lunedì 21 gennaio 2019

Darklight Children - Capitolo 88


CAPITOLO 88
Tutte le strade portano al C.E.N.T.R.O.



Seduta sul sedile del passeggero nell’auto di Yuri, Sabrina continuava a rigirarsi tra le mani il modulo d’iscrizione dello stage al C.E.N.T.R.O. «Abbiamo solo due giorni di tempo. Lunedì dovremmo dare una risposta. È assurdo!»
«È assurdo che non abbiamo pensato fin da subito ci fosse lui dietro tutto questo» rispose Yuri, stringendo le dita intorno al volante. «Kaspar ha sempre avuto l’intenzione di portarci nella sua struttura di addestramento per mezzo demoni.»
«Perché ci ha lasciati andare via dopo il mio aborto? Leonardo era già in mano sua e avrebbero potuto trattenere anche me.»
«Un rapimento di gruppo avrebbe attirato troppa attenzione e non è di certo nel loro stile.»
«Un ricatto invece lo è?»
Yuri scrollò le spalle.
«A ogni modo non abbiamo molta scelta» continuò Sabrina. «Non possiamo lasciare Leonardo in questa situazione e dubito che Kaspar sistemerà l’incantesimo se mancherà qualcuno di noi.»
Yuri si girò a guardarla. «Quindi, hai già deciso?»
Sabrina annuì.
«E lo fai solo per aiutare il tuo amico? Il discorso di settimana scorsa sul cercare delle risposte sul bambino, non c’entra niente?»
Sabrina sapeva che avrebbero finito con il parlarne di nuovo. C’era però un particolare che Yuri ignorava, glielo aveva taciuto e non poteva più nasconderlo. «In effetti la mia scelta ha a che fare anche con la nostra conversazione, ma non per quello che pensi tu. Appena ci siamo allontanati dal C.E.N.T.R.O. ho sentito una voce nella testa che mi chiamava “mamma”.»
Lui spinse il piede sul freno e fece arrestare di colpo l’auto. Erano a pochi metri da casa di Sabrina e per fortuna stava già iniziando le manovre per il parcheggio.
«Perché hai aspettato tanto per dirmelo?» le urlò contro, strabuzzando gli occhi. «Ci eravamo ripromessi di parlare di tutto.»
«L’ho fatto. Solo con un po’ di ritardo. E comunque non è questo il punto.» Lo fissò con aria di sfida. «Mi credi?»
Yuri spalancò la bocca e poi la chiuse subito, scuotendo la testa. «È qualcosa di impossibile. Eri a soli due mesi di gravidanza. Il feto non era ancora minimamente sviluppato. Come puoi pensare che possa averti mandato un richiamo mentale?»
«Lo sapevo, non mi credi.»
«Andiamo Sabrina, ragiona. È oltre il limite dell’accettabile. Persino per i nostri standard!»
«Perché? Stiamo parlando di un istituto che si occupa di mezzo demoni da anni. Chissà quali esperimenti possono aver fatto sul mio…»
L’espressione di Yuri mutò. Passò dallo sbalordimento alla confusione. «Stai cercando di dirmi che… il nostro bambino… non è morto?»
Sabrina spostò lo sguardo e tornò a fissare il modulo. «Non ne sono sicura e voglio scoprirlo.»
Yuri mosse la leva delle marce e sistemò l’auto in un parcheggio decente. «Ci devo pensare, ma se sarete tutti d’accordo ad andare, non mi tirerò indietro.»
«Grazie.» Sabrina lo baciò sulla guancia e scese dal mezzo. «Ci sentiamo domani.»
Yuri annuì, rimise in moto e partì.
Sabrina lo osservò sparire all’orizzonte. Conoscendolo, doveva compiere uno sforzo enorme per accettare e subire la decisione di qualcun altro e per un momento aveva avuto l’impressione di sentirlo distante. Era chiaro che aveva già superato la morte del loro bambino. Per lei però era diverso. Nella sua mente e nel suo cuore persisteva la sensazione che ci fosse ancora una possibilità.
