lunedì 22 dicembre 2025

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 101

Sorge Oscurità Maggiore 26: L’Ultima Delusione di Ezechiel Giller

 

Zec era stato distratto per tutta la durata delle lezioni della giornata.

Oltrepassò il cancello che circondava l’edificio scolastico e si rese conto di non aver parlato con nessuno dei suoi compagni di quello che era successo in cortile con Dana e Oscurità Maggiore. Si sentiva un pessimo amico, soprattutto per Betty dopo la rivelazione di cosa le era accaduto, eppure anche lui stava male. In un modo diverso da lei, ma c’era un dolore radicato nel suo animo che si faceva strada con violenza, dandogli la sensazione di essere pieno di spine pronte a ferirlo a ogni mossa.
E poi c’era un altro sentimento, non riusciva a decifrarlo…
«Zec! Aspettaci!»
Sentendosi chiamare, si voltò indietro e scorse Billy e Michelle correre verso di lui. 
«Hai visto Donovan in giro?» domandò Michelle. «Betty ha chiesto di uscire prima perché non si sentiva bene.»
Zec scosse la testa. «Mi dispiace per lei. Non so nulla di Donovan, probabilmente appena sono finite le lezioni è scappato via, forse per andare da Betty.»
«Non importa, in realtà volevamo parlare con te» disse Billy. «Per quello che è successo questa mattina. Facciamo la strada insieme.»
Zec li scrutò incerto. Sembravano entrambi in imbarazzo, poteva immaginare il motivo, eppure erano sinceri, ma in verità non gli andava di affrontare l’argomento. «Preferisco tornare a casa da solo e non abbiamo niente da dirci.»
«Sì, invece. Cioè la scoperta di quello che è successo a Betty è enorme, ma anche tu sei scosso» insitette Michelle. «Se Hart ti ha convocato, c’è una ragione e penso che riguardi Dana, ma lei non voleva fare del male a nessuno. Era solo arrabbiata con  Hart… Oscurità, e voleva vendicarsi.»
Billy si fece avanti e gli prese le mani nelle sue. «Il punto è che hai cantato una strofa in cui si sentiva il tuo dolore.»
«Come lo sai? Non eri lì con noi» ribatté Zec.
Michelle avanzò di un passo. «Glielo ho raccontato io.»
«In realtà, l’ho percepito prima ancora di raggiungervi» spiegò Billy. «Hart ha cercato di tenermi impegnato, ma non mi ha impedito di avvertire i tuoi sentimenti. Dicci cosa ti fa star male.»
Zec rimase a fissarlo negli occhi. Si sentì sopraffatto dai suoi stessi pensieri, da quello che voleva urlare per strappare quella sensazione di oppressione. Era troppo e tanto pesante da affrontare. «No.» Fece scivolare le mani fuori dalla presa del suo ragazzo.  «Non ora, almeno. Io… ho bisogno di stare un po’ da solo a schiarirmi le idee.»
Si girò di scatto e camminò a passo spedito lungo la strada per andare a casa, augurandosi che non avessero intenzione di seguirlo.
 

Davanti alla porta di casa, la mano di Zec tremò afferrando la maniglia. Si sentiva male anche all’idea di ritrovarsi dentro a quel luogo in cui doveva essere sicuro e protetto.

