lunedì 21 agosto 2017

Darklight Children - Capitolo 46


CAPITOLO 46
Mutazione imprevista

 

Gabriel Asti saltò la cancellata che circondava Villa Asti, gettandosi all’interno del giardino come un animale in fuga.
Spalancò la porta d’ingresso ed entrò, camminò incurvato in avanti, a quattro zampe come una bestia. Andò diritto in bagno, riprese la posizione eretta e accendendo la luce, guardò con orrore il suo volto riflesso nello specchio dell’armadietto dei medicinali.
Non si era ancora abituato alla deformazione. La sua testa si era allargata per far posto ai nuovi organi comparsi: le corna da ariete che gli partivano dalle tempie; le zanne acuminate, spuntate in aggiunta nel mezzo del normale numero di denti; le squame dure e verde duro, che sostituivano la sua pelle curata; gli occhi gli sembravano più piccoli, ma avevano mantenuto il colore naturale. 
«Maledizione» ringhiò, pulendosi il sangue rappreso ai lati della bocca con il dorso squamoso della mano tozza, e anche la voce che uscì fu diversa dal solito. Non più un tono suadente, ma un suono gutturale. Quella mutazione inaspettata era avvenuta rapidamente, quasi due mesi prima, poco dopo che il Ritus era stato ridotto in cenere.
Gabriel si era nascosto in casa, non facendosi vedere  neanche dai suoi coinquilini Luciano e Miki, ma da un mese e mezzo quel problema non si era più posto. I due erano scomparsi senza lasciare traccia e andarli a cercare si trovava all’ultimo posto nella sua lista delle priorità. Aveva altri problemi di cui occuparsi. Da quando si era trasformato in quel mostro, era posseduto da una fame incontrollabile. Aveva ucciso quasi tutti i volatili che giravano nei dintorni e dopo ogni caccia e pasto, non riusciva a sentirsi sazio.
Per quel motivo quella sera, approfittando del buio che celava in parte il suo nuovo aspetto, era uscito a cacciare, tornando in città nello stesso parco dove aveva aggredito un uomo, dovendosi però accontentare del suo cane come spuntino. Di nuovo non era stato fortunato. Anche stavolta aveva trovato solo una paio di gatti randagi, senza esserne soddisfatto.
Gabriel scagliò un pugno contro il vetro dello specchio con la mano destra, anch’essa squamata, provvista di artigli scuri. «Perché mi hai fatto questo DiKann? Mi punisci per aver perso il tuo dannato libro?» domandò alla sua immagine frammentata.
Come le decine di volte precedenti, non ricevette alcuna riposta. Qualcosa però si agitò nella sua mente. C’era un luogo in cui poteva andare per avere delle risposte. Avrebbe dovuto pensarci già da tempo, ma la sua parte bestiale aveva sempre preso il sopravvento.
«Un negozio di magia è il luogo ideale per trovare la spiegazione alla mia trasformazione in demone» disse sogghignando e il riflesso frantumato nello specchio assunse un espressione ancora più grottesca.

Angelo Moser appoggiò svogliatamente i gomiti sulla superficie del bancone del suo negozio di magia, il Portale Mistico. E come ogni sera era deserto. In realtà lo era pure durante il giorno, ma in realtà non era la mancanza di clienti a preoccuparlo.
Purtroppo non tutti i piani vanno a buon fine pensò Angelo. Uno dei ragazzi che era stato inviato a controllare e guidare era morto e da quel giorno nessuno dei suoi compagni si era più fatto vedere nel negozio. Ogni giorno lo teneva aperto fino a tarda sera, non tanto per incrementare gli affari, ma illudendosi e sperando che almeno uno di loro facesse capolino dalla porta.
Rassegnato, Angelo guardò l’orologio al polso. «Anche oggi è stato del tutto inutile.» Si spostò dal bancone e andò verso l’entrata. Girò il cartello su CHIUSO e si diresse sulla destra per spegnere l’interruttore centrale delle luci.
Al buio, illuminato solo dal tenue bagliore dei lampioni all’esterno, sentì un rumore provenire dal cancello che circondava l’edificio. Mise le dita sulla maniglia, ma qualcosa di fulmineo spalancò la porta. Gli piombò addosso e lo fece cadere a terra sulla schiena. 
«Non fare scherzi» gli intimò una figura massiccia, quasi sdraiata sopra di lui.
Angelo annusò controvoglia il suo alito. Puzzava di rancido e carne morta. Mentre la sua voce gli parve troppo cavernosa per essere di un semplice essere umano. «Cosa sei?»
«Quello che sembro.»
L’uomo strizzò gli occhi e gli parve di vedere un colorito verdastro dipingere l’intero corpo della creatura. Scorse anche un paio di corna e bava luccicante impigliata tra le sue zanne. «Un demone.»
«Sì. E tu devi farmi tornare normale.»
«Non capisco cosa intendi.»
Il demone lo sollevò di peso dal pavimento e lo sbatté contro il bancone. «Non fare giochetti. Hai un sacco di roba qua dentro. Dammi qualcosa che mi faccia tornare uomo!»
Angelo intuì cosa intendeva, ma non riuscì a credere al suo stesso pensiero. Per accertarsene doveva avere più luce. «Illuminae Solarae» gridò.
L’oscurità cessò all’istante e una luce bianca e accecante si diffuse in tutto il locale.
La creatura balzò all’indietro, lasciandolo libero. Prima che si coprisse gli occhi, lui riuscì a riconoscere il suo sguardo. Era quello di un essere umano. O meglio, di chi lo era stato fino a poco tempo prima.
«Ormai è troppo tardi» gli disse. «Giunto a questo stadio, per te è impossibile tornare indietro. Il tuo cambiamento è irreversibile.»
«Non è vero!» urlo il demone, rimanendo sempre indietro e con il braccio ricoperto di squame a coprirgli in parte il volto. «Ho già subito mutazioni. Una volta sono morto in questo posto e DiKann mi ha resuscitato. Ci deve essere una soluzione anche a questo!»
«Tu sei morto qui? Allora eri uno degli uomini della setta. Lavoravi per Oliver Barbieri.»
A sentire quel nome la bestia ruggì e si scagliò in avanti per aggredirlo. Lui fu più veloce. Gridò: «Diniegos» e l’essere fu sbattuto violentemente all’indietro, colpendo una libreria e rovesciando il contenuto dei suoi scaffali sul corpo non più umano. «Non sto mentendo. Ma quell’uomo da solo non poteva ridurti così. Cosa ti è successo?»
Il demone non gli rispose, si scansò da dosso libri, candele e ninnoli, saltò in avanti e cercò di assalirlo di nuovo. Prima che potesse afferrarlo, Angelo si mise la mano sinistra sugli occhi e disse: «Lux.»
La luce si intensificò, diffondendo calore nella stanza, tanto che rivoli di fumo si alzarono dalle squame del demone. Confuso, accecato e spaventato, si lanciò verso la porta e scompari nel buio della sera.
«Eclissae» disse l’uomo e il negozio sprofondò di nuovo nel buio. Avanzò lentamente verso la porta e si accertò che non ci fossero altre sorprese lì intorno. Era stato fortunato a riuscire a metterlo in fuga, soprattutto perché non era preparato ad affrontare niente del genere. «Se Oliver Barbieri era in grado di tramutare gli uomini in demoni, ha ottenuto quel potere da DiKann. Solo demoni antichi come lui possono permettere metamorfosi di quel tipo. Mi chiedo quanti di loro sono in giro per la città.»
Nel silenzio che lo circondava, Angelo temé che avrebbe scoperto fin troppo presto la risposta.

