lunedì 6 aprile 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 108

Sorge Oscurità Maggiore 33: Risorgere dalle Nostre Ceneri (1°parte)

 

Michelle versò il latte nella scodella con dentro i cereali a forma di anello e si fermò giusto al limite del bordo.

Erano passati due giorni dalla notte in cui si erano ritrovati nel sogno di Billy con la rivelazione sulla Prima Cacciatrice e non riusciva a toglierselo dalla testa. Perdere una madre in quel modo era orribile. Non ci aveva mai pensato veramente e solo in quelle ore aveva realizzato che se fosse successo qualcosa di brutto alla sua, tutto quello che avrebbe ricordato sarebbero state solo le occhiatacce e i continui battibecchi. Non voleva ridurre il loro rapporto alle incomprensioni.  
Aprì il frigorifero e ripose la confezione in cartone del latte. Chiuse l’anta, prese un cucchiaio dal cassetto alla sua destra e andò a sedersi al tavolo nel centro della cucina.
Michelle girò i cereali immersi nel liquido bianco, ne raccolse una cucchiaiata e li mise in bocca. Masticando, decise che era il momento di cambiare. Avrebbe parlato apertamente con sua madre e si sarebbero chiarite. Quella stessa mattina, senza rimandare oltre.
Il rumore di tacchi annunciò l’arrivo della donna e come di consueto, Sharon Berg emerse dall’ingresso della stanza perfettamente truccata e con un tailleur rosso. «Ah… sei già in piedi…»
Michelle la osservò girarle intorno per andare verso il frigorifero e notò lo sguardo di disapprovazione che le lanciò.
«Avevamo concordato che non avresti mangiato quella roba» disse sua madre, con il frigorifero aperto e mezzo volto all’interno. «Contengono zuccheri trattati e non ti fanno bene, non aiutano il tuo fisico. Ecco, è meglio un frutto.» Si ritrasse chiudendo lo sportello, reggendo in mano una mela rossa.
Michelle deglutì il boccone e domandò: «Perché fai così? Non puoi semplicemente chiedermi come ho dormito, o se mi serve qualcosa prima di andare a scuola?»
Sua madre la guardò sorpresa. «Mi sto preoccupando per te e della tua salute.»
«Non è vero, ti interessa solo il mio aspetto fisico.»
«Ti sei alzata con il piede sbagliato?»
Michelle lasciò cadere il cucchiaio nella ciotola con metà del latte e cereali. «Vorrei che non continuassi a giudicarmi. So di non essere la figlia che desideravi, sono grassa e poco popolare. Non sarò mai bella ed elegante come te, però mi piaccio così.»
«Pensi questo di me?» Sharon la guardò seria e appoggiò la mela sul bancone accanto al lavello. «Credi sul serio che tutto quello che mi importa sia come appari? E che non ti voglia bene?»
Michelle si strinse nelle spalle. «Non intendevo questo… ma mi sembra di non essere giusta… per come ti ossessiona quello che mangio, come mi vesto…»
«È vero, cerco di far emergere il meglio dal tuo aspetto fisico ed è superficiale, ma questo mondo è così. Le persone che appaiono belle hanno una vita facilitata ed è quello che vorrei per te.»
«Io no. Voglio essere me stessa e so di farcela come sono.»  
Sharon si avvicinò al tavolo. «Non me lo hai mai detto.»
«Non ho mai potuto. Mi imponevi le tue regole e non mi ascoltavi.» Michelle la guardò in volto. «Mamma, non voglio che tra noi continui così. Siamo diverse e abbiamo idee differenti su tanto, però non voglio solo discutere con te.»
Sharon mutò la sua espressione seria e apparve colpita. «Non piace nemmeno a me e forse sono stata un po’ troppo rigida, lo riconosco. Questo non cambia il fatto che voglio solo il meglio per te e non ho mai agito per sminuirti.» Scostò la sedia davanti a sé e si sedette al tavolo di fronte a lei. «D’accordo, come possiamo migliorare?»
«Potremmo allentare la mia dieta?»
«Solo se non nuoce alla tua salute.»
«Ok, possiamo anche diminuire le sedute dallo psicologo dei disturbi alimentari» propose Michelle. «Sono sicura che parlare con te e con papà sarà più utile che farlo con uno sconosciuto.»
Sharon la guardò dubbiosa. «D’accordo le ridurremo a due al mese, ma di questo dobbiamo discuterne anche con tuo padre.»
Michelle sorrise. Era un’esperienza nuova: parlare con sua madre senza sbuffare, o sperare di poter scappare lontano. Così le venne in mente di introdurre un argomento importante per lei.
«Ci sarebbe anche un’altra questione… riguarda una ragazza che frequento da un po’…»
«Una nuova amica?»
«Più una sorta di… ecco… fidanzata…»
«Oh…» Sharon strabuzzò gli occhi e rimase con la bocca aperta qualche secondo. Poi si ricompose e aggiunse: «Non immaginavo… insomma che tu avessi… cioè fossi…»
«Lesbica?» la aiutò Michelle. «È tutto un po’ nuovo anche per me.»
«Capisco. Credo che per questo genere di chiacchierata ci voglia più tempo e tra poco devi uscire per andare a scuola. Possiamo rimandare a cena questa sera, ti va bene?»
Michelle annuì. «Certo e vorrei che ci fosse anche papà.»
«Lo chiamo subito per assicurarmi che non manchi» rispose la donna. Scostò la sedia e si alzò in piedi. «Come inizio, ce la siamo cavata bene.»
«Direi di sì.»
Sharon tornò verso il bancone e afferrò la mela, si girò poi verso la figlia e rimase a fissarla.
«Allora, buona giornata, ci vediamo nel pomeriggio.» Riaprì il frigorifero e ripose il frutto nel cassetto. Chiuse l’anta e andò verso di lei, si piegò e le lasciò un leggero bacio al lato della fronte.   
Michelle non ricordava da quanto non si salutavano così amorevolmente e sorpresa le disse: «Grazie.»
Osservò sua madre uscire dalla cucina e riprese a mangiare i suoi cereali.  
 

