lunedì 4 febbraio 2019

Darklight Children - Capitolo 89


CAPITOLO 89
Bacio rivelatore



«Mi sembra di essere il protagonista di un film di cospiratori» disse Patrick Molina, guardando intorno a sé le macerie del Portale Mistico lanciare lunghe ombre sul terreno, mentre il sole si apprestava a tramontare.
«La segretezza è necessaria» rispose Angelo Moser, passandogli una busta marrone, prelevata da sotto la giacca. «E in un certo senso, c’è una cospirazione in atto. È chiaro che il C.E.N.T.R.O. ha più segreti di quanti immaginassimo.»
Patrick afferrò la busta. «Cosa intendi dire? È successo qualcos’altro?»
«Mi ha telefonato Leonardo, c’è stato un nuovo blackout mnemonico che lo riguarda e mi ha accennato che c’è lo zampino di Kaspar. Dovremmo incontrarci tra poco e spiegare bene i dettagli.»
«Allora è meglio che mi sbrighi ad andarmene. Non voglio che i ragazzi mi trovino qui e rischiare di agitarli finché non ci avrò capito qualcosa.» Patrick sollevò poi la busta nuovamente. «C’è tutto quello che hai trovato?»
Angelo annuì. «Come ti avevo promesso: il dossier dell’Ordine che ho salvato dalla furia di Sara. Non è molto, ma spero che ti sia di aiuto e soprattutto che qualsiasi cosa ti leghi a quell’uomo, appartenga a un passato morto e sepolto.»
Patrick lo salutò, uscì attraverso il passaggio segreto tra le protezioni in alluminio e le sbarre della cancellata che solo il gruppo di ragazzi conosceva, oltre  a loro due. Si incamminò sulla strada verso casa, stringendo la busta al petto.
Le parole di Angelo lo avevano messo in agitazione, venire a patti con la verità aveva incominciato a fargli sempre più spesso quell’effetto.

Patrick infilzò con la forchetta una delle ali di pollo fritto che aveva riscaldato in forno.  Scostò il piatto di lato e con la mano destra adagiò il dossier sulla busta sopra il tavolo.
Una cena veloce era la soluzione migliore per calmare il brontolio dello stomaco e contemporaneamente la curiosità della sua mente.
Stando ben attento a non ungere i fogli, Patrick aprì il fascicolo. La piccola fotografia quadrata in alto a sinistra sul primo foglio raffigurava un uomo dai lineamenti più giovani rispetto a quelli che aveva disegnato, ma si trattava senza dubbio della stessa persona.
«Hans Strom» lesse a voce alta. Scorse velocemente i dati personali dell’uomo e si dedicò alla descrizione delle sue abilità. Era etichettato come un telepate, un mezzo demone dalle grandi capacità psichiche di cui erano state accertate la lettura e manipolazione del pensiero. Nelle note particolari veniva evidenziata una predisposizione al comando e innate doti di leadership.
Patrick girò la pagina e trovò una biografia di Hans stilata dall’Ordine.

Hans Strom entrò in contatto con membri dell’Ordine all’età di quattordici anni. Sembrava a suo agio nel aver trovato persone in grado di capire e accettare il suo dono. La procedura prevedeva che l’Ordine avvicinasse i genitori del ragazzo per proporre di affidare loro il giovane, così che potessero istruirlo all’uso delle sue capacità, rendere meno doloroso il suo sviluppo all’interno della società e ricondurlo poi alla famiglia.
Hans diede subito prova di essere un mezzo demone già esperto nell’utilizzo dei suoi poteri: convinse mentalmente i genitori a dargli il permesso di seguire i membri dell’Ordine senza che questi avessero avuto la possibilità di parlare con i due adulti.
Fu principalmente questa la ragione per cui i membri Anziani accettarono questa infrazione senza intervenire: il ragazzo poteva essere pericoloso e andava educato con precisione e attenzione.    
Hans Strom fu un vero e proprio ragazzo prodigio, la sua padronanza sul proprio dono cresceva di pari passo alla sua istruzione scolastica e mostrò uno spiccato interesse anche nella storia dell’Ordine e delle origini dei mezzo demoni. Superata la maggiore età, si dedicò completamente agli studi per diventare membro dell’Ordine e ne entrò a far parte nel giro di pochi mesi, risultandone il più giovane a essere accettato tra i nostri ranghi.
Hans era anche il primo mezzo demone della sua generazione a non cercare a tutti i costi di reintegrarsi nella società umana, preferendo invece continuare a lavorare per l’Ordine e accompagnando spesso i suoi colleghi più esperti nella ricerca di altri mezzo demoni.
In quegli stessi anni mostrò anche un principio di dissenso verso la politica dell’Ordine: più volte fu ripreso mentre tentava di promuovere (durante le lezioni con i mezzo demoni che gli erano stati affidati) la sua teoria che il loro compito fosse quello di combattere, di tornare agli antichi doveri degli antenati e rompere il Sigillo che separava il nostro mondo da quello dei demoni per sterminarli. 
Nonostante venne allontanato dalla ricerca e dal conseguente insegnamento ai mezzo demoni, Hans non perse interesse nella sua causa. Le precauzioni prese dai membri anziani per ricordargli i voti a cui aveva fatto giuramento quando si era unito all’Ordine, non servirono a impedire due tragici eventi che furono il prologo alla decisione di espulsione di Hans e allo scisma dei membri dell’Ordine che ne derivò.

