martedì 26 maggio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 110

Sorge Oscurità Maggiore 35: Non Voglio Svanire

 

Calpestando l’aria, Betty levitò sopra la rampa di scale diretta al secondo piano.

Non amava più stare in mezzo alla confusione della sala mensa e provava fastidio anche nel trovarsi intorno quei pochi ragazzi che sceglievano di mangiare nel cortile della scuola.
In quel momento, Billy era l’unica persona di cui voleva la compagnia. La scoperta della sua sofferenza legata alla malattia della madre, all’averla assistita e poi dovuta seppellire, l’aveva scossa.
Sorvolando gli ultimi scalini e stringendo nella mano destra il sacchetto di carta con il suo pranzo, provò un senso di tristezza e malinconia. Voleva consolare il suo amico e allo stesso tempo riavere intorno anche Zec e Michelle per aiutarla, come prima dell’arrivo di Hart Wyngarde.
Il solo pensiero di dover rivedere anche Donovan però la disgustò.
Si inoltrò nel corridoio diretta all’aula multimediale, nuotando nello spazio come se attraversasse un tratto di acqua con la bassa marea, rimanendo sospesa dal pavimento e libera di farlo per l’assenza di altri a osservarla. Non aveva trovato Billy in mensa e in cortile e così diede per scontato che quello fosse l’unico posto in cui si fosse rifugiato. In caso contrario, sarebbe rimasta lì a pranzare, godendosi la solitudine.
«È proprio necessario?»
Betty si bloccò udendo la voce di Donovan. D’istinto abbandonò il centro del corridoio, dove la luce del sole attraversava la sua figura intangibile e arretrò verso la parete, confondendosi tra le ombre e pronta a svanire nel muro per sfuggire all’incontro con il ragazzo.
«Dobbiamo scoprire il più possibile su cosa l’ha spinta ad allontanarsi e rinunciare alla sua forma tangibile. Altrimenti, rischiamo di perderla nell’oscurità, forse in un modo peggiore di Zec.»
Riconobbe la voce di Billy. Negli ultimi giorni i suoi amici non si erano frequentati molto, raramente li aveva visti insieme, salvo l’obbligo di presenziare alle lezioni nella stessa aula. Ma ciò che la mise in allarme fu che stavano parlando di lei.
Incuriosita, Betty scivolò attraverso la porta aperta e poi nel muro. Con il busto emerse all’interno dell’aula, accanto al lato destro del grosso armadio in metallo. Dalla sua posizione intravide anche Michelle. Era in fondo all’aula, seduta ma dando le spalle al  banco con sopra il computer. Billy le era vicino, anche lui di schiena ed entrambi guardavano Donovan, con la Falce stretta tra le mani.
La penombra fornita dall’armadio la mascherava: dalla sua posizione poteva spiarli senza correre il rischio di essere notata.
Donovan afferrò la seduta della sedia e si lasciò cadere sopra. «Voglio che sappiate che sono pentito e mi faccio schifo da solo per quello che ho fatto.»
Michelle soffio tra le labbra. «Non promette bene.»
«Non siamo qui a giudicarti» s’intromise Billy.
Donovan sospirò. «È successo tutto dopo aver saputo della sua aggressione dalla canzone di gruppo con Dana. Però credo sia cominciato un po’ prima. Avevo già visto Betty scambiarsi un abbraccio con Kenny Wood e Hart mi aveva messo in testa l’idea che non valessi nulla.»
A Betty mancò il fiato in gola. Intuì l’argomento della conversazione e non poteva credere che stava per essere messa in ridicolo davanti a Billy e Michelle.
«In più, dopo la morte di Aiden, io e Chas ci siamo… come dire… avvicinati» continuò Donovan. «Così, Betty mi allontanava, mentre Chas cercava la mia compagnia.» Alzò entrambi i palmi all’insù come se fossero i piatti di una bilancia per soppesare le due cose. «E c’è stato un bacio tra me e Chas.»
«Bleah» fece Michelle con espressione schifata.
Donovan le lanciò uno sguardo di sbieco.
«Scusa» disse lei.
Betty si morse il labbro inferiore. C’era stato anche un bacio. Doveva aspettarselo da quel traditore. Ma perché le faceva comunque male?
«Non avevo programmato che andasse oltre, ma come dicevo, dopo la canzone e la scoperta del suo segreto… so che è stupido, ma ero arrabbiato con Betty» riprese Donovan. «Mi sono ritrovato solo con Chas in piscina. Entrambi volevamo scacciare i pensieri che ci tormentavano. Lei mi ha fatto capire che sar…»
Betty scosse la testa. Ne aveva abbastanza. Non avrebbe ascoltato quella storia. Era stato più che sufficiente viverla in diretta. La rabbia divampò dal petto e perse il controllo.