Si avviò verso il portone e, mentre frugava in tasca per pescare il mazzo di chiavi, un uomo uscì e lo tenne aperto per farla entrare.
«Grazie» disse, squadrandolo da capo a piedi. Era alto, con i capelli castani e una barba buffa che dalle basette gli arrivava intorno alle labbra, dandogli l’aspetto di un aristocratico del diciottesimo secolo, come venivano raffigurati nei dipinti. Non lo aveva mai visto nel palazzo e una persona tanto particolare l’avrebbe di certo notata.
Lui ricambiò il suo lungo sguardo. «Sei Sabrina Corti?»
«Sì» rispose sorpresa.
«Il mio nome è Hans Strom» fece lui sorridendo. «Speravo di incontrarti».
«Ci conosciamo?» 
«Purtroppo no. Ma conto di rimediare presto.» Hans le indicò il modulo che teneva in mano. «È un buon istituto e una buona proposta. Dovresti coglierla al volo.»
Sabrina riportò gli occhi sul foglio. Alzò la testa e vide l’uomo allontanarsi. «Aspetti, conosce il C.E.N.T.R.O.? Perché pensa sia una buona proposta per me?»
«Vieni e lo scoprirai» rispose Hans senza voltarsi.
Sabrina s’innervosì. Sentendosi minacciata, ricorse alla telecinesi e bloccò il cammino del suo interlocutore, immobilizzandolo.
«Voglio delle risposte adesso. Chi è lei e cosa sa di me?»
«Fai le domande giuste, ma alla persona sbagliata.» La voce di Hans era calma. Non era allarmato dallo strano fenomeno che lo aveva colpito. «Chiedilo a tua madre e per favore, usa la telecinesi per ragioni più valide.»
Sabrina lo rilasciò all’istante. Sentirlo nominare il suo potere ad alta voce, le sembrò come essere sorpresa a rubare. L’uomo proseguì tranquillo per la sua strada e lei si fiondò all’interno del palazzo. Salì gli scalini due a due, non era certa, ma a quell’ora sua madre poteva essere ancora in casa. Quell’uomo forse le aveva fatto del male, forse era un altro modo del C.E.N.T.R.O. per intimidirli. Ispezionò le quattro chiavi del mazzo e infilò quella dell’appartamento nella serratura della porta.
«Mamma! Mamma!» urlò spalancandola e richiudendola alle sue spalle. S’inserì nella sala da pranzo, cercando un indizio che ci fosse stato uno scontro tra la donna e Hans.
«Ciao tesoro» disse all’improvviso Miranda Corti, sbucando dalla sua camera da letto. Notò subito l’aria trafelata della figlia «È tutto a posto?»
«È venuto qualcuno poco fa in casa? Un uomo?»
Miranda si irrigidì. «L’hai incontrato. Ti ha infastidito?»
Sabrina scosse la testa. «No, sto bene. Cosa voleva?»  
«Niente che ti riguardi.»
«Sa chi sono. Io invece non ho idea di chi sia lui e mi ha detto di chiederlo a te.» Appoggiò chiavi e modulo sul tavolo e si avvicinò alla madre. «Chi è Hans Strom?» 
«Ti ho detto che non ti riguarda» rispose secca. «Devi solo stargli lontano e se lo incroci di nuovo cambia strada. Non devi nominarlo, né avvicinarlo.»
«Perché? Ti ha minacciata?» domandò preoccupata.
«No.»
«Allora spiegami. Cosa…»
«Il discorso è chiuso» la interruppe la madre. «Devo finire di prepararmi, tra poco inizia il mio turno al ristorante.» Tornò in camera e sbatté la porta.
Sabrina avanzò, decisa a usare i suoi poteri per non essere esclusa dalla discussione. Poi si fermò. Andò verso il tavolo e lasciò cadere lo zaino su una sedia. Prese una penna blu infilata in un quaderno e iniziò a compilare il modulo per lo stage al C.E.N.T.R.O.
Non aveva bisogno di sua madre per scoprire quali segreti le nascondeva. Avrebbe trovato le sue risposte da sola.

