contrastare le Sentinelle e garantire ai compagni (gli altri protagonisti principali) di portare avanti la trama in maniera sensata, non tutti hanno delle battute, ma la loro presenza non toglie tempo o scene agli altri.    
Con la riunione dei tre big – Xavier, Magneto e Wolverine – ci viene svelato il punto di svolta dell’intero film: il futuro in cui stanno vivendo può essere cambiato inviando qualcuno nel passato che prevenga l’omicidio di Trask da parte di Mystica, il suo coinvolgimento involontario nella creazione di Super Sentinelle e lo sterminio che ne conseguirà. Viene scelto Wolverine per le sue capacità rigenerative e gli viene detto che se riuscirà nell’intento, l’intero futuro sarà riscritto e basandosi sulle regole dei viaggi nel tempo nella fiction, viene sottointeso per gli spettatori che forse anche l’intera linea temprale subirà cambiamenti in eventi cruciali che l’hanno contraddistinta. A questo punto molti penseranno che la parte di storia coinvolgente il vecchio cast sia finita qui, invece li rivedremo ancora nel corso del film perché è solo la mente di Wolverine che viene mandata nel passato ed è mantenuta in quel tempo da Kitty Pryde, quindi finché lui vincerà o fallirà loro non potranno abbandonarlo.
Questo è il primo punto di forza del film. Pur trattandosi principalmente di un super-hero movie non prende sottogamba gli elementi della fantascienza che regolano i viaggi temporali. La storia continua a essere raccontata su due livelli temporali: il futuro distopico e il passato degli anni ’70. Inoltre, in questo modo rivediamo in azione in maniera epica il cast originale e assistiamo a una delle scene più intense del film. Il giovane Xavier disilluso, disamorato e terrorizzato dal dolore incontra il se stesso futuro che gli impartisce una lezione essenziale: non perdere la speranza, quello è il potere che condividono tutti, umani e mutanti, anche se tutto sembra negativo, continua a credere in un domani migliore e lotta per costruirlo. Questo semplice messaggio è anche uno dei pilastri alla base della storia fumettistica degli X-Men e gli sceneggiatori e il regista Bryan Singer se ne sono ricordati, facendolo fluire in maniera naturale nello svolgersi della vicenda.       
Come detto la storia si snoda su due livelli temporali, nel passato ritroviamo quindi Wolverine che con la sua missione ben chiara va alla ricerca di Xavier nel 1973. Anche in questo caso, come già nel prequel del 2011, è stato fatto un ottimo lavoro per integrare eventi reali del periodo nella trama e questo dà una marcia in più al film. Al contrario di altre pellicole dello stesso genere, l’avventura degli X-Men acquista sfumature più realistiche, lo spettatore vede l’evoluzione dei personaggi e delle loro vite osservandole sullo sfondo del mondo reale per come esso stesso è cambiato e in cui anche lui vive, facendo così che gli X-Men (personaggi di fantasia)  entrino di diritto a far parte delle vicende che hanno fatto la Storia (quella con la “S” maiuscola che si studia sui libri).
Parlando di evoluzione dei personaggi per una volta assistiamo a un Wolverine maturo. Non è più il lupo solitario e selvaggio dei primi film (e a essere sinceri non ruba neanche troppo la scena agli altri personaggi), interagisce con i compagni e pur non essendo propriamente un leader, riesce comunque a guidarli  affinché ognuno svolga il suo ruolo. 
Anche il cast giovane, introdotto nel prequel, ci regala delle interpretazioni meravigliose. Se in passato il rapporto Xavier-Magneto e come sono arrivati a posizioni tanto distanti era la molla che spingeva la narrazione, qui viene trattato in maniera più concisa, ma comunque efficace. Su tutti però mi sento di menzionare in particolare James McAvoy e Jennifer Lawrence, che danno una tridimensionalità e un’anima ai loro characters. Il primo con uno Xavier diverso da quello che ci aspetteremmo in base alla sua storia film/fumettistica: non un uomo posato e guida paziente per i suoi simili, ma un depresso e disfattista, disposto a rinunciare al suo potere mentale per non soffrire. Il modo in cui risale dal baratro in cui è caduto è completamente umano e non supportato da capacità super, rivelando perché sarà poi il famoso Professor X che tutti conosciamo. La seconda, invece, riesce a rendere Mystica più di un personaggio di contorno e la tratteggia non come la solita villain/femme fatale, ma piuttosto come una donna forte, divisa tra gli insegnamenti ricevuti da Xavier e ciò di cui l’ha convinta Magneto. Messa al corrente del ruolo che avrà sulla rovina del futuro, Mystica è quindi portata a compiere la sua scelta e lo farà trovando una via di mezzo tra la filosofia del palmo aperto di Xavier e quella del pugno chiuso di Magneto, entrando nella zona d’ombra che caratterizza la sua controparte fumettistica.
Le due ore e dieci minuti che compongono il film scorrono piacevolmente, tenendo sempre vivo l’interesse dello spettatore e non appesantendo mai la narrazione, questo grazie all’ottima miscela di ingredienti che lo rendono un’opera in grado di farsi apprezzare anche da chi solitamente non si appassiona ai blockbuster di super-eroi. Abbiamo infatti il dramma, mostrato dal pericolo dell’estinzione dei mutanti del futuro, dal peso di cui il giovane Xavier deve liberasi e dalle scelte che i personaggi fanno per agire in modo giusto e  al contempo salvare la propria razza senza perdere la loro umanità; l’azione, legata al viaggio nel tempo e contro il tempo di Wolverine per sventare l’omicidio e alle varie e sempre più mastodontiche battaglie; il risvolto comico incarnato per lo più dal personaggio di Pietro/Quicksilver (un’altra aggiunta non fine a se stessa e “regalo” ai fans, ma presente perché ha una vera funzionalità e forse per innescare una reazione in produzioni future) e dalle scene che lo coinvolgono; il tocco di realismo, quasi da period movie, grazie alle ambientazioni, ai costumi e all’integrazione di fatti reali inerenti al 1973; e il sense of wonder che i poteri dei mutanti (e gli effetti speciali con cui sono realizzati) garantiscono agli spettatori più e meno giovani.
All’inizio ho detto che X-Men: Giorni di un Futuro Passato è anche una sorta di conclusione della prima trilogia e lo capirete guardando le ultime scene, che non voglio rivelare perché sono una gioia per tutti coloro che si sono appassionati a questa saga fin dal 2000 e soprattutto per coloro che hanno letto e continuano tutt’oggi a leggere le gesta cartacee degli X-Men, ritrovandone lo spirito di fondo.
Un finale certo, ma forse anche qualcosa di più: già sappiamo che il franchising dei film degli X-Men è destinato a  continuare e quasi sicuramente con un rinnovamento che darà nuova linfa alla serie grazie al nuovo cast (ormai non più così giovane, ma destinato a diventare di veterani) insieme a nuove aggiunte e allo stesso tempo un arrivederci agli attori che lo hanno avviato quattordici anni fa, senza perdere la speranza che possano tornare  magari quando sarà il tempo di visitare ancora quei giorni di un futuro modificato.


P.S.: un consiglio, al termine della proiezione non abbiate fretta di uscire dalla sala prima che finiscano i titoli di coda, o potreste perdervi la comparsa di qualcuno importante per il prossimo film in lavorazione.     

lunedì 6 gennaio 2014

Incipit 2

Chi mi ha seguito fino a ora sa cosa aspettarsi arrivando sul mio blog, ma dopo un periodo di pausa e trattandosi di un nuovo inizio, che presenta qualche particolarità rispetto al passato, penso sia utile anche per tutti una veloce spiegazione.
Si tratta sempre di una storia a puntate, ma a differenza della precedente serie che presentava una trama completamente di mia invenzione, il nuovo progetto è frutto della mia immaginazione con la contaminazione di più ispirazioni e quindi ritengo doverosa una premessa. Pronti? Bene, iniziamo.
Tutti conoscete le fiabe classiche, quelle raccolte dal folklore popolare principalmente dai fratelli Jakob e Wilhelm Grimm e Charles Perrault (per citare i più famosi) e se le avete lette saprete che le loro versioni sono piuttosto “crude”. Solo per menzionarne alcune: una fanciulla che viene più volte avvelenata, una matrigna costretta a danzare su calzari roventi, una giovinetta dalla bellezza virginale divorata da una belva, ragazze che si taglino parte dei piedi pur di avere un marito, una giovane che viene deflorata durante un sonno malefico... non proprio i racconti della buona notte. Ciononostante, la base di partenza della storia che sto per pubblicare qui sul blog sono proprio queste fiabe e i suoi protagonisti come personaggi principali, un po’ modificati certo, ma pur sempre loro. E per una questione di puro gusto personale ho preferito usare per i loro nomi una versione straniera o crearli da me.
Parlando di fiabe e di ispirazione da esse, non posso non menzionare i lungometraggi animati di Walt Disney con cui sono cresciuto, le sue versioni erano più addolcite rispetto alle originali, ma certi particolari erano troppo ingegnosi e ormai parte della cultura popolare perché non ricadessero anche nella mia rivisitazione. Non appena leggerete capirete a cosa mi riferisco.
Come ultimo spunto cito due serie televisive abbastanza recenti che hanno trovato un tale punto di unione nella mia mente da arrivare a fondersi e dare vita a quello che poi, con le giuste modifiche, è diventato il prodotto finale. Mi riferisco a Once Upon a Time ( tradotto in Italia in C’era Una Volta) dei creatori Edward Kitsis e Adam Horowitz, che con la loro visione unificata e interconnessa del mondo della narrativa per l’infanzia mi hanno mostrato in modo tangibile ciò che già immaginavo da bambino, e Game of Thrones ( tradotto in Italia in Il Trono di Spade) basato sui romanzi di George R.R. Martin e adattato per il piccolo schermo da David Brnioff e D.B. Weiss che con i suoi intrighi tra nobili e non e i mezzi crudi per giungere ai propri scopi, mi ha ricordato quelle versioni originali delle fiabe che ho citato all’inizio.

Ora siete pronti per cominciare questa nuova avventura, come sempre spero sia di vostro gradimento e vi auguro buona lettura.

lunedì 9 dicembre 2013

Racconto - "Libero"

Paolo corse lungo la scalinata, raggiunse la porta della soffitta, l’aprì e si chiuse al suo interno.
Appoggiato con la schiena all’uscio, respirò lentamente. Strizzò gli occhi e ricacciò indietro il groppo che gli stringeva la gola. «Non piangerò» si disse. «Ho quindici anni, non sono più un bambino.»
I muri spessi, di cui erano ancora visibili alcune mattonelle, attutivano in parte le urla dei suoi genitori e degli zii che litigavano al piano di sotto. Ormai era diventata un’abitudine a ogni incontro tra parenti e il fatto che si fossero riuniti per festeggiare il Natale, non faceva alcuna differenza.
I dolci canditi e le luci appese un po’ dovunque nella villetta non erano bastati a trasmettere alla famiglia Ranieri lo spirito natalizio. Gli addobbi servivano a camuffare l’esterno, per dare una facciata di normalità a chiunque li osservasse di passaggio.
Paolo si scostò dall’ingresso, riusciva ancora a sentire le loro grida ovattate, si strinse nel maglione di cachemire azzurro, ma tremò comunque per il freddo che avvolgeva la stanza. Tastò la parete alla sua sinistra e spinse l’interruttore, illuminando elettricamente l’ambiente.
Le quattro pareti che la formavano non erano molto alte e il contatto immediato con il tetto rendeva più difficile al riscaldamento del piano inferiore di diffondersi. Avevano acceso anche il camino, ma in quella casa non c’era modo di immettere calore. Di nessun genere.
Il ragazzo avanzò nella soffitta, cercando qualcosa che lo distraesse. Appoggiate ai lati nord ed est, due vecchie librerie di legno di noce – che resisteva ancora nonostante gli anni e l’umidità – contenevano diversi generi di reliquie. Disposti a poca distanza l’uno dell’altro, i tre scaffali accoglievano i libri di quando Paolo e i suoi cugini Daniela e Antonio erano bambini. Accanto erano impilati i quaderni delle scuole elementari e medie: uno per ogni materia e tutti del primo e ultimo anno frequentato. Sua madre e sua zia avevano deciso di conservarli, considerandoli dei simpatici cimeli da mostrare ai futuri nipoti. E poi giochi e videocassette di cartoni animati erano accatastati alla rinfusa insieme a un mangianastri quasi inutilizzabile e poche musicassette di fiabe sonore.  
Paolo tornò con la mente agli anni in cui era bambino, durante quel periodo l’attesa dell’arrivo delle feste di Natale lo rendeva felice tanto quanto il giorno stesso. Seguiva tutte le tradizioni: a partire dall’aprire ogni mattina la casellina del calendario dell’Avvento, con il relativo cioccolatino da assaporare, fino allo scartare il primo regalo, posto sotto l’albero addobbato insieme ai genitori, dopo lo scoccare della mezzanotte della Vigilia. Con il passare del tempo però, aveva smesso di eseguirle e solo in quel momento si domandò cosa gli avesse fatto perdere quell’entusiasmo e quella gioia nel praticarle.
Sono cresciuto” pensò Paolo. La sentiva come una giustificazione debole, ma era vero. Crescendo, ai suoi occhi, il mondo aveva perso quella magia che sembrava avvolgerlo in quei giorni dell’anno e strappato il velo, rimaneva solo la verità con cui non si poteva scendere a patti.
Il litigio al piano inferiore non accennava a smettere e questo avvalorò ulteriormente la convinzione di Paolo che il Natale non possedesse più la vecchia magia. Abbandonò le librerie e si voltò verso il lungo tavolo rettangolare alle sue spalle. Lo usavano per le cene di famiglia, quando i commensali superavano i sette abituali. Molte delle persone che erano state solite sedersi attorno erano morte o si erano allontanate e così le cene erano diminuite, rendendo insopportabili quelle poche che venivano organizzate più per dovere che per piacere.
A testimonianza dell’uso ridotto e di conseguenza della poca cura, Paolo notò che i piedi del mobile avevano sfamato i tarli e piccoli forellini li attraversavano dal basso verso l’alto. Inoltre, la sua già precaria stabilità, era messa a dura prova da un esercito di scatoloni che ne riempivano la superficie.
Facendo scricchiolare le assi di legno del pavimento, Paolo si avvicinò e rabbrividendo, cercò al loro interno un indumento per coprirsi. Frugando, scoprì l’esistenza di oggetti che non aveva mai visto nell’abitazione: un vecchio candelabro arrugginito a sei braccia, piatti e bicchieri scheggiati e non appartenenti a un vero e proprio servizio, addirittura un vecchio album delle figurine dei calciatori datato 1983.
In fondo al secondo scatolone trovò una coperta di lana marrone in perfetto stato, l’afferrò e se l’avvolse intorno alle spalle. Camminò verso il centro dello stanzone, si sedette sul divano e sprofondò nei cuscini per colpa delle molle consumate. Lo osservò e si accorse che il suo rosso brillante aveva assunto un tono più spento, ma non c’erano altri segni di vecchiaia: l’apparenza tradiva gli anni che aveva trascorso in quella casa.
Distese le gambe e i suoi piedi si adagiarono sul largo tappeto che arrivava quasi fino alla parete che gli stava di fronte, dominata dall’ampia finestra. Era stato filato con cotoni che richiamavano le varie gradazioni di verde e nel lato destro era impressa una deforme macchia di panna, caduta in quello stesso giorno, pochi anni prima, da una fetta di panettone in mano a suo zio.
Sorridendo, Paolo avvertì anche la morsa della nostalgia serrargli la gola. Ci aveva fatto l’abitudine, ma ogni volta che accadeva, la consapevolezza che i ricordi facevano male diventava sempre più dolorosa. Mise in paragone il passato con il presente e gli sembrò che fossero passati secoli da quei giorni in cui era stato tanto spensierato. Le ore trascorse a ridere e chiacchierare durante il pranzo di Natale non sarebbero più tornate, anzi a ogni festeggiamento erano diminuite fino a sparire. E infatti in famiglia era come trovarsi in mezzo a degli estranei. Accettarlo gli fece mancare il fiato, quasi qualcuno gli premesse con violenza la testa sott’acqua.
Facendo scorrere lo sguardo in giro per l’ambiente per scacciare quei pensieri, Paolo vide che l’estremità del tappeto opposta a quella in cui si trovava era fermata da un pesante baule di metallo, rifinito in bronzo lungo gli angoli della base. Lo riconobbe: si trattava dello scrigno dei tesori che aveva diviso con Antonio e Daniela.
Si alzò dal divano e gli si inginocchiò davanti, poi armeggiò con il lucchetto allentato, fino a  far scattare la serratura. Lo spalancò e notò con sollievo che al suo interno c’era tutto quello che avevano rinchiuso. Il coniglio di pezza di Daniela con il braccio destro scucito, il  trenino elettrico con cui lui e Antonio avevano passato interi pomeriggi, il collare di Bri, il cucciolo dei vicini con cui tutti e tre avevano giocato. In fondo, sulla base della scatola, piegato ordinatamente trovò il suo asciugamano bordeaux.
Affondando le mani nel tessuto, il ricordo legato all’oggetto riaffiorò nella sua mente. Aveva sette anni e dopo aver visto il suo primo film sui super-eroi, se lo legava intorno al collo, con indosso una tuta blu, giocando a fare “Superman”.
Anche se avevano due e tre anni più di lui, Daniela e Antonio lo assecondavano sempre, assicurandosi che non si facesse del male, mentre ribadiva di stare salvando il mondo.
Con rammarico, Paolo constatò che essere in quella stanza vuota era l’ennesima riprova del cambiamento negativo delle loro vite. Stava cercando rifugio dalla piega che aveva preso la giornata e Daniela e Antonio non erano al suo fianco. Entrambi avevano abbandonato la casa prima ancora di arrivare al dolce, con la motivazione di vedere una ragazza o degli amici e lo avevano lasciato lì. Solo.
Le voci concitate che ancora risuonavano dal piano sottostante si scontrarono violentemente con la memoria dei tempi passati e Paolo si coprì le orecchie, facendo cadere a terra l’asciugamano e lasciando scivolare dalle spalle la coperta.
«Basta... basta...» sussurrò e senza più la forza di ingoiarle, lasciò scendere le lacrime sulle sue guance. Singhiozzò debolmente per pochi istanti e poi si fermò. Abbassò le braccia e si passò il dorso della mano destra sul volto per asciugarlo.
Alzò lo sguardo e vide il paesaggio al di là della finestra. Il cielo era blu e i fiocchi di neve lo imperlavano cadendo scomposti.
Da solo non poteva fermare quella lite di cui non ricordava nemmeno l’origine, ma non era nemmeno più costretto ad ascoltarla. Di certo nessuno degli adulti di sotto si sarebbe zittito, ma poteva sentirsi nuovamente libero.
Paolo raccolse l’asciugamano, lo strinse con un nodo sotto il collo, in modo che scendesse fino a metà schiena e si diresse verso l’ampia finestra. Fece scorrere il vetro e sentì il vento gelido schiaffeggiargli il volto.
Illuminato dalle luci gialle, rosse e verdi fissate sul bordo, salì sul davanzale.
Ripetendo lo stesso gesto che avrebbe voluto fare da bambino, aprì le braccia verso l’esterno e si lanciò  nel vuoto.
La neve lo accompagnò nel suo volo silenzioso.

lunedì 4 novembre 2013

Ringraziamenti

Quando ho iniziato a pubblicare sul blog la serie di Darklight Children non pensavo che avrei scritto un post come questo. A essere sincero, non ero neanche sicuro se sarei andato oltre le 24 puntate della parte 1, ma l’affetto e l’entusiasmo con cui in molti mi hanno accolto e seguito mi hanno spinto a continuare, arrivando fino all’inevitabile conclusione.
Per il momento è giunta l’ora di salutare Leonardo, Sara e i loro amici, ma siccome il futuro è imprevedibile, non è detto che mi torni la voglia di sbirciare nelle loro vite e se la storia sarà interessante, li rivedrete su questo spazio.
Adesso è giusto dire grazie a chi ha contribuito a rendere possibile questo viaggio (e guardando il contatore in basso sono quasi 7.000) perché “voler fare lo scrittore” non ha senso, se nessuno ti legge.
Grazie a chi mi ha suggerito e spronato a creare questo blog e mettere online la serie.
Grazie a chi mi ha seguito fin dall’inizio.
Grazie a chi si è unito a metà strada.
Grazie a chi scoprirà questo blog e lo seguirà in futuro.
Grazie a chi è tornato ogni singola settimana.
Grazie a chi è tornato una volta ogni tanto.
Grazie a chi mi ha letto perché mi conosceva.
Grazie a chi lo ha fatto senza conoscermi.
Grazie a chi ha fatto il “passaparola” per farmi conoscere.
Grazie a chi è venuto a leggermi seguendo quel “passaparola”.
Grazie a chi si è complimentato e ha mostrato affetto per i personaggi e la mia storia.
Grazie a chi mi ha lasciato commenti (qui, su Facebook e Anobii).
Grazie a chi mi ha semplicemente letto in silenzio.
Grazie a chi è passato e se ne andato perché non era interessato.
Grazie a chi si è messo tra i “lettori fissi”.
Grazie a chi è stato un lettore fisso anche se non si è “registrato”.
Grazie a chi mi ha letto trovandosi all’estero.
Thanks to who is a foreign reader.
Grazie a chi, per qualunque motivo, è capitato e capiterà su questo blog.
Grazie a chi mi sono dimenticato di ringraziare.
Spero che tutti voi (e anche nuovi lettori) continuerete a seguirmi per scoprire cosa ci sarà di nuovo.

Vi aspetto a rileggermi presto. 

mercoledì 6 febbraio 2013

Darklight Children Teaser 2


Si è svegliato dal coma privo di ricordi.

Ha scoperto di possedere il potere di vedere il passato e il futuro.

Ha iniziato una nuova vita, pur non ricordandosi quella che aveva già vissuto.

Ora sta per scoprire chi era, cosa l'ha mandato in coma e a chi deve quel potere.


Darklight Children Parte 4

                                         Prossimamente...

lunedì 28 gennaio 2013

Darklight Children Teaser


Sono sopravvissuti a un professore folle.

Hanno pagato a caro prezzo la sconfitta di tre loschi individui.

Hanno affrontato un gruppo di demoni ibridi.

Non si aspettano che la battaglia più difficile deve ancora cominciare.


Darklight Children Parte 4

                                             Prossimamente...

domenica 23 dicembre 2012

Interludio - Recearticolo Avengers vs. X-Men 1-2

Io sto con gli X-Men

Come avevo detto schierarsi è inevitabile e io l’ho fatto. Sto con gli X-Men (non solo perché li leggo da più di dieci anni) perché, come nella maggior parte della loro carriera, anche in questa occasione vengono discriminati.
Capitan America e una delegazione di Vendicatori si presentano sull’isola in cui vivono Ciclope e gli X-Men rimasti con lui e non lo fanno per trovare un punto comune, per discutere della situazione, non dicono: “Ehi, la Fenice sta arrivando, voi cosa ne pensate? Vediamo se possiamo trovare un modo per risolvere il problema insieme.” No. Arrivano avendo già preso la loro decisione: prendere in custodia Hope, la potenziale ospite della Forza Fenice. E questo deve per forza andare bene agli X-Men. Anche se forse la Fenice, trovando la sua ospite ideale in Hope, potrebbe portare benefici e non distruzione.
Alcuni potranno dire che è stato Ciclope a iniziare le ostilità colpendo Capitan America con i suoi raggi ottici, ma sinceramente la guerra era già iniziata con l’ingresso dei Vendicatori nella casa dei mutanti. Come fa notare Kieron Gillen (autore dell’episodio di Uncanny X-Men legato al cross-over) attraverso la lettera di Ciclope, se qualcuno si presentasse in casa vostra e pretendesse di portare via un membro della vostra famiglia senza alcun permesso e senza addurre motivazioni, voi come reagireste? Non difendereste i vostri diritti? In fondo è questo quello che fanno i Vendicatori, calpestano i diritti di un singolo e della comunità a cui appartiene. Forse la reazione di Ciclope può sembrare esagerata, ma non può non essere giustificata.
A maggior ragione, se prendiamo in esame il presupposto per cui i Vendicatori scatenano questa faida, ci si rende conto che esso è inconsistente. Il loro ragionamento è: la Fenice sta arrivando, la Fenice ha distrutto dei mondi e ha cercato in passato di farlo anche con la Terra e nessuno può controllarla. Sbagliato! L’essere che cercò di distruggere la Terra in passato era una Fenice con le sembianze di Jean Grey, non come afferma Wolverine “una Jean Grey posseduta”. La povera Jean divenne l’ospite della Fenice per pochi istanti prima di morire uccisa dal criminale Xorn, un tempo troppo breve per poter dire che ne sarebbe stata consumata e corrotta. La verità, come fa notare Rachel Grey (negli episodi legati al cross-over di Wolverine & the X-Men e X-Men Legacy) è che proprio lei è la dimostrazione che i Vendicatori si sbagliano e agiscono in base a pregiudizi. Rachel ha convissuto per anni come ospite della Forza Fenice. Ha interagito con lei, combattendo minacce di ogni genere, senza mai perdere il controllo. Cosa significa questo? Probabilmente che permettendo alla Fenice di congiungersi con l’ospite (che tutto fa indicare ha scelto di sua volontà) non ci sarebbe morte, ma rinascita.
Hope però è costretta a fuggire perché i Vendicatori la braccano, agendo fin da subito come giudice e giuria. La loro intenzione e prenderla in custodia, ma cosa significa questo in concreto? Rinchiuderla? O peggio, ucciderla per evitare che la Fenice possa essere ospitata?
In quest’ottica trovo un po’ incoerente il comportamento di Wolverine. Si schiera con i Vendicatori, pensando così di proteggere gli studenti della scuola che ha recentemente fondato, poi però ammette con Capitan America di essere disposto a uccidere una ragazzina per impedire che si ripeta la tragedia di Jean (dimenticandosi che quella che gli chiese di ucciderla non era la vera Jean). Poco importa se poi cambia idea, se decide che non è intenzionato a essere quello che uccide i ragazzini, tradisce comunque la fiducia di Hope e la consegna ai Vendicatori, che come lui, hanno un comportamento tutt’altro che tollerante.
Lo dimostra ancora una volta proprio Wolverine portando i giovani mutanti dell’isola nell’Accademia dei Vendicatori (negli episodi di Avengers: Academy legati al cross-over), impedendo così non solo ai ragazzi di scegliere liberamente con chi schierarsi, ma addirittura tenendoli lontani dai loro ex-compagni che vivono nella sua scuola, perché potrebbero influenzarli in modo sbagliato. E gli stessi Vendicatori (negli episodi di X-Men Legacy) si presentano a forza nella scuola di Wolverine per controllare gli studenti e gli insegnanti rimasti ed evitare che possano unirsi alla lotta degli X-Men per trovare e difendere Hope, come alcuni loro colleghi hanno già fatto. Ancora una volta gli X-Men non possono disporre del loro libero arbitrio.
Tutto questo è discriminatorio. I Vendicatori possono essere animati da buone intenzioni, ma le loro azioni dimostrano il contrario.
Per fortuna non tutto è perduto. Hope riesce comunque ad arrivare sulla Luna (scegliendo così di non mettere in pericolo la Terra) giusto in tempo per l’approssimarsi dell’arrivo della Forza Fenice. Di fronte a Vendicatori e X-Men scopriremo se questo tanto temuto/sperato incontro avverrà...

Dal punto di vista della trama, la miniserie principale e costruita in maniera eccellente. Fluida e scorrevole, si concentra sugli eventi salienti, lasciando agli episodi delle singole serie il compito di approfondire certi aspetti dell’intera storia. Fino a ora, la maggior parte di questi episodi sono effettivamente illuminanti, rivelando nel profondo le ragioni delle azioni dei personaggi, soffermandosi su particolari che sembrano di poca importanza (ma non è così!) e fornendo quindi una visuale completa sulla vicenda.

Ora non ci resta che attendere. Il destino di Hope è davvero quello di diventare tutt’uno con la Forza Fenice e portare una ventata di speranza? O (anche se con metodi discutibili) avevano visto giusto i Vendicatori?

