lunedì 2 febbraio 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 104

Sorge Oscurità Maggiore 29: La Lunga Discesa nell’Oscurità (1°parte)


Michelle strinse il braccio intorno alla spalla di Dana e lanciò uno sguardo all’interno del Bronze Dust. A parte le sedie abbandonate qua e là, i tavoli con sopra piatti e cestini dal cibo mezzo consumato e avanzi di bibite nei bicchieri, non sembrava lo scenario finale di una battaglia tra fratelli.

«A quanto pare non ho scelta.» Dana la guardò con un sorriso tirato.
Michelle avrebbe voluto risponderle che c’era un’alternativa, l’avrebbero trovata insieme, ma non credeva nemmeno lei a quelle parole. Eppure, la remissività della fidanzata la sbalordiva.
«Hai paura?» le domandò. «Credi che se non lo assecondi, possa farti di peggio?»
«No, non le farà del male fisico» replicò Billy. «Nel profondo Zec sa che questa è la punizione più grande che poteva infliggerle. E lo sai anche tu, Dana.»
Lo stridio dei piedi della sedia sul pavimento li fece voltare verso Donovan. «Come fai a esserne tanto sicuro? E restare così tranquillo.» Si alzò in piedi e andò a una spanna da Billy. «Zec è andato. Ora è un minion di Hart. Per te non fa differenza perché siete la stessa… cosa! Però non hai idea di cosa può spingerlo a fare.»
«Non è stato Hart. Zec ha scelto da solo» rispose Betty. «Probabilmente Hart ha trovato il punto giusto su cui fare presa, ma non si può colpevolizzarlo di tutto.»
Osservando come restava immobile a qualche centimetro da terra, ancora nella forma intangibile, Michelle ebbe la sensazione che l’amica non stesse parlando solo di quello che era appena successo. Quasi fosse un riferimento a una faccenda che la coinvolgesse direttamente insieme a Donovan, inoltre tra loro sembrava ci fosse una questione irrisolta.
«Anche io sono convinto sia così» intervenne Billy. «E non sono affatto tranquillo, sono preoccupato per Zec. Dobbiamo fare qualcosa, non so bene cosa, ma non possiamo lasciare che passi troppo tempo con Hart, altrimenti non potremmo più riportarlo indietro.»
Donovan aprì le braccia unite a X spezzando l’aria davanti a sé. «Ormai Zec ha preso la sua decisione, è inutile che fingiamo di poterlo aiutare. Quel che è fatto è fatto.»
«Tipico di te» ribatté Betty, senza scomporsi. «Getti subito la spugna. La via più semplice è quella che ti fa comodo, quella in cui non devi affrontare il problema.» Si mosse sorpassandoli uno a uno, diretta verso l’uscita camminando nell’aria. «Forse Zec non ha tutti i torti ad aver agito in questo modo» disse, allontanandosi fuori dal locale.
Donovan emise un verso simile a uno sbuffo e un’imprecazione menzionata a metà. Poi, a sua volta, procedette  con passo deciso e spedito oltre le porte spalancate, abbandonando il Bronze Dust.
Michelle era convinta più di prima che ci fosse dell’altro in ballo tra quei due, ma non era il momento di pensarci.
Dana si scostò dal suo abbraccio. «Siete davvero messi male e io devo andare. Sarà lunga, perché non posso più trasportarmi con il fumo demoniaco.»
Michelle udì il tremore nella sua voce. Era sconvolta, anche se tentava di mantenere la sua spavalderia. «Ti accompagno. E ne parliamo.»
Billy si fermò di fronte a loro. «Aspettate… e Zec?»
«Mi dispiace, ma ora devo occuparmi di Dana.» Michelle prese la mano destra della ragazza, lo scansarono e si avviò con lei lungo il pavimento di linoleum.
A pochi passi dall’uscita, si girò e guardò Billy. Leggeva la delusione e il rammarico sulla sua faccia e stava male all’idea di lasciarlo in quello stato, ma in realtà stava agendo anche per lui.
Presentarsi con Dana a casa della sua famiglia, le avrebbe dato la possibilità di capire se c’era davvero una speranza per strappare Zec dall’oscurità.
 

Camminando una di fianco all’altra, Michelle notò che Dana continuava a fissarsi i vestiti e alzare le braccia per controllarle. Si tastò un paio di volte anche le orecchie, sfiorando con i polpastrelli i piercing e spinse indietro i capelli lunghi e castani.