Per la seconda volta in quella serata, Gabriel si ritrovò a tornare a casa infuriato per il fallimento. Il proprietario del negozio di magia si era già dimostrato un avversario pericoloso in passato, ma era convinto che la sua nuova situazione, gli desse un notevole vantaggio.
Superò con un unico salto il cancello della sua villetta e non appena planò sull’erba sentì che c’era qualcosa di diverso. Il suo olfatto era potenziato dopo la trasformazione e negli ultimi tempi lo guidava e gli forniva informazioni importanti, prima che potessero farlo gli altri sensi.
Gabriel annusò una seconda volta, l’aria, inspirando lento e capì di non essere solo. Un intruso si era intrufolato nella sua proprietà. Era un odore strano, non gli ricordava niente che conosceva, ma era ancora affamato e non gli importava: aveva la possibilità di non andare a letto a stomaco vuoto.
Si mise a quattro zampe e proseguì seguendo la scia di quell’odore. Spinse la porta d’ingresso e questa si aprì senza fare alcun rumore. Ormai non chiudeva più a chiave, non temeva nessuno, erano gli altri a dover aver paura di ritrovarsi soli con lui. Attraversò il corridoio al buio, scoprendo di non aver bisogno di accendere le luci: un altro effetto di quando era la parte animale a prendere il comando. I suoi occhi lo guidavano con sicurezza nell’oscurità, come una naturale vista a infrarossi
Gabriel andò sicuro in cucina e si fermò sull’uscio. Il frigorifero vuoto era sprovvisto dello sportello, lo aveva sradicato in uno dei suoi primi eccessi d’ira per la mancanza di cibo, la luce interna dell’elettrodomestico illuminava debolmente la stanza, rivelando l’aspetto del misterioso sconosciuto.
Una creatura simile a lui ma con squame blu e un paio di corna nere a punta, lo fissava con la bocca allargata in quello che poteva sembrare un sorriso. «Finalmente, sei tornato. È da un po’ che ti aspetto.»
«Chi sei?» ringhiò Gabriel digrignando i denti.
«Per te sarò un maestro.»
Infastidito dalla mancanza di informazioni dello sconosciuto, Gabriel reagì come faceva sempre di recente. Si lanciò verso il suo ospite non invitato, pronto a morderlo come una qualsiasi altra preda.
L’altro demone lo afferrò all’istante per il collo, con la sola mano destra e lo gettò contro il muro. «A quanto vedo sei ancora nella fase “istinto animale”.»
« Che vuoi? Chi sei?» chiese, mentre cercava di rimettersi in piedi.
«Ricominciamo da capo.» L’altro demone gli si avvicinò e parlò lentamente, come se stesse spiegando qualcosa di complicato a un bambino. «Non sono un tuo nemico. Sono stato mandato qui per aiutarti. A insegnarti a gestire questa tua nuova… be’ chiamala come preferisci.» Uscì dalla cucina obbligandolo a seguirlo.
Gabriel entrò in salotto dietro di lui, fremendo per la rabbia. «Hai almeno un nome?»
«Ne ho avuti molti» rispose, sedendosi comodamente sul divano. «Quando ero umano mi chiamavo Carlo e a dirla tutta è così che mi hai conosciuto. Facevo parte anche io della setta del professor Barbieri.»
Gabriel lo squadrò attentamente rimanendo in piedi di fronte  a lui. «Non mi ricordo di te.»
«Ti rinfresco la memoria» disse, sporgendosi in avanti. «Non ero uno dei preferiti del nostro capo. Svolgevo i lavoretti che mi dava, ma ero solo uno dei tanti. L’ultimo incarico che mi affidò fu di prelevare uno dei gemelli dalla camera di ospedale in cui era stata ricoverata. Barbieri non aveva spiegato molto del suo piano a me e al mio compagno, ci disse solo che dovevamo metterla in una situazione di pericolo per testare una sua teoria. Così, quando ha cercato di scappare dalla macchina su cui l’avevamo caricata, ho pensato di alzare un po’ il tiro. Purtroppo suo fratello comparve all’improvviso e dopo che lo vidi, ebbi solo il tempo di rendermi conto che non ero più sulla Terra.»
Gabriel sgranò gli occhi. Un minuscolo ingranaggio si era mosso nella sua memoria. «Ora ho capito chi sei: quello che il ragazzo ha fatto sparire. Il tuo compagno continuava a blaterarlo, quando è tornato alla base. Neanche Oliver Barbieri sapeva dove ti avesse spedito il moccioso e a giudicare dal tuo aspetto, non deve essere un bel posto.»
«Dipende dai punti di vista. In ogni caso mi ha mandato dove ho potuto imparare molto. Sono finito nel regno di DiKann, il Primo Inferno, e lì mi è successo in pochi istanti quello che a te è accaduto nel corso di mesi. Il demone impiantato dentro di me è emerso, e grazie alle energie di quel reame, sono riuscito a controllare e a sfruttare la mia nuova forma in breve tempo.» 
«Se è vero Carlo, perché sei ricomparso solo adesso?»
«Il nostro Signore sperava che fossi tu a portare a termine il suo piano. Ha aspettato pazientemente, ma quando ha saputo che avevi fallito e perso il controllo, mi ha inviato perché ti istruissi e ti aiutassi a finire il lavoro. E ora mi chiamo Carovus. È questo il mio nome nella nuova identità di demone. Dovresti sceglierne uno nuovo anche tu, posso darti dei consigli.»
«Comincia con spiegarmi come e perché mi sono trasformato in un demone» ruggì Gabriel, pronto a saltargli alla gola, anche per mettere in chiaro che non accettava di essere retrocesso dal ruolo di comandante.
«Ogni cosa a suo tempo» rispose Carovus, guardandolo con superiorità. «Prima dobbiamo ritrovare tutti quei poveretti che sono nella tua situazione: inconsapevoli del grande cambiamento che stanno vivendo. Dobbiamo radunarli e prepararli per la liberazione di Re DiKann. E per farlo, devo iniziare a con l’insegnarti a gestire il tuo nuovo lato animale.»
Gabriel tento di placare l’ira e cercò di incrociare a fatica le braccia davanti al petto. «E di preciso cosa intendi fare?»
Carovus mostrò un ghigno, non diverso dal suo. «Ti insegnerò come diventare da preda a predatore. Dopodiché, passeremo dalla teoria alla pratica e andremo a caccia dei ragazzini che ti hanno creato tanti problemi. E ce ne sbarazzeremo.»
L’idea di un massacro placò Gabriel e gli fece tornare il buon umore.

 

                                                              Continua…

lunedì 7 agosto 2017

Darklight Children - Capitolo 45


CAPITOLO 45
Senza pace di giorno e di notte

 

Il profumo dell’erba appena tagliata si insinuò delicatamente nelle sue narici. Sara  era a piedi nudi e camminava tranquillamente mano nella mano con suo fratello Leonardo.
Si trovavano in un immenso campo di girasoli, tutti in fila uno accanto all’altro, con i lunghi gambi che dondolavano sotto la carezza della brezza leggera. Il centro del fiore cambiava lentamente tonalità, quando si avvicinava ai petali larghi e gialli, passando da un verde scuro fino ad arrivare a un’arancione tenue.
I fili d’erba radi e sottili, solleticavano la pelle delle piante dei piedi di Sara. «Dove stiamo andando?»
«È una sorpresa» le rispose Leonardo.
«Dammi almeno un indizio.»
«Ci siamo quasi.»
Un telo a quadretti rossi e bianchi era steso sul terreno, circondato dai fiori colorati e con sopra un cestino di vimini beige. Una serie di contenitori bianchi con il coperchio trasparente erano disposti in ordine sparso in mezzo al telo, e accanto a ognuno c’era una forchetta di plastica.
«Ti piace? È da un sacco di tempo che non facciamo un pic-nic, io e te da soli» Leonardo allargò il braccio sinistro per mostrale la sua opera.
«Non ricordo di averne mai fatti insieme.»
«Su, accomodati» la sollecitò, porgendole la mano destra. La fece sedere sul telo e si inginocchiò. Estrasse poi dal cesto una coppia di bicchieri dal collo fine e una bottiglia di vino bianco. Esercitò una leggera pressione sul tappo e lo sollevò, versò il contenuto in un bicchiere dalla pancia e lo consegnò a sua sorella.
«Da quando hai iniziato a bere vino?» domandò stupita.
«Non saprei… ma la vita è troppo breve e ho deciso di provare prima che sia troppo tardi.» Si versò mezzo bicchiere a sua volta e lo alzò verso il cielo sereno, per brindare. «A noi due! Destinati a essere gemelli inseparabili.»
Sara avvicinò il suo bicchiere, facendolo tintinnare. Lo portò alla bocca e bevve un sorso. Fissò rapita per pochi secondi le bollicine che salivano in superficie, poi posò nuovamente lo sguardo su Leonardo e ne rimase sconvolta.
Il ragazzo stringeva il suo bicchiere nella mano sinistra, mentre con la destra si tamponava una ferita sanguinante in pieno petto. I rivoli di sangue correvano come fiumi in piena, attraversavano il suo busto e scendevano lungo le cosce, dando origine  a piccoli affluenti che terminavano sui piedi.
«Cosa ti succede?» urlò allarmata.
Lui la guardò dritta in volto, puntò l’indice della mano macchiata verso lei e con rassegnazione, disse: «Tu.»
Sara abbassò lo sguardo e scoprì di stare stringendo un pugnale con la lama sporca di sangue, nella mano in cui poco prima reggeva il vino. «No, non è vero!»
Il sangue non accennava a fermarsi e il suo fluire s’ingrossò, raggiunse il telo imbandito e fagocitò ogni oggetto, come le onde rubino di un mare in tempesta.
Sara si alzò terrorizzata, mentre i petali dei girasoli diventavano fiamme alte e minacciose, che consumavano l’ambiente circostante. Corse verso Leonardo, ma lui si accasciò al suolo e la sua figura divenne evanescente, fino a scomparire tra il fumo dell’incendio.