Michelle controllò l’orologio del cellulare e poi premette il campanello dell’abitazione dei Giller.

Aveva fatto un po’ più tardi a causa della chiacchierata con sua madre, ma era ancora in tempo per il saluto mattutino alla sua ragazza prima di raggiungere il liceo.
Dana le aprì la porta quasi subito. «Ciao, carotina.» Le stampò un bacio sulle labbra e si scostò per farla entrare. «È tutto a posto?»
«Sì, ho avuto la prima conversazione civile con mia madre dai tempi delle elementari.»
«Un grande cambiamento, cos’è successo di speciale?»
«Penso sia merito dell’incontro con la Prima Cacciatrice e mamma di Elliott, ricordi del sogno di cui ti ho parlato?» Michelle abbassò il tono di voce, non sapeva se Zec fosse ancora in casa e non era sicura avesse fatto parola di quell’esperienza alla sorella. «A proposito, qui da te come procede?»
Dana abbozzò un sorriso. «Meglio di quello che mi aspettavo. Non mi piace essere prigioniera in casa mia, però stare vicina a mia madre non è tanto male.»
Entrambe ammutolirono udendo i passi di qualcuno e poi videro Leslie Giller andare loro incontro nell’ingresso. «Oh Michelle, sei tu. Sei gentile a passare ogni mattina» la salutò la donna. «Magari oggi riesci a convincere mia figlia a ritornare a scuola.»
«È ancora presto mamma, quando sarò pronta riprenderò. Te l’ho promesso» rispose Dana.
Michelle ricordò che la signora Giller non sapeva del blocco che Zec aveva imposto a Dana e le impediva di uscire di casa.
«Però potreste andare fuori qualche pomeriggio, magari al cinema» replicò Leslie.
«Lo faremo, signora» intervenne Michelle. «Per ora Dana preferisce recuperare il tempo perso con lei e rispetto la sua decisione.»
«D’accordo, non insisto, però per te sono Leslie, non signora.»
«Giusto.» Michelle sorrise imbarazzata e osservando la donna che le sorrise a sua volta, notò che qualcosa nel suo aspetto era cambiato, era più curato. I capelli corti erano pettinati all’indietro e non indossava più la tuta grigia che le aveva visto i primi giorni che era passata a trovarla. Ora portava una maglia color pesca con le maniche lunghe e un paio di pantaloni di cotone verde. E qualcosa nel suo viso le dava un’espressione più serena.
«Va bene, ora basta con le chiacchiere inutili, abbiamo alcune faccende da sbrigare.» Dana si avvicinò alla madre e le posò le mani sulle spalle. «La lavabiancheria è aperta, comincia a tirare fuori le lenzuola e io ti raggiungo tra un attimo.»
Leslie annuì. «Certo. A presto Michelle.» Poi si allontanò verso il corridoio.
«Quindi stai diventando una brava casalinga» scherzò Michelle.
Dana fece spallucce. «Inganno il tempo e chissà… potrebbe tornarmi utile per il futuro con te.» Le fece l’occhiolino con un pizzico di malizia.
Michelle riconobbe in quel gesto la ragazza che aveva sempre conosciuto. «Sembri più… tranquilla.»
«Ammetto che stare con mia madre è più piacevole di quanto mi aspettassi. E forse questa situazione non è solo negativa.»
Zec arrivò silenzioso nel corridoio, fece un cenno di saluto con la testa ad entrambe ed uscì di casa.
«Purtroppo non credo che l’esperienza in comune nel sogno gli abbia fatto bene come a te» commentò Dana.
Michelle ripensò all’espressione vista di sfuggita sul volto del ragazzo. «Già, non sembra diverso dall’ultima volta. Però rimedieremo.»
«In che modo?»
«Non  lo so ancora di preciso, ma so a chi rivolgermi.»
«Mi fido di te» rispose Dana sorridendo. «Vai anche tu, o farai tardi. E anche io: mia madre mi aspetta.»
Michelle la baciò sulle labbra, aprì la porta della casa e uscì. Doveva affrontare un’altra conversazione importante e non voleva rimandarla.
 

A fine lezioni, Michelle si diresse decisa all’aula multimediale. Era certa di trovare Billy lì e anche se avrebbe potuto avvicinarlo durante la pausa pranzo o tra una lezione e l’altra, aveva preferito aspettare e  ritrovarsi in un posto riservato in cui parlargli con calma.