Il sacchetto del pranzo le attraversò le dita atterrando sul pavimento con un suono secco. Betty indietreggiò, passando dentro il muro e sbucando nel corridoio, percepì un pizzicore sulle guance e con la vista sfocata, osservò gli occhiali scivolare lungo la pelle del suo viso e cadere in avanti.
Si impose la calma. Non poteva farsi scoprire.
Si piegò sulle ginocchia, mantenne la concentrazione e riportò le dita allo stato tangibile. Con la mano sinistra afferrò gli occhiali e con la destra riacciuffò il sacchetto. A quel punto si lasciò sprofondare nel pavimento.
La caduta le ricordò quella di Alice nella buca del Bianconiglio nel film a cartoni animati visto da bambina. Non calcolò il tempo, non udì rumori, non annusò l’aria, ma si bloccò appena avvertì una superficie dura sotto il sedere.
Betty inforcò gli occhiali sopra il collo del naso e guardandosi attorno, notò il grosso materasso, i due cesti da pallacanestro e le gradinate ritirate.
Era arrivata fino alla palestra al piano terreno.
Appoggiò il sacchetto sulla panca su cui era seduta e si portò le ginocchia contro il petto.
Un fastidioso groppo le invase la gola. Perché avvertiva il bisogno di piangere? Si era resa inaccessibile a tutti, ma il pensiero del tradimento di Donovan la feriva lo stesso.
Non merita le mie lacrime” pensò. “Non merita che sprechi neanche un minuto della mia vita per lui”.
«Betty? Sei Qui?»
Betty trasalì. Si girò di scatto verso l’ingresso e riconobbe Kenny avanzare piano.
«Come mi hai trovato?» domandò, ricacciando indietro il magone.
Il ragazzo dalla pelle scura abbozzò un sorriso amichevole, facendo risaltare i denti bianchi. «La mia parte di lupo mannaro, è difficile ignorare i sensi aumentati. Stai bene?»
«Sì… tutto ok.»
Kenny compì altri due passi verso la panca, arrivando al centro della palestra dove un fascio di luce solare lo illuminò. «Davvero? Il mio superudito mi dice altro. Il tuo cuore batte all’impazzata.» 
Betty cercò di ricomporsi. «Questa è una violazione della mia privacy.»
«Scusa, provo a controllarmi, ma in questo caso non ci sono riuscito. Sono preoccupato per te» le rispose, alzando le mani in segno di resa. «Come amico.»
Quella precisazione le diede una sensazione di sollievo. «Ho avuto una brutta… rivelazione. E mi sono tornati in mente ricordi spiacevoli. Ma non è nulla di grave.»
Kenny annuì. «Posso fermarmi qui con te, vedo che non hai ancora pranzato, ti faccio compagnia.»
«No, grazie. Mi è passata la fame.»
«La pausa non è ancora finita, c’è tempo per fare due chiacchiere.»
Betty strinse i pugni, quell’insistenza la innervosì. «Voglio solo essere lasciata in pace. Non mi serve altro.»
Kenny rimase fermo a fissarla. «Ok, come vuoi tu.» Si girò e fece per andarsene, ma poi cambiò idea e si voltò di nuovo verso di lei. «Rispetto il tuo desiderio di avere più spazio, ma sei in pericolo e non sarei un buon amico se non ti mettessi in guardia..»
«A cosa ti riferisci?»
«Poco fa ho sentito il battito del tuo cuore e ho cercato di rintracciare il tuo odore per raggiungerti, ma non riesco ad annusare nulla.»
Betty mise giù le gambe, si sollevò dalla panca e rimase sospesa sopra il pavimento della palestra. «Spiegati meglio.»
Kenny dilatò le narici e inspirò aria. «Tutte le persone hanno un odore, anche più di uno in base alle emozioni, ma immagino questo tu lo sappia.» I lineamenti del suo volto si indurirono e divenne serio. «Tu non emani nulla. Nessuna fragranza, nessun residuo di altri profumi. E più tempo rimarrai nella forma intangibile, più la cosa peggiorerà.»
«Come fai a dirlo? Nessuna scienza ha mai studiato con precisione il mio stato. La tua è un’ipotesi.»
Kenny incrociò le braccia sul petto. «Può darsi, ma può anche darsi che il mio istinto animale arrivi più in là e stiamo sempre parlando di situazioni soprannaturali, chi ne è davvero esperto? A ogni modo, sono sicuro che nessun essere vivente può esistere senza odore. E l’alternativa è svanire del tutto.»
Betty si morse il labbro inferiore. Il suo ragionamento era inattaccabile e combaciava con la frase allarmistica detta da Billy su un fato peggiore riservato a lei, rispetto a Zec.
Kenny le diede le spalle e avanzando verso la porta spalancata della palestra, aggiunse. «Pensa  bene se questo è davvero quello che vuoi.»
 