Seduta sul pavimento con la schiena contro il muro, Sara spalancò gli occhi guardando con attenzione il luogo in cui si trovava. Si era rifugiata nel magazzino del Full Moon, da poco fatto ristrutturare dai genitori di Yuri, dopo che il loro scontro l’aveva danneggiato.
Nessuno sapeva la verità su quell’incidente e  si trovava in quel luogo per una sola ragione: era l’ultimo in cui aveva visto suo fratello.
Si morse il labbro inferiore per non ricominciare a piangere. Era una reazione inevitabile, ogni volta che tornava con il pensiero a lui. Le prime lacrime iniziarono comunque a inumidirle gli occhi. Fissò il muro ritinteggiato di fronte a sé, dandosi della stupida e scorse una strana figura. La visuale era appannata, i contorni erano fugaci, ma la sagoma che si delineò in pochi secondi, le era familiare. Spalancò la bocca incredula. Leonardo era a mezz’aria, a pochi centimetri da lei.
«S…Sara...» sussurrò la figura.
D’istinto Sara si coprì gli occhi con le mani. Le lacrime sgorgarono sulle guance e urlò:  «No! Non ce la faccio!» Non riusciva più a sopportare gli scherzi della sua mente, da un mese e mezzo il rimorso la tormentava accompagnato da illusioni e allucinazioni simili.
«Basta!» Allontanò lentamente le mani dagli occhi e scoprì che, come era logico,  non c’era nessun altro, era completamente sola. «D’ora in avanti, sarò sempre sola» si disse. Si rese conto di essere stata una privilegiata, perché fin da quando era nata era stata affiancata a qualcuno, ma adesso poteva contare unicamente su se stessa. La forza per andare avanti, doveva trovarla dentro sé.
Non poteva neanche incolpare qualcuno. Era stata una sua scelta tagliare fuori tutti gli altri da quel dolore e ora doveva accettare le conseguenze. Quando la situazione si faceva pesante, però si rifugiava sempre lì, scoprendo di non aver ancora imparato a convivere con quel dolore.
Sara si strofinò gli occhi e attribuì l’incubo, e anche quella visione, alle continue notti insonni in cui si rigirava nel letto senza sosta. Si rimise in piedi e i capelli neri le ricaddero sulle spalle. In realtà c’era qualcuno con cui poteva condividere la sua angoscia, anche se non ne aveva tanta voglia. Gli unici che erano stati responsabili di quella decisione insieme a lei e che la stavano aspettando davanti all’entrata del Full Moon.
Si tastò un’ultima volta il viso, per essere certa che non ci fosse più traccia delle lacrime. Trasse un lungo sospiro e chiuse gli occhi. La brezza del teletrasporto l’avvolse e scomparve dal magazzino.

Sabrina notò Yuri solo davanti all’ingresso del Full Moon. È la mia occasione per parlargli pensò. Velocizzò il passo per raggiungerlo, appena gli fu accanto, disse: «Sei in anticipo anche tu?»
Yuri si voltò. «Uh… sì.»
«Gli altri arriveranno sicuramente tra poco. Non c’è mai l’occasione per restare soli e vorrei parlarti in privato» disse tutto d’un fiato, prima che potesse interromperla, come era successo negli ultimi tempi. «Dopo che siamo stati insieme… non abbiamo avuto il tempo di discutere della nostra situazione.»
«La nostra situazione?» ripeté aggrottando la fronte.
«Sai cosa intendo. Con tutto quello che è successo dopo, non abbiamo avuto modo di parlarne apertamente, ma immagino che tra di noi sia cambiato qualcosa.»
Yuri la fissò interdetto. «Non voglio offenderti e nemmeno darti un’idea sbagliata. Devi aver frainteso quello che è accaduto. Credo che il modo migliore per definire quello che c’è stato tra di noi, sia “un momento di debolezza”.»
«Come? Ma io pensavo che…»
«Davo per scontato che fossi d’accordo con me di non pensarci più» la interruppe. «Eravamo sconvolti e ci siamo consolati a vicenda.
Sabrina non riuscì a trattenere la rabbia. «Tutto qui? Mi stai dicendo che è stata solo una sc…»
«Ehi ragazzi! Siete già qui» Davide comparve, avanzando verso di loro. Si accorse poi delle loro facce imbarazzate e aggiunse: «Ho interrotto qualcosa?»
«No, niente» rispose Yuri.
Il ragazzo si allontanò e seguendolo con lo sguardo, Sabrina vide che Sara era appena comparsa dal nulla e lui le stava andando incontro.  
«Manca solo Naoko. Andiamo dentro ad aspettarla. Qui fa troppo freddo.» Yuri fece un cenno con il capo a lei e Davide ed entrò con Sara nel Full Moon.
Sabrina li fissò sentendo di essere sul punto di scoppiare, ma non voleva correre il rischio di attivare i suoi poteri telecinetici e fare un disastro. Strinse i pugni e si calmò, per quanto le era possibile. Avanzò verso l’entrata e scorse Davide alzare le spalle con noncuranza e seguirla.
Si diressero sicuri verso l’ultimo tavolo in fondo al locale, che da un mese e mezzo era diventato la loro postazione abituale. Rimasero in silenzio per diversi minuti, ognuno assorto nei propri pensieri. Sabrina non riuscì a non fissare Sara e Yuri: la tensione tra loro sembrava svanita.
«Per quanto andremo avanti così?» domandò all’improvviso Davide.
Tutti e tre si voltarono verso di lui.
«Cosa intendi?» chiese Sara.
«Questa storia di ritrovarci qui, ogni settimana per la riunione commemorativa» rispose, mimando due virgolette nell’aria con le dita. «Abbiamo provato a tenere questa cosa tra di noi. Non parlarne con altri però non sembra funzionare.»
«E cosa vorresti fare?» chiese Sabrina.
«Potremmo annullare quell’incantesimo.» E puntò lo sguardo su Sara
«No. Questa è l’unica soluzione per non dover dare spiegazioni. E poi così nessun altro dovrà soffrire» rispose lei. «Non torneremo indietro.»
Davide sbuffò. «Sei peggio di un disco rotto. Se non ne parliamo con qualcuno all’infuori del gruppo, finiremo con l’impazzire.»
«Basta. Lasciala in pace» s’intromise Yuri. «Questa è la nostra decisione. Discussione chiusa.»
Sabrina lo fissò infuriata. «Ha deciso solo lei» gli ricordò. «La nostra opinione non le importava.»
Sara le rispose con la voce carica di  rancore. «E tu eri la migliore amica di mio fratello? Tra tutti dovresti essere quella che capisce il perché della mai decisione.»
«Ragazze non è il caso di litigare tra di noi» disse Yuri.
Sabrina notò, però, che lo sguardo di rimprovero era solo per lei.
«Visto? Non riusciamo a gestire questa storia» replicò Davide.
«Dovremo imparare alla svelta a farlo perché abbiamo problemi più gravi.»  Naoko si sporse sul tavolo, annunciando il suo arrivo e fece segno a Yuri di spostarsi un po’ per farle posto. Prese una sedia dal tavolo vicino, aprì il quotidiano che reggeva sotto il braccio e lo passò agli altri. «Andate a pagina quindici. Il trafiletto in basso a sinistra.»
Yuri aprì il giornale tra lui e Sara, Sabrina si avvicinò, imitata da Davide, e lesse ad alata voce: «“Strane aggressioni alla periferia della città. Un uomo a passeggio con il suo cane afferma di essere stato aggredito, intorno alle ore venti, nel parco vicino alla sua abitazione da un essere mostruoso e bestiale simile a un demone. L’uomo è riuscito a fuggire all’aggressione e ha dato l’allarme tramite il cellulare. Quando sono arrivati  i soccorsi e li ha condotti sul luogo, hanno trovato l’animale dell’uomo ridotto a una carcassa esangue.”» Si interruppe e disse: «È orribile.»
Sabrina scattò in piedi. Scostò velocemente Davide e si gettò oltre il tavolo. «Spostati. Devo andare in bagno.» Si coprì la bocca con entrambe le mani e corse verso la toilette del locale. Preoccupata dall’ennesimo conato di vomito in pochi giorni.