Era a pochi passi dalla porta accostata dell’aula e sentì la voce di Kenny dall’interno.
«Ecco spiegato chi fosse in realtà, però è strano che la verità su di lei non l’abbia vista in uno dei miei sogni premonitori.»
«Probabilmente perché era una faccenda privata» commentò la voce di Kerry. «E la madre di Elliott è riuscita a tenere tutto segreto. Grazie per averlo condiviso anche con noi.»
«Era giusto che ne foste al corrente.»
Ascoltando le parole di Billy, Michelle realizzò che aveva raccontato ai gemelli Wood delle rivelazioni sulla Prima Cacciatrice.
«Mi dispiace per quello che Elliott e anche tu hai passato.» Era di nuovo Kenny a parlare. «È qualcosa che possiamo capire, anche se per motivi diversi.»
«E ti dobbiamo delle scuse, o almeno io.» Il tono di Kerry si addolcì. «Ho giudicato le motivazioni di Elliott senza conoscerle e ti ho rivolto accuse ingiuste, in fin dei conti mi sono comportata come lui e volevo sfruttare il suo potere per le stesse ragioni. Mi dispiace.»
A quel punto Michelle si mosse d’istinto, aprì la porta e rivelò la sua presenza. Osservò le tre paia di occhi puntati su di lei. «Non volevo ascoltarvi, stavo cercando Billy.»
Il ragazzo le rivolse un sorriso incerto. «Vieni, avevi bisogno di me?»
Michelle avanzò nella classe e si appoggiò a un tavolo, intravedendo il suo riflesso in uno degli schermi spenti dei PC. «Sì… ecco… dovrei parlarti…»
I gemelli e l’amico rimassero a guadarla in silenzio, rimanendo seduti sulle sedie intorno a un banco. Michelle pensò di essere una stupida: era andata fin lì per una ragione, ma era come bloccata, si vergognava ad andare fino in fondo perché lei e Billy non erano da soli.
«Per noi è ora di tornare a casa» disse Kerry, alzandosi dalla sedia e facendo un fugace sorrisetto.
Kenny la fissò inarcando un sopracciglio.«Ma no, non c’è nien…»
La sorella lo tirò su a forza dalla sedia.  «Quello che devono dirsi non sono affari nostri.»
Michelle le fu grata. Aveva capito il suo imbarazzo. Quando le passarono accanto per uscire dall’aula, le mimò un grazie con le labbra. Se Kerry lo notò, non le diede risposta.
«Stai bene?» domandò Billy, mettendosi in piedi. «È tutto a posto? Il mo senso del soprannaturale non ha pizzicato.»
Michelle lasciò cadere lo zaino per terra,  gli andò incontro e lo strinse in un abbraccio.
Lui rimase fermo e stupito dal gesto.
Allontanandosi e liberandolo dalla stretta, gli disse: «Mi dispiace per tutto quello che hai passato con tua mamma. È come hanno detto i gemelli, se mi fossi trovata nella tua situazione, cioè di Elliott, anche io avrei ceduto e magari fatto tutto questo.»
«Ti ringrazio, ma non devi scusarti di niente» Billy le poggiò la mano sulla spalla. «Non sapevamo cosa avesse scatenato il sogno da Bocca dell’Inferno, eppure hai accettato di stare dalla mia parte e di combattere le assurdità con me.»
«Voglio continuare a farlo»  gli disse seria. «Rimetteremo insieme la nostra gang, è come ha detto tua madre: stare insieme, trovarci, mi ha dato speranza, non so spiegarlo, ma mi sento più forte sapendo che ci siete voi con me.»
«Sei diventata forte da sola» replicò Billy. «Sei cambiata da quando ci siamo conosciuti, forse dovevi solo avere vicino qualcuno che ti appoggiasse. E anche io ho sbagliato a non considerare il tuo desiderio di aiutare Dana. Però ti aiuterò.»
«In realtà Dana non è tanto in pericolo come pensavo» ammise. «Prima dobbiamo concentrarci sugli altri.»
«Giusto e la nostra strategia sarà dimostrare loro che qualunque problema Hart Wyngarde ha portato a galla, hanno il nostro sostegno per affrontarlo.»
Michelle annuì. «Ovviamente inizieremo da Zec.»
Billy scosse la testa. «A questo punto ho capito che lui era una mia priorità in quanto mio ragazzo, ma non per il bene del gruppo.»
«Avevi  detto che più tempo era sotto l’influsso di Hart e più rischiavamo di perderlo nell’oscurità. Questo non lo mette in cima alla lista?»
«Per strapparlo a Oscurità Maggiore, dobbiamo essere di nuovo una Scoobie Gang » rispose Billy. «E come quando ci siamo separati per la cotta non corrisposta di Betty a me, ci vuole qualcuno abbastanza testardo da lottare per riunirci.»
Michelle non impiegò molto a ricordare a chi si era appoggiata in quell’occasione per ricucire i rapporti.  «Donovan.»
«Esatto. Lui ha deciso ufficialmente di separarci e non sappiamo cosa lo ha spinto a rompere con Betty. Aiutandolo, lo riporteremo da noi.»
Il suo ragionamento aveva senso, ma Michelle sapeva che non sarebbe stato affatto facile. La caparbietà di Donovan poteva essere un’arma a doppio taglio.
 