Entrò e accostò piano l’uscio. Quando si girò, Kathryn l’amica di famiglia che lo aiutava ad assistere sua madre, gli andò in contro dalla cucina. Il suo volto era corrucciato. Non era un buon segno.
«Ciao, bentornato» disse con un sorriso forzato. «Ho ancora qualche minuto prima di andare. Posso prepararti un sandwich o qualcos’altro?»
«No, grazie.» Zec si tolse lo zaino e la giacca. «Come sta mamma? È in soggiorno davanti alla televisione? Oppure hai trovato il modo di farle fare qualcosa di diverso?»
«Leslie è a letto» rispose Kathryn rammaricata. «Oggi non è una buona giornata. Non sono riuscita a convincerla ad alzarsi, non ha neppure voluto vestirsi. E anche a pranzo non ha mangiato quasi nulla.»
Zec avvertì il panico risalire dalla gambe fino alla pancia. Deglutì e provò a ritrovare la voce che sembrava rifiutarsi di uscire. «Quindi è peggiorata. Devo chiamare il dottore, oppure…»
«No, stai tranquillo.» Kathryn  gli si avvicinò e gli massaggiò la spalla con la mano destra. «Per la sua forma di esaurimento è una reazione normale. Purtroppo ci sono giornate come questa. Piuttosto, tu stai bene? Hai una brutta cera.»
Ritornando a respirare in modo regolare, Zec rispose: «Sì, niente di grave. Però è stata una brutta giornata anche per me.»
«Oh, mi dispiace. Forse è meglio che non ti fai vedere da Leslie. Sai, preoccuparsi può farle peggiorare l’umore.»
Zec lo sapeva bene. E anche se gli pesava il non poter andare ad abbracciare e dare un bacio a sua madre e confidarsi con lei, annuì.
Katrhyn afferrò la borsa e la giacca appese al gancio appendiabiti all’ingresso. «Vado, comunque puoi chiamarmi per qualunque bisogno. E ti ho preparato della pasta al forno per cena. Devi solo scaldarla nel forno microonde. Magari, prova a far mangiare anche Leslie.»
«D’accordo. E grazie per tutto.»
La donna si abbassò e lo baciò sulla guancia. «Non dirlo neanche. Ci vediamo domani.»
Zec le aprì la porta, la osservò allontanarsi dalla sua visuale e richiuse l’uscio.
Solo. Di nuovo.
Sali a passo felpato le scale per il piano superiore e camminò davanti alla porta accostata della camera di sua madre. Dall’interno udì i lamenti e il ripetersi di un nome.
«Dana.»
Zec attraversò il corridoio e si rifugiò dentro la sua stanza. Spingendo la porta con la schiena, sentì formarsi un groppo in gola. Odiava quella situazione, odiava non poter far nulla e odiava dover preoccuparsi di tutto come se fosse figlio unico. Una coppia di lacrime gli solcarono le guance.
«Piangere non risolve nulla.»
Zec alzò il capo al suono di quella voce atona. Hart Wyngarde stazionava immobile nella camera, dando le spalle alla finestra, fissandolo con le braccia conserte.
«Non mi servono i tuoi giudizi» ribatté infastidito. Non gli importava di far arrabbiare Oscurità Maggiore. «Non sono in vena di stare ai tuoi giochetti. Vattene.»
Hart avanzò, fermandosi nel centro della stanza. «Non mentire. Avverto quello che ti ribolle dentro. Vuoi sfogarti, forza! Sono qui per questo.»
Zec compì due passi in avanti. «Vuoi sapere anche tu come mi sento? Ok: sto male. Sono stanco. Arrabbiato. La mia vita fa schifo, non riesco più a sopportare quello che sta succedendo. Vedere mia madre in questo stato e.. e… »
«Coraggio, non trattenerti» lo esortò Hart. «Sputa fuori la verità.»
«Mia sorella. Potrebbe essere qui, aiutarmi, magari dare alla mamma quella spinta di cui ha bisogno per stare un po’ meglio. E invece si preoccupa di tutto tranne che di noi. Dana trova la forza e il tempo di proteggere Michelle e sfidare te, però non la sfiora il pensiero di controllare come sto. Di me non le importa nulla.»
«Rancore.» Hart gli sorrise. «È questo il sentimento che non riuscivi a spiegarti. Non devi vergognartene, è comprensibile provarlo nel tuo stato.»
«Ma come mi aiuta?» domandò Zec. «Il mio stato, come lo hai chiamato, non cambia e può solo peggiorare. Qualunque scelta faccio, le prospettive sono orribili. Tu che trionfi e porti il caos; Billy che riesce a chiudere la Bocca dell’Inferno, ma sparisce per sempre; Dana che perde i suoi poteri, a cui tiene tanto, ma può scappare di nuovo, svanire anche lei, felice con la sua ragazza. A me restano solo delusione e dolore.»
«Ne abbiamo discusso nella tua seduta, sai che c’è un modo per ribaltare tutto a tuo favore.» Hart procedette verso di lui. Gli posò la mano destra sulla spalla e gli sfiorò la guancia con l’indice e il medio della sinistra. «Unisciti a me. Diventiamo i sovrani di questa Bocca dell’Inferno, guidiamo le alterazioni della realtà secondo il nostro piacere. Non guarirai tua madre, ma non proverai più queste sensazioni.»
Zec era tentato, più di quanto avesse mai creduto. «Ti ho già detto che avrei valutato la tua proposta.»    
Hart scostò le mani e indietreggiò. «Ho atteso, ma questa è l’ultima occasione. Non tornerò ancora a fartela. Decidi adesso.»
Zec lo fissò negli occhi. Non stava mentendo. Era davvero l’ultima chance che gli dava. E l’idea di perderla lo spaventava. Solo in quell’istante accettò di non aver mai accantonato sul serio l’idea di unirsi a lui. Era stanco di lottare, di dover vivere la vita come una sfida continua che lo metteva a dura prova e perdere sempre tutto.
Una piccola parte di lui però lo tratteneva: era pronto a cedere all’oscurità?
«Ho capito.» Hart si voltò e procedette verso la finestra.
Se ne stava andando.
Stava togliendo la sua offerta dal piatto.
«Aspetta.»
Zec camminò sicuro e lo afferrò per le spalle, obbligandolo a girarsi verso di lui.  «Ho preso la mia decisione.»
Gli buttò le braccia intorno al collo e lo baciò con foga sulle labbra.
 