«Cosa le prende? È debole di stomaco?» commentò Davide.
Sara lanciò uno sguardo a Sabrina che entrava in bagno e poi riportò gli occhi su  Naoko. «Che cosa a che fare questa storia con noi?»
«Nel resto dell’articolo, la vittima descrive l’assalitore dicendo che al posto della pelle aveva le squame e un paio di corna di ariete, che gli partivano dalle tempie» spiegò. «È chiaro che ha incontrato davvero un demone e noi sappiamo che questi esseri sono esistiti realmente nel passato. Siamo gli unici in grado di trovarlo e impedire che faccia altre vittime.»
«Perché proprio noi?» domandò Yuri
«Nessun altro ha i nostri poteri. Le persone normali non sanno come difendersi» rispose. «E inoltre è meglio che siamo noi a trovarlo, prima che sia lui a trovare noi.»
Sara era riluttante all’idea di dover ancora avere a che fare con quella storia che aveva sconvolto le loro vite, ma non riuscì darle torto.
 

                                                                       Continua…

 

lunedì 31 luglio 2017

Darklight Children... il ritorno!


Ebbene sì, mie care lettrici e cari lettori, l’annuncio di oggi riguarda un (spero) gradito ritorno qui sul blog.
Chi mi segue dal principio sa che il blog è nato con la serializzazione – pubblicazione cioè a puntate – di Darklight Children – Gemelli per Destino, e se mi seguite da allora, saprete anche che la storia non si concludeva con quel volume, ma proseguiva con dei sequel. Con la decisione di provare la via dell’autopubblicazione, o self-publishing se preferite, però ogni puntata di Darklight Children è stata rimossa dal blog… fino ad ora.
Esatto, a partire da questo momento (giorno più, giorno meno) riproporrò i capitoli della serie successivi a quello uscito in formato ebook. Ovviamente potrebbero esserci delle modifiche rispetto alla pubblicazione originale qui sul blog di qualche anno fa, per cui la scelta è vostra: se li avete già letti potrete tornare o meno a seconda di quanto avete voglia di rileggerli, se invece è la prima volta, be’ mi auguro che vi appassionino. La prima differenza che posso già anticiparvi è che la pubblicazione qui sul blog non partirà con il “capitolo 1”, ma con il numero consecutivo all’ultimo capitolo dell’ebook.
Come ultima precisazione vi informo, vecchi e nuovi lettori, che se volete sapere come inizia la storia dovrete comprare l’ebook DARKLIGHT CHILDREN – Gemelli per Destino in vendita in tutte le librerie online a soli 1,99 euro.
Quella parte di storia non verrà riproposta qui sul blog. Secondo logica vi consiglio l’acquisto per avere un quadro chiaro e preciso, ed evitarvi anche eventuali anticipazioni e rivelazioni sulla trama, ma se volte iniziare dal proseguo, liberi di farlo.
Direi che è tutto.
Vi aspetto a (ri)leggermi tra qualche giorno!

lunedì 26 giugno 2017

Risveglio della Strega - Una storia de LA CONGREGA: Puntata 6


In piedi in prima fila, nella sala dell’albergo affittata per la cerimonia nuziale, Amanda cercava di trovare aspetti positivi nella giornata, ma l’unico che le venne in mente era l’aver potuto scegliersi da sola l’abito da damigella. Sua madre l’aveva obbligata già al suo precedente matrimonio a svolgere quel ruolo, infagottandola in un abito lungo fino sotto al ginocchio con orrende stampe floreali.
Questa volta aveva potuto indossare un semplice vestito di velluto viola, lungo abbastanza da coprirle le ginocchia, ma non tanto da sembrare una pronta a prendere i voti per entrare in convento, e un golfino blu aperto.
Si guardò intorno, ma non riconobbe nessuno. O meglio, c’erano volti familiari, ma non qualcuno con cui avrebbe potuto scambiare due parole durante il ricevimento. D’altra parte non poteva meravigliarsi, quello era l’ennesimo giorno di gloria di sua madre.    
Alzò il viso e a pochi passi davanti a lei, osservò Josh Newman nel suo smoking nero, che parlava con l’uomo che avrebbe officiato il matrimonio. Le sembrò emozionato, probabilmente davvero innamorato e inconsapevole che non sarebbe durato a lungo.
Amanda non voleva dare credito ai pettegolezzi e alle scommesse sul nuovo matrimonio di sua madre, ma gli eventi seguiti ai precedenti l’avevano fatta riflettere. Quello con suo padre era finito all’improvviso: avevano divorziato e non c’era stato modo di farsi spiegare la motivazione; il secondo, con David Benson, a mente fredda le era sembrato più una sfida: il voler conquistare l’uomo di un’altra e poi una volta raggiunto l’obiettivo, rendersi conto che non aveva più alcun interesse; e ora toccava a Josh: aveva avuto una ex-fidanzata di lunga data, prima di incontrare sua madre, una strana coincidenza.
La marcia nuziale registrata partì dagli amplificatori della sala, il segnale per Amanda di andare a posizionarsi sul lato sinistro, pronta ad accogliere la sposa come sua damigella. Avanzò e si fermò a pochi centimetri dalla composizione di fiori, circondata da candele che forniva da ornamento per la postazione degli sposi. Un’altra identica era posta di fronte e delimitava la distanza tra lei, l’officiante e lo sposo con il suo testimone.
Sua madre fece la sua entrata trionfale. Avvolta in un nuovo vestito bianco, anche se era al terzo matrimonio,  procedeva a tesa alta, senza velo e reggendo un bouquet di rose rosa. Tutti gli invitati si alzarono dalle sedie pieghevoli e si voltarono a guardarla. Lei sembrò provare piacere di quegli sguardi.
Amanda la fissò e per la prima volta le parve di essere in presenza di un’estranea. Nella donna che le si avvicinava, non riconobbe sua madre, con cui aveva riso, pianto e si era confidata. E quel che era peggio, non voleva esserle vicino in quel momento. Desiderò poter interrompere la cerimonia Voleva impedire quel matrimonio, andarsene lontano da quella farsa.
Puoi farlo, se vuoi.
Strabuzzò gli occhi. Girò la testa prima verso i tre uomini di fronte a lei e poi in direzione della miriade di persone presenti alla cerimonia. Da nessuno di loro proveniva quella voce femminile.
– Amanda – sussurrò sua madre, porgendole il bouquet.  
Lei si riscosse e afferrò i fiori.
Sei ancora in tempo, se vuoi fermarla.
Amanda si morse il labbro inferiore. Stava impazzendo. La voce era solo nella sua testa.
Posso aiutarti.
La cerimonia era iniziata, ma non riusciva a concentrarsi sulla voce dell’uomo, o di sua madre e Josh. Sentiva solo questa misteriosa donna. Così decise di darle corda.
“In che modo posso fermare tutto?”
Le candele. Fissa la fiamma.
“Perché?”
Il fuoco è tuo alleato.
Amanda abbassò gli occhi, per quanto assurdo, non era pericoloso. Dubitava fortemente che potesse mandare a monte il matrimonio, ma eseguì l’ordine.
Guardò le fiammelle che danzavano intorno all’intrico di fiori, accanto ai suoi piedi. Si sorprese di scorgere le sfumature di arancione, in mezzo al giallo e poi anche guizzi di rosso. Il fuoco era così rilassante, avvolgente. Il calore la pervase, sentì il tepore sotto i vestiti, come una carezza sulla pelle e desiderò poterlo espandere, condividere con tutti…
E poi le fiamme crebbero. Divennero alte come colonne. Non solo quelle della composizione vicino  a lei, ma anche nelle candele intorno alla seconda, dove si trovava il testimone dello sposo.
Amanda udì le urla di terrore, lo strisciare delle sedie spostate dagli invitati per arretrare e l’olfatto percepì l’odore di bruciato, ma non riuscì a muovere un muscolo. Era totalmente rapita dalle fiamme.
– Spostati! È pericoloso! – gridò sua madre.
Cynthia Rich la scostò di peso, allontanandola dal fuoco e Amanda si riscosse. Fu come risvegliarsi da un sogno a occhi aperti e nello stesso momento, il calore l’abbandonò, le fiamme scesero fino allo stoppino, riacquistando la forma innocua.
– Non capisco cosa sia successo – disse Josh allarmato.
Amanda vide tutti i presenti agitati, avevano indietreggiato verso il fondo della sala, increduli e sconvolti. Alcuni responsabili dell’albergo entrarono e avanzarono dove erano loro cinque. Chiazze di bruciato nero coloravano il soffitto e i fiori erano ormai ridotti in cenere, comprese le rose del bouquet che le era caduto dalle mani.
– Tesoro, stai bene? – le domandò sua madre.
– Sì – rispose, anche se non era vero.
– Signori, devo chiedervi di uscire, dobbiamo effettuare dei controlli – disse la donna in giacca blu che faceva parte dello staff dell’albergo.
Acconsentirono e Amanda seguì sua madre all’esterno. Nel trambusto, però, notò che solo una persona la guardava: il preside Handerson.