Patrick girò il terzo foglio e scoprì con delusione che non c’era altro materiale da consultare. Risistemò il dossier nella busta e provò un moto di frustrazione. Non aveva ricevuto abbastanza risposte e anche se dubitava che nella parte mancante del fascicolo ci fossero informazioni su Hans durante i suoi anni al C.E.N.T.R.O. , si domandò cosa potesse aver fatto di tanto orribile da farlo cacciare dall’Ordine.
Immerso nelle sue congetture, sobbalzò sulla sedia udendo il suono del campanello di casa. Andò ad aprire e si ritrovò davanti Sara.
«So che è un brutto orario, ma avrei bisogno di parlarti» gli disse, abbozzando un sorriso.
«Vieni, entra.» Patrick la portò in salone e cercò di nascondere in fretta il piatto con i suoi avanzi.
«Stavi cenando…» Sara si morse il labbro inferiore. «Scusa, ti ho disturbato.»
«Non preoccuparti. Pensavo che fossi anche tu da Angelo Moser. Oggi ci siano visti e mi ha detto che aspettava tuo fratello.» Patrick coprì il piatto con il tovagliolo e fece segno alla sua ospite di sedersi.
Sara si accomodò sul divano e prese dalla tasca dei jeans un foglio piegato a metà. «Leonardo voleva che andassi con lui, ma preferisco parlarne con te.» Porse il foglio all’altro e continuò. «Kaspar De Santi ha fatto una proposta a tutto il gruppo: se accettiamo uno stage al C.E.N.T.R.O. , in cambio lui annullerà i continui vuoti di memoria su mio fratello.»
Patrick esaminò il modulo. «Questa richiesta è legale?»
Sara annuì. «È stampato su carta intestata della scuola e Kaspar ci ha promesso dei crediti extra per gli esami e non poteva farlo senza l’autorizzazione del preside.»
Lui la guardò in volto. «Sei venuta a chiedermi un consiglio? Dalla tua espressione mi sembra che tu abbia già scelto.»
«Sì, ovviamente accetterò. Non posso lasciare mio fratello nei guai.» Sara abbassò momentaneamente lo sguardo e strinse tra le dita il tessuto dei pantaloni. Alzò poi di colpo la testa e disse: «Vorrei che tu venissi con noi.»
«Non credo sia una buona idea.»
«Oh… » lo guardò sorpresa. «Pensavo che sfruttando la tua amicizia con Kaspar potessi trovare…»
«No» la interruppe. «Non mi sono spiegato. Non è una buona idea che tu vada al C.E.N.T.R.O.  Anzi nessuno di voi dovrebbe andare. Non è un luogo sicuro.»
«Mi sembrava che la pensassi diversamente qualche mese fa.»
«La situazione è cambiata.» Patrick era combattuto. Voleva raccontarle le sue scoperte per metterla in guardia, ma temeva che rivelare il suo passato potesse anche allontanarla. «Devi fidarti di me. State lontani da quell’istituto, so quello che dico.»
Sara lo scrutò preoccupata. «Mi stai nascondendo qualcosa. Quelli del C.E.N.T.R.O. ti hanno minacciato?»
Patrick scosse la testa. «Non si tratta di questo, ma ho le mie ragioni.»
«Se non vuoi dirmele, deve essere comunque grave.»
Patrick intuì che era meglio dirle la verità. O una parte di essa. «Ricordi la settimana scorsa, quando quella ragazza mi ha colpito? Non so spiegarti come, ma la sua arma ha sbloccato i miei ricordi sulla vita prima del coma.»
«È meraviglioso» esultò Sara. «Non era quello che desideravi?»
«Sì, il problema è che si tratta solo di piccoli flash, frammenti sconnessi che devo ancora comprendere. Tra questi, però, c’è un ricordo legato a uno strano rito svolto su di me da strane persone nel C.E.N.T.R.O. È tutto ancora confuso, ma qualsiasi cosa volessero farmi, ho la sensazione che non fosse piacevole.»
Sara rimase in silenzio. Pur guardandola, Patrick non riuscì a indovinare i suoi pensieri. «Non volevo spaventarti.»
«Non sono spaventata» gli rispose. «Non giudicarmi male, ma sono contenta che ti preoccupi per me… voglio dire per noi... anche se so che è perché ti senti in dovere verso mio zio Fulvio.»
«Non è solo per quello» ammise Patrick. «Tengo molto a te, più di quanto credi.»
«Intendi noi, tutto il gruppo...»
«No.» Patrick sospirò. «So che non dovrei, ma provo qualcosa per te. È per questo che sono venuto ogni sera quando eri di pattuglia ai resti del negozio e ti sto chiedendo di rivalutare la tua idea di accettare il ricatto di Kaspar.»
«Ma mesi fa… quando sono venuta da te… mi hai fatto capire che avevo frainteso.»
Patrick si sentì in colpa. «Era il momento sbagliato. Non volevo essere la tua vendetta su Yuri e Sabrina e tu eri vulnerabile, non era giusto approfittarne.»
Sara scivolò vicino a lui. Gli prese il volo tra le mani e lo baciò sulle labbra. Patrick non provò neanche a resistere all’impulso di non assecondarla. Si lasciò andare, l’attirò a sé e la baciò con desiderio per pochi istanti. Si staccò poi dolcemente da lei.
«Mi dispiace» le sussurrò.
«Non devi. Lo volevo anche io.» Sara arrossì. «Erano mesi che sper…»
Si zittì di colpo.
Patrick la guardò turbato.
«Tutto a posto? Sei sbiancata.»
«È Leonardo… ha appena urlato nella mia testa.»

                                         
                                                           Continua…

lunedì 21 gennaio 2019

Darklight Children - Capitolo 88


CAPITOLO 88
Tutte le strade portano al C.E.N.T.R.O.