Sporto in avanti, con il mento appoggiato sulle braccia incrociate sul volante, Yuri osservava l’imponente edificio del C.E.N.T.R.O. che si stagliava oltre il parabrezza.
Se l’era presa con Sabrina quando lo aveva obbligato a guidare fin lì e ora ci era andato di sua volontà. Non se ne spiegava il motivo, eppure si era sentito attratto da quel luogo.
Buttò un’occhiata al modulo abbandonato sul sedile accanto.
«Comincio a credere che non ci libereremo mai di Kaspar e del suo C.E.N.T.R.O.»
In parte sentiva che era colpa sua. Mesi prima aveva scelto lui di portare nell’istituto Sabrina e anche se era servito a ritrovare Leonardo, con quella decisione pensava di aver condannato tutti. 
C’era qualcosa di angosciante oltre quelle mura, era una sensazione che non aveva avvertito la prima volta che ci era entrato, ma si era insinuata in lui fin dal primo istante in cui aveva messo piede fuori.
Ripensò alle ultime parole di Sabrina pochi minuti prima. Temeva che la morte del figlio le avesse lasciato una cicatrice più profonda del previsto e stesse perdendo il senso della realtà. Era anche vero che nessuno più di loro poteva facilmente accettare l’impossibile.
«Sei davvero là dentro?» domandò in un sussurro.
Nessuna risposta. Silenzio assoluto.
Yuri sorrise. Ovviamente aspettarsi “sì” era da pazzi. Poi divenne di colpo serio. Una voce riecheggiò nella sua testa. Confusa e debole, pronunciò un’unica, chiara parola.
Papà.