La cerimonia era continuata nella sala allestita per il ricevimento e quest’ultimo spostato nell’ampio giardino, sotto gazebo montati con solerzia per permettere al catering di riorganizzarsi. Amanda rimase appoggiata a un muro, osservò gli invitati mettersi in coda per l’aperitivo e gli antipasti e rifletté sull’accaduto.
Non aveva dubbi di essere la responsabile. Dopo l’incidente, nonostante avesse chiamato con il pensiero la voce, per quanto le fosse possibile chiamare una voce mentale sconosciuta, non si era più manifestata. Ma quel problema passava in secondo piano. Aveva dei poteri, era una piromane o comunque si chiamassero quelli che riuscivano a manipolare il fuoco. Oppure… era una strega, come quelle di cui le raccontava sua madre da piccola, antiche abitanti di Dark Lake…
– Amanda, che fai tutta sola?
Sobbalzò sentendo pronunciare il suo nome e si ritrovò davanti il preside Handerson. Non era tanto sorpresa che fosse andato a cercarla. Nella mano destra reggeva un flûte con dello spumante e nella sinistra le porgeva un altro contenente del succo d’arancia.
– Ti va qualcosa da bere? – le domandò cordiale.
– Sì, grazie – rispose. Afferrò il bicchiere e se lo portò alle labbra. Bevve un sorso, sicura che avrebbe tirato presto fuori l’argomento incendio.
Michael Handerson bevve a sua volta. – Tua madre organizza sempre matrimoni eccezionali.
– Già. È stato anche ai precedenti?
– Sì, tua madre è un’amica di vecchia data, dai tempi del liceo per la precisione, e sono sicuro che questo se lo ricorderà in maniera particolare.
Amanda si irrigidì. Poi si rimproverò mentalmente e si sforzò di sorridere, ma le uscì una smorfia poco convincente.
– Non è colpa tua – disse lui serio.
– Perché dovrebbe esserlo?
– Perché sei come tua madre, come  me e come altri che cercano di nasconderlo. Sei nata strega.
Amanda fu presa alla sprovvista da quella conferma e il flûte le scivolò dalle mani.
Michael aprì il palmo sinistro, chiuse le cinque dita ad artiglio e il bicchiere si bloccò a mezz’aria, senza versare neanche una goccia di succo.
– Come… cosa? – bofonchiò Amanda, osservando rapita il flûte galleggiare nel vuoto tra loro due.
– Telecinesi – rispose l’uomo. Prese con la mano il bicchiere e glielo riconsegnò. – È un potere come il tuo, niente di cui avere paura. 
– Parli per sé – replicò. – Scusi, non volevo essere scortese, ma lei non ha quasi incendiato un salone pieno di persone.
– Hai ragione, ma possiamo lavorare insieme su quel “quasi”.
Amanda era confusa. – Si sta proponendo come insegnante di magia?
Michael sorrise. – Qualcosa del genere. I tuoi poteri si sono appena risvegliati, non sai ancora di cosa puoi essere capace. Ma questo non vuol dire che non puoi controllarli. E non dovrai farlo da sola, ci sono altri ragazzi che hanno scoperto da poco di essere streghe. Ho proposto loro di formare una Congrega, potresti unirti a noi.
L’idea di non dover più sentirsi sola e nemmeno emarginata, la rallegrò. – Chi sono gli altri? – domandò incuriosita.
– Isabella Sutton, Raul Bishop, Morgana Mayer e Damian Crest.
– Ah, loro… – Amanda collegò i vari segmenti. Qualcosa poteva aver fatto sorgere il dubbio in Morgana e Damian che fosse una di loro e questo spiegava l’improvviso interesse per lei e per accompagnarla al matrimonio. Di Raul e Isabella non avrebbe mai sospettato e si chiese come mai, al contrario, avessero rifiutato l’opportunità di avvicinarla. Poi si domandò come facessero le persone a sospettare o individuare le altre streghe. – Lei come sa che sono una strega?
– L’incedente al matrimonio non è passato certo inosservato.
– Non mi prenda per stupida – rispose offesa. – Lei mi ha fissato subito dopo che è successo, come se si aspettasse che fossi stata io, senza alcun dubbio. Anzi, forse lo sapeva già prima che succedesse.
– Ammetto di avere avuto dei sospetti. Sai, non è strano che il figlio o la figlia di una strega, maschio o femmina, nasca con poteri magici. È parte della sua eredità genetica. E come ti ho già detto, conosco bene tua madre.
Amanda si rilassò e bevve altro succo d’arancia. – Sì, è tutto perfettamente logico. Più o meno.
Ricordando la sensazione provata al manifestarsi del potere, omettendo la storia della voce e sommando le spiegazioni del preside, si sentì sollevata e non più spaventata. Era una strega, sarebbe stato elettrizzante, soprattutto sapendo di non essere sola, di avere qualcuno con cui condividerlo. Peccato che i “qualcuno” in questione erano tutti già accoppiati e a lei toccava il ruolo delle ruota di scorta. Ancora.
– Cosa c’è? Mi sembri delusa – notò Michael.
– In un certo senso… può sembrarle stupido, ma quando mi ha parlato di altri come me, della Congrega, ho creduto fosse una buona occasione per nuove conoscenze, per non dover essere quella che resta sola in disparte, mentre gli altri sono impegnati con una persona speciale.
Pronunciò quella frase alzando la testa e guardò tra i piccoli gruppi di invitati, dove sua madre imboccava amorevolmente il suo nuovo marito. Anche il preside si girò nella direzione e incrociò con lo sguardo la stessa scena.
– Temi di essere esclusa perché nella Congrega ci sono già delle coppie formate, giusto? – le domandò.
Amanda annuì.
Michael riporto gli occhi sul suo viso intristito. – E se ti dicessi che non dovrai più sentirti di troppo? Se ti rivelassi, in modo confidenziale, che manca un membro alla nostra Congrega, un ragazzo che si avvicinerà a te in cerca di un’amica fidata? E che insieme, come amici, potreste colmare le vostre solitudini?
– Non capisco se è una vera domanda, o se me lo dice solo per farmi accettare.
Michael rise. – No Amanda, niente trucchi. Ti sto anticipando che il tuo futuro sta per cambiare.
Amanda ritrovò la speranza. – Allora, voglio far parte della Congrega, ma…  ne è sicuro? E come fa a saperlo con certezza?
Lui si chinò in avanti e sussurrò: – Segreto da strega. – Poi si voltò e si allontanò verso la coda per gli antipasti. – Goditi il ricevimento.
Amanda rise di gusto. E avrebbe anche voluto urlare dalla gioia. Quel matrimonio, nato sotto i peggiori auspici, si era rivelato un vero nuovo inizio per lei, qualcosa per cui valeva la pena festeggiare.
Guardò oltre i presenti, oltre sua madre, immaginando il paesaggio oltre il lago che caratterizzava Dark Lake, e pensò che forse non avrebbe dovuto aspettare molto. Da qualche parte, magari proprio in quel momento, il ragazzo stava per scoprire di essere una strega.