Le parole di Kenny le erano rimbalzate in testa per tutto il resto della giornata, come una fastidiosa pallina da ping-pong.

Betty constatò di fare più fatica del solito a mantenere solido il corpo, mentre disponeva il piatto per apparecchiare la tavola in soggiorno avvertì il suo peso, ma rischiò due volte di lasciarlo filtrare attraverso la sua carne e farlo cadere. Tornò in cucina, dove sua madre faceva sfrigolare i petti di pollo in padella, e le mani le tremarono quando afferrò le posate: al tatto sentiva la forma dura, ma non percepì il freddo del metallo.
Doveva correre ai rimedi. Partì come d’abitudine ad analizzare la situazione e concluse in pochi minuti che l’origine del problema era stato Hart, la chiacchierata con lui aveva riportato in mente il trauma subito da Eddy e la soluzione era affrontare e liberarsi di quel peso per riacquistare il controllo.
Rientrò nel soggiorno, adagiò le tre coppie di posate accanto ai tre piatti e decise che avrebbe affrontato l’argomento a cena.
«Bene, siamo pronti» annunciò suo padre, camminando dietro di lei con una scodella d’insalata in una mano e una seconda, da cui proveniva l’intenso aroma di rosmarino con le patate nell’altra. Le sistemò in centro al tavolo, accanto alla bottiglia di plastica dell’acqua e poi tirò indietro la sedia a capotavola e prese posto. «Betty, come è andata la tua giornata?»
Era una domanda di rito, ma questa volta avrebbe infranto la routine della sua risposta. «Vorrei aspettare la mamma, prima di raccontarvela.» Si sedette al suo posto e strinse le mani in grembo. Riusciva ancora a rimanere tangibile.
Henry Swanson la guardò sorpreso. «Certo, certo…»
Un istante dopo, Dolly Swanson entrò nella stanza reggendo una pirofila con il petto di pollo grigliato, diffondendo il profumo dell’aglio. «Spero che abbiate fame, ho esagerato un po’ con le dosi.»
«Cara, credo che Betty debba parlarci» annunciò suo padre.
La donna posò la pirofila sul tavolo, si accomodò, si girò a guardarla incerta e i suoi occhi le domandarono se dovesse rallegrarsi o preoccuparsi.  «Oh, è successo qualcosa di nuovo? Spero siano buone notizie.»
Betty prese la bottiglia dell’acqua e la versò, riempiendo il bicchiere fino all’orlo. D’improvviso non aveva più saliva in bocca, sentiva la lingua secca e non le usciva un suono dalla gola. Buttò giù mezzo bicchiere d’acqua e riprovò a parlare.
«È un discorso complicato e vorrei che mi lasciaste raccontare tutto per bene, prima di farmi domande.»
I genitori annuirono all’unisono.
Betty bevve il resto dell’acqua e riprese. «Ricordate quasi un anno e mezzo fa, quando ho chiamato papà per farmi venire a prendere a mezzanotte perché le mie amiche mi avevano lasciata a piedi?»
«Sicuro che me lo ricordo» rispose Henry. «Come si chiamavano?  Bunny e Willa?»
«Avevi detto che non le avresti più riviste» s’intromise Dolly. «Sono tornate a infastidirti? Devo chiamare le loro madri e… »
«Papà! Mamma!» li zittì Betty. «Cosa vi ho appena chiesto?»
Suo padre la guardò comprensivo. «Giusto, va avanti.»
Sua madre annuì e intanto prese le pinze dalla pirofila e le servì due fette di pollo nel piatto.