Seduta sul sedile del passeggero nell’auto di Yuri, Sabrina continuava a rigirarsi tra le mani il modulo d’iscrizione dello stage al C.E.N.T.R.O. «Abbiamo solo due giorni di tempo. Lunedì dovremmo dare una risposta. È assurdo!»
«È assurdo che non abbiamo pensato fin da subito ci fosse lui dietro tutto questo» rispose Yuri, stringendo le dita intorno al volante. «Kaspar ha sempre avuto l’intenzione di portarci nella sua struttura di addestramento per mezzo demoni.»
«Perché ci ha lasciati andare via dopo il mio aborto? Leonardo era già in mano sua e avrebbero potuto trattenere anche me.»
«Un rapimento di gruppo avrebbe attirato troppa attenzione e non è di certo nel loro stile.»
«Un ricatto invece lo è?»
Yuri scrollò le spalle.
«A ogni modo non abbiamo molta scelta» continuò Sabrina. «Non possiamo lasciare Leonardo in questa situazione e dubito che Kaspar sistemerà l’incantesimo se mancherà qualcuno di noi.»
Yuri si girò a guardarla. «Quindi, hai già deciso?»
Sabrina annuì.
«E lo fai solo per aiutare il tuo amico? Il discorso di settimana scorsa sul cercare delle risposte sul bambino, non c’entra niente?»
Sabrina sapeva che avrebbero finito con il parlarne di nuovo. C’era però un particolare che Yuri ignorava, glielo aveva taciuto e non poteva più nasconderlo. «In effetti la mia scelta ha a che fare anche con la nostra conversazione, ma non per quello che pensi tu. Appena ci siamo allontanati dal C.E.N.T.R.O. ho sentito una voce nella testa che mi chiamava “mamma”.»
Lui spinse il piede sul freno e fece arrestare di colpo l’auto. Erano a pochi metri da casa di Sabrina e per fortuna stava già iniziando le manovre per il parcheggio.
«Perché hai aspettato tanto per dirmelo?» le urlò contro, strabuzzando gli occhi. «Ci eravamo ripromessi di parlare di tutto.»
«L’ho fatto. Solo con un po’ di ritardo. E comunque non è questo il punto.» Lo fissò con aria di sfida. «Mi credi?»
Yuri spalancò la bocca e poi la chiuse subito, scuotendo la testa. «È qualcosa di impossibile. Eri a soli due mesi di gravidanza. Il feto non era ancora minimamente sviluppato. Come puoi pensare che possa averti mandato un richiamo mentale?»
«Lo sapevo, non mi credi.»
«Andiamo Sabrina, ragiona. È oltre il limite dell’accettabile. Persino per i nostri standard!»
«Perché? Stiamo parlando di un istituto che si occupa di mezzo demoni da anni. Chissà quali esperimenti possono aver fatto sul mio…»
L’espressione di Yuri mutò. Passò dallo sbalordimento alla confusione. «Stai cercando di dirmi che… il nostro bambino… non è morto?»
Sabrina spostò lo sguardo e tornò a fissare il modulo. «Non ne sono sicura e voglio scoprirlo.»
Yuri mosse la leva delle marce e sistemò l’auto in un parcheggio decente. «Ci devo pensare, ma se sarete tutti d’accordo ad andare, non mi tirerò indietro.»
«Grazie.» Sabrina lo baciò sulla guancia e scese dal mezzo. «Ci sentiamo domani.»
Yuri annuì, rimise in moto e partì.
Sabrina lo osservò sparire all’orizzonte. Conoscendolo, doveva compiere uno sforzo enorme per accettare e subire la decisione di qualcun altro e per un momento aveva avuto l’impressione di sentirlo distante. Era chiaro che aveva già superato la morte del loro bambino. Per lei però era diverso. Nella sua mente e nel suo cuore persisteva la sensazione che ci fosse ancora una possibilità.
Si avviò verso il portone e, mentre frugava in tasca per pescare il mazzo di chiavi, un uomo uscì e lo tenne aperto per farla entrare.
«Grazie» disse, squadrandolo da capo a piedi. Era alto, con i capelli castani e una barba buffa che dalle basette gli arrivava intorno alle labbra, dandogli l’aspetto di un aristocratico del diciottesimo secolo, come venivano raffigurati nei dipinti. Non lo aveva mai visto nel palazzo e una persona tanto particolare l’avrebbe di certo notata.
Lui ricambiò il suo lungo sguardo. «Sei Sabrina Corti?»
«Sì» rispose sorpresa.
«Il mio nome è Hans Strom» fece lui sorridendo. «Speravo di incontrarti».
«Ci conosciamo?» 
«Purtroppo no. Ma conto di rimediare presto.» Hans le indicò il modulo che teneva in mano. «È un buon istituto e una buona proposta. Dovresti coglierla al volo.»
Sabrina riportò gli occhi sul foglio. Alzò la testa e vide l’uomo allontanarsi. «Aspetti, conosce il C.E.N.T.R.O.? Perché pensa sia una buona proposta per me?»
«Vieni e lo scoprirai» rispose Hans senza voltarsi.
Sabrina s’innervosì. Sentendosi minacciata, ricorse alla telecinesi e bloccò il cammino del suo interlocutore, immobilizzandolo.
«Voglio delle risposte adesso. Chi è lei e cosa sa di me?»
«Fai le domande giuste, ma alla persona sbagliata.» La voce di Hans era calma. Non era allarmato dallo strano fenomeno che lo aveva colpito. «Chiedilo a tua madre e per favore, usa la telecinesi per ragioni più valide.»
Sabrina lo rilasciò all’istante. Sentirlo nominare il suo potere ad alta voce, le sembrò come essere sorpresa a rubare. L’uomo proseguì tranquillo per la sua strada e lei si fiondò all’interno del palazzo. Salì gli scalini due a due, non era certa, ma a quell’ora sua madre poteva essere ancora in casa. Quell’uomo forse le aveva fatto del male, forse era un altro modo del C.E.N.T.R.O. per intimidirli. Ispezionò le quattro chiavi del mazzo e infilò quella dell’appartamento nella serratura della porta.
«Mamma! Mamma!» urlò spalancandola e richiudendola alle sue spalle. S’inserì nella sala da pranzo, cercando un indizio che ci fosse stato uno scontro tra la donna e Hans.
«Ciao tesoro» disse all’improvviso Miranda Corti, sbucando dalla sua camera da letto. Notò subito l’aria trafelata della figlia «È tutto a posto?»
«È venuto qualcuno poco fa in casa? Un uomo?»
Miranda si irrigidì. «L’hai incontrato. Ti ha infastidito?»
Sabrina scosse la testa. «No, sto bene. Cosa voleva?»  
«Niente che ti riguardi.»
«Sa chi sono. Io invece non ho idea di chi sia lui e mi ha detto di chiederlo a te.» Appoggiò chiavi e modulo sul tavolo e si avvicinò alla madre. «Chi è Hans Strom?» 
«Ti ho detto che non ti riguarda» rispose secca. «Devi solo stargli lontano e se lo incroci di nuovo cambia strada. Non devi nominarlo, né avvicinarlo.»
«Perché? Ti ha minacciata?» domandò preoccupata.
«No.»
«Allora spiegami. Cosa…»
«Il discorso è chiuso» la interruppe la madre. «Devo finire di prepararmi, tra poco inizia il mio turno al ristorante.» Tornò in camera e sbatté la porta.
Sabrina avanzò, decisa a usare i suoi poteri per non essere esclusa dalla discussione. Poi si fermò. Andò verso il tavolo e lasciò cadere lo zaino su una sedia. Prese una penna blu infilata in un quaderno e iniziò a compilare il modulo per lo stage al C.E.N.T.R.O.
Non aveva bisogno di sua madre per scoprire quali segreti le nascondeva. Avrebbe trovato le sue risposte da sola.