 

                                                                 Continua…?

lunedì 16 marzo 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 107

Sorge Oscurità Maggiore 32: La Donna Dietro la Cacciatrice

 

«Questa donna, la Prima Cacciatrice, è la madre di Billy?» domandò Zec spostando lo sguardo da una all’altro.

«Sarebbe più corretto dire che è la madre di Elliott» rispose Betty.
«Puoi spiegarci cosa sta succedendo?» chiese Donovan spazientito.
Billy rimase fermo a fissare l’anziana signora davanti a lui: i capelli bianchi striati di grigio, il fisico non minuto, ma nemmeno troppo corpulento, l’altezza di una decina di centimetri inferiore a quella di lui. Indosso aveva la camicia di lino rosata e i pantaloni di cotone felpato nero, come nell’ultimo ricordo che aveva di lei sana.
«Lei è Gillian, la madre di Elliott e quindi la mia» confermò, senza staccarle gli occhi di dosso. «Dopo la rottura del nostro gruppo, ho sentito di sprofondare nel vuoto e lei, come Prima Cacciatrice, mi ha fatto comprendere che queste stesse sensazioni hanno guidato Elliott verso il sonno.»
«Riguardano i tre frammenti di ricordo?» domandò Michelle. «Cosa hai scoperto?»
«Elliott ha ceduto al desiderio di dare sfogo al suo potere dopo la morte di sua madre. Aveva una malattia neurodegenerativa che ha distrutto i suoi ultimi anni di vita ed Elliott ha perso la speranza, rimproverandosi di non aver potuto far nulla per aiutarla» raccontò. «Adesso ricordo quel periodo.»
«Questo è il suo errore» intervenne Gillian. «Elliott ha fatto tutto quello che ha potuto, anzi di più e la mia presenza qui ne è la prova.»
«Cosa vuoi dire?»
Gillian si piegò e raccolse dal pavimento la Falce. Tenendola con entrambe le mani, la calò piano davanti a sé, tagliò l’aria e la camera di Elliott si accartocciò per poi distendersi in un ambiente differente.
Billy osservò lo scenario mutare e insieme ai suoi compagni si ritrovarono in un salone, di fronte  a loro c’era Gillian, con addosso una vestaglia bordeaux da cui si intravedevano i pantaloni color panna di un pigiama, seduta su un divano blu con accanto Elliott. Vicino al divano un tavolino rotondo e a una decina di passi un ampio balcone.  
«È un altro ricordo, giusto?»  suggerì Zec.
La Gillian con la Falce annuì e si accostò a loro.
«È nella fase di peggioramento della malattia» spiegò Billy. «Elliott non riusciva più a convincerla a vestirsi.»
Osservarono Elliott porgerle il palmo aperto con una pastiglia rosa e reggere con l’altra un bicchiere colmo d’acqua.
“Coraggio, mamma. La metti in bocca e con l’acqua la ingoi” disse Elliott
“No” replicò la donna, allontanando la mano.
“È la tua medicina. Dopo che l’hai presa, guardiamo la televisione insieme. Magari troviamo uno dei film che ti piacciono.”
“Non la voglio!” ribadì Gillian alzando al voce. “Non voglio neanche stare qui! Voglio tornare a casa mia!”
Billy si strinse il busto con le braccia. «Assisterla era doloroso, ogni giorno di più. Ma quando anche i farmaci non facevano più effetto… era impossibile, Elliott non sapeva… io non sapevo più cosa fare.»
Elliott appoggiò pastiglia e bicchiere sul tavolino rotondo alla sua sinistra. “Tranquilla, mamma è tutto a posto. Sei a casa, con me. Sono Elliott.”
“No, Elliott è un bambino piccolo. Devo tornare da lui.”
Gillian scattò in piedi, Elliott fece altrettanto e le prese il braccio destro, lei lo spinse indietro e si divincolò, facendo cadere il figlio di nuovo sul divano.
«Cosa le prende?»  chiese Donovan
«È per colpa della sua malattia… credo si tratti di Alzheimer» rispose Betty.
Billy deglutì a fatica. «Sì, i suoi ricordi erano mischiati, non riconosceva più la casa, me… era straziante e anche spaventoso. Poteva farsi male e non sapevo come tenerla al sicuro.»
Gillian corse verso il balcone. “Voglio uscire, devi farmi uscire!”
Elliott le fu dietro, la superò e si parò davanti a lei, per impedirle di arrivare alla maniglia della porta.
“È tutto a posto. Non puoi uscire. Sei al sicuro.” Elliott tremante provò ad allungare la mano verso di lei.
Gillian gli afferrò entrambi i polsi e lo strattonò. “No! Fammi uscire! Fammi uscire!”
Madre e figlio si agitarono in un movimento convulso, che mise a dura prova la capacità di Elliott di restare in equilibrio.
Michelle si sfiorò il labbro inferiore con le dita della mano sinistra. «Oh no… povero Elliott… ma dove trova tutta quella forza una donna anziana?»
«Non ne era consapevole, la malattia alterava anche le reazioni del suo corpo» rispose Billy con voce flebile. «Lei non si rendeva conto di cosa succedeva… però in concreto io non sapevo come gestirla…»
“Mamma basta!” urlò Elliott.
“Allora fammi andare via!”
“Non posso.”
“Si puoi!” Gillian staccò le mani dai polsi del figlio e chiudendole, iniziò a colpirlo con dei pugni sulle braccia e sul petto. “Sei cattivo! Cattivo! Cattivo!”
Elliott chiuse le braccia davanti al petto per pararli e indietreggiò, mentre sua madre continuava a picchiarlo, procedendo verso il balcone. Poi sul suo volto si dipinse il panico e subito dopo, con un gesto rapido, posò le dita di entrambe le mani sulle tempie della donna.
Donovan si sporse in avanti. «Cosa le sta facendo?»
«Sta usando i poteri psichici» rispose Billy. «La mente di sua madre era in frantumi e anche se aveva promesso a Nicole di non usare mai più i suoi poteri, in quell’istante la infranse. Sperava di curarla.»
Betty lo osservò dubbiosa. «Ne sei sicuro?»
«È proprio così» disse Gillian. «Queste erano le sue intenzioni.»