                                                        
                                                                     Fine del prequel

Le storie di Morgana, Damian, Amanda e degli altri protagonisti continuano nell'ebook "LA CONGREGA" in vendita nelle librerie online

lunedì 19 giugno 2017

Risveglio della Strega - Una storia de LA CONGREGA: Puntata 5


C’erano giorni in cui Amanda odiava vivere in una piccola città come Dark Lake e atri in cui lo adorava. Quel pomeriggio, per fortuna, apparteneva alla seconda categoria.
Strinse il sacchetto di plastica al petto, infilò la chiave nella serratura e spalancò la porta di casa. – Sono tornata! – Fece mezzo giro su se stessa per chiuderla e i riccioli rossi le ricaddero sulla spalla sinistra. Si tolse la giacca e l’appoggiò a un braccio dell’appendiabiti in legno.
Avanzò nel soggiorno e si sedette sul divano. Estrasse dal sacchetto la confezione rettangolare avvolta nella plastica e sorrise compiaciuta. Finalmente la terza stagione in DVD di Una Mamma per Amica era stata recapitata al negozio. La commessa l’aveva prelevata dallo scatolone davanti a lei e le aveva detto che in realtà avrebbe dovuto aspettare fino a domani per poterlo acquistare, ma vista la sua impazienza, avrebbe fatto uno strappo alla regola.
Il sorriso di Amanda si allargò, ripensando che con la commessa si erano viste quasi ogni giorno, attenendo che la copia esaurita arrivasse. Le aveva raccontato come aveva convinto sua madre a guardare quella serie con lei, facendola appassionare; del fatto che non seguivano insieme una serie tv da anni e aveva aggiunto che per loro era diventato un rito settimanale e si erano abituate al ritmo: se avessero aspettato il giorno dopo, avrebbero saltato la loro serata madre/figlia. Questo, e il fatto che ormai conosceva ogni particolare di quelle serate, aveva spinto la commessa a trasgredire la regola che gli arrivi pomeridiani vanno venduti il giorno successivo. E così vivere in una piccola città, dove potevi farti conoscere da chiunque, era diventato un vantaggio.
Scartò la confezione dei sei dischi e afferrò dal mobile vicino il telefono cordless. – Mamma, ordino come al solito – gridò Amanda. – Pizza vegetariana e ravioli al vapore e involtini primavera dal ristorante cinese. Vuoi altro? 
Premette i primi numeri sulla tastiera, ma Cynthia Rich la bloccò. – Aspetta, c’è stato un cambiamento di programma.
Amanda si voltò e vide sua madre scendere le scale del primo piano con indosso un vestito blu lungo, con un leggero spacco sulla sinistra, uno scialle di seta viola avvolto sulle spalle e orecchini e collana in oro bianco.
– Ma oggi è giovedì, la nostra serata con le Gilmore.
Cynthia si avvicinò al divano e le accarezzò la guancia. – Lo so, tesoro, ma mentre eri fuori mi ha chiamato Josh Newman. Te lo ricordi? È il rappresentante dell’ufficio marketing della casa editrice con cui collaboro. Mi ha fatto diversi favori questo mese e mi ha invitato fuori a cena, mi sembrava scortese dire di no.
Amanda chiuse il telefono e lo risistemò sulla base. – Lo hai già visto due volte settimana scorsa e siete usciti insieme lunedì. Ti sei già sdebitata abbastanza. Non potevi inventare una scusa e rimandare?
– Te l’ho detto, sarebbe stato scortese. E poi sai come vanno queste cose… – La madre le stampò una bacio sulla fronte, lasciandole la traccia del rossetto. – Devo andare a risistemarmi il trucco e i capelli. Josh sarà qui tra poco. Ma tu ordina pure la cena, ti lascio i soldi sul tavolo in cucina.
Amanda si pulì la fronte con il dorso della mano, mentre lei tornava verso la scale, e risaliva al piano di sopra. Guardò la confezione dei dischi e la allontanò. Sbuffò e imbronciata, incrociò le braccia sul petto. Sapeva benissimo come andavano queste cose, per sua madre era quasi diventato un rituale fisso.
Dopo il divorzio da suo padre, per motivi a lei incomprensibili, erano rimaste solo loro due. All’inizio era stato difficile, sua madre piangeva sempre e lei non sapeva come consolarla, poi a aveva iniziato a uscire con qualche uomo. La svolta era avvenuta con David Benson, il responsabile di una catena di librerie, si erano incontrati per questioni di lavoro e frequentandosi avevano trovato altro in comune. David sembrava l’uomo della sua vita, non importa se all’epoca fosse già sposato, tanto che pochi mesi dopo era diventato il secondo marito, Amanda però non lo aveva mai considerato il suo patrigno. Anche perché non c’era stato il tempo. In meno di un anno, sua madre aveva divorziato.   
E da quel momento erano iniziate a girare le voci e i pettegolezzi. La “mangiauomini” la chiamavano in città. Lei non ci dava peso e Amanda cercava di fare lo stesso. Proprio dopo il secondo divorzio, avevano dato il via alla tradizione del giovedì sera con Una Mamma per Amica, il rapporto tra le due protagoniste poteva ispirare sua madre per ricominciare da capo anche nel rapporto tra loro, ma non aveva funzionato. Lo aveva negato a se stessa, ma dal primo giorno in cui aveva menzionato Josh Newman, sapeva che si sarebbe ripetuta la stessa storia di David Benson. A confermare i suoi timori ci avevano pensato i nuovi pettegolezzi per tutta Dark Lake e adesso, la cena improvvisa che  mandava all’aria i loro piani, era solo l’ultima, innegabile prova.
Amanda si alzò dal divano, raccolse il cofanetto con i DVD e afferrò di nuovo il cordless.  Compose il numero della pizzeria e si diresse in cucina. – Pronto, vorrei ordinare una big special con sopra tutto, tranne ananas. – Attese che il commesso prendesse nota, poi le ripeté l’indirizzo memorizzato con il numero. – Esatto. Può consegnarla per le otto? Grazie. – Chiuse l’apparecchio e salì di corsa le scale per andare in camera sua.
Abbandonò il suo acquisto sulla scrivania bianca e si stese sul piumone che copriva il letto. Non aveva nessuna intenzione di farsi trovare in soggiorno e dover salutare il signor Newman. Qualsiasi particolare su di lui o sulla serata, lo avrebbe saputo domani a scuola. La madre di qualcuno avrebbe incontrato la sua al ristorante e di certo diffuso il bollettino, mentre la figlia di turno faceva lo stesso al liceo.
Amanda afferrò l’unicorno azzurro di peluche al suo fianco e lo strinse al petto.  – Odio vivere in una piccola città!