Sporto in avanti, con il mento appoggiato sulle braccia incrociate sul volante, Yuri osservava l’imponente edificio del C.E.N.T.R.O. che si stagliava oltre il parabrezza.
Se l’era presa con Sabrina quando lo aveva obbligato a guidare fin lì e ora ci era andato di sua volontà. Non se ne spiegava il motivo, eppure si era sentito attratto da quel luogo.
Buttò un’occhiata al modulo abbandonato sul sedile accanto.
«Comincio a credere che non ci libereremo mai di Kaspar e del suo C.E.N.T.R.O.»
In parte sentiva che era colpa sua. Mesi prima aveva scelto lui di portare nell’istituto Sabrina e anche se era servito a ritrovare Leonardo, con quella decisione pensava di aver condannato tutti. 
C’era qualcosa di angosciante oltre quelle mura, era una sensazione che non aveva avvertito la prima volta che ci era entrato, ma si era insinuata in lui fin dal primo istante in cui aveva messo piede fuori.
Ripensò alle ultime parole di Sabrina pochi minuti prima. Temeva che la morte del figlio le avesse lasciato una cicatrice più profonda del previsto e stesse perdendo il senso della realtà. Era anche vero che nessuno più di loro poteva facilmente accettare l’impossibile.
«Sei davvero là dentro?» domandò in un sussurro.
Nessuna risposta. Silenzio assoluto.
Yuri sorrise. Ovviamente aspettarsi “sì” era da pazzi. Poi divenne di colpo serio. Una voce riecheggiò nella sua testa. Confusa e debole, pronunciò un’unica, chiara parola.
Papà.