«Non sono abituata ad averli sciolti» disse, li intrecciò fino a formare una crocchia, ma poi si accorse di non avere nulla con cui fermarli e li fece ricadere fino a poco sopra la metà della schiena.
«Scusa non ho elastici, o altro.» Michelle si sentiva inutile in quella situazione e non sapeva cosa dire per tirarle su il morale. A ripensarci, non sapeva nulla di preciso sulle accuse di Zec alla sorella, o di quanto fosse passato dalla sua fuga. «Non vedi da molto tua madre?»
«Un anno e mezzo» rispose.
«Con i tuoi ex-poteri, non sei mai andata a dare una sbirciatina?»
«Non ne avevo il coraggio. Avevo paura dell’effetto che mi avrebbe fatto trovarla in quello stato.»
«Quindi sapevi che stava male.» Michelle la fissò confusa. Aveva un ricordo diverso delle sue motivazioni, dette la prima volta che l’avevano incontrata a scuola come demone da musical. «Avevi parlato di come tua madre volesse decidere del tuo futuro, ma se era malata, non era nella condizione di farlo.»
«È una versione della verità.»
Ricordando la canzone, Michelle pensò che combaciava, ma voleva sentirselo dire da lei. «Non ti giudico, ormai lo sai, però vorrei mi chiarissi questa storia. Hai voglia di raccontarmi come è andata?» 
Dana abbassò lo sguardo sui jeans slavati. «Dopo la morte di papà, mamma ha iniziato ad avere sempre più giornate negative. In principio era di malumore, mi criticava, poi è diventata l’opposto. Si sentiva spesso stanca, svogliata, non era più lei. Se ne accorse anche Zec e me lo disse, ma lo ignorai. Se avessi preso in considerazione il problema, avrei anche dovuto affrontarlo ed era doloroso e pesante. Accettarlo significava cambiare i miei progetti, dovermi focalizzare su quella situazione.»
«Quindi quello che Zec ha cantato… insomma non era esagerato…»
«Quello è solo il suo punto di vista. Per lui può essere diventata una vita dura da quando me ne sono andata, ma per me lo era già. Mi sentivo in trappola prima che l’esaurimento di mamma fosse evidente e…» Dana alzò gli occhi puntandoli nei suoi,  «Sì, lo ammetto, ho cercato di trovare un modo per cambiare la mia vita in meglio, prima di venire inglobata dal dramma. Per la miseria, ero confusa!» 
«Calmati, non ti sto facendo un processo.»
«Scusa… mi sto ancora abituando a non avere vie di fuga… a essere solo una ragazza e non una demone tosta.»
«Sei sempre tosta. E non devi scappare più, ci sono io con cui puoi affrontare tutto.» Un po’ incerta, Michelle si sporse e la baciò sulla guancia.
«Grazie e non voglio dire di essere perfetta, però non mi sento in colpa per aver pensato a me stessa.» Dana allargò le labbra in un sorriso amaro. «Adesso sarai d’accordo con mio fratello.»
«Non mi è piaciuto come ti ha privato dei poteri e nemmeno il suo ultimatum» ammise. «Ma capisco le sue ragioni e anche le tue. E al di là di tutto si tratta di tua madre. Per quanto non sia il massimo la mia, non credo che la lascerei così...»
Dana  aggrottò la fronte. «Ho capito bene? Mi stai dicendo che mi merito questa punizione?»
«No, ti dico di concentrarti su tua mamma. Ora deve essere lei la tua priorità, ha bisogno di te. Il resto prova… ecco… a lasciartelo alle spalle. Almeno per adesso.»
L’altra la osservò per qualche istante. A Michelle parvero minuti dilatati, soprattutto perché non riuscì a interpretare lo sguardo. Poi intrecciò le dita della mano sinistra nelle sue di quella destra.
«Ci proverò. Si va in scena.» Dana indicò con l’indice libero la porta marrone con la toppa della serratura grigio scuro, a pochi passi da loro. «Casa, obbligatoria, casa.»
Avanzarono insieme e Dana bussò all’uscio.
La porta si aprì all’istante e Zec comparve con un sorriso all’apparenza naturale. «Tempismo perfetto, stavo giusto parlando di voi. Entrate.»
Michelle li seguì chiudendo la fila e si tirò dietro al porta. Lo stretto ingresso li immise in un salottino con un divano e una poltrona e un televisore poggiato su un tavolino.