Camminando nel corridoio della scuola con la testa chinata sul foglio della lista dei preparativi del matrimonio di sua madre, Amanda andò a sbattere contro qualcuno. Prima che potesse cadere all’indietro, un paio di mani forti la sorressero per le spalle. – È tutto a posto?
– Si scusa, non guardavo dove andavo e… – Amanda ammutolì. Chi le aveva appena evitato di fare una brutta figura, oltre che una dolorosa caduta, era il ragazzo che le piaceva dal primo anno del liceo. Raul Bishop. – Scusa.
Raul sorrise. – Me lo hai già detto. È colpa anche mia.
– No, no – insistette lei, arrossendo. – Stavo leggendo ed ero distratta.
– Deve essere qualcosa di molto avvincente – le disse, allontanò le mani da lei e si sporse per guardare il foglietto.
Amanda rimase estasiata a osservare il volto del ragazzo a pochi centimetri dal suo. Non erano mai stati così vicini. E non si erano nemmeno scambiati così tante parole. La conversazione più lunga che aveva fatto con lui era stata per farsi indicare dove fosse la biblioteca.
– Ah, sei presa dal matrimonio – riprese lui. – Sarai emozionata.
Amanda ritornò dolorosamente e violentemente alla realtà. Il matrimonio tra sua madre e Josh Newman le dava la nausea. Era stato organizzato tutto in fretta e furia, dopo solo tre settimane di frequentazione, ed erano già partite le scommesse su quanto sarebbe durato. – Più che altro stanca – rispose, essendo sincera per metà.
– I miei genitori verranno – continuò Raul. – Fai gli auguri agli sposi da parte mia. – Le regalò un altro sorriso e poi si spostò per proseguire per la sua strada.
Amanda pensò che forse quel matrimonio poteva servire anche a lei. Raul non era incluso nell’invito, ma poteva essere l’occasione giusta per chiedergli un appuntamento e averlo come accompagnatore, avrebbe reso quella giornata un vero motivo di festa. Presa dell’enfasi si buttò: –  Aspetta, Raul.
Lui si girò a guardarla.
– Ecco… mi chiedevo, se per quel sabato, quello del matrimonio, non hai impegni, a me farebbe piacere un…
– Eccoti qui. – Una ragazza dalla pelle olivastra e lunghi capelli neri, afferrò Raul per un braccio e lo baciò sulle labbra. – Muoviti, o faremo tardi a biologia.
– Un attimo – rispose Raul. – Amanda, cosa stavi dicendo?
Amanda andò nel panico. Conosceva la ragazza: Isabella Sutton. Anche i suoi genitori avevano confermato la loro presenza al matrimonio. E a scuola spesso aveva visto i due insieme. Non sapeva però che fosse la ragazza di Raul. – No, niente di particolare. Mi chiedevo… anche se non è specificato nell’invito… se tu, cioè voi, avevate voglia di venire quel sabato, al matrimonio. Sapete, non ci saranno molti ragazzi, così…
Loro si scambiarono un’occhiata.
– Mi dispiace, ma abbiamo già un impegno – disse Isabella.
Ad Amanda sembrò sinceramente dispiaciuta, ma si sentì comunque un’idiota per aver fatto quella proposta. E per non aver ragionato prima sulla possibilità che tra loro ci fosse una rapporto intimo.
– Vedrai che non sarà tanto tremendo – cercò di rincuorarla Raul. – Ci vediamo in giro.
Amanda annuì e loro si allontanarono. Sembravano molto affiatati come coppia e lei era stata la solita stupida. Per una volta che i pettegolezzi potevano evitarle un’amara sorpresa, non ci era sttaa attenta. Come se la sua vita non fosse già in caduta libera, a soli tre giorni dal matrimonio, aveva scoperto che il ragazzo che le piaceva era già impegnato. – Maledizione! – imprecò sottovoce.
Camminò ad ampie falcate verso il suo armadietto. Pensò che ogni cosa era destinata ad andare per il verso sbagliato. Spalancò l’anta e buttò dentro il foglio con l’elenco delle mansioni affidatele da sua madre. Il suo modo per coinvolgerla, le aveva detto, per farle sentire che la sua partecipazione era importante. Frottole. Era solo il modo per scaricarsi la coscienza. Afferrò il quaderno ad anelli e sbatté con rabbia l’anta.
– Sei una vera furia, Riccioli Rossi – disse una ragazza coi capelli neri a caschetto, comparsa alla sua destra, dopo che aveva chiuso l’armadietto. – Mister e Miss Perfezione ti hanno messo di cattivo umore?
Amanda sapeva anche il suo nome: Morgana Mayer. Anche suo padre era tra gli invitati, ma aveva risposto negativamente. – Cosa?
– Non devi stare sulla difensiva, a Morgana piace scherzare.
Amanda si girò a sinistra. Era arrivato un altro ragazzo, Damian Crest, con lui frequentava un paio di corsi e nessuno dei suoi genitori figurava negli inviti. In realtà lo conosceva anche perché su di lui giravano diverse voci… ambigue. Ricordò che in verità giravano su entrambi, facevano coppia fissa e quando c’erano in giro loro accadevano spesso cose strane.
– Abbiamo sentito che cerchi compagnia per il ricevimento di nozze di tua madre – continuò lui. – Se vuoi, noi possiamo liberarci.
– Non saprei, i vostri genitori non vengono…
– E allora? – replicò Morgana. – Non è un problema. E siamo molto più divertenti dei due che cercavi di accalappiare poco fa.
– Mi stavate spiando? – domandò Amanda. Era più incuriosita che infastidita. Perché tanto interesse per lei? Quei due non l’avevano mai considerata.
– Spiare, che brutta parola – commentò Morgana. Le passò dietro e si strusciò addosso a Damian, che l’accolse tra le braccia.
– Passavamo qui in corridoio e abbiamo sentito la conversazione – disse lui. Si staccò dagli armadietti e s’incamminò con Morgana. – Pensa alla nostra offerta.
Amanda li seguì mentre attraversavano il corridoio e svoltavano per salire le scale. Forse quei due avrebbero di certo movimentato la giornata, ma erano anche un rischio e non se la sentiva di correrlo. Alla fine, avrebbe recitato la parte della brava figlia, ancora una volta.


                                                       Continua...

