Sorge Oscurità Maggiore 35: Non Voglio Svanire
Calpestando l’aria, Betty levitò sopra la
rampa di scale diretta al secondo piano.
Non amava più stare in mezzo alla
confusione della sala mensa e provava fastidio anche nel trovarsi intorno quei
pochi ragazzi che sceglievano di mangiare nel cortile della scuola.
In quel momento, Billy era l’unica persona
di cui voleva la compagnia. La scoperta della sua sofferenza legata alla
malattia della madre, all’averla assistita e poi dovuta seppellire, l’aveva
scossa.
Sorvolando gli ultimi scalini e
stringendo nella mano destra il sacchetto di carta con il suo pranzo, provò un
senso di tristezza e malinconia. Voleva consolare il suo amico e allo stesso
tempo riavere intorno anche Zec e Michelle per aiutarla, come prima dell’arrivo
di Hart Wyngarde.
Il solo pensiero di dover rivedere anche
Donovan però la disgustò.
Si inoltrò nel corridoio diretta
all’aula multimediale, nuotando nello spazio come se attraversasse un tratto di
acqua con la bassa marea, rimanendo sospesa dal pavimento e libera di farlo per
l’assenza di altri a osservarla. Non aveva trovato Billy in mensa e in cortile
e così diede per scontato che quello fosse l’unico posto in cui si fosse
rifugiato. In caso contrario, sarebbe rimasta lì a pranzare, godendosi la
solitudine.
«È proprio necessario?»
Betty si bloccò udendo la voce di
Donovan. D’istinto abbandonò il centro del corridoio, dove la luce del sole
attraversava la sua figura intangibile e arretrò verso la parete, confondendosi
tra le ombre e pronta a svanire nel muro per sfuggire all’incontro con il
ragazzo.
«Dobbiamo scoprire il più possibile su
cosa l’ha spinta ad allontanarsi e rinunciare alla sua forma tangibile.
Altrimenti, rischiamo di perderla nell’oscurità, forse in un modo peggiore di
Zec.»
Riconobbe la voce di Billy. Negli ultimi
giorni i suoi amici non si erano frequentati molto, raramente li aveva visti
insieme, salvo l’obbligo di presenziare alle lezioni nella stessa aula. Ma ciò
che la mise in allarme fu che stavano parlando di lei.
Incuriosita, Betty scivolò attraverso la
porta aperta e poi nel muro. Con il busto emerse all’interno dell’aula, accanto
al lato destro del grosso armadio in metallo. Dalla sua posizione intravide
anche Michelle. Era in fondo all’aula, seduta ma dando le spalle al banco con sopra il computer. Billy le era
vicino, anche lui di schiena ed entrambi guardavano Donovan, con la Falce
stretta tra le mani.
La penombra fornita dall’armadio la
mascherava: dalla sua posizione poteva spiarli senza correre il rischio di
essere notata.
Donovan afferrò la seduta della sedia e
si lasciò cadere sopra. «Voglio che sappiate che sono pentito e mi faccio
schifo da solo per quello che ho fatto.»
Michelle soffio tra le labbra. «Non
promette bene.»
«Non siamo qui a giudicarti» s’intromise
Billy.
Donovan sospirò. «È successo tutto dopo
aver saputo della sua aggressione dalla canzone di gruppo con Dana. Però credo
sia cominciato un po’ prima. Avevo già visto Betty scambiarsi un abbraccio con
Kenny Wood e Hart mi aveva messo in testa l’idea che non valessi nulla.»
A Betty mancò il fiato in gola. Intuì
l’argomento della conversazione e non poteva credere che stava per essere messa
in ridicolo davanti a Billy e Michelle.
«In più, dopo la morte di Aiden, io e
Chas ci siamo… come dire… avvicinati» continuò Donovan. «Così, Betty mi
allontanava, mentre Chas cercava la mia compagnia.» Alzò entrambi i palmi
all’insù come se fossero i piatti di una bilancia per soppesare le due cose. «E
c’è stato un bacio tra me e Chas.»
«Bleah»
fece Michelle con espressione schifata.
Donovan le lanciò uno sguardo di sbieco.
«Scusa» disse lei.
Betty si morse il labbro inferiore.