La Gillian in vestaglia si zittì e si immobilizzò. Gocce di sudore si diffusero sulla fronte di Elliott, mentre il suo sguardo era fisso sulla madre anche se sembrava perso altrove.
“Elliott… tesoro, cosa succede?” Gillian accarezzò le dita del figlio.
Elliott ritrasse le mani e chiese titubante: “Mamma, sai chi sono?”
“Certo: sei mio figlio. Ti senti bene?”
“Ho bisogno di sedermi.”
Gillian prese il figlio sottobraccio e lo accompagnò verso il divano. Quasi in un ribaltamento dei ruoli, era lei di colpo ad assistere lui.
«Ce l’ha fatta» fece Zec.
«Aspetta» replicò Gillian.
Seduto a fianco della madre, Elliott le accarezzò la guancia sinistra. “Cosa ricordi degli ultimi giorni?”
Gillian rifletté qualche istante. “Sono un po’ confusa. Ricordo il dottore e la visita per degli accertamenti sui miei vuoti di memoria.”
“È successo due anni fa…” sussurrò Elliott. “Non importa, come ti senti adesso? Riconosci questa casa?”
“Certo, è casa nostra e sto bene, è come svegliarsi dopo aver fatto un lungo sogno. Però mi preoccupi tu: non hai una bella cera. Non nascondermi la verità, sono anziana, ma sono la tua mamma. Puoi raccontarmi tutto.”
“È tutto a posto.” Elliott le sorrise. “Abbiamo passato un brutto periodo però ora che stai bene, non importa nulla. Sono cont…”
“Bene, allora possiamo andare a casa” lo interruppe Gillian.
Elliott rimase impietrito a guardarla.
“Forza, sei un ragazzo gentile, accompagnami a casa da mio figlio e mio marito. Mi stanno aspettando.”
“Mamma… mi hai appena detto che sono io tuo figlio…”
“No, mio figlio è piccolo. Non so neanche il tuo nome.”
Elliott scosse la testa. Le lacrime gli scivolarono fuori dagli occhi di colpo. “Non è servito a nulla.”
“Non devi piangere, ti porto con me” continuò Gillian. “Però sbrighiamoci, prima che i signori che vivono qui ritornino.” Si alzò dal divano e tirò la manica della felpa di Elliott per esortarlo a fare lo stesso.
«Basta! Non voglio più guardare» urlò Billy.
La scena si bloccò come sotto l’azione di un fermoimmagine.
Tutti i suoi compagni si voltarono a fissarlo.
«Non volevo farti soffrire ancora» disse Gillian. «Però questo pezzo del tuo passato, durante la mia malattia, era necessario per spiegare il resto.» 
«In che modo?» domandò Billy.
Gillian fece un passo davanti a lui e gli prese la mano destra con quella libera dalla Falce. «Come hai visto poco fa, hai cercato di curarmi e in quel contatto tra le nostre menti una frazione della mia si è rifugiata nella tua. In quei pochi istanti di sanità, ho desiderato restarti accanto per sempre, la tua abilità me lo ha concesso e in un certo senso l’ho fatto.»
Michelle inarcò un sopracciglio. «Se in tutto questo tempo una parte di lei era con Billy… cioè Elliott, perché non lo ha fermato quando si è rinchiuso nel sonno?»
Gillian le sorrise comprensiva. «Sono solo un minuscolo frammento, non potevo agire sulla sua volontà. Però, quando ha dato sfogo alle sue abilità mentali, ho sfruttato anche io quella capacità. Ho preso la forma della Prima Cacciatrice perché dai ricordi di mio figlio mi è sembrata la personificazione più vicina a qualcuno in grado di guidarlo e proteggerlo e nel limite delle mie possibilità ho portato avanti la mia missione fino a oggi.»
Billy strinse ancora più forte le dita della donna tra le sue. La pelle un po’ grinzosa e le ossa sottili sotto il suo tocco gli sembrarono reali anche in quello strano sogno. «Perché non ti sei mostrata così, nel tuo vero aspetto?»
«Non mi avresti riconosciuta. Nel liberare questa parte di sé che sei tu, Elliott aveva rimosso ogni ricordo della verità.»
«Quindi, quando come Prima Cacciatrice mi hai detto di abbracciare la morte, in realtà intendevi…»
«Di accettare la mia morte» intervenne lei. «Speravo ti aiutasse a ricordare e così intervenire sul sogno di Elliott.»
«Comunque, il suo tentativo ha avuto un effetto positivo» disse Billy. «E aveva ragione: se avesse esercitato i suoi poteri negli anni, avrebbe potuto curarti.»
Gillian scosse la testa rammaricata. «Non c’è nessuna certezza e non credo potesse fare più di quello che hai osservato. È una malattia e Elliott solo un uomo.»
Betty si schiarì la voce. «Cosa c’entriamo noi con tutto questo? Perché ci ha trascinati qui?»
«Come vi ho già detto, volevo che sapeste la verità sulla Prima Cacciatrice e ormai non mi resta energia per mantenere quella forma, con quel poco della mia forza mi accoccolerò nei ricordi di mio figlio» spiegò Gillian. «Ho un’ultima raccomandazione: ritrovatevi. Qualunque dolore stiate affrontando, non escludetevi. Riunirvi è stata una forma di rinascita, farvi incontrare, significava darvi speranza. È così che potete mantenerla viva. Questa è la vera arma contro Oscurità Maggiore.»
La donna sollevò la Falce sopra la testa e la lama dell’ascia brillò.
Betty, Donovan, Michelle e Zec scomparvero.
Billy allungò un mano verso la madre.
Gillian sorrise, sfiorò la punta delle sue dita e si dissolse in luccichio bianco e argento.
La Falce cadde in terra con un clangore.
Billy spalancò gli occhi.
Si mise a sedere quasi sul bordo del letto. Era sveglio. Tastò il materasso in cerca della Falce e non trovandola, abbassò lo sguardo, scorgendola accanto al piede destro, si chinò e la raccolse.
«Grazie, mamma.»
Billy strinse l’arma al petto. Non si sarebbe arreso, avrebbe ricominciato a lottare. E ascoltando il consiglio di sua madre, si sarebbe ripreso tutti i suoi amici.
Adesso era Hart Wyngarde a dover temere lui.
 