lunedì 12 giugno 2017

Risveglio della Strega - Una storia de LA CONGREGA: Puntata 4


Seduto alla scrivania nella sua camera, con il cellulare in mano, Damian controllò ansioso l’ora sul display. Erano passate le otto e mezza, normalmente avevano cenato già da un’ora, ma sua madre non era ancora rientrata dal lavoro. La sua ipotesi, che considerava molto vicina alla realtà, era che fosse stata incastrata in un doppio turno alla tavola calda, per sopperire al giorno improvviso di malattia che le aveva imposto il suo capo dopo averla vista con il livido in faccia, di certo non l’ideale per presentarsi al tavolo e servire i clienti.
Purtroppo questo stava avendo un brutto effetto su Frank. Dopo il suo solito pomeriggio davanti al televisore, dove gli aveva urlato di portargli tre birre e lui aveva eseguito per non litigare, verso le sette aveva mostrato apertamente il suo malumore. Aveva telefonato più volte a sua madre e si era infuriato quando lei aveva risposto e chiuso sbrigativamente la chiamata.
Da quel momento Damian era rimasto in camera, evitando di incrociare anche solo lo sguardo con l’uomo, ma gli sentì aprire con rabbia l’armadietto dei liquori e trangugiare altro alcool e si preoccupò. Seppe di aver ragione per agitarsi, non appena partirono le urla e le offese contro sua madre.
– È solo una stupida vacca! Non sa cosa vuol dire avere un uomo in casa – gridò. – Bastarda e inutile!
Le scale che portavano al primo piano scricchiolarono. Frank stava salendo.
Damian abbandonò il cellulare sulla scrivania, balzò giù dalla sedia e corse verso la porta della stanza. Barricarsi dentro era l’unica soluzione. Era furbo e sapeva che anche se un po’ alticcio, Frank era troppo forte per tenerlo a bada.
Prima che riuscisse a chiudere l’uscio, Frank lo bloccò con entrambe le mani e lo spinse indietro. Damian cadde sul sedere nel centro della camera.
– Eccolo qua, il bastardello – lo apostrofò. – Inutile ciuccia-soldi.
Damian respirò con affanno. Aveva paura. Ed era arrabbiato. Si sentiva prigioniero in casa sua e anche se non gli mancava il coraggio per affrontarlo, la loro lotta era sempre impari. Frank era troppo grosso.
L’uomo lo squadrò e sulle labbra umide si dipinse un sorrisetto. – Ciucciare è qualcosa che ti è familiare, vero? Dicono tante cose su di te, vediamo se sono vere.
– Vattene! Esci da camera mia – urlò Damian, rimettendosi in piedi.
– No. Tua madre non c’è e finalmente capiremo e sei un uomo o una ragazzina. E in quel caso, puoi sostituirla nelle sue mansioni. – Si sfilò la cintura dai pantaloni e avanzò, avvolgendone un capo nella mano sinistra.
A Damian non importava cosa intendesse con le sue parole, però gli vennero in mente varie ragioni sul perché si fosse tolto la cintura ed erano tutte spiacevoli. Un brivido gli corse lungo la schiena e il vento all’esterno si scontrò violento con la finestra, spalancandola. La corrente gelida della sera invase la camera e vorticò intorno al suo corpo. Non aveva più paura, era sicuro e libero di ribellarsi.
Frank si lanciò verso di lui e Damian allungò le braccia per respingerlo.
Gli parve una mossa stupida e inutile. Il vento però infuriò di nuovo, travolse Frank, lo agguantò con artigli invisibili, lo trascinò fuori dalla camera e poi lo fece rotolare giù dalle scale, come un pesante sacco di patate.
Damian rimase immobile. Incapace di accettare quello che era appena accaduto. Aveva impedito a Frank di afferrarlo e fargli chissà cosa. E ci era riuscito manipolando il vento.
Abbassò lentamente le braccia e avvertì la sensazione di libertà scivolare fuori dal suo corpo, così come percepì l’aria abbandonarlo e  tornare all’esterno, attraverso la finestra.  
Si mosse lentamente e uscì nel corridoio. Camminò fino all’imboccatura delle scale e sul fondo vide Frank: era steso in una posizione scomposta e privo di sensi.
– Damian! – Sua madre era ferma all’ingresso di casa, la porta ancora aperta. Lo fissava con aria sgomenta. Era arrivata in tempo per assistere all’incredibile volo del fidanzato. – Cosa… cosa hai fatto?

 – Io so perché sono qui, e tu? – Morgana entrò nell’ufficio del preside e fece voltare Damian a guardarla.
Si sedette poi sulla sedia accanto alla sua, fissandolo negli occhi. Damian ricambiò lo sguardo e non rispose. In un’altra occasione sarebbe stato divertente flirtare con lei, era dal giorno della scena alla fontanella che voleva provarci, ma la situazione era cambiata.
– Sei uno di quelli da poche parole – gli disse. – Bello, tenebroso e… anche dannato?
Ancora una volta, Damian rimase zitto. Non era dell’umore giusto per le battutine. Aveva passato la sera e metà della notte precedente a dover spiegare alla polizia, come mai il fidanzato di sua madre era stato trovato in stato comatoso sul fondo delle scale del primo piano di casa loro. Sua madre si era fatta scappare che era solo con Frank, quando era successo e così aveva inventato la storia più credibile: l’uomo, ubriaco, aveva perso l’equilibrio, ruzzolando lungo la scalinata. Sua madre aveva accennato all’abitudine del compagno ad alzare il gomito e le prime analisi dell’ospedale in cui era stato ricoverato, avevano confermato la storia. La polizia non aveva fatto altre domande e non avrebbero svolto altre indagini su di loro.
Però qualcosa era cambiato, non solo per lui, ma anche nel suo rapporto con la madre. Appena erano rimasti soli,  si era dimostrata subito distante e diffidente con lui. “Non so cosa hai fatto, ma non è normale. Tieniti fuori da guai e spera che Frank si rimetta.” gli aveva detto, prima di chiudersi in camera. Quella mattina era già uscita quando si era alzato.  Ripensandoci, il suo sguardo era stato più che eloquente: non lo considerava più suo figlio, ma un estraneo e nei suoi occhi, aveva intravisto un barlume dello stesso disprezzo che Frank aveva per lui.
La porta si aprì di nuovo e il preside Handerson entrò. Si accomodò dietro la scrivania e guardandolo disse: – Ho appena finito di parlare con tua madre. Mi ha raccontato tutto. Ti avevo avvertito, adesso devo prendere in mano la situazione.
– Non capisco di che diavolo parla – sbottò Damian. – Cosa c’entra lei, con tutto questo?
– Potreste raccontare qualcosa anche a me? – intervenne Morgana. – O almeno spiegarmi perché devo restare anche io?
Damian si voltò a guardarla. – Giusto, che c’entri con me? E non avevi detto di sapere perché eri qui? 
– Infatti lo so – rispose. – Ma tu… non dirmi che lo sei anche tu!
– Cosa?
Morgana sorrise entusiasta. – Non ci credo. Allora non è una cosa solo da ragazze. – Si girò verso Michael Handerson. – È anche lui una…
– Morgana! – la riprese il preside. – Ti ho chiamato per darmi supporto e non per creare altri problemi.
Damian scattò in piedi. – Voglio sapere che succede. Adesso!
– Calmati e siediti – disse il preside.
Morgana gli spinse vicino la sedia con un piede, sorridendo calma, e anche se era confuso, Damian ubbidì.
Michael lo guardò serio. – L’incidente di ieri sera, era ciò che temevo. Sotto stress e in pericolo, il tuo potere si è manifestato. Sei una strega, Damian. Come Morgana e me.
– Una… strega – ripeté Damian. Poi si rivolse a Morgana. – Ma è serio?
Morgana annuì. – Oh, sì. E puoi credergli: è tutto vero. Anzi, ti mostro il mio, se mi mostri il tuo. – Lanciò un’occhiata fugace al preside. – Ma prima vorrà coinvolgere anche te nella sua setta… nella sua Congrega.
– La Congrega non è una setta. E non ci sarà nessuno sfoggio inutile di poteri – replicò il preside. – Le streghe sono solite riunirsi in Congreghe per trarre forza l’una dall’altra. Nel vostro caso può essere di più, potreste anche aiutarvi a vicenda, guardarvi le spalle e imparare a controllare insieme le vostre capacità.
Damian rifletté su quella spiegazione. Aveva senso, anche se andava contro ogni logica, come del resto quello che era stato in grado di fare. Era abituato a badare a se stesso, a essere indipendente, ma negli ultimi tempi era diventato un sinonimo di “solo” e dopo quella mattina, era chiaro che avrebbe potuto contare sempre meno su sua madre.  
– Tu che ne pensi? Vuoi essere parte di questa Congrega? – chiese a Morgana.
– Quando il preside me lo ha chiesto settimane fa, ho rifiutato – rispose lei. – Adesso, però le condizioni sono cambiate, tutto mi sembra più interessante…
Il sorriso che gli mostrò, fu un ulteriore incentivo per Damian. In fin dei conti, se non poteva contare più sulla sua famiglia di origine, tanto valeva crearsene un’altra. – Ci sto. Mi unisco alla Congrega.
– Possiamo contare anche su di te, Morgana? – domandò Michael.
Morgana fece l’occhiolino a Damian. – Ovviamente.
– Bene, allora ci vediamo al termine delle lezioni.
– Perché? – chiese Damian.
– Vi presenterò gli altri due membri della Congrega.

                                                        
                                                              Continua...