                                               Continua…

lunedì 7 gennaio 2019

Darklight Children - Capitolo 87


CAPITOLO 87
Il ricatto di Kaspar



Leonardo fissò l’espressione algebrica scritta alla lavagna. Il compito finale di matematica si avvicinava e la spiegazione che la professoressa stava dando era – per sua stessa ammissione – essenziale per la riuscita del test, ma pur sapendolo, non riusciva a rimanere concentrato.
La settimana era stata tranquilla. Nessuno si era dimenticato di lui, non c’erano stati altri attacchi da ragazzi con poteri, però non riusciva a rilassarsi per dedicarsi completamente alla sua vita scolastica. Si guardò intorno, sicuro che presto qualcuno avrebbe messo in dubbio la sua esistenza.
I suoi compagni non lo degnarono di uno sguardo.
È un buon segno. O un cattivo segno pensò. Doveva fare una prova. Alzò il braccio per chiedere il permesso di andare in bagno.
La professoressa sembrò non notarlo.
«Professoressa» la richiamò Leonardo per attirare la sua attenzione.
«Cosa?» La donna si girò verso di lui e rimase perplessa. «Scusa, tu chi sei?»
Leonardo abbassò lentamente il braccio. «Sono Martini. Leonardo Martini» rispose con voce flebile. Stava succedendo di nuovo. Istintivamente cercò tra i compagni Davide e Sabrina, che si erano girati di colpo a fissarlo.
La professoressa esaminò il registro. «Non c’è nessun Martini in questa classe tra i miei studenti. Non è uno scherzo divertente.»
Leonardo scrutò di nuovo gli altri ragazzi, ora intenti a fissarlo confusi. Neanche loro sapevano chi fosse. Allontanò con violenza la sedia dal banco e corse fuori dalla classe. Si fermò a metà corridoio, guardò indietro e vide il braccio della donna che richiudeva la porta, ovattando così il brusio che si era diffuso nell’aula.
S’infilò la mano sinistra tra i capelli e la pelle ai lati della schiena si inumidì di sudore. «E adesso? Cosa faccio?» Nel panico il respirò divenne affannoso.
La porta dell’aula si aprì di nuovo. Davide uscì porgendogli la sua giacca e lo zaino. «Non farti venire un attacco isterico» gli disse vedendolo sbiancare e inspirare grandi boccate d’aria. «Avevamo previsto che potesse accadere di nuovo.»
«Ma non abbiamo stabilito che cosa fare!»
«Vai da Kaspar De Santi» rispose Davide.
«E se non mi riconosce?»
«Sarà la prova che lui e il C.E.N.T.R.O. non c’entrano niente con questa storia. A quel punto esci da scuola e aspettaci in cortile.»
Leonardo sistemò lo zaino in spalla e piegò la giacca sotto il braccio destro. «E se invece è colpevole?»
«Scopri cosa vuole, ma non fare niente. Ci vediamo comunque fuori per discuterne con gli altri.» Davide tornò verso l’aula e rientrò.
Leonardo s’incamminò nel corridoio, l’eco dei suoi passi come unico compagno durante il tragitto. Salì la rampa che portava al piano dell’ufficio del consulente ripetendosi Pensa positivo. Pensa Positivo. Pensa positivo e stringendosi l’avambraccio destro con forza tale da stritolarlo.
Si fermò davanti all’ingresso dell’ufficio e trasse un lungo respiro. Chiuse la mano a pugno per bussare, ma si fermò a mezz’aria. All’interno Kaspar stava conversando con qualcuno.
«Certo, può stare tranquillo direttore Strom.» La voce di Kaspar aveva un tono reverenziale. «Ho valutato ogni possibile rischio ed è la scelta migliore.»
«Mi fido del tuo giudizio, ma sai quanto questo progetto mi stia a cuore» rispose il signor Strom. «Possiamo definirla, in un certo senso, una questione personale.»
Leonardo non riconobbe la voce dell’altro uomo. Strom non era il cognome del preside e neanche del suo vice. Eppure lo aveva chiamato direttore.
«Lo comprendo. Non ci saranno errori» ribadì Kaspar.
«Allora, aspetto notizie.»
Leonardo udì il rumore di sedie che venivano spostate, così si allontanò dalla porta, giusto un istante prima che venisse aperta. Il signor Strom uscì, era un uomo alto con i capelli castano chiaro e la barba che partiva dalle lunghe basette fino a coprire le labbra carnose. I suoi occhi marroni incontrarono per una frazione di secondo quelli di Leonardo e poi proseguì per la sua strada.
Il ragazzo ritornò sull’uscio e bussò alla porta aperta.
Kaspar alzò la testa dalla scrivania e disse: «Prego, entra pure.»
Non lo aveva chiamato per nome o cognome. Scoraggiato, avanzò e prese posto sulla sedia davanti alla scrivania.
«Cosa posso fare per te?» domandò Kaspar.
«Io… » iniziò Leonardo, non sapendo in realtà cosa dire. Se non lo riconosceva, doveva parlare per metafora, se invece si ricordava di lui, avrebbe potuto andare dritto al sodo. «Ho un problema.»
«Ok. Altrimenti non saresti qui. Che tipo di problema?»
Leonardo rimase a scrutarlo in silenzio. «È  personale. E complicato.»
«Ho capito.» Kaspar si alzò e andò a chiudere la porta. Ritornò quindi al suo posto e disse: «Nessuno ci ascolterà. Ora puoi parlare liberamente, Leonardo.»
«Mi riconosce» esclamò.
«È ovvio. Non dovrei?»
«Ultimamente le persone hanno dei vuoti di memoria. Tendono a dimenticare momentaneamente che esisto e pochi minuti fa è successo alla professoressa di matematica e ai miei compagni.»
«Dunque, si tratta di questo» rispose composto Kaspar. «Supponevo che potesse accadere qualcosa del genere.»
«Davvero?» domandò Leonardo sorpreso.
«Come vi avevo già anticipato, l’incantesimo della memoria è molto delicato. Bisogna utilizzarlo con cura. Se non si presta attenzione, possono esserci conseguenze di questo genere, soprattutto se a usarlo sono giovani inesperti come voi.»
«Il signor Moser era con noi quando abbiamo ripristinato i ricordi» replicò seccato. «E ci ha spiegato che non è stato un nostro errore, ma qualcuno che è intervenuto per creare di proposito questo problema.»
Kaspar lo guardò senza ribattere. Il ragazzo ricambiò lo sguardo, mentre cresceva nella sua mente il sospetto che quell’uomo non fosse del tutto sincero.
«So cosa stai pensando: forse sono proprio io quel qualcuno» gli disse con un sorriso enigmatico.
«Sa chi sono, quindi se non è vittima anche lei di queste “amnesie”. Può essere la persona che le ha causate.»
«Forse. E in quel caso, sarei anche l’unico che può sistemare questa faccenda definitivamente.»
«In modo che tutti si ricordino per sempre chi sono?»
«Esatto» disse Kaspar. «Solo chi ha lasciato aperto l’incantesimo, può richiuderlo.»  
Leonardo appoggiò la giacca al bracciolo e lo zaino accanto alla gamba della sedia. Ormai aveva pochi dubbi che il responsabile fosse un altro, avrebbe potuto smascherarlo, ma ricordò la raccomandazione di Davide.
«Che cosa vuole?» domandò. «Se dovessi rivolgermi a lei per risolvere il mio problema, cosa dovrei darle in cambio?»
Kaspar sorrise di nuovo, in maniera più divertita. «Sei un ragazzo sveglio.» Aprì un cassetto alla sua sinistra e posò sei moduli sulla scrivania. «Non sarà niente di doloroso. Anzi, ci guadagneremo tutti.»