 

                                                             Continua…?

lunedì 2 marzo 2026

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 106

Sorge Oscurità Maggiore 31: Il Giorno in cui la Speranza è Morta

 

Billy fissò la Falce abbandonata davanti alla punta della sue scarpe.

Era frastornato. Non riusciva a elaborare il pensiero che fosse successo davvero.
Donovan aveva lasciato il loro gruppo. E anche Betty, senza nemmeno guardarlo in faccia.
Il corpo si mosse da solo, in automatico. Si piegò sulle ginocchia e raccolse l’arma con entrambe le mani.
«Cosa pensi di fare?» domandò Michelle.
La sua voce lo riscosse, riportandolo nell’aula.
«Non lo so» ammise.
Michelle si mordicchiò la punta dell’unghia del pollice sinistro. «Io sì. Devo pensare a un modo per aiutare Dana. È la cosa più importante. Quindi è meglio che anche noi due seguiamo da soli i nostri obbiettivi.»
Billy percepì un peso premere contro il centro del petto. «Allora, è ufficiale. La nostra squadra non esiste più.» La consapevolezza lo faceva star male, era deluso e arrabbiato, ma anche stanco. «Non possiamo ragionarci e provare a rimettere insieme il gruppo?»
«Non adesso. Ognuno di noi deve affrontare i suoi problemi.»
«E quando?»
Michelle si strinse nelle spalle.
«Non accadrà mai» disse Billy rassegnato.
«No. Cioè, non lo so. Per ora è così.» Michelle raccolse lo zaino da terra e se lo sistemò sulla spalla destra. «Ci… vediamo.»
Billy abbassò lo sguardo. Udì i passi della ragazza sul pavimento farsi sempre più lontani fino a essere impercettibili. 
Oscurità Maggiore aveva vinto. Billy si era illuso che fosse solo l’ennesima battaglia persa e l’esito della guerra fosse ancora da stabilire. Si sbagliava. Assumendo l’identità di Hart Wyngarde aveva fatto la mossa decisiva, spaccando in maniera precisa il legame tra lui e i suoi amici.
Afferrò lo zaino dal pavimento e lo aprì facendo scorrere la cerniera lampo. Lasciò cadere all’interno la Falce, che si adagiò tra un libro e un quaderno ad anelli. Richiuse lo zaino e se lo mise in spalla.
Lasciò l’aula multimediale da solo.
 

Billy ritornò nel suo appartamento quando il sole era prossimo al tramonto.