                                               Continua…

lunedì 7 gennaio 2019

Darklight Children - Capitolo 87


CAPITOLO 87
Il ricatto di Kaspar



Leonardo fissò l’espressione algebrica scritta alla lavagna. Il compito finale di matematica si avvicinava e la spiegazione che la professoressa stava dando era – per sua stessa ammissione – essenziale per la riuscita del test, ma pur sapendolo, non riusciva a rimanere concentrato.
La settimana era stata tranquilla. Nessuno si era dimenticato di lui, non c’erano stati altri attacchi da ragazzi con poteri, però non riusciva a rilassarsi per dedicarsi completamente alla sua vita scolastica. Si guardò intorno, sicuro che presto qualcuno avrebbe messo in dubbio la sua esistenza.
I suoi compagni non lo degnarono di uno sguardo.
È un buon segno. O un cattivo segno pensò. Doveva fare una prova. Alzò il braccio per chiedere il permesso di andare in bagno.
La professoressa sembrò non notarlo.
«Professoressa» la richiamò Leonardo per attirare la sua attenzione.
«Cosa?» La donna si girò verso di lui e rimase perplessa. «Scusa, tu chi sei?»
Leonardo abbassò lentamente il braccio. «Sono Martini. Leonardo Martini» rispose con voce flebile. Stava succedendo di nuovo. Istintivamente cercò tra i compagni Davide e Sabrina, che si erano girati di colpo a fissarlo.
La professoressa esaminò il registro. «Non c’è nessun Martini in questa classe tra i miei studenti. Non è uno scherzo divertente.»
Leonardo scrutò di nuovo gli altri ragazzi, ora intenti a fissarlo confusi. Neanche loro sapevano chi fosse. Allontanò con violenza la sedia dal banco e corse fuori dalla classe. Si fermò a metà corridoio, guardò indietro e vide il braccio della donna che richiudeva la porta, ovattando così il brusio che si era diffuso nell’aula.
S’infilò la mano sinistra tra i capelli e la pelle ai lati della schiena si inumidì di sudore. «E adesso? Cosa faccio?» Nel panico il respirò divenne affannoso.
La porta dell’aula si aprì di nuovo. Davide uscì porgendogli la sua giacca e lo zaino. «Non farti venire un attacco isterico» gli disse vedendolo sbiancare e inspirare grandi boccate d’aria. «Avevamo previsto che potesse accadere di nuovo.»
«Ma non abbiamo stabilito che cosa fare!»
«Vai da Kaspar De Santi» rispose Davide.
«E se non mi riconosce?»
«Sarà la prova che lui e il C.E.N.T.R.O. non c’entrano niente con questa storia. A quel punto esci da scuola e aspettaci in cortile.»
Leonardo sistemò lo zaino in spalla e piegò la giacca sotto il braccio destro. «E se invece è colpevole?»
«Scopri cosa vuole, ma non fare niente. Ci vediamo comunque fuori per discuterne con gli altri.» Davide tornò verso l’aula e rientrò.
Leonardo s’incamminò nel corridoio, l’eco dei suoi passi come unico compagno durante il tragitto. Salì la rampa che portava al piano dell’ufficio del consulente ripetendosi Pensa positivo. Pensa Positivo. Pensa positivo e stringendosi l’avambraccio destro con forza tale da stritolarlo.
Si fermò davanti all’ingresso dell’ufficio e trasse un lungo respiro. Chiuse la mano a pugno per bussare, ma si fermò a mezz’aria. All’interno Kaspar stava conversando con qualcuno.
«Certo, può stare tranquillo direttore Strom.» La voce di Kaspar aveva un tono reverenziale. «Ho valutato ogni possibile rischio ed è la scelta migliore.»
«Mi fido del tuo giudizio, ma sai quanto questo progetto mi stia a cuore» rispose il signor Strom. «Possiamo definirla, in un certo senso, una questione personale.»
Leonardo non riconobbe la voce dell’altro uomo. Strom non era il cognome del preside e neanche del suo vice. Eppure lo aveva chiamato direttore.
«Lo comprendo. Non ci saranno errori» ribadì Kaspar.
«Allora, aspetto notizie.»
Leonardo udì il rumore di sedie che venivano spostate, così si allontanò dalla porta, giusto un istante prima che venisse aperta. Il signor Strom uscì, era un uomo alto con i capelli castano chiaro e la barba che partiva dalle lunghe basette fino a coprire le labbra carnose. I suoi occhi marroni incontrarono per una frazione di secondo quelli di Leonardo e poi proseguì per la sua strada.
Il ragazzo ritornò sull’uscio e bussò alla porta aperta.
Kaspar alzò la testa dalla scrivania e disse: «Prego, entra pure.»
Non lo aveva chiamato per nome o cognome. Scoraggiato, avanzò e prese posto sulla sedia davanti alla scrivania.
«Cosa posso fare per te?» domandò Kaspar.
«Io… » iniziò Leonardo, non sapendo in realtà cosa dire. Se non lo riconosceva, doveva parlare per metafora, se invece si ricordava di lui, avrebbe potuto andare dritto al sodo. «Ho un problema.»
«Ok. Altrimenti non saresti qui. Che tipo di problema?»
Leonardo rimase a scrutarlo in silenzio. «È  personale. E complicato.»
«Ho capito.» Kaspar si alzò e andò a chiudere la porta. Ritornò quindi al suo posto e disse: «Nessuno ci ascolterà. Ora puoi parlare liberamente, Leonardo.»
«Mi riconosce» esclamò.
«È ovvio. Non dovrei?»
«Ultimamente le persone hanno dei vuoti di memoria. Tendono a dimenticare momentaneamente che esisto e pochi minuti fa è successo alla professoressa di matematica e ai miei compagni.»
«Dunque, si tratta di questo» rispose composto Kaspar. «Supponevo che potesse accadere qualcosa del genere.»
«Davvero?» domandò Leonardo sorpreso.
«Come vi avevo già anticipato, l’incantesimo della memoria è molto delicato. Bisogna utilizzarlo con cura. Se non si presta attenzione, possono esserci conseguenze di questo genere, soprattutto se a usarlo sono giovani inesperti come voi.»
«Il signor Moser era con noi quando abbiamo ripristinato i ricordi» replicò seccato. «E ci ha spiegato che non è stato un nostro errore, ma qualcuno che è intervenuto per creare di proposito questo problema.»
Kaspar lo guardò senza ribattere. Il ragazzo ricambiò lo sguardo, mentre cresceva nella sua mente il sospetto che quell’uomo non fosse del tutto sincero.
«So cosa stai pensando: forse sono proprio io quel qualcuno» gli disse con un sorriso enigmatico.
«Sa chi sono, quindi se non è vittima anche lei di queste “amnesie”. Può essere la persona che le ha causate.»
«Forse. E in quel caso, sarei anche l’unico che può sistemare questa faccenda definitivamente.»
«In modo che tutti si ricordino per sempre chi sono?»
«Esatto» disse Kaspar. «Solo chi ha lasciato aperto l’incantesimo, può richiuderlo.»  
Leonardo appoggiò la giacca al bracciolo e lo zaino accanto alla gamba della sedia. Ormai aveva pochi dubbi che il responsabile fosse un altro, avrebbe potuto smascherarlo, ma ricordò la raccomandazione di Davide.
«Che cosa vuole?» domandò. «Se dovessi rivolgermi a lei per risolvere il mio problema, cosa dovrei darle in cambio?»
Kaspar sorrise di nuovo, in maniera più divertita. «Sei un ragazzo sveglio.» Aprì un cassetto alla sua sinistra e posò sei moduli sulla scrivania. «Non sarà niente di doloroso. Anzi, ci guadagneremo tutti.»