C’era stato anche un bacio. Doveva aspettarselo da quel traditore. Ma perché le
faceva comunque male?
«Non avevo programmato che andasse
oltre, ma come dicevo, dopo la canzone e la scoperta del suo segreto… so che è
stupido, ma ero arrabbiato con Betty» riprese Donovan. «Mi sono ritrovato solo
con Chas in piscina. Entrambi volevamo scacciare i pensieri che ci
tormentavano. Lei mi ha fatto capire che sar…»
Betty scosse la testa. Ne aveva
abbastanza. Non avrebbe ascoltato quella storia. Era stato più che sufficiente
viverla in diretta. La rabbia divampò dal petto e perse il controllo.
Il sacchetto del pranzo le attraversò le
dita atterrando sul pavimento con un suono secco. Betty indietreggiò, passando dentro
il muro e sbucando nel corridoio, percepì un pizzicore sulle guance e con la
vista sfocata, osservò gli occhiali scivolare lungo la pelle del suo viso e
cadere in avanti.
Si impose la calma. Non poteva farsi
scoprire.
Si piegò sulle ginocchia, mantenne la
concentrazione e riportò le dita allo stato tangibile. Con la mano sinistra
afferrò gli occhiali e con la destra riacciuffò il sacchetto. A quel punto si
lasciò sprofondare nel pavimento.
La caduta le ricordò quella di Alice
nella buca del Bianconiglio nel film a cartoni animati visto da bambina. Non
calcolò il tempo, non udì rumori, non annusò l’aria, ma si bloccò appena
avvertì una superficie dura sotto il sedere.
Betty inforcò gli occhiali sopra il
collo del naso e guardandosi attorno, notò il grosso materasso, i due cesti da
pallacanestro e le gradinate ritirate.
Era arrivata fino alla palestra al piano
terreno.
Appoggiò il sacchetto sulla panca su cui
era seduta e si portò le ginocchia contro il petto.
Un fastidioso groppo le invase la gola.
Perché avvertiva il bisogno di piangere? Si era resa inaccessibile a tutti, ma
il pensiero del tradimento di Donovan la feriva lo stesso.
“Non
merita le mie lacrime” pensò. “Non
merita che sprechi neanche un minuto della mia vita per lui”.
«Betty? Sei Qui?»
Betty trasalì. Si girò di scatto verso
l’ingresso e riconobbe Kenny avanzare piano.
«Come mi hai trovato?» domandò,
ricacciando indietro il magone.
Il ragazzo dalla pelle scura abbozzò un
sorriso amichevole, facendo risaltare i denti bianchi. «La mia parte di lupo
mannaro, è difficile ignorare i sensi aumentati. Stai bene?»
«Sì… tutto ok.»
Kenny compì altri due passi verso la
panca, arrivando al centro della palestra dove un fascio di luce solare lo
illuminò. «Davvero? Il mio superudito mi dice altro. Il tuo cuore batte
all’impazzata.»
Betty cercò di ricomporsi. «Questa è una
violazione della mia privacy.»
«Scusa, provo a controllarmi, ma in
questo caso non ci sono riuscito. Sono preoccupato per te» le rispose, alzando le
mani in segno di resa. «Come amico.»
Quella precisazione le diede una
sensazione di sollievo. «Ho avuto una brutta… rivelazione. E mi sono tornati in
mente ricordi spiacevoli. Ma non è nulla di grave.»
Kenny annuì. «Posso fermarmi qui con te,
vedo che non hai ancora pranzato, ti faccio compagnia.»
«No, grazie. Mi è passata la fame.»
«La pausa non è ancora finita, c’è tempo
per fare due chiacchiere.»
Betty strinse i pugni, quell’insistenza
la innervosì. «Voglio solo essere lasciata in pace. Non mi serve altro.»
Kenny rimase fermo a fissarla. «Ok, come
vuoi tu.» Si girò e fece per andarsene, ma poi cambiò idea e si voltò di nuovo
verso di lei. «Rispetto il tuo desiderio di avere più spazio, ma sei in
pericolo e non sarei un buon amico se non ti mettessi in guardia..»
«A cosa ti riferisci?»
«Poco fa ho sentito il battito del tuo
cuore e ho cercato di rintracciare il tuo odore per raggiungerti, ma non riesco
ad annusare nulla.»
Betty mise giù le gambe, si sollevò
dalla panca e rimase sospesa sopra il pavimento della palestra. «Spiegati
meglio.»
Kenny dilatò le narici e inspirò aria. «Tutte
le persone hanno un odore, anche più di uno in base alle emozioni, ma immagino
questo tu lo sappia.» I lineamenti del suo volto si indurirono e divenne serio.
«Tu non emani nulla. Nessuna fragranza, nessun residuo di altri profumi. E più
tempo rimarrai nella forma intangibile, più la cosa peggiorerà.»
«Come fai a dirlo? Nessuna scienza ha
mai studiato con precisione il mio stato. La tua è un’ipotesi.»
Kenny incrociò le braccia sul petto.
«Può darsi, ma può anche darsi che il mio istinto animale arrivi più in là e
stiamo sempre parlando di situazioni soprannaturali, chi ne è davvero esperto?
A ogni modo, sono sicuro che nessun essere vivente può esistere senza odore. E
l’alternativa è svanire del tutto.»
Betty si morse il labbro inferiore. Il
suo ragionamento era inattaccabile e combaciava con la frase allarmistica detta
da Billy su un fato peggiore riservato a lei, rispetto a Zec.
Kenny le diede le spalle e avanzando
verso la porta spalancata della palestra, aggiunse. «Pensa bene se questo è davvero quello che vuoi.»
Le parole di Kenny le erano rimbalzate
in testa per tutto il resto della giornata, come una fastidiosa pallina da
ping-pong.
Betty constatò di fare più fatica del
solito a mantenere solido il corpo, mentre disponeva il piatto per
apparecchiare la tavola in soggiorno avvertì il suo peso, ma rischiò due volte
di lasciarlo filtrare attraverso la sua carne e farlo cadere. Tornò in cucina,
dove sua madre faceva sfrigolare i petti di pollo in padella, e le mani le
tremarono quando afferrò le posate: al tatto sentiva la forma dura, ma non
percepì il freddo del metallo.
Doveva correre ai rimedi. Partì come
d’abitudine ad analizzare la situazione e concluse in pochi minuti che
l’origine del problema era stato Hart, la chiacchierata con lui aveva riportato
in mente il trauma subito da Eddy e la soluzione era affrontare e liberarsi di
quel peso per riacquistare il controllo.
Rientrò nel soggiorno, adagiò le tre
coppie di posate accanto ai tre piatti e decise che avrebbe affrontato
l’argomento a cena.
«Bene, siamo pronti» annunciò suo padre,
camminando dietro di lei con una scodella d’insalata in una mano e una seconda,
da cui proveniva l’intenso aroma di rosmarino con le patate nell’altra. Le
sistemò in centro al tavolo, accanto alla bottiglia di plastica dell’acqua e
poi tirò indietro la sedia a capotavola e prese posto. «Betty, come è andata la
tua giornata?»
Era una domanda di rito, ma questa volta
avrebbe infranto la routine della sua risposta. «Vorrei aspettare la mamma,
prima di raccontarvela.» Si sedette al suo posto e strinse le mani in grembo.
Riusciva ancora a rimanere tangibile.
Henry Swanson la guardò sorpreso.
«Certo, certo…»
Un istante dopo, Dolly Swanson entrò
nella stanza reggendo una pirofila con il petto di pollo grigliato, diffondendo
il profumo dell’aglio. «Spero che abbiate fame, ho esagerato un po’ con le
dosi.»
«Cara, credo che Betty debba parlarci»
annunciò suo padre.
La donna posò la pirofila sul tavolo, si
accomodò, si girò a guardarla incerta e i suoi occhi le domandarono se dovesse
rallegrarsi o preoccuparsi. «Oh, è
successo qualcosa di nuovo? Spero siano buone notizie.»
Betty prese la bottiglia dell’acqua e la
versò, riempiendo il bicchiere fino all’orlo. D’improvviso non aveva più saliva
in bocca, sentiva la lingua secca e non le usciva un suono dalla gola. Buttò
giù mezzo bicchiere d’acqua e riprovò a parlare.
«È un discorso complicato e vorrei che
mi lasciaste raccontare tutto per bene, prima di farmi domande.»
I genitori annuirono all’unisono.
Betty bevve il resto dell’acqua e
riprese. «Ricordate quasi un anno e mezzo fa, quando ho chiamato papà per farmi
venire a prendere a mezzanotte perché le mie amiche mi avevano lasciata a
piedi?»
«Sicuro che me lo ricordo» rispose
Henry. «Come si chiamavano? Bunny e
Willa?»
«Avevi detto che non le avresti più
riviste» s’intromise Dolly. «Sono tornate a infastidirti? Devo chiamare le loro
madri e… »
«Papà! Mamma!» li zittì Betty. «Cosa vi
ho appena chiesto?»
Suo padre la guardò comprensivo. «Giusto,
va avanti.»
Sua madre annuì e intanto prese le pinze
dalla pirofila e le servì due fette di pollo nel piatto.
Betty sospirò. «Quella volta vi ho
mentito. Non sono mai uscita con delle amiche, ero con un ragazzo conosciuto in
internet. Dovevamo andare insieme a bere qualcosa , ma poi lui è diventato…
insistente…»
Henry fece cadere sul tavolo la scodella
d’insalata appena sollevata e le posate di legno rimbombarono contro la
ceramica. «Un ragazzo? Sei uscita con un ragazzo di sera e non ci hai avvisato?
Come si chiama?»
«Eddy» rispose d’istinto Betty. «Ma lui
è…»
«Oh tesoro, non dovevi tenercelo
nascosto.» Dolly abbandonò la pinza e la fetta di pollo nel proprio piatto. «Ti
ha fatto del male? Lui ti ha... spinto a fare cose che tu… Oh mio Dio, non so
come chiedertelo!»
«Fatemi parlare» sbottò Betty. «Vi ho
mentito perché succede sempre così: non posso fare qualcosa di normale che per
voi scattano pericoli ovunque, oppure rischi di compromettere la mia media
scolastica. Sì, mamma, Eddy voleva spingermi ad avere un rapporto sessuale. Ma
non ci è riuscito. Mi ha aggredita, ma Billy è arrivato a salvarmi prima che
tutto peggiorasse.»
«Il tuo amico Billy che vive da solo?»
domandò sua madre. «Lo stesso che è venuto qui a casa nostra? E c’erano anche
gli altri tuoi amici con lui? Zec, Michelle e… Donovan, giusto?»
Quell’ultimo nome le provocò un fremito
e per un secondo percepì di affondare nella sedia, ma si riscosse e ritrovò la
solidità.
«E cosa ci facevano fuori a quell’ora anche
loro?» rincarò suo padre.
Betty spinse indietro la sedia e scattò
in piedi. «Continuate a interrompermi e non riesco a comunicare con voi!»
Henry le lanciò un’occhiata severa. «Betty,
non puoi raccontarci una cosa simile e aspettarti che rimaniamo in silenzio.»
«Ma così non fate che preoccuparvi per
nulla!» Betty prese un nuovo lungo respiro. «Sto cercando di spiegarvi che
nonostante tutto, quella sera è andata bene. Non so perché Billy fosse in giro
così tardi, ma è stato un bene. E non c’erano gli altri perché ancora non ci
frequentavamo. Inoltre, giorni dopo ho scoperto che quella stessa sera Eddy ha
avuto un incidente stradale ed è morto sul colpo.» Era l’unica omissione di
verità, ma necessaria: non poteva tirar fuori storie su vampiri e simili.
«Perché ce lo stai raccontando proprio
adesso?» le domandò sua madre. «Intendo dire, se lo fai ora, è successo
qualcosa d’altro?»
«Sì, ho capito che questa faccenda mi
ha… sconvolta. Dovevo parlarne con voi e ho bisogno di essere aiutata, seguita
da uno specialista.»
«Giusto, giusto, una decisione corretta»
concordò suo padre. «A scuola c’è il dottor Wyngarde, puoi fissare un
appuntamento.»
«No! Lui non è adatto» replicò decisa
Betty.
Dolly guardò dubbiosa il marito. «Va
bene, se ritieni sia meglio qualcun altro posso chiamare il marito della mia
amica Gloria. So che è un bravo psicanalista… »
«Ottima idea» disse Henry. «Ovviamente
deve essere qualcuno che conosciamo e di fiducia.»
Betty scosse la testa. «Non riuscite a
capire? Non potete decidere voi per me ogni volta. Questo è qualcosa che devo
affrontare io. Lasciate che scelga io da chi farmi seguire.»
«Betty, sei una ragazzina, non puoi
decidere da sola» commentò sua madre.
«Allora aiutatemi, facciamolo insieme,
ma non escludetemi. Lasciate l’ultima decisione a me.»
«Però hai visto cosa accade quando
decidi da sola» commentò suo padre.
Betty fissò i genitori negli occhi. «È
vero mi sono messa in una brutta situazione. La colpa però è anche vostra. Mi
avete obbligato a mentirvi, perché le vostre paure e apprensioni mi soffocano.
Se non volete che sbagli ancora, tenete conto della mia opinione. Oppure dovrò
di nuovo agire alle vostre spalle e fare tutto in segreto.»
Dolly e Henry Swanson si scambiarono
ancora una volta un’occhiata silenziosa, ma carica di informazioni.
Sua madre scostò la sedia, le si
avvicinò e le posò la mano sulla sua.
Betty provò un immenso sollievo nel
percepire sulla pelle il calore del palmo.
«Non volgiamo che tu ci racconti bugie e
nemmeno che ti senta in trappola con noi» le disse sua madre. «Forse esageriamo
con il proteggerti, ma lo facciamo perché sei nostra figlia. Niente è più
prezioso per noi.»
«E capiamo il tuo bisogno di libertà»
intervenne suo padre. «Sei un’adolescente, è logico, possiamo valutare insieme
un, o una, professionista con cui relazionarti per questa brutta esperienza.
Sottoponici una lista e ti aiuteremo a decidere, ma l’ultima parola sarà la
tua.»
Betty rilassò i muscoli del volto e le
sue labbra si allargarono in un sorriso. Ebbe l’impressione fossero settimane
che non le accadeva. «Grazie.»
Henry riafferrò la ciotola con
l’insalata e se la mise al fianco. «Però, niente più menzogne. Sono stato
chiaro?»
«Assolutamente.» Betty sapeva di non poter
mantenere del tutto quella promessa, ma si sarebbe trattato di revisioni su
eventi legati alla Bocca dell’Inferno ed era per il loro bene.
Dolly tornò a sedersi e sistemò la pinza
nella pirofila con le fette di pollo. «E quando sarai pronta, se lo vorrai,
potrai raccontarci più nel dettaglio cosa è successo quella sera.» Afferrò la scodella delle patate e se ne mise
una cucchiaiata nel piatto. «Ora mangiamo, altrimenti si fredda tutto.»
«Va bene, mamma.» Betty la osservò
trattenersi, sapeva quanto le costava ingoiare le tante domande e lo apprezzò.
Con naturalezza afferrò la forchetta e
avvertì la piacevole sensazione del fresco del metallo.
Betty rientrò in camera soddisfatta. La
sua strategia aveva funzionato ed era riuscita anche a portare il rapporto con
i genitori a un livello migliore.
Si sforzò di restare tangibile, posando
i piedi nudi sul pavimento della stanza, era difficile ma poteva riuscirci.
Avanzò verso la scrivania e notò i fogli stampati della sua fanfiction sui
vampiri. Erano secoli che non rileggeva e proseguiva con la scrittura, più o
meno da quando la sua vita era diventata una vera storia di eventi
soprannaturali.
“Rimettermi
a scrivere può essere un modo per ritrovare il mio equilibrio”.
Si piegò in avanti e afferrò il plico.
Passati i primi due fogli, notò un’annotazione scritta in alto con una penna
blu.
Bella
scena. La farei un po’ più piccante.
Era la calligrafia di Donovan.
I fogli le passarono attraverso le dita
e si sparpagliarono sul pavimento alla rinfusa.
Con sgomento, Betty sollevò il braccio
all’altezza del viso.
Riusciva
a vederci attraverso.
Il controllo era stato solo
un’illusione. Stava davvero per svanire e non sapeva come fermare quella
progressione.
Continua…?
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