Chiuse meccanicamente la porta con la chiave, si trascinò lungo il soggiorno in penombra ed entrò nella camera da letto.
Il groppo in gola spingeva per far uscire i singhiozzi e lui si sforzò ancora per reprimerlo, come aveva fatto lungo tutto il percorso da scuola fino a casa.
Fece scivolare gli spallacci dello zaino e lo girò, tenendolo sospeso davanti al petto con la mano sinistra. Usò la destra per aprirlo e afferrò la Falce. La estrasse e si liberò del tutto dello zaino, lasciandolo atterrare con un tonfo sordo sul pavimento.
Billy salì a carponi dal fondo del materasso, muovendosi fiacco sulla coperta, fino a raggiungere il cuscino e si distese.
La luce si affievolì oltre i vetri della finestra, coperti da una tenda.
Osservò la Falce accanto a sé. In qualche modo aveva capito che era la manifestazione fisica di parte dei poteri psichici di Elliott Summerson, però era nata dall’unione tra lui e i suoi amici. Anche se si erano già allontanati in passato, quell’arma era rimasta intatta.
Ma sarebbe stato lo stesso anche adesso?
Questa volta la frattura era drastica, Billy lo avvertiva nel profondo, come se quella verità serpeggiasse in ogni muscolo del suo corpo. Riconobbe la stessa sensazione da un rapporto di amicizia spezzato nel passato: con Nicole Racher era stato uguale.
E per le manovre di Hart/Oscurità non avrebbe mai più potuto recuperarlo.
Billy strinse la Falce con entrambe le mani e l’avvicinò al petto, quasi fosse un vecchio peluche da cui ricevere conforto. Stremato, scoppiò a piangere.
Non trattenne i singhiozzi, i singulti gli scuotevano il petto e le guance si bagnarono con le lacrime. Era un senso liberatorio sfogare così quel dolore che lo lacerava dall’interno, eppure era anche angosciato. Come avrebbe superato quel senso di perdita?
Le ombre si allungarono sulla stanza.
Chiuse gli occhi, la mente voleva trascinarlo in altri ricordi di perdita e senso di vuoto, ma lui non voleva andare in quella direzione. I singhiozzi rallentarono, tirò su con il naso. Respirò con frequenza regolare e poi ebbe la sensazione di annegare in un silenzio confortevole.
Avvertì la Falce venire scossa e riaprì di colpo gli occhi.
Billy era in piedi all’ingresso della sua camera e vide se stesso disteso a letto. Stava dormendo e accanto a lui, seduta sul bordo del materasso, c’era la Prima Cacciatrice. Era la sua mano sinistra che aveva stretto la Falce e l’aveva fata scivolare dalla sua presa. 
«È un sogno» disse.
La giovane donna annuì e si alzò dal letto. «Sei pronto.»
«Per cosa?»
«Per comprendere il senso dei frammenti di ricordo che ti legano ad Oscurità Maggiore.» Gli tese la mano libera e compì un passo verso di lui.  «Ti accompagnerò, andiamo.»
Billy avanzò e strinse la mano.
La stanza svanì e lo scrosciare della pioggia li accolse nel cimitero.
«Per prima cosa devi schiarirti l’idea su questo evento» gli disse la Prima Cacciatrice.
Billy guardò la scena come se venisse proiettata sullo schermo della sala di un cinema. Elliott vestito di nero. Fermo in piedi davanti a una buca. Le mani stette intorno a un’urna. «È un funerale.»
«Di chi?»
Girò il viso per guardarla. «Non ne sono sicuro.»
«Il ricordo è mischiato, ma cela un unico significato.» La Prima Cacciatrice avanzò nel sogno e ricordo, tenendogli la mano, lo guidò lungo il cimitero sotto la pioggia che non li bagnava. Sfiorò con il bordo della lama della Falce le altre persone e queste si dissolsero in un sottile alito di fumo bianco. Si bloccò quando furono accanto ad Elliott, davanti alla buca e alla lapide. «Osserva con più attenzione.»
Billy guardò dentro all’apertura scavata nel terreno e scorse una bara in legno scuro. «È il funerale di papà. In questo momento ho deciso che mi sarei preso cura della mamma.»
La Prima Cacciatrice annuì e allungò il braccio in modo che la Falce indicasse la lapide. «Al contempo stiamo rivivendo un’altra cerimonia funebre.»
Billy lasciò che il suo sguardo cadesse sulla pietra con le lettere in rilievo. «Mamma. È il funerale di mia madre, anche se è accaduto anni dopo.» Girò la testa e fissò l’urna tra le mani di Elliott «Qui ho dovuto dirle addio per sempre.»
«In verità, lo hai fatto molto prima.»
La Prima Cacciatrice sollevò la Falce sopra la testa e un bagliore scarlatto si espanse per il cimitero.
Quando si attenuò, si ritrovarono sul retro di un’ambulanza in corsa.
«No, non voglio stare qui!» Billy si divincolò dalla presa sulla sua mano, ma lei non lo lasciò. «Ti prego! Fammi andare via.»
«Shh!» La Prima Cacciatrice mise l’indice sinistro davanti alle labbra, stringendo le altre dita sul manico dell’arma.
Billy deglutì.
«Ascolta» gli ordinò.
Il rantolio soffocato riempì l’ambiente. Era il respiro affaticato di sua madre.