 

                                                                Continua…? 

lunedì 8 dicembre 2025

Adolescenza sulla Bocca dell'Inferno - Puntata 100

 Sorge Oscurità Maggiore 25: L’Insostenibile Peso di Elizabeth Swanson

 

Pietrificata, Betty non riuscì a staccare gli occhi da Donovan.

Lo aveva visto attraverso il vetro superiore della porta e più chiaramente una volta aperto l’uscio: il suo ragazzo era disteso sopra Chas Chain. Si stavano baciando, pronti ad avere un rapporto.
«Perché?» domandò.
La sua voce era incerta, così come le emozioni che si agitavano nel suo petto e nella mente. Non era sicura le importasse davvero la risposta. Voleva urlare, ma non riusciva a tirare fuori un grido. Le era difficile muoversi, tranne le dita strette a pugno, come se l’aiutassero a mantenere l’equilibrio e non cadere sul confine tra piscina e corridoio. Eppure le sembrava anche che la stanza girasse. Non capiva cosa le stava succedendo, non era padrona del suo corpo. Tutto era sottosopra. 
«Volevo parlarti, spiegarti quello che hai sentito questa mattina.» Betty continuò d’impulso, le frasi le uscirono a getto, senza aspettare la replica di Donovan, riuscendo solo a osservarlo mentre abbassava lo sguardo sui suoi stessi piedi. «Ti ho cercato, però è chiaro che non volevi essere trovato.»
Chas si alzò di scatto, tirò il maglione per coprire la pancia e il bottone dei jeans, e si presentò accanto al ragazzo. «Betty… non è niente di quello… insomma vorrei dirti anche io cosa stava succedendo.»  
«Non mi importa» le rispose secca. «Puoi tenertelo.»
Betty si girò di colpo, finalmente gambe e busto risposero ai suoi comandi e trovando all’improvviso le forze, corse nel corridoio, lungo la stessa strada che aveva percorso per andare verso la piscina.
Per un secondo, voltò il capo all’indietro e gettò lo sguardo nella speranza di vedere Donovan correrle dietro.
Con dispiacere, constatò che non c’era nessuno a seguirla.
 

Betty rincasò due ore prima della normale conclusione delle giornata scolastica.