Una donna con una tuta grigio chiaro e i capelli castano scuro corti era seduta sulla poltrona. Guardava senza interesse lo schermo spento poi, al loro arrivo si tirò in avanti e sollevò gli occhi, sbattendo le palpebre.
«Dana…» sussurrò con una voce roca.
Zec le andò accanto e si accovacciò alla destra della poltrona. «Hai visto mamma? Te lo avevo detto che oggi avresti avuto una bella sorpresa.»
La donna si alzò lenta, camminò e si posizionò davanti alla figlia.
«Mamma… io… ecco…» Dana si morse il labbro inferiore.
La madre le buttò le braccia al collo e la strinse al suo petto. «Sei tornata. La mia bambina è tornata.»  Anche se il tono non subì alcun tremito per l’emozione, una coppia di lacrime le scese dagli occhi socchiusi, correndo lungo le guance.
Michelle avvertì un groppo in gola. Quella scena era dolceamara. Osservò Dana e dopo un primo momento di smarrimento, le vide avvolgere a sua volta il corpo esile della madre con le braccia, abbandonando la testa nell’incavo tra il collo e la spalla della donna. Spostò lo sguardo su Zec e con sua sorpresa lo vide sorridere sollevato. Non sembrava lo stesso ragazzo vendicativo che qualche ora prima aveva strappato alla sorella i suoi poteri, godendo nel farlo.
«Dove sei stata tutto questo tempo?» domandò la donna, accarezzando i lunghi capelli della figlia. «Sei più alta, ma sei magra. Mangiavi? Sei stata bene?» Poi si bloccò di scatto e la scostò piano. «Hai i capelli sciolti. A te non piace tenerli così.»
«È vero. Ho perso il mio elastico» inventò Dana.
«In questo non è cambiata. Perde sempre tutto». Zec si fece avanti, sollevò sul polso destro la manica della felpa, rivelando un elastico viola. Lo fece scivolare lungo la mano e lo porse alla sorella. «Tieni, così puoi legarli.»
Dana lo accettò, guardandolo confusa e si raccolse i capelli per legarli nella coda di cavallo.
«Ora mamma però devi mangiare qualcosa e prendere le medicine.» Zec afferrò con delicatezza l’avambraccio della madre e la ricondusse verso la poltrona. «Dana è tornata per restare e potete chiacchierare mentre ceni. A pranzo non hai toccato cibo e anche Kathryne era preoccupata.»
«Kathryne Perry?» domandò Dana. «Adesso vive con voi?»
Zec scosse la testa. «No, mi aiuta a badare alla mamma. Ora potrà prendersi una pausa e venire meno spesso, ci sarai tu ad aiutarmi.»
La madre si lasciò far riaccomodare sulla poltrona e disse: «Allora è vero che rimani a qui. Ma dove sei stata per tutto questo tempo?»
«È stata ospite a casa di Michelle» rispose Zec, indicandola con un cenno. «È una nostra cara amica, quando ha capito che Dana aveva bisogno di tempo per schiarirsi le idee, la ha accolta in casa con i suoi genitori. Ed è stata sempre lei a convincerla che era tempo di tornare da te, per non farti più preoccupare.»
La donna la guardò come se notasse solo in quel momento la sua presenza nella stanza.  «Che cara ragazza, sei proprio una brava figlia e una buona amica.»
Imbarazzata, Michelle sorrise. «Grazie, signora Giller.» Si sentiva a disagio, non si aspettava di venir coinvolta da Zec nella bugia per giustificare l’assenza di Dana e di sicuro non prevedeva che le attribuisse il merito di averla convinta a tornare.
«Chiamami pure Leslie» replicò sorridendole a sua volta. «Sedetevi» le invitò.
Michelle non sapeva come comportarsi, ma Dana le afferrò la mano obbligandola ad accomodarsi con lei sul divano.
«Fatele compagnia, mentre riscaldo la cena» disse Zec, sparendo nella stanza in fondo al salotto.
«No, non ho voglia» si lamentò Leslie Giller. «Zec! Non perdere tempo in cucina.»
Dana le prese gentilmente la mano destra nelle sue. «Dai mamma, non puoi saltare sempre i pasti. Me lo dicevi anche tu.» Dana si sforzò di sorridere. «So che ti sembra tutto difficile, ma devi provarci.»
Leslie la fissò con sguardo stanco: l’energia della gioia di averla riavuta era come esaurita in un colpo solo.  «Però dovete cenare anche voi.»