Davide afferrò Sara per un braccio, mentre attraversava l’atrio con Naoko, in mezzo ad altri studenti.
Notando Sabrina e Yuri appoggiati al muro, la ragazza chiese: «È successo qualcosa a Leonardo?»
«Un altro blackout collettivo di memoria» rispose Davide. «Nessuno in classe sapeva chi fosse, a parte me e Sabrina.»
«Dov’è lui?» domandò Naoko.
«Ci aspetta fuori» fece lui. «È andato a parlare con il consulente.»
«Muoviamoci» li esortò Sara.
Raggiunsero i due compagni e tutti e cinque si avviarono verso l’uscita.  Osservarono i giovani in cortile e individuarono Leonardo appoggiato alla cancellata in un angolo appartato, con le mani nelle tasche della giacca.
Lui li vide a sua volta avvicinarsi, evitando i ragazzi che proseguivano per lasciare l’edificio scolastico.
«Stai bene? Ti ha fatto del male?» domandò apprensiva Sara.
«No, sto bene» le rispose.  
«Come è andata? Ti ha riconosciuto?» domandò Sabrina.
Leonardo annuì «Mi sembrava di essere una delle protagoniste di Pretty Little Liars che cerca di scoprire se ha di fronte A.»
«Che vuol dire? A volte non ti seguo quando fai riferimenti a serie tv» disse Yuri.
Naoko sospirò «Sapeva chi era. Quindi ha ammesso di essere stato lui.»
«Non apertamente, ma me lo ha fatto intendere» replicò. «E ovviamente per togliermi da questo casino vuole qualcosa da noi.»
«Da tutti noi?» ripeté Davide. «Non ce l’ha solo con te?»
«No. Riguarda tutti e sei.» Leonardo fece scivolare una spallina dello zaino e inserì una mano nella fessura aperta della cerniera, estrasse sei fogli di carta e li distribuì uno ciascuno agli amici. «È un modulo da compilare per uno stage, dovremmo frequentarlo due pomeriggi a settimana fino alla fine della scuola e ci darà dei crediti extra.»
Sara lo guardò perplessa. «Un po’ strano come ricatto.»
«Non sembra tanto male»  ammise Yuri. «Tutto torna normale e noi otteniamo dei crediti in più per gli esami finali. Non vedo problemi.»
Naoko terminò di controllare il modulo. «Lo avete letto fino in fondo? È chiaro dov’è il suo tornaconto.»
«Lo stage non sarà a scuola» spiegò Leonardo, prima che anche gli altri lo scoprissero da soli. «Dovremmo farlo al C.E.N.T.R.O.»

                                                    Continua…

lunedì 10 dicembre 2018

Darklight Children - Capitolo 86


CAPITOLO 86
Fine primo round


Leonardo si fermò a pochi passi dal portone del palazzo. «E se non mi riconosce? Cosa farò? Dove andrò? Non posso passare il resto della vita da Davide.»
Sara sospirò. «Rilassati e pensa positivo. Magari chi c’è l’ha con te si è già stancato.»
Leonardo arricciò il naso esasperato. Era chiaro che sua sorella non prendesse sul serio la faccenda perché non si trovava al suo posto. «Non è così facile. Non lo è mai.»
«Non puoi saperlo. E in ogni caso ci inventeremo qualcosa.» Sara lo prese per mano.  «Non ti lascerò solo.»
Leonardo si fece coraggio e proseguì dietro di lei fin dentro al palazzo, davanti alla porta di casa.
«Fai parlare me»gli disse, infilando la chiave nella serratura e spingendo la porta. «Ehi! C’è nessuno?» domandò prima di chiudere la porta dietro di loro.
«Sono in cucina» rispose la madre.
Leonardo trattenne un gemito. Scoprì di provare u nuovo tipo di terrore: quello di non poter più vivere con la tua famiglia perché per loro non esistevi. Poi, incoraggiato da Sara, proseguì in corridoio e insieme raggiunsero la donna.
Grazia Martini alzò la testa dalla rivista che stava sfogliando e li guardò con aria neutrale.
«È tutto a posto?» domandò Sara.
«Sì, perché?» fece Grazia.
Leonardo continuò a fissarla, aspettandosi da un momento all’altro di venir trattato come un estraneo. 
Sara scrollò le spalle. «Niente. Sei qui, tutta sola, è quasi ora di pranzo…»
«Papà è fuori per delle commissioni, ma sarà qui a breve e andremo a mangiare al ristornate, come avevamo deciso.»
Sara annuì. Si voltò verso di lui e gli indicò di seguirla. Si girarono entrambi, diretti verso la camera della ragazza.
«Aspetta, non hai niente da dirmi?» li fermò Grazia.
«Cosa dovrei…» iniziò Sara.
«Non tu. Lui.»
Leonardo andò nel panico. Cosa doveva dire? Come doveva comportarsi? Deglutì a fatica. «Ehm… io…»
«So che hai diciotto anni e vuoi la tua indipendenza, ma abbiamo stabilito delle regole» disse Grazia. Il suo volto sia addolcì e Leonardo vide con sollievo che la preoccupazione dei suoi tratti lasciò spazio alla comprensione. «Se rimani a dormire da un amico, devi avvertirmi prima. D’accordo, Leonardo?»
Ricordava il suo nome. Si ricordava di lui in generale. Per la gioia le schioccò un bacio sulla guancia. «Hai ragione. Scusami, mamma.»
Grazia sorrise a sua volta. «Perdonato.»