I suoi genitori erano al lavoro ed era meglio così. Con uno sforzo, aveva convinto l’infermiera e il preside di non sentirsi bene e aver bisogno di andare a casa, rassicurandoli di poterlo fare senza che nessuno l’andasse a prendere, ma non aveva voglia di dover ripetere la scena con suo padre e sua madre.   
Corse sulle scale per il piano superiore, spalancò la porta della sua camera, entrò e la sbatté alle sue spalle. Si appoggiò con la schiena al legno laccato di bianco e avvertì un peso enorme salirle dal centro del petto fino in gola.
Le parve di soffocare.
Un singhiozzo la liberò da quella sensazione.
Poi un secondo, un terzo, un altro ancora e scoppiò a piangere.
Betty si strappò la borsa dalla spalla e la buttò sul pavimento. Senza togliersi la giacca, si gettò sul letto. Si tolse gli occhiali dal volto, abbandonandoli sul piumone accanto a sé. Afferrò il cuscino, affondò il viso contro la federa e si lasciò travolgere dalle lacrime.
Cosa ho di sbagliato? Si domandò. “Perché Donovan mi ha trattato in un modo tanto orribile?
Ripercorse con la memoria la loro relazione: l’inizio in cui, più di un anno prima, aveva flirtato con lei, facendole capire di esser interessato; dicendole direttamente che lei gli piaceva; l’aveva aiutata quando era stata in difficoltà con i suoi attacchi di panico. Si era comportato come il ragazzo perfetto. Gentile, premuroso, protettivo.
Però qualcosa era cambiato. Non c’era altra spiegazione e forse Hart Wyngarde aveva ragione.
Lei non poteva dare a Donovan ciò di cui aveva bisogno e lui era andato a cercarlo da un’altra ragazza.
Betty non aveva più dubbi, era andata così. Per quanto le avesse ripetuto di non fare paragoni tra lei e Anika, Donovan era finito con Chas, la più simile alla sua fidanzata defunta e cancellata dalla memoria collettiva. Ed era il sesso quello che rendeva il suo precedente rapporto così eccitante. Donovan e Anika lo facevano senza problemi e lei, invece, non riusciva a decidersi ad avere la sua prima volta.
E lui l’aveva ferita.
Proprio come l’altro ragazzo per cui aveva avuto una cotta.
Billy.
Betty si sfregò le lacrime dalle guance con il dorso della mano destra.
Anche se le aveva professato di non volerle fare del male, Billy l’aveva illusa, facendosi passare per il suo salvatore, l’eroe pronto a sostenerla e poi si era rivelato interessato a Zec.
L’aveva tradita pure lui.
E c’era già stato un precedente.”
Betty provò a ignorare quella voce dentro lei che la spingeva a tornare a quel ricordo.
Al ragazzo di cui aveva provato a fidarsi prima di tutti gli altri.
Fu inutile.
Eddy invase i suoi pensieri. Il subdolo manipolatore, lo stupratore seriale che aveva provato ad abusare di lei. La ragione per cui si trovava imprigionata in quella situazione. L’origine dei suoi problemi.
I suoi singhiozzi diventarono un urlo, lo stesso che non era uscito dalla sua gola quando era ferma davanti all’ingresso della piscina. Lo liberò nel silenzio della sua camera, un concentrato di rabbia e delusione.
Betty afferrò il cuscino con entrambe le mani e lo lanciò contro il muro e lo vide crollare lungo la parete, atterrando sulla superficie della scrivania.
Tirò su con il naso e si mise a sedere nel centro del letto.
Ogni ragazzo per cui aveva provato un sentimento, o al quale aveva dato la sua fiducia, si era rivelato un mostro che l’aveva fatta soffrire.
Il suono elettronico e ovattato dell’arrivo di un messaggio la fece sobbalzare.
Betty si tastò la tasca posteriore dei pantaloni e ricordò di aver lasciato il cellulare nella borsa. Si trascinò fino al bordo del letto e si alzò. Attraversò la stanza e si piegò sulle ginocchia, aprendo la borsa rimasta pochi centimetri dalla porta. Estrasse il cellulare e intravide la notifica del messaggio lampeggiare sullo schermo.
Tornò verso il letto e  afferrò gli occhiali. Con gli occhi ancora umidi per il pianto faceva fatica a leggere. Li inforcò sul naso e con il polpastrello dell’indice destro, fece scorrere la notifica e il testo si aprì per intero.
 

Kenny

Ciao, come stai?
Ti ho cercata per quello che è successo stamattina, ma mi hanno detto che non ti sentivi bene ed eri uscita prima. Se hai bisogno di parlare, ci sono. Chiamami quando vuoi. A qualsiasi ora.
 

Betty fissò le sue parole.

Sembrava una mano tesa, una spalla su cui sfogarsi, ma era un ragazzo. Kenny le era stato accanto, rispettando il suo segreto. Però non sarebbe rimasto affidabile a lungo, la sua esperienza le aveva insegnato quella lezione e lei l’aveva imparata. Non poteva fidarsi. Non sarebbe cascata nella trappola l’ennesima volta.
«Ho finito di farmi ferire dai ragazzi» sibilò.
Con un tocco rapido del pollice, chiuse l’applicazione senza rispondere.
Betty camminò fin davanti all’anta dell’armadio su cui era inserito lo specchio. Osservò la sua immagine riflessa e aggiunse: «Non permetterò più a nessuno di avvicinarmi, toccarmi e farmi stare male.»
Concentrandosi con decisione, attivò il potere di cui le aveva fatto dono Sasha DiVittis. Percepì la massa del suoi muscoli rilassarsi, la pelle raffreddarsi e la familiare sensazione di leggerezza.
Il cellulare attraversò il palmo in cui lo reggeva e cadde con un tonfo sul pavimento. La giacca le scivolò, oltrepassando gli altri abiti, spalle e braccia, posandosi a terra dietro di lei.
Mantenne il controllo e trasmise le proprietà della sua capacità intangibile ai vestiti rimasti addosso e alle scarpe e si sollevò di qualche centimetro, galleggiando nell’aria.
Aveva fatto la sua scelta.
Sarebbe rimasta per sempre in quello stato.
Irraggiungibile.
Intoccabile.
Per chiunque.
 
                                       

                                                               Continua…?