Dana rimase interdetta.
«Certo, mangiamo tutti insieme come una volta.» Zec ritornò dalla cucina con un largo vassoio stretto nelle mani. Sopra c’erano tre piatti fumanti, tre bicchieri, tre forchette e una bottiglia di plastica d’acqua. Si piegò e lo appoggiò sul tavolino, davanti al televisore. Mise una forchetta accanto alla porzione di lasagna e porse il piatto alla madre. «Le ha preparate Kathryne prima di andare via. Le ho detto che sarebbe stata un’occasione speciale.»
Leslie afferrò il piatto senza fare storie. «Che gentile.» Sollevò poi il capo e guardò Michelle. «La vostra amica può fermarsi qui a mangiare con noi.»
«Veramente io non so se…» Michelle non voleva abbandonare Dana, ma si sentiva fuori luogo in quella situazione e non voleva nemmeno far innervosire Zec.
«Penso che abbia altri impegni» rispose Dana, scambiandosi un’occhiata con lei. Le sorrise e annuì, leggendole sul volto il disagio.
«Sì, i miei genitori mi aspettano» replicò prontamente.
«Ci organizzeremo per un’altra volta.» Zec sorrise alla madre e le verso l’acqua in un bicchiere. «Dana, accompagnala tu. Ci vediamo a scuola, Michelle.»
Michelle si alzò dal divano e lo guardò annuendo. Sembrava tornato il ragazzo di sempre. Nulla di quello che aveva detto, o fatto nel tempo in cui era rimasta in casa, le aveva fatto pensare che fosse stato corrotto da Oscurità Maggiore. Forse non era così grave e c’era ancora una possibilità.
Dana si alzò a sua volta. Leslie allungò il braccio e le strinse il polso. «Torni qui, vero? Non mi lasci di nuovo?»
La ragazza si liberò con calma dalla presa. «Tranquilla, saluto la mia amica e vengo a cenare.» La spinse verso il corridoio e insieme si avviarono alla porta.
Michelle si girò per guadarla in volto. «Mi dispiace lasciarti così, però lui non s…»
Dana si mise l’indice davanti alle labbra in segno di silenzio e aprì la porta. «Parliamo fuori.»
Michelle varcò l’uscio e si fermò sulle pietre del viottolo.
La sua ragazza fece per imitarla, ma rimase bloccata all’interno. Provò una seconda volta: i suoi piedi rimasero entro il confine della casa. «Non capisco cosa succede!»
«Aspetta, provo a trascinarti con il mio potere.»
«Non farebbe differenza» annunciò Zec, comparso alle spalle della sorella.
Dana si voltò a guardarlo. «Cos’altro mi hai fatto?»
«Ti ho vincolato alla casa» spiegò lui. «Non puoi uscire di qui per nessuna ragione, almeno che non sia io a concedertelo.»
«Perché?» domandò Michelle spiazzata. «È tornata come gli avevi imposto.»
Zec sorpassò la sorella e si sporse all’esterno. «Non posso fidarmi. È già scomparsa senza lasciare traccia. Hart mi ha permesso di ampliare il mio potere e avere la sicurezza che non possa più farlo.»
«Ma così non potremmo più vederci!» Michelle era furiosa, il pensiero della donna indifesa all’interno la frenò dall’attivare le sue capacità da Poltergeist.
«Puoi passare a trovarla tutte le volte che vuoi, sei sempre la benvenuta in casa nostra» rispose Zec. «A patto che non cerchi un modo per svincolarla. In quel caso sarebbe spiacevole. Per tutti.»
Michelle passò in rassegna il viso del ragazzo e quello di Dana, incapace di reagire. Cosa doveva fare? Combattere per la sua ragazza significava metterla in pericolo.
«Zec! Dana!» urlò Leslie dall’interno.
Zec indietreggiò e avvolse con un braccio le spalle della sorella. «Andiamo. Mamma ci aspetta e la cena si raffredda.» Chiuse poi la porta.
Michelle rimase immobile. Era in preda alla confusione. Il suo amico aveva un comportamento contraddittorio: amorevole e gentile e allo stesso tempo crudele e vendicativo. Le ricordò Hart Wyngarde e capì che non avrebbe saputo dire se per Zec c’era una speranza di liberarsi dalla sua influenza.
 
 
                                                                       Continua…?

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