Davide afferrò Sara per un braccio, mentre attraversava l’atrio con Naoko, in mezzo ad altri studenti.
Notando Sabrina e Yuri appoggiati al muro, la ragazza chiese: «È successo qualcosa a Leonardo?»
«Un altro blackout collettivo di memoria» rispose Davide. «Nessuno in classe sapeva chi fosse, a parte me e Sabrina.»
«Dov’è lui?» domandò Naoko.
«Ci aspetta fuori» fece lui. «È andato a parlare con il consulente.»
«Muoviamoci» li esortò Sara.
Raggiunsero i due compagni e tutti e cinque si avviarono verso l’uscita.  Osservarono i giovani in cortile e individuarono Leonardo appoggiato alla cancellata in un angolo appartato, con le mani nelle tasche della giacca.
Lui li vide a sua volta avvicinarsi, evitando i ragazzi che proseguivano per lasciare l’edificio scolastico.
«Stai bene? Ti ha fatto del male?» domandò apprensiva Sara.
«No, sto bene» le rispose.  
«Come è andata? Ti ha riconosciuto?» domandò Sabrina.
Leonardo annuì «Mi sembrava di essere una delle protagoniste di Pretty Little Liars che cerca di scoprire se ha di fronte A.»
«Che vuol dire? A volte non ti seguo quando fai riferimenti a serie tv» disse Yuri.
Naoko sospirò «Sapeva chi era. Quindi ha ammesso di essere stato lui.»
«Non apertamente, ma me lo ha fatto intendere» replicò. «E ovviamente per togliermi da questo casino vuole qualcosa da noi.»
«Da tutti noi?» ripeté Davide. «Non ce l’ha solo con te?»
«No. Riguarda tutti e sei.» Leonardo fece scivolare una spallina dello zaino e inserì una mano nella fessura aperta della cerniera, estrasse sei fogli di carta e li distribuì uno ciascuno agli amici. «È un modulo da compilare per uno stage, dovremmo frequentarlo due pomeriggi a settimana fino alla fine della scuola e ci darà dei crediti extra.»
Sara lo guardò perplessa. «Un po’ strano come ricatto.»
«Non sembra tanto male»  ammise Yuri. «Tutto torna normale e noi otteniamo dei crediti in più per gli esami finali. Non vedo problemi.»
Naoko terminò di controllare il modulo. «Lo avete letto fino in fondo? È chiaro dov’è il suo tornaconto.»
«Lo stage non sarà a scuola» spiegò Leonardo, prima che anche gli altri lo scoprissero da soli. «Dovremmo farlo al C.E.N.T.R.O.»