Il C.E.N.T.R.O. era immerso nel completo silenzio, per Marcus non era una novità.
Sgattaiolò fuori dalla sua stanza, si avvicinò alla terza porta dopo la sua e bussò tre volte. L’uscio si aprì e Samuele mise fuori la testa.
Marcus annuì e Samuele uscì dalla camera. Chiuse la porta senza fare rumore e lo seguì lungo il corridoio. Imboccarono la rampa di scale che portava al piano sottostante.
Marcus fece segno al compagno di rimanere fermo, si schiacciarono con la schiena contro il muro per pochi secondi, poi si sporse lievemente in avanti. Osservò con circospezione e constatò che la strada era libera. Prese Samuele per la manica della felpa e se lo tirò dietro, camminando a passo spedito fino alla porta al centro del nuovo corridoio. La spalancò e spinse all’interno il ragazzo più giovane di lui. Per l’ultima volta controllò all’esterno di non essere stato visto e la chiuse alle sue spalle.
«Finalmente! Ce ne avete messo di tempo per arrivare» lo accolse la voce pungente di Jonathan.
Marcus si girò di scatto, colto di sorpresa. Il ragazzo biondo era seduto comodamente su una delle poltroncine girevoli, ricoperte di tessuto rosso. Aveva una posizione rilassata e lo guardava con aria di sfida, ma da tempo Marcus sapeva come non cadere nei suoi tentativi di provocarlo.
Al suo fianco, su un’altra poltroncina, Erica era stretta al braccio destro di Jonathan, i lunghi capelli rossi per metà appoggiati sulla spalla di lui. Marcus la guardò, cercando di nascondere la sua disapprovazione: quella ragazza non si preoccupava di essere inopportuna, si strusciava addosso al compagno come una gatta in calore.
«Siamo in perfetto orario» rispose poi con tono fermo e sicuro. «Tu piuttosto, come mai sei già qui? Credevo ci volessi impiegare di più.»
«Non ne valeva la pena» disse Jonathan sorridendo. «Ho colto i due Alpha di sorpresa e mi sono divertito nel vederli nel panico. Ma poi la cosa si è fatta noiosa.»
Marcus sogghignò, mostrando i denti bianchi che risaltavano sulla sua pelle scura. «Hanno scoperto la tua illusione. Non sei durato molto.» Non resistette all’occasione di sottolineare la sua sconfitta.
«Sicuramente più di voi.»
«A ogni modo, se ci sei riuscito è anche merito mio. Uno dei miei pipistrelli ti ha fornito l’informazione giusta. E poi prenditela con Erica» ribatté. «È lei che ha attaccato l’umano.»
«Non sappiamo se è veramente umano. E comunque l’ho fatto per proteggere Samuele» replicò la ragazza, facendo le fusa.
«È vero» s’intromise Samuele, sedendosi a poca di stanza da loro, intorno al lungo tavolo di finto legno. «Temo che mi abbia riconosciuto.»
«Non preoccuparti» lo tranquillizzò Jonathan. «Non è colpa tua. Non è colpa di nessuno. E abbiamo avuto la conferma che cercavamo.»
«Davvero?» domandò Marcus sorpreso, non seguiva il suo ragionamento, o lui non li aveva messi al corrente dei suoi reali piani.
Jonathan gli indicò di prendere posto. «Certo. Ho avuto la prova che gli Alpha non sono più potenti di noi. Anzi a dirla tutta non sono preparati ad affrontarci.»   
Marcus si accomodò su una poltroncina dalla parte del lato di Erica, in modo da poter vedere Jonathan diritto negli occhi «E ti è bastato un solo breve tentativo per accertarlo?»
«Sì. Loro agiscono d’istinto, noi siamo stati addestrati. Potranno essere i nostri progenitori, ma siamo noi quelli con l’esperienza.»
La porta si aprì dall’esterno. Una donna con i capelli castani raccolti in una coda di  cavallo e un tailleur scuro comparve sulla soglia. «L’esperienza per che cosa, di preciso?»
«Professoressa Cluster» esclamò Samuele, balzando in piedi e imitato all’istante da loro tre.
Marcus si morse il labbro. Non farsi scoprire da lei era il primo obiettivo e lo avevano fallito in pieno.
«Ti ho fatto una domanda, Jonathan» disse Clara Cluster con sguardo torvo.
Jonathan riassunse il suo sguardo accattivante e la sua aria affascinante. «Niente di pericoloso. Eravamo solo curiosi di vedere con i nostri occhi i famosi Alpha.»
Il volto della donna rimase impassibile. «E loro hanno visto voi?»
«Sì» rispose Marcus, prima che potesse farlo uno degli altri. Mentirle era una pazzia e non voleva finire nei guai per l’orgoglio di Jonathan ed Erica.
Clara Cluster entrò nella sala conferenze con passo deciso. Si fermò al lato più vicino del tavolo e incrociò le braccia sul petto. «Vi ho scelti per la squadra speciale personalmente. Qualsiasi azione compite, giusta o sbagliata, ne sono responsabile. Sono io che vi ho dato dei privilegi, come poter uscire dal C.E.N.T.R.O. , confidando che non faceste sciocchezze di questo genere.»
«Ma noi…» tentò di ribattere Jonathan.
«Non ho finito» lo interruppe Clara. «Come dicevo, avete dei privilegi e come ve li ho dati, posso revocarli.» Si girò poi verso di lui. «Quanti Alpha vi hanno visto?»
Marcus mantenne l’aria seria. «Due delle ragazze hanno visto me, Samuele ed Erica.  E forse due dei ragazzi hanno visto Jonathan.»
«Forse?» ripeté Clara, rivolta ora a Jonathan.
«Sono sicuro al novanta per cento che non mi abbiano visto. Li ho osservati di nascosto e poi sono scappato quando ho avuto il dubbio che si fossero accorti di me» rispose prontamente il ragazzo.
Clara rimase in silenzio per un minuto a scrutarli. «Andate nelle vostre stanze e non uscite fino all’ora di cena. Degli eventuali danni mi occuperò io.»
Marcus si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. Le passarono davanti, Jonathan a testa alta; Erica dietro di lui, senza incrociare lo sguardo; Samuele con la testa chinata in basso; infine lui spingendolo gentilmente con una mano sulla schiena. 
Una volta all’esterno della sala, i suoi compagni procedettero verso le loro stanze, ma Marcus si attardò, appoggiato al muro. Voleva essere sicuro di non dover incappare in future punizioni a sorpresa. Origliando, udì la donna comporre un numero sul cellulare.
«Pronto Kaspar? Sono io. C’è stato un piccolo imprevisto. No, l’operazione è ancora al sicuro, ma credo che dovrai giocarti quell’asso prima del previsto. Grazie. Sapevo di poter contare su di te.»