Betty sospirò. «Quella volta vi ho mentito. Non sono mai uscita con delle amiche, ero con un ragazzo conosciuto in internet. Dovevamo andare insieme a bere qualcosa , ma poi lui è diventato… insistente…»
Henry fece cadere sul tavolo la scodella d’insalata appena sollevata e le posate di legno rimbombarono contro la ceramica. «Un ragazzo? Sei uscita con un ragazzo di sera e non ci hai avvisato? Come si chiama?»
«Eddy» rispose d’istinto Betty. «Ma lui è…»
«Oh tesoro, non dovevi tenercelo nascosto.» Dolly abbandonò la pinza e la fetta di pollo nel proprio piatto. «Ti ha fatto del male? Lui ti ha... spinto a fare cose che tu… Oh mio Dio, non so come chiedertelo!»
«Fatemi parlare» sbottò Betty. «Vi ho mentito perché succede sempre così: non posso fare qualcosa di normale che per voi scattano pericoli ovunque, oppure rischi di compromettere la mia media scolastica. Sì, mamma, Eddy voleva spingermi ad avere un rapporto sessuale. Ma non ci è riuscito. Mi ha aggredita, ma Billy è arrivato a salvarmi prima che tutto peggiorasse.»
«Il tuo amico Billy che vive da solo?» domandò sua madre. «Lo stesso che è venuto qui a casa nostra? E c’erano anche gli altri tuoi amici con lui? Zec, Michelle e… Donovan, giusto?»
Quell’ultimo nome le provocò un fremito e per un secondo percepì di affondare nella sedia, ma si riscosse e ritrovò la solidità.
 «E cosa ci facevano fuori a quell’ora anche loro?» rincarò suo padre.
Betty spinse indietro la sedia e scattò in piedi. «Continuate a interrompermi e non riesco a comunicare con voi!»
Henry le lanciò un’occhiata severa. «Betty, non puoi raccontarci una cosa simile e aspettarti che rimaniamo in silenzio.»
«Ma così non fate che preoccuparvi per nulla!» Betty prese un nuovo lungo respiro. «Sto cercando di spiegarvi che nonostante tutto, quella sera è andata bene. Non so perché Billy fosse in giro così tardi, ma è stato un bene. E non c’erano gli altri perché ancora non ci frequentavamo. Inoltre, giorni dopo ho scoperto che quella stessa sera Eddy ha avuto un incidente stradale ed è morto sul colpo.» Era l’unica omissione di verità, ma necessaria: non poteva tirar fuori storie su vampiri e simili.
«Perché ce lo stai raccontando proprio adesso?» le domandò sua madre. «Intendo dire, se lo fai ora, è successo qualcosa d’altro?»
«Sì, ho capito che questa faccenda mi ha… sconvolta. Dovevo parlarne con voi e ho bisogno di essere aiutata, seguita da uno specialista.»
«Giusto, giusto, una decisione corretta» concordò suo padre. «A scuola c’è il dottor Wyngarde, puoi fissare un appuntamento.»
«No! Lui non è adatto» replicò decisa Betty.
Dolly guardò dubbiosa il marito. «Va bene, se ritieni sia meglio qualcun altro posso chiamare il marito della mia amica Gloria. So che è un bravo psicanalista… »
«Ottima idea» disse Henry. «Ovviamente deve essere qualcuno che conosciamo e di fiducia.»
Betty scosse la testa. «Non riuscite a capire? Non potete decidere voi per me ogni volta. Questo è qualcosa che devo affrontare io. Lasciate che scelga io da chi farmi seguire.»
«Betty, sei una ragazzina, non puoi decidere da sola» commentò sua madre.
«Allora aiutatemi, facciamolo insieme, ma non escludetemi. Lasciate l’ultima decisione a me.»
«Però hai visto cosa accade quando decidi da sola» commentò suo padre.
Betty fissò i genitori negli occhi. «È vero mi sono messa in una brutta situazione. La colpa però è anche vostra. Mi avete obbligato a mentirvi, perché le vostre paure e apprensioni mi soffocano. Se non volete che sbagli ancora, tenete conto della mia opinione. Oppure dovrò di nuovo agire alle vostre spalle e fare tutto in segreto.»
Dolly e Henry Swanson si scambiarono ancora una volta un’occhiata silenziosa, ma carica di informazioni.
Sua madre scostò la sedia, le si avvicinò e le posò la mano sulla sua.
Betty provò un immenso sollievo nel percepire sulla pelle il calore del palmo.
«Non volgiamo che tu ci racconti bugie e nemmeno che ti senta in trappola con noi» le disse sua madre. «Forse esageriamo con il proteggerti, ma lo facciamo perché sei nostra figlia. Niente è più prezioso per noi.»
«E capiamo il tuo bisogno di libertà» intervenne suo padre. «Sei un’adolescente, è logico, possiamo valutare insieme un, o una, professionista con cui relazionarti per questa brutta esperienza. Sottoponici una lista e ti aiuteremo a decidere, ma l’ultima parola sarà la tua.»
Betty rilassò i muscoli del volto e le sue labbra si allargarono in un sorriso. Ebbe l’impressione fossero settimane che non le accadeva. «Grazie.»
Henry riafferrò la ciotola con l’insalata e se la mise al fianco. «Però, niente più menzogne. Sono stato chiaro?»
«Assolutamente.» Betty sapeva di non poter mantenere del tutto quella promessa, ma si sarebbe trattato di revisioni su eventi legati alla Bocca dell’Inferno ed era per il loro bene. 
Dolly tornò a sedersi e sistemò la pinza nella pirofila con le fette di pollo. «E quando sarai pronta, se lo vorrai, potrai raccontarci più nel dettaglio cosa è successo quella sera.»  Afferrò la scodella delle patate e se ne mise una cucchiaiata nel piatto. «Ora mangiamo, altrimenti si fredda tutto.»
«Va bene, mamma.» Betty la osservò trattenersi, sapeva quanto le costava ingoiare le tante domande e lo apprezzò.
Con naturalezza afferrò la forchetta e avvertì la piacevole sensazione del fresco del metallo.
 

Betty rientrò in camera soddisfatta. La sua strategia aveva funzionato ed era riuscita anche a portare il rapporto con i genitori a un livello migliore.

Si sforzò di restare tangibile, posando i piedi nudi sul pavimento della stanza, era difficile ma poteva riuscirci. Avanzò verso la scrivania e notò i fogli stampati della sua fanfiction sui vampiri. Erano secoli che non rileggeva e proseguiva con la scrittura, più o meno da quando la sua vita era diventata una vera storia di eventi soprannaturali. 
Rimettermi a scrivere può essere un modo per ritrovare il mio equilibrio.
Si piegò in avanti e afferrò il plico. Passati i primi due fogli, notò un’annotazione scritta in alto con una penna blu.
Bella scena. La farei un po’ più piccante.
Era la calligrafia di Donovan.
I fogli le passarono attraverso le dita e si sparpagliarono sul pavimento alla rinfusa.
Con sgomento, Betty sollevò il braccio all’altezza del viso.
Riusciva  a vederci attraverso.
Il controllo era stato solo un’illusione. Stava davvero per svanire e non sapeva come fermare quella progressione.
 
 

                                                          Continua…?

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