                                                    Continua…

lunedì 10 dicembre 2018

Darklight Children - Capitolo 86


CAPITOLO 86
Fine primo round


Leonardo si fermò a pochi passi dal portone del palazzo. «E se non mi riconosce? Cosa farò? Dove andrò? Non posso passare il resto della vita da Davide.»
Sara sospirò. «Rilassati e pensa positivo. Magari chi c’è l’ha con te si è già stancato.»
Leonardo arricciò il naso esasperato. Era chiaro che sua sorella non prendesse sul serio la faccenda perché non si trovava al suo posto. «Non è così facile. Non lo è mai.»
«Non puoi saperlo. E in ogni caso ci inventeremo qualcosa.» Sara lo prese per mano.  «Non ti lascerò solo.»
Leonardo si fece coraggio e proseguì dietro di lei fin dentro al palazzo, davanti alla porta di casa.
«Fai parlare me»gli disse, infilando la chiave nella serratura e spingendo la porta. «Ehi! C’è nessuno?» domandò prima di chiudere la porta dietro di loro.
«Sono in cucina» rispose la madre.
Leonardo trattenne un gemito. Scoprì di provare u nuovo tipo di terrore: quello di non poter più vivere con la tua famiglia perché per loro non esistevi. Poi, incoraggiato da Sara, proseguì in corridoio e insieme raggiunsero la donna.
Grazia Martini alzò la testa dalla rivista che stava sfogliando e li guardò con aria neutrale.
«È tutto a posto?» domandò Sara.
«Sì, perché?» fece Grazia.
Leonardo continuò a fissarla, aspettandosi da un momento all’altro di venir trattato come un estraneo. 
Sara scrollò le spalle. «Niente. Sei qui, tutta sola, è quasi ora di pranzo…»
«Papà è fuori per delle commissioni, ma sarà qui a breve e andremo a mangiare al ristornate, come avevamo deciso.»
Sara annuì. Si voltò verso di lui e gli indicò di seguirla. Si girarono entrambi, diretti verso la camera della ragazza.
«Aspetta, non hai niente da dirmi?» li fermò Grazia.
«Cosa dovrei…» iniziò Sara.
«Non tu. Lui.»
Leonardo andò nel panico. Cosa doveva dire? Come doveva comportarsi? Deglutì a fatica. «Ehm… io…»
«So che hai diciotto anni e vuoi la tua indipendenza, ma abbiamo stabilito delle regole» disse Grazia. Il suo volto sia addolcì e Leonardo vide con sollievo che la preoccupazione dei suoi tratti lasciò spazio alla comprensione. «Se rimani a dormire da un amico, devi avvertirmi prima. D’accordo, Leonardo?»
Ricordava il suo nome. Si ricordava di lui in generale. Per la gioia le schioccò un bacio sulla guancia. «Hai ragione. Scusami, mamma.»
Grazia sorrise a sua volta. «Perdonato.»

Il C.E.N.T.R.O. era immerso nel completo silenzio, per Marcus non era una novità.
Sgattaiolò fuori dalla sua stanza, si avvicinò alla terza porta dopo la sua e bussò tre volte. L’uscio si aprì e Samuele mise fuori la testa.
Marcus annuì e Samuele uscì dalla camera. Chiuse la porta senza fare rumore e lo seguì lungo il corridoio. Imboccarono la rampa di scale che portava al piano sottostante.
Marcus fece segno al compagno di rimanere fermo, si schiacciarono con la schiena contro il muro per pochi secondi, poi si sporse lievemente in avanti. Osservò con circospezione e constatò che la strada era libera. Prese Samuele per la manica della felpa e se lo tirò dietro, camminando a passo spedito fino alla porta al centro del nuovo corridoio. La spalancò e spinse all’interno il ragazzo più giovane di lui. Per l’ultima volta controllò all’esterno di non essere stato visto e la chiuse alle sue spalle.
«Finalmente! Ce ne avete messo di tempo per arrivare» lo accolse la voce pungente di Jonathan.
Marcus si girò di scatto, colto di sorpresa. Il ragazzo biondo era seduto comodamente su una delle poltroncine girevoli, ricoperte di tessuto rosso. Aveva una posizione rilassata e lo guardava con aria di sfida, ma da tempo Marcus sapeva come non cadere nei suoi tentativi di provocarlo.
Al suo fianco, su un’altra poltroncina, Erica era stretta al braccio destro di Jonathan, i lunghi capelli rossi per metà appoggiati sulla spalla di lui. Marcus la guardò, cercando di nascondere la sua disapprovazione: quella ragazza non si preoccupava di essere inopportuna, si strusciava addosso al compagno come una gatta in calore.
«Siamo in perfetto orario» rispose poi con tono fermo e sicuro. «Tu piuttosto, come mai sei già qui? Credevo ci volessi impiegare di più.»
«Non ne valeva la pena» disse Jonathan sorridendo. «Ho colto i due Alpha di sorpresa e mi sono divertito nel vederli nel panico. Ma poi la cosa si è fatta noiosa.»
Marcus sogghignò, mostrando i denti bianchi che risaltavano sulla sua pelle scura. «Hanno scoperto la tua illusione. Non sei durato molto.» Non resistette all’occasione di sottolineare la sua sconfitta.
«Sicuramente più di voi.»
«A ogni modo, se ci sei riuscito è anche merito mio. Uno dei miei pipistrelli ti ha fornito l’informazione giusta. E poi prenditela con Erica» ