Sorge
Oscurità Maggiore 34: Risorgere dalle Nostre Ceneri (2°parte)
Donovan giocherellò con i piselli che
aveva nel piatto, con i rebbi della forchetta di plastica li fece scontrare contro
la mezza polpetta di carne rimasta. Seppur immerso nel vociare della mensa, i
pensieri lo trascinavano altrove: nella camera di Billy, per la precisione, e
con l’immagine della donna anziana che aleggiava come un fantasma.
Billy, anzi Elliott, si era preso cura
della madre, facendole da infermiere durante la malattia degenerativa. Anche se
erano trascorsi quasi tre giorni da quella rivelazione, la sua mente tornava
spesso a quei momenti osservati e più volte si era chiesto cosa avrebbe fatto
lui al suo posto. Se sua madre non fosse andata via abbandonandolo con suo
padre e in un futuro avesse avuto un male simile, avrebbe avuto la forza di
starle accanto e assisterla in quel modo?
I suoi occhi notarono una familiare chioma
bionda fluente e si riscosse.
Chas si era alzata due tavoli distanti
dal suo e reggeva con entrambe le mani il vassoio con i residui del pranzo.
Stava per dirigersi verso i bidoni della spazzatura e i loro sguardi si
incontrarono.
Donovan si sforzò di sorridere e agitò
la mano destra sollevata in un segno a metà tra il saluto e l’offerta a
raggiungerlo.
Chas rimase seria e rispose con un
rapido cenno del capo, proseguì per la sua strada, si sbarazzò del contenuto
del vassoio, lo poggiò sulla pila con gli altri e si defilò dal salone.
“Ecco
la risposta” pensò Donovan. “Non sono
una brava persona, non mi prendo cura degli altri, li ferisco e li allontano.
Mia madre non potrebbe contare su di me.”
Spostò indietro la sedia per alzarsi, ma
una forza invisibile lo rispinse con le gambe sotto il tavolo.
Donovan girò il volto e si accorse di
Michelle che prendeva posto accanto a lui, mentre Billy si sedeva di fronte.
«È disonesto usare il tuo potere per
bloccarmi qui» disse con una punta di rancore per l’ennesimo rimarcare la sua
mancanza di doti soprannaturali.
Michelle lo fissò tranquilla, con i
segni scuri da poltergeist umano scoloriti dalla pelle e dai capelli. «Saresti
rimasto se ti avessimo chiesto di restare?»
«Non lo sapremo, visto che non lo avete
fatto» replicò. «Comunque non ho nulla da dirvi e ho già finito di pranzare.»
«Ci vorranno pochi minuti» intervenne
Billy con tono accomodante. «E non ti tratterremo con la forza.»
Donovan lanciò un’occhiata diffidente
alla ragazza alla sua destra.
Michelle aveva la bocca della
bottiglietta d’acqua tra le labbra e sollevò il pollice sinistro come conferma.
Donovan non aveva voglia di fare altre
scenate, aveva già ribadito che stare divisi era la scelta migliore, peggio per
loro se si ostinavano a credere il contrario. «Avanti, vi ascolto.»
Billy osservò il piatto che aveva
davanti, come se in mezzo ai maccheroni al formaggio ci fosse il discorso che
si era preparato e poi sollevò il capo. «Non sono convinto che tu pensassi
davvero quello che mi hai detto in aula multimediale, prima di lanciare per
terra la Falce. In qualche modo ti ha spinto Hart.»
«So decidere da solo» rispose Donovan.
«Ma Hart Wyngarde sa come manipolarti»
fece Michelle, posando la bottiglietta sul tavolo. «Ci ha provato anche con me
e in un certo senso ci è riuscito. E indirettamente lo ha fatto anche con Dana.
Ci siamo comportate come voleva lui.»
«Forse in quel momento ti sentivi
arrabbiato e credevi fosse quello che volevi, però può averti spinto lui a quel
limite» continuò Billy. «Perché non provi a raccontarci cosa ti ha detto nella
tua seduta?»
«E magari anche cosa è successo tra te e
Betty» aggiunse Michelle.
Donovan digrignò i denti. «Non sono
affari vostri. Siete davvero degli impiccioni!»
«Siamo tuoi amici» rispose Billy.
«Solo perché tu lo hai deciso. O
Elliott, non fa differenza.» Donovan strinse le mani a pugno e tutta la
frustrazione e la rabbia per il modo in cui Betty e Chas lo avevano scaricato
riaffiorarono come un fiume fuori dagli argini. «Tutto quello che ci unisce è
stato forzato da un uomo in coma. Il modo in cui ha scelto che dovessimo farti
da squadra di supporto è innaturale. Non è così che si diventa amici.»
«Hai ragione: Elliott ci ha spinti uno
verso l’altro» confermò Michelle. «Ma tutto quello che abbiamo vissuto dopo… be’
abbiamo scelto noi di farlo insieme.»
Donovan passò in rassegna i loro volti:
lo guardavano con aria non giudicante. Dubitò delle sue decisioni. Se era così
inutile e un soggetto da evitare, perché insistevano per riaverlo con loro? E
in effetti, anche in passato, non avevano mai fatto realmente nulla per
allontanarlo… però non poteva esporsi e rischiare un altro abbandono.
Scosse la testa. «Vi ho ascoltato, ma rimango della mia idea.»
Strisciò con forza la sedia indietro e i
piedini stridettero sul pavimento. Si alzò, prese il vassoio del pranzo e si
voltò per andarsene.
«D’accordo, ritenteremo domani» disse
Billy.
Donovan girò di tre quarti il viso,
inarcò un sopracciglio e lo fissò interdetto.
«Non rinunciamo a te» rimarcò Michelle.
Donovan si voltò, mantenendo lo sguardo sulla
sala mensa davanti a sé. Deciso a non farsi impietosire, camminò con passo
rapido, lasciandoseli alle spalle, da soli al tavolo.
Seduto alla scrivania nella sua stanza,
Donovan rilesse per la settima volta il capoverso introduttivo del capitolo di
storia da studiare e come le precedenti, la sua mente abbandonò i riferimenti
alla storia americana dopo poche frasi e si perse a rimuginare sull’incontro
avuto in pausa pranzo.
“Perché
non mi lasciano per conto mio?”
Si appoggiò sullo schienale e intrecciò
le dita di entrambe le mani dietro la nuca. In genere non era insicuro sui suoi
rapporti con gli altri. Decideva in pochi istanti chi gli piaceva e chi voleva
evitare. Era stato così fin dalla terza elementare.
Tra quei pensieri prese forma il ricordo
di un pomeriggio di quegli anni, in camera sua, seduto in braccio a sua madre,
tormentava una coppia di ciocche dei capelli lunghi e neri di lei e le chiedeva
un consiglio su un ragazzino conosciuto da poco.
“Fidati del tuo istinto” gli aveva detto
sua mamma.
E aveva sempre funzionato. Però anche
lei se ne era andata.
«L’abbandono originario» disse nel
silenzio della sua camera.
La porta d’ingresso sbatté fragorosa e
Donovan sobbalzò sulla sedia.
«Donovan! Ho la spesa! Aiutami!»
La voce roca di suo padre gli arrivò come
una folata di vento dal piano inferiore e Donovan saltò in piedi, senza
preoccuparsi più dello studio, corse per le scale per evitare di far scoppiare
una nuova discussione sulla responsabilità dei compiti domestici.
Lo raggiunse in cucina e lo trovò mentre
svuotava quattro buste di carta, estraendo frutta e verdura varia, due
bottiglie di latte e scatolette di tonno e carne.
«Hai di nuovo fatto scorte per un
esercito» constatò sospirando.
Joseph Brennon si voltò con sguardo
arcigno. «Mangi come quattro persone e non trovo mai nulla quando voglio
prepararmi qualcosa. Ho comprato il giusto.»
«Dici? A pranzo siamo entrambi fuori
casa e a cena e nei week-end cucino sempre io, dosando le porzioni uguali. Non
sai nemmeno cosa abbiamo in frigo.» Donovan gli passò accanto e aprì l’anta del
frigorifero, illuminando la figura alta e robusta del padre con la luce
dell’interno. «Guarda: è ancora zeppo dall’ultima volta.»
L’uomo fissò gli alimenti al fresco e
poi si rivolse al figlio. «Meglio di più, che di meno. Così non dovrò tornare a
caricarmi come un mulo in pochi giorni. E comunque era tua madre a occuparsi di
queste cose.»
Donovan fece sbattere l’anta del
frigorifero per chiuderlo. Suo padre usava sempre quella scusa. «È infatti se
ne è andata. Era stufa di farti da balia e serva e non è nemmeno la mia
aspirazione nella vita.»
«Modera il tono» replicò Joseph, alzando
la voce e puntandogli l’indice destro contro. «Sono tuo padre e se vivi sotto
il mio tetto, segui le mie regole.»
«Come se avessi altra scelta. Quella là
se ne è andata via! Libera! Mollandomi qui!»
«Non parlare così di tua madre» urlò
l’uomo avvicinandosi minaccioso. «Qualsiasi problema avessimo come coppia, non
ti dà il dritto di sputare giudizi. Sono stato chiaro?»
Donovan annuì e poi si morse il labbro
inferiore. Non era la prima volta che succedeva quella scena della spesa, ma in
questa occasione era esploso, eppure sapeva che sarebbe finita in un litigio,
proprio quello che voleva evitare.
Joseph lo sorpassò, riaprì il
frigorifero e fece scorrere il cassetto della frutta e verdura, iniziando
a riempirlo con banane e pomodori. «Non
so che ti prende in questi giorni e non ti supplicherò di raccontarmelo, ma
datti una calmata.»
Come al solito suo padre non voleva
essere coinvolto in quello che gli accadeva e a dirla tutta nemmeno lui voleva
parlargliene, però sentiva il bisogno di sfogarsi con qualcuno. E il suo primo
pensiero fu Betty. Seguito da Zec, Billy e Michelle. E per ultima sua madre.
Donovan raccolse la confezione di tonno dal ripiano, si girò di schiena, aprì
lo sportello alla sua destra, sistemandolo vicino a quella già presente e
realizzò di non poterlo fare con nessuno di loro. Aveva tagliato i ponti con
tutti.
«Apri il cassetto che hai davanti» disse
suo padre, dandogli le spalle.
Donovan ubbidì senza fiatare. Lo tirò
verso di sé e dentro, accanto a un paio di forbici, sopra un blocchetto, vide
un foglio pieno di crepe riattaccate con lo scotch. «È il messaggio che ci ha
lasciato mamma quando se ne è andata. Lo avevo strappato e buttato.»
«Già e io l’ho recuperato e rimesso
insieme» rispose Joseph. «Gira il foglio.»
Donovan lo estrasse dal cassetto e lo
voltò, sul retro con la scrittura sgangherata del padre, lesse un indirizzo e
un numero di cellulare. «Cosa significa?»
«Qualche giorno dopo averci lasciato,
tua madre ha chiamato mentre eri a scuola. Non è importante quello che ci siamo
detti, ma ha voluto farmi avere un recapito… se tu avessi avuto bisogno»
raccontò l’uomo. Chiuse il cassetto della frutta e il frigorifero e si girò a guardarlo
in viso. «Mi sembra che quel momento sia arrivato.»
«Non me lo hai mai detto…» Sollevò lo
sguardo e lo puntò su suo padre. «Perché
non lo hai fatto prima?»
«Credevo riuscimmo a cavarcela da soli,
ma ora ti serve lei.»
Donovan tornò a fissare il foglio
rattoppato in mano.
Joseph estrasse quattro lattine di birra
dal fondo della busta di carta. «Scegli
tu se chiamarla, ma non strapparlo di nuovo. È un casino rimettere insieme i
pezzi.»
Donovan sorrise. Suo padre aveva
ragione, era un vero casino rimettere a posto quello che era rotto, ma gli
aveva appena dimostrato che non era impossibile e soprattutto, che valeva la
pena fare un tentativo.
Donovan si alzò per la seconda volta
dalla sedia davanti al banco con il computer nell’aula multimediale. La sera
prima aveva deciso di parlare con Billy e Michelle per sistemare la situazione,
ma continuava a tornargli in mente l’espressione di Betty quando lo aveva
sorpreso con Chas in piscina e rivalutava la sua idea. Per questo, invece di
cercarli in sala mensa, si era rifugiato nell’aula multimediale e appena
ritrovava il coraggio, riemergevano anche i dubbi e si bloccava.
Si
sedette, ancora indeciso se scendere al pian terreno, ma udì in corridoio dei
passi concitati.
Michelle e Billy comparvero davanti alla
porta aperta dell’aula.
«Eccolo qui» disse la ragazza con il
fiatone.
Donovan li guardò sorpreso. «Come mi
avete trovato?»
Billy aprì la cerniera dello zaino
girato sul petto e tirò fuori la Falce vibrante nella mano. «Ci ha portato da
te. Sembra ci sia qualcosa di urgente.»
La Falce era la manifestazione dei
poteri psichici di Elliott, ma anche il simbolo della loro unione. Donovan si
domandò se avesse percepito il suo desiderio e la sua insicurezza. «Ragazzi io
volevo parlarvi… chiedervi scusa e…»
«Tornare a essere un gruppo» lo
interruppe Michelle, entrando nella classe e camminando spedita per andargli
incontro.
Donovan si alzò di nuovo dalla sedia e
arretrò. «No… cioè… forse… non so se sia il caso.»
Billy avanzò a sua volta all’interno, la
Falce in mano ma ora ferma. «Tu lo vuoi? Vuoi che torniamo uniti?»
«Sì, ma ho paura. Combino dei casini
perché non rifletto sulle mie azioni e non voglio perdervi. Non voglio che mi
abbandoniate.» Donovan deglutì un groppo che gli si era formato in gola e
minacciava di fuoriuscire in un pianto poco virile. «Non sono neanche dotato di
poteri come voi.»
«Non è vero» Billy allungò la Falce
verso di lui. «Ti sta chiamando, non lo senti?»
Michelle posò la mano sull’impugnatura,
sotto quella del ragazzo. «E anche tu l’hai richiamata.»
Donovan percepì come una forza magnetica
attirarlo all’arma, si avvicinò ai due compagni e strinse le dita sul metallo
rosso. La stanza tremò e si diffusero immagini della sua memoria.
Michelle e lui davanti all’auditorium un
anno prima, durante le selezioni per Romeo
e Giulietta.
Lui, seduto nel seminterrato nel bel
mezzo della prigione infernale creata da Jordan, Betty tra le braccia, la Falce
in mano e lo sguardo rivolto a Billy, ammirato e colpito dalla sua fermezza.
«Ci sostieni. Ci incoraggi. Trovi
soluzioni per tenerci uniti» disse Billy. «Questo è il tuo potere ed è
insostituibile. Qualunque cosa ti abbia fatto credere Hart, non vale nulla,
Questi ricordi sono reali.»
Donovan provò un senso di sollievo e
speranza. Come aveva detto Gillian Summerson nel sogno. «Però faccio anche del
male, nonostante le buone intenzioni. Tu ricordi Anika.»
«Certo, però cerchi anche di rimediare»
rispose Billy. «In questo siamo tutti uguali: sbagliamo, ma la voglia di
correggerci ci aiuta a diventare migliori.»
«È una specie di percorso che stiamo
facendo anche noi» aggiunse Michelle. «È più facile, se lo facciamo insieme. Ci
stai?»
Donovan non ebbe dubbi. «Sì, voglio che
torniamo a essere una scombinata Scooby
Gang.»
Il flusso di ricordi si interruppe.
La stanza riprese l’aspetto dell’aula
multimediale.
Billy staccò la mano dalla Falce e lo
stesso fece Michelle.
Donovan se la strinse al petto. Gli era
mancata. «Va bene se la tengo io?»
«È ancora il tuo turno» fece Billy.
Michelle si tormentò l’orlo della maglietta.
«Sono contenta di riaverti con noi, ma dobbiamo ancora parlare di quello che
riguarda te e Betty.»
Donovan storse il naso. «È proprio
necessario?»
Billy annuì. «Dobbiamo scoprire il più
possibile su cosa l’ha spinta ad allontanarsi e rinunciare alla sua forma
tangibile. Altrimenti, rischiamo di perderla nell’oscurità, forse in un modo
peggiore di Zec.»
Continua…?
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