Titolo: Avengers vs. X-Men 1-2; Gli Incredibili X-Men 269-270; Wolverine & gli X-Men 7-8; Iron Man & gli Avengers 56-57
Autori: M. Bendis, J. Aaron, E. Brubaker, J. Hickman, K. Gillen, C. Gage
Editore: Panini Comics

giovedì 8 novembre 2012

Interludio - Recearticolo su Avengers vs. X-Men 0

La Fenice sta arrivando...

L’evento Marvel dell’anno sta per cominciare anche qui da noi, provo quindi ad analizzare i tre personaggi che sono cardine nel dipanarsi della vicenda, riassumendo le loro traversie e facendo il punto della situazione.

Forza Fenice

Entità cosmica legata alla distruzione e alla rinascita, la Forza Fenice ha sempre avuto un forte collegamento con Jean Grey, membro fondatore degli X-Men. Questa forza primaria dell’universo ha bisogno di un corpo ospite per manifestarsi e agire e trova l’essere perfetto con cui congiungersi in Jean quando, ancora bambina, si risvegliano i suoi poteri mutanti e “assiste” telepaticamente la sua amica Annie morente. Il contatto psichico con il regno dei morti di Jean, attira l’attenzione della Forza Fenice, che risponderà più in là negli anni alla richiesta psichica di aiuto della ragazza a bordo di uno shuttle che sta per essere distrutto dalle radiazioni solari. In quell’occasione, la Fenice si fonde con Jean, attratta dalla forza e dalla passione della sua anima e trovando in lei un essere affine, la salva insieme ai suoi amici e la trasforma in un’eroina con poteri quasi divini. Quei poteri le permettono tempo dopo di impedire la distruzione dell’universo, contenendo l’energia del Cristallo M’Kraan, potente arma dell’impero extraterrestre degli Shi’Ar.
Come Fenice, Jean combatté nelle fila degli X-Men per diverso tempo, ma sotto le manipolazioni di Mastermind (un vecchio nemico del gruppo conosciuto anche come Jason Wyngarde) e del Club Infernale, Jean venne convinta di essere una divinità e corrotta dal suo stesso potere si trasformò in Fenice Nera. La foga distruttiva di Fenice Nera si abbatté sui suoi amici e per calmare la sua “fame” annientò il sistema stellare D’Bari, attirando l’attenzione degli Shi’Ar. La razza che in precedenza aveva salvato, decretò la morte di Jean, l’unico modo per liberarsi dell’entità Fenice. Ovviamente gli X-Men si batterono per proteggere la compagna, ma fu proprio lei, rendendosi conto delle sue colpe e pentita, a suicidarsi sulla Luna (questi eventi sono stati raccontati ne “La Saga di Fenice Nera” e se non l’avete mai letta, recuperatela, ne vale la pena!).   
Quello che tutti ignorarono fu che la vera Jean Grey non era mai diventata Fenice, ma era stata rinchiusa in un bozzolo rigenerativo nell’oceano, fin dal loro incontro sullo shuttle e successivo schianto in acqua. La Forza Fenice aveva quindi preso il suo posto per tutto quel tempo e dopo il tentato suicido, si trovò dispersa e cercò di raggiungere nuovamente Jaan nel bozzolo, che disgustata dalle sue azioni la rifiutò. La Forza Fenice, che aveva trovato in Jean l’unico ospite complementare, cercò un essere simile a lei e così una parte dell’entità si fuse con Madelyne Pryor (clone di Jean) e un’altra parte rimase dormiente nel corpo di Rachel Summers, la figlia di Jean Grey e Scott Summers (Ciclope) di un futuro alternativo.
Qui la storia si fa un po’ complicata: a seguito di vari eventi che portano Madelyne a essere coinvolta in trasformazioni malvagie e battaglie con i demoni che ne causarono al morte, e Rachel in viaggi nello spazio e nel tempo che si conclusero con la separazione parziale dall’entità, la Forza Fenice si ritrovò incompleta, senza un corpo ospite e a questo punto il richiamo di Jean Grey fu nuovamente tanto forte da portarla ancora dalla sua scelta originaria.
Prima e durante la battaglia con il malvagio Xorn, Jean cominciò a manifestare ancora l’effetto Fenice (cioè rimasugli del potere dell’entità sotto forma di un uccello di fuoco), che secondo alcuni era rimasta sopita in lei dopo la morte di Madelyne, fino a divenire nuovamente tutt’uno con la Forza Fenice, ma rimanendo comunque uccisa nello scontro con Xorn. La Forza Fenice si ritrovò così di nuovo orfana della sua ospite e disorientata,  cercò di tornare sulla Terra e resuscitare Jean. Questo attirò ancora una volta l’attenzione degli Shi’Ar, che timorosi di un ritorno di Fenice Nera, disgregarono l’entità. La parte maggiore della Forza Fenice rimase con Jean e lei stessa ammise di essere ormai diventata un’unica entità: la Fenice Bianca della Corona, che trascese nella Camera Incandescente per cercare i frammenti mancanti della Forza Fenice e prelevarli dagli ospiti in cui si era rifugiata.
E adesso? Nella breve storia dal titolo “Araldo”, pare di capire che la Forza Fenice ha terminato la sua ricerca e sembra che qualcosa, o qualcuno, la attiri ancora verso la Terra. Va notato, che dopo aver distrutto Terrax e il pianeta Birj, evento che porta Nova a dare l’allarme, la Forza Fenice abbia tenuto fede al suo nome di potenza di distruzione e rinascita, visto che dalle ceneri del pianeta morto germoglia nuova vita (vignetta finale della storia).

Scarlet
Wanda Maximoff è una mutante, figlia del criminale/terrorista/eroe Magneto. Pur avendo cominciato la sua carriera come criminale nella Confraternita dei Mutanti Malvagi a capo del padre, Scarlet decise di cambiare vita, diventando un’eroina e trovando posto tra le fila dei Vendicatori (o Avengers, se preferite). Insieme al gruppo di eroi visse innumerevoli avventure, provando più volte il suo coraggio e il suo valore. Non solo, proprio durante la sua militanza nel team trovò l’amore sposando Visone, un androide/sintenzioide (una specie di robot) capace di provare sentimenti umani e anch’egli parte dei Vendicatori.
Qualche tempo dopo, Scarlet mostrò instabilità nel controllare i suoi poteri mutanti di alterazione delle probabilità e venne aiutata dalla strega Agatha Harkness, che la prese come sua pupilla, istruendola alla magia. Quando lei e Visione si ritirarono temporaneamente dai Vendicatori, proprio la combinazione di magia e capacità mutanti, unita al desiderio di Scarlet di diventare madre, le permisero di concepire e mettere al mondo una coppia di gemelli a cui diede il nome di William e Thomas. La tranquilla vita familiare di Sacarlet non era però destinata a durare.
Rientrata insieme a Visione nei Vendicatori (nella loro filiale della Costa Ovest), Scarlet dovette affrontare la scomparsa e conseguente distruzione del marito a opera del governo americano, che lo aveva ritenuto pericoloso per la sua capacità di connettersi con tutti i computer del mondo e nonostante Visione venne ricostruito, la nuova versione era privata dei ricordi della vita insieme a Scarlet, dandole quindi un marito che non provava più nulla per lei. Come se la situazione non fosse già complicata, anche i figli di Scarlet cominciano a mostrare delle anomalie. Scarlet chiamò quindi in aiuto Agatha Harkness e la donna rivelò che i bambini erano il  prodotto della magia della sua ex-allieva. Grazie ai suoi poteri, Scarlet era riuscita a invocare due frammenti dell’anima dello stregone malvagio Master Pandemonio, che scoperto il fatto si presentò dai Vendicatori e “assorbì” Thomas e William, rivelando che in realtà e a sua insaputa, erano parti dell’essenza del demone Mefisto. Per sconfiggere il demone, che ora completo minacciava l’intera umanità, Agatha Harkness aveva bisogno dell’aiuto di Scarlet, così cancellò la memoria di Wanda riguardo i figli, causandole un esaurimento e facendola cadere in uno stato catatonico.
Fu in quello stato che Scarlet venne rapita dal padre Magneto, che dopo averla manipolata, la rese la potente Scarlet Nera e la spinse a rivoltarsi contro i Vendicatori e il mondo intero. A quel punto il vero responsabile dietro tutte le disgrazie di Scarlet si rivelò essere Immortus, un viaggiatore temporale e controllore del tempo che aveva individuato la mutante come un essere nexus, in grado cioè di far convergere in lei energia capace di alterare la realtà e aveva manipolato gli ultimi mesi di vita di Scarlet proprio per portare a galla il nexus e attingere a questa energia. I suoi piani vennero mandati in fumo dall’intervento congiunto dei Vendicatori con il Dottor Strange e Agatha Harkness, che nuovamente risvegliò in Scarlet il ricordo dei figli scomparsi, portandola a ribellarsi all’influenza di Immortus, perdendo però temporaneamente ogni potere.
Dopo un periodo di recupero, Scarlet tornò tra i Vendicatori in possesso dei suoi poteri (sia magici che mutanti), ma anche rimanendo un essere nexus. Cercando l’aiuto del criminale Dottor Destino per rintracciare le anime perdute dei suoi gemelli, riuscì nell’intento, resuscitandoli in nuovi corpi. La Forza della Vita richiamata per fare ciò, era però incontrollabile  e offuscò il giudizio di Scarlet, fondendosi con lei grazie alla sua particolarità di essere nexus.  
Scarlet continuò con la sua vita da super-eroina, inconsapevole di aver resuscitato i figli e combatté diverse battaglie al fianco dei Vendicatori, ma contemporaneamente la Forza della Vita dentro di lei prendeva il sopravvento, trasformando la sua magia in magia del Chaos, in grado di riplasmare la realtà.
Una Scarlet non più padrona della sua volontà e guidata dalla Forza in lei, ricordò del ritorno in vita dei gemelli, andò a chiedere aiuto ad Agatha Harkness per ritrovarli e davanti al rifiuto della donna, la uccise. Avendo pieno controllo su Wanda, la Forza della Vita la portò inoltre a credere responsabili i Vendicatori del mancato salvataggio dei figli e la fece agire in modo da distruggerli. Ancora una volta solo l’intervento del Dottor Strange con i Vendicatori riuscì a fermare la follia di Scarlet, che caduta sotto l’effetto di un nuovo esaurimento, venne presa in custodia da Magneto (questi eventi sono narrati nel cross-over Vendicatori Divisi che è considerato un po’ l’inizio di una trama lunga anni, di cui Avengers vs. X-Men è il culmine).
Il professor Xavier (fondatore degli X-Men) provò a curare Scarlet senza successo e quando il fratello della donna scoprì che i Vendicatori e gli X-Men si erano riuniti per “risolvere” il problema Scarlet, la convinse a ricorrere ancora al potere della magia del Chaos per cambiare la realtà, dando origine a una alternativa in cui i mutanti e Magneto erano al potere. Un manipolo di eroi riuscì a riportare tutto alla normalità, ma Scarlet ancora sotto shock e arrabbiata per il male fatto al fratello, usò nuovamente la Forza della Vita e decimò i mutanti della Terra, facendo in modo che non ne nascessero più. Questo rese Scarlet una fuggiasca, priva di memoria e odiata dalla maggior parte della comunità di super-eroi e al contempo portò i suoi giovani figli (diventati eroi e membri dei Giovani Vendicatori con il nome di Wiccan e Speed in seguito a Vendicatori Divisi) a partire per cercarla. La trovarono nel regno del Dottor Destino, in procinto di sposarlo. Grazie a Wiccan, Scarlet riacquistò la memoria e così dopo uno scontro tra Giovani Vendicatori, Vendicatori, X-Men e il Dottor Destino, in cui la Forza della Vita venne strappata da Scarlet, venne rivelato che il criminale tentò di usare la Forza per accumulare potere, ma quando questa entrò in Scarlet lui la manipolò per farle compiere i vari atti negativi. Ormai libera, Scarlet decise di prendersi del tempo per capire cosa fare della sua vita.
E adesso? Nella breve storia ritroviamo Scarlet decisa a ricostruire la sua carriera di eroina ed è invitata da Miss Marvel a riunirsi ai Vendicatori. Scarlet è ovviamente titubante e arrivata alla base, trova un amareggiato Visione che, pur sapendo tutto quello che è accaduto, non le perdona di averlo usato come arma contro i loro amici e la caccia. Scarlet in lacrime viene portata via da Miss Marvel. Bisogna notare che, essendo un essere nexus che ha già sperimentato poteri derivati da un entità simile alla Forza Fenice, Scarlet si candida a poter diventare una potenziale ospite per la Fenice, o un’arma con cui contrastarla.  

Hope
In conseguenza all’incantesimo di Scarlet che porta alla decimazione dei mutanti, la razza rischia l’estinzione finché, miracolosamente, nasce una bambina. Subito viene identificata come la “Messia Mutante” e sia gli X-Men e i loro alleati, sia i loro nemici, che i gruppi anti-mutanti, cercano di trovarla. Dopo lunghe lotte, colpi di scena e tradimenti, la piccola viene affidata a Cable, figlio dell’ X-Man Ciclope e cresciuto nel futuro (è una lunga storia!), che per salvarla da chi vuole eliminarla, la porta con sé nel futuro. Un altro viaggiatore temporale e traditore degli X-Men di nome Alfiere li insegue, così Cable e la piccola Hope Summers (questo il nome scelto) iniziano a scappare in vari futuri distopici. Cable diventa il padre adottivo e vede in lei la salvezza dei mutanti, Alfiere invece è convinto che le azioni di Hope daranno vita al futuro da cui lui proviene e in cui i mutanti sono braccati e chiusi in campi di concentramento. Dopo varie traversie, Cable e una Hope adolescente ritornano nel presente, ancora una volta la ragazzina viene braccata per essere uccisa e dopo il sacrifico di Cable, rivela i suoi poteri mutanti e, fatto ancora più sconcertante, manifesta l’effetto Fenice, al seguito del quale vengono individuati cinque nuovi mutanti.
Hope, cresciuta come una guerriera educata a compiere il suo destino, decide di aiutare e rintracciare ogni nuovo mutante comparso dopo il suo ritorno e sviluppa subito una connessione particolare con i cinque. In realtà non tutti credono che la sua esistenza sia un bene e mentre Ciclope cerca di proteggerla in ogni modo, lei vuole a tutti costi essere messa al corrente su ciò che la riguarda e sulla Forza Fenice. Un particolare da non sottovalutare è la straordinaria somiglianza tra Hope e Jean Grey, fatto che la rende agli occhi di tutti l’ospite ideale e va aggiunto che nel corso di varie battaglie, la giovane mutante mostra aspetti del potere della Fenice, arrivando addirittura in un’occasione, mentre è tramortita, a essere chiamata dall’entità “figlia”.
E adesso? La storia di cui è protagonista non aggiunge niente a ciò che già sappiamo di lei. Hope è in contrasto con Ciclope, che vorrebbe tenerla costantemente al sicuro per il ruolo che potrebbe giocare nel futuro della razza mutante. In molti credono che sia lei l’ospite più adatta ad accogliere la Fenice e Hope, dal canto suo, sembra pronta ad accettare questa eventualità.

Come avrete capito Forza Fenice, Scarlet e Hope sono più legate di quanto si potesse supporre.
L’arrivo della Forza Fenice è visto da  due prospettive distinte. I Vendicatori, che all’epoca dell’avvento di Fenice Nera giocarono il ruolo di semplici spettatori, non vogliono correre il rischio di vedere il mondo distrutto da qualcuno non in grado di gestire la forza cosmica. Gli X-Men e Ciclope in primis dall’altro, credono nella capacità di rinascita della Fenice, che potrebbe annullare gli effetti della magia di Scarlet e portare alla nascita e comparsa di molti nuovi mutanti, cancellando il rischio di estinzione.
Se poi teniamo conto che membri storici degli X-Men come Bestia, Wolverine e Tempesta, sono da alcuni anni anche membri dei Vendicatori, la situazione si fa ulteriormente complessa. Scegliere con chi schierarsi sarà inevitabile.
E voi? Da che parte state?

 

Titolo: Avengers vs. X-Men 0
Autori: M. Bendis, J. Aaron, J. Loeb, F. Cho, E. McGuinness
Collana: Marvel Miniserie n.128
Editore: Panini Comics
48 pagine

martedì 24 luglio 2012

Interludio - Concorso i-fantasy


A tutti quelli che mi leggono abitualmente (e anche chi lo fa meno abitualmente) segnalo che sto partecipando a un concorso.
E' possibile votare fino al 2 agosto.

martedì 1 maggio 2012

Interludio - Madoka Magica: l'evoluzione definitiva delle majokko

Di recente mi è capitato di seguire la serie anime “Madoka Magica”, non è stato un caso: fin da bambino sono un appassionato del filone delle maghette terrestri degli anime giapponesi ed ero incuriosito da questa nuova serie che aveva fatto tanto scalpore in patria. Al di là del fatto che l’ho molto apprezzata per il suo taglio adulto, mi ha portato a fare una riflessione: questa serie può essere considerata come la probabile evoluzione definitiva del genere, un po’ nello stesso modo in cui “Neon Genesis Evangelion” lo è stato per il filone “mecha-anime” (conosciuti in Italia come i“robottoni”). Come sono arrivato a questa conclusione? Lo spiego subito, tenendo presente che ho preso sotto esame solo i prodotti che considero più rappresentativi del genere majokko.
Punto primo: chi sono le majokko? Nell’animazione giapponese con “majokko-anime”, s’intende un tipo di produzione che può essere suddivisa in due sottogeneri: “aliene” e “terrestri”. Quello a cui faccio riferimento è il secondo e ha una  protagonista  femminile, nata da genitori umani, che può frequentare dalle elementari fino al massimo il primo anno del liceo e riceve in dono da una creatura magica uno o più oggetti che le permettono di fare uso della magia.
La capostipite del genere è la serie Himitsu no Akko-chan (Lo specchio magico) del 1962 (manga) e 1969 (anime), tanto famosa da aver avuto anche ben due remake nel 1988 (in Italia Un mondo di magia) e nel 1998 (Stilly e lo specchio magico) e fissa quelle che sono le caratteristiche primarie del filone. Akko (Stilly) è infatti una ragazzina delle elementari a cui uno spirito (e poi nei remake la Regina degli Specchi) dona un portacipria magico con cui può trasformarsi in chiunque vuole. Viene anche introdotto il tema che sarà principale nel filone: il potere di trasformarsi permetterà a Stilly di entrare in contatto con il mondo degli adulti e provare con la sua innocenza di bambina a risolvere i problemi della vita quotidiana.
Il salto significativo nel genere avviene nel 1983, quando lo Studio Pierrot crea Maho no Tenshi Creamy Mami (L’Incantevole Creamy), una serie che pur attenendosi alle regole di base, porta qualche novità. La prima è l’introduzione delle mascotte: uno o più esseri dall’aspetto simile ad animali che avranno il compito di vegliare sulla protagonista durante l’anno in cui la creatura magica le ha donato i poteri. La seconda è la possibilità tramite l’oggetto magico di diventare  una ragazza più grande (in genere adolescente) e in questo modo fare parte del mondo degli adulti. Si realizza così un desiderio spesso condiviso da molti bambini, il voler essere trattati da grandi, ma che porta con sé anche un piccolo prezzo. Yu, la nostra nuova protagonista, può infatti diventare Creamy la stella della canzone pop, ma si troverà a dover affrontare gli stessi impegni e  responsabilità di un’adulta con un lavoro e conoscere quel mondo che  l’aspetta tra qualche anno la porterà inevitabilmente a perdere un po’ della sua innocenza e guardare con occhi diversi la sua infanzia che passa. Lo Studio Pierrot produrrà altre due serie molto simili in struttura a questa: Maho no Yosei Pelsha (Evelyn e la magia di un sogno d’amore) del 1984 e Maho no Star Emi (Magica, magica Emi) del 1985, in cui le protagoniste oltre a condividere con Yu la capacità di trasformarsi in un’adolescente, avranno un coinvolgimento amoroso o comunque affettivo verso un ragazzo più grande, in genere attratto dalla controparte magica della protagonista. Tra le due però è  Emi ad avere più punti in comune con Creamy (essendo entrambe star dello show business) e allo stesso tempo a presentare un’altra piccola innovazione. Alla fine del suo ciclo di episodi, la protagonista Mai ha l’opportunità di mantenere i poteri magici e trasformarsi per sempre in Emi, realizzando così il suo sogno di diventare una prestigiatrice provetta, oppure rinunciarvi e realizzare con le sue sole forze il suo sogno. Mai sceglierà per l’appunto di contare sulle sue sole forze e questo varia un po’ il tema di fondo: non più la magia come mezzo per sbirciare e provare a vivere il mondo adulto, ma come mezzo per realizzare un sogno e capire che la via giusta per renderlo reale è impegnarsi facendo affidamento solo sulle proprie capacità. Va segnalato che lo Studio Pierrot produrrà altre due maghette: Maho no Idol Pastel Yumi (Sandy dai mille colori) del 1986, che si distacca dalle opere precedenti in quanto la protagonista non si trasforma in adulta  e Maho no Stage Fancy Lala (Fancy Lala) del 1998 in cui la protagonista torna a trasformarsi in adulta e a lavorare nel mondo dello spettacolo, ma come Mai/Emi arriva alla consapevolezza di non aver bisogno della magia per realizzare i suoi sogni.
Per avere una vera e propria rivoluzione del genere bisogna aspettare il 1992, quando fa il suo debutto Bishojo Senshi Sailor Moon (Sailor Moon) serie-saga che avrà ben quattro seguiti. La serie, che meriterebbe un approfondimento a sé stante, si inserisce nel filone maghette, portandole però a un passo successivo. La protagonista Usagi (Bunny) è già un’adolescente (ha quattordici anni) e quindi i poteri che le verranno donati non le serviranno come scusa per entrare nel mondo adulto. La sua sarà una vera e propria missione: diventerà una guerriera che con colpi speciali e vari oggetti magici si dedicherà a difendere il mondo dagli emissari del male. In questo contesto è chiaro che la protagonista rinuncia alla sua spensieratezza nel momento stesso in cui accetta la missione, il suo unico pensiero sarà la sicurezza del mondo e quindi non avrà il tempo di vivere come una normale ragazza. Ecco quindi che subentrano nuovi temi, forse più adulti e rivolti quindi a questo genere di pubblico, che saranno lo spirito di sacrificio e l’importanza dell’amicizia. Il primo è ben evidenziato dalla caratteristica di questa nuova maghetta, che appunto non si tramuta in cantante o prestigiatrice, ma in vera e propria guerriera, pronta a battersi fino all’ultimo respiro per proteggere chiunque. Il secondo è messo in risalto dal fatto che la protagonista non è sola: al suo fianco avrà un numero sempre maggiore di compagne, che dotate come lei di oggetti magici, si trasformeranno nelle sue paladine alleate. Questo elemento è una sorta di fusione con il genere sentai-mono popolare in Giappone in svariati live-action e conosciuto anche in Italia grazie alla prolifica serie dei Power Rangers. Le compagne di Usagi però differiscono da lei per un particolare importante: per vari motivi sono delle emarginate e l’amicizia disinteressata che la ragazza donerà loro una volta divenute guerriere, sarà il modo in cui, oltre ai loro sogni individuali, condivideranno quello comune di proteggere quel mondo in cui hanno avuto la fortuna di incontrarsi e abbandonare così la loro solitudine. Bisogna menzionare che questa mega-serie ha anche un forte valore femminista (basti pensare che nonostante l’interesse amoroso di Usagi la salvi spesso dal mostro di turno, è sempre lei con le sue sole forze a conseguire la vittoria finale) e porta allo sviluppo anche della figura della mascotte. Luna, la gatta che dona a Usagi l’oggetto per trasformarsi, è infatti una vera  e propria figura autoritaria per la ragazza, che la guida nel suo percorso per accettare e diventare una combattente responsabile.
Dopo Sailor Moon sono stati prodotti una lunga serie di cloni con più o meno successo rispetto alla portatrice di questa innovazione, arrivando sul finire degli anni novanta addirittura alla creazione di una sorta di serie “ibrido”. Si tratta di Ojamajo Doremì (Magica Doremì) del 1999 composta da ben quattro cicli di episodi e che partendo dal tema di base della bambina delle elementari che acquisisce i poteri magici da un essere magico (in questo caso una strega) viene affiancata da altre compagne maghette (componente inserita da Sailor Moon), unendo anche il sottogenere delle “maghette aliene” (appartenenti cioè a un mondo diverso dal nostro) con l’introduzione del Regno delle Streghe e della futura regina di quel regno: Hana una bimba che le protagoniste aiuteranno a crescere, diventandone le mamme. Questa può considerarsi una parentesi nell’evoluzione del genere perché la serie non aggiunge nulla ai temi già sviluppati dai precedenti prodotti e forse si colloca più nella fascia fanciullesca rispetto a quella adulta inaugurata da Sailor Moon.
L’ultimo stadio dell’evoluzione delle maghette avviene quindi solo nel 2011 con la comparsa sugli schermi nipponici di Puella Magi Madoka Magica (Madoka Magica). Questa serie presenta fin da subito una particolarità: la protagonista  quattordicenne Madoka entra in possesso dei poteri magici solo nell’ultimo episodio della serie. Nel corso dell’intera storia, Madoka infatti viene dissuasa in ogni modo da Homura, un’altra maghetta, a stipulare il contatto con la mascotte della serie per ottenere i poteri magici. Grazie a questo espediente, Madoka consoce così le altre maghette, che non sono un gruppo coeso ma sono in lotta tra loro e l’origine dei loro poteri: la Soul Gem. Questo gioiello, a differenza degli oggetti magici delle majokko precedenti, non è un semplice articolo magico ma l’anima della maghetta prescelta che abbandona il corpo della ragazza una volta che ha stipulato il contratto con la mascotte Kyubey. Kyubey stesso è un evoluzione (in negativo) della mascotte: il suo nome è la contrazione di Incubator ed è visto come un essere senza emozioni il cui unico interesse è sacrificare le maghette perché diventino streghe (i nemici contro cui le maghette combattono) e raccogliere così l’energia scaturita da questa evoluzione malvagia. Ecco che comincia così a delinearsi la forma definita del genere. Le maghette acquistano i poteri esprimendo un desiderio (che corrisponde alla realizzazione di un sogno tramite la magia), ma nella maggioranza dei casi questo desiderio (anche se altruista) ha delle conseguenze negative, porta alla corruzione la ragazza che lo ha espresso e il potere magico nato dal contratto per realizzarlo la trasforma nella strega, il mostro che porta distruzione e che le protagoniste devono sconfiggere. Continuando la tradizione iniziata con Sailor Moon, i temi del sacrificio e dell’amicizia vengono portati all’estremo attraverso Homura e Madoka. È infatti il desiderio della prima di proteggere la sua migliore amica Madoka a spingerla a diventare una maghetta e rivivere infinite volte gli eventi che causeranno la morte della ragazza, mentre Madoka nel finale della serie compirà il sacrifico estremo per salvare tutte le maghette del passato e del futuro, in un gesto molto simile a quello compiuto da Sailor Moon con una differenza sostanziale: nessuno si ricorderà di lei.
Grazie all’approfondimento psicologico delle protagoniste e alle scene a volte crude (una delle maghette muore decapitata e in genere la morte delle maghette è definitiva), questa serie è chiaramente rivolta solo a un pubblico di adolescenti e adulti. Estremizzando la perdita dell’innocenza delle protagoniste (costrette a compiere azioni e scelte da adulte), mostrando come un sogno realizzato tramite la magia lo renda nullo e sbagliato ed elevando i valori dell’amicizia e del sacrifico in favore del prossimo, Puella Magi Madoka Magica inserisce inoltre nuovi elementi nel filone come il viaggio nel tempo e le realtà parallele, tipici della fiction di fantascienza.
In definitiva sarà molto complicato portare questo genere a un livello ancora più alto, ma la fantasia degli autori potrebbe ancora riuscire a sorprendere gli spettatori. Un esempio? Introducendo magari  dei protagonisti maschili (che potremmo simpaticamente definire dei maghetti) in modo che anche il pubblico maschile (che ha cominciato ad avvicinarsi a questo tipo di produzioni grazie a Sailor Moon) possa avere un personaggio in cui identificarsi.