«Perché vuoi andare lì?» le domandò Yuri al volante della sua auto.
«Non ci voglio andare, voglio solo passarci vicino» rispose Sabrina sospirando, seduta nel posto del passeggero. «Abbastanza per dare un’occhiata.»
«Cosa speri di vedere?»
Sabrina era infastidita da quel terzo grado. «Non lo so… perché fai tante storie?»
Yuri corrugò la fronte. «Il signor Moser ci ha detto di stare lontani dal C.E.N.T.R.O. e io sono d’accordo con lui.»
«Non entreremo nell’istituto. Ho solo bisogno di schiarirmi le idee. Di capire.»
«Che cosa?»
«Mi sono venuti dei dubbi. Spiegazioni che nessuno mi ha dato. Ho parlato con Leonardo del bambino e pens…»
«Perché?» la interruppe. «Avevamo deciso di non farne più parola.»
«Tu lo hai deciso» ribadì secca lei.
«Credevo fossi d’accordo.»
Sabrina sospirò di nuovo. «Perché non possiamo affrontare l’argomento senza litigare?»
«Non stiamo litigando» replicò Yuri, alzando la voce.
«A me sembra di sì: stai urlando!»
Yuri rimase in silenzio, fissando la strada oltre il vetro del parabrezza. Svoltò al primo incrocio e sbucò in una via adiacente la strada che portava al C.E.N.T.R.O.
«Ti va bene qui?» le domandò.
 Sabrina si scostò i capelli biondo miele dietro l’orecchio e sbirciò fuori dal finestrino. Da dove si trovavano riusciva a vedere perfettamente l’edificio che ospitava l’istituto e se avesse voluto, avrebbe potuto raggiungerlo in una trentina di passi. «Sì. Perfetto.»
«E adesso?»
 Lei non rispose. Non sapeva cosa dire. I ricordi dell’aborto le avevano risvegliato qualcosa dentro, una volontà inspiegabile di tornare al C.E.N.T.R.O. e cercare informazioni. Una specie di istinto materno a metà.
«È per questo che non voglio più pensare a quello che è successo. Per la tua espressione, vedo la tua sofferenza e non posso fare niente per cambiarla.»
«Non ho mai preteso una cosa del genere.» Sabrina si girò a guardarlo. «Però ho bisogno che affrontiamo questa… non so neanche io come definirla, ma ho bisogno che lo facciamo insieme.»
«Non possiamo tornare indietro, non possiamo cambiare il passato.»
«Ma ignorarlo non è una soluzione» rispose Sabrina. «Abbiamo bisogno che ci aiutino a capire come evitare che riaccada, sapere se c’è un modo per poter evitare di concepire demoni.»
«Usare un contraccettivo sarebbe già un inizio.»
«Non riesci proprio a prendere questa questione seriamente? O ti arrabbi o devi fare delle battute.»
Yuri le accarezzò il volto. «Scherzavo perché ti preoccupi troppo. Hai ragione, in futuro potrebbe diventare un problema, ma non dobbiamo pensarci adesso. Quando vorremo avere figli, ci informeremo e faremo tutte le ricerche del caso.»
«E se gli unici a poterci aiutare dovessero essere i responsabili del C.E.N.T.R.O.?»
«Verremo qui a chiedere aiuto.» Yuri le baciò la guancia. «Fino ad allora però promettimi che cercherai di stare tranquilla.»
«D’accordo.» Si sporse in avanti e lo baciò sulle labbra. «Voglio solo poter essere libera di parlarti di tutto.»
«Ed è così.» Yuri girò la chiave nell’accensione e riavviò il motore. «Ti riporto a casa, o vuoi restare qui ancora un po’?»
«No.» Sabrina lanciò un ultimo sguardo al C.E.N.T.R.O. «Possiamo andare.»
Yuri ingranò la retromarcia e imboccò la strada.
Si allontanarono lentamente e nella mente di Sabrina risuonò una voce. Sgranò gli occhi, mentre con un tono indefinibile la chiamava.
Mamma.

                                               
                                                Continua…