Quasi impercettibile, Billy udì una voce accompagnare quel verso che gli lacerava il cuore e si sporse in avanti.
Elliott era piegato accanto alla donna distesa sulla lettiga. Gli occhi quasi chiusi. Le stringeva la mano e a meno di una spanna dal volto di lei, le parlava.
«Va tutto bene» ripeté Billy, doppiando la voce di Elliott. «Fai piano, un respiro alla volta. Sono qui e puoi andare tranquilla. Poi, ci rivedremo in un sogno.»
La Prima Cacciatrice gli strinse la mano. «Sapevi che un polmone era collassato e la sua malattia impediva all’altro di lavorare per due. La stavi salutando. Qui hai appreso che era un addio.»
Billy si portò una mano alla gola, voleva urlare e piangere, ma dalla sua bocca non uscì nulla. Deglutì e osservò un’ultima volta la scena. Quindi rivolse lo sguardo alla sua compagna in quel viaggio. «Nel momento in cui siamo saliti su questa ambulanza, ho capito che non sarebbe più tornata a casa con me. Eppure continua a farmi male. È un dolore che non mi abbandona.»
La Prima Cacciatrice ricambiò il suo sguardo. «Sarà sempre parte di te. Accettalo. Vivilo. E vai avanti.»
«E se non ne fossi capace?»
«Lo sei, ma hai perso l’elemento essenziale per affrontare questo male ad armi pari.» La donna agitò la Falce davanti a loro.
L’interno dell’ambulanza si sgretolò e i muri di una camera da letto si innalzarono intorno a loro.
Billy la riconobbe subito. «È la camera da letto di Elliott, la mia camera. Ho già sciolto il senso di questo evento.»
«Solo la parte che Oscurità Maggiore voleva ricordassi, ma c’è ne è un’altra.»
Billy fissò Elliott steso a letto e febbricitante. Lo udì ripetere: «Questa volta brucerò e basta», poi indirizzare con gli occhi l’attenzione alla libreria e la costina del volume a fumetti risaltare tra gli altri. Non notò nulla di diverso.
«In questo istante Elliott… io mi sono arreso. Ho ricordato della connessione con il fumetto e il senso di bruciare come una fenice che non risorge. In pratica ho ceduto al mio lato oscuro, decidendo di scatenare il sogno da Bocca dell’Inferno. Cos’altro dovrei trovare?»
«È tutto corretto» disse la Prima Cacciatrice. «Ma ti sei chiesto perché hai fatto questa scelta?»
«Perché poche ore prima avevo avuto conferma della malattia neurodegenerativa di mia mamma.»
«Vai più a fondo.»
Billy si tastò la tempia destra con la mano. «Io… mi sono sentito… sopraffatto. La presa di coscienza di quel male mi ha fatto capire che era qualcosa che non potevo controllare. Non potevo sconfiggerlo.»
«E questo, cosa ti ha fatto perdere?»
Billy alzò la tasta e la fissò negli occhi. «La speranza. Se non potevo salvare mia mamma, non avevo più una ragione per lottare.»
«Proprio come ora.» La Prima Cacciatrice lasciò la presa sulla sua mano e si scostò di pochi passi da lui. «Nella manifestazione di Billy Springday oggi è il giorno in cui la speranza è morta e ora sai quando lo è stato per la versione di te che è Elliott. Però non è tutto perduto.»
La donna sollevò con entrambe le mani la Falce, la fece roteare sopra la testa e un turbinio di luce rosso e grigio si allargò, separandosi in un istante in quatto scintille differenti. Ognuna di esse si allungò in forma umana, assumendo l’aspetto di quattro persone.
Michelle, Zec, Betty e Donovan.
Billy  li guardò sorpreso e confuso.
Loro ricambiarono la sua espressione.
«Cosa sta succedendo?» chiese Betty.
«Come ci hai portato fuori di casa?» domandò Zec.
Billy scosse la tasta. «Non sono stato io.»
La Prima Cacciatrice appoggiò la Falce sul pavimento. «L’ho fatto io. Non siete veramente qui. State dormendo, ma ho dirottato qui la vostra mente tramite il sonno.»
Donovan incrociò le braccia sul petto. «Ti ha detto Billy di farlo?»
«No. C’è una rivelazione di cui dovevate essere testimoni» rispose lei.
Michelle la guardò incerta. «Non potevi farlo di giorno?»
La Prima Cacciatrice sorrise. «Ormai il mio tempo si sta esaurendo.»
Billy fece un passo avanti, ritrovandosi al centro del gruppo di ragazzi. «Cosa significa?»
«Hai compreso tutte le ragioni che hanno spinto Elliott a rifugiarsi nel suo sonno e per rimettere Oscurità Maggiore al suo posto, devi riappropriarti di un’ultima verità. Per farlo, però, io devo abbandonare queste sembianze.» La Prima Cacciatrice si sfregò i palmi sul volto e la pittura bianca le colò dal viso, le treccine scure che raccoglievano i capelli si sciolsero e caddero a terra. I suoi stracci scivolarono lungo il corpo. «Ora sai chi sono in realtà.»
Billy distanziò i compagni e guardandola incredulo, la riconobbe. «Non è possibile… sei Gillian Summerson.»
La donna anziana annuì. «Esatto, ma puoi chiamarmi mamma.»
 

                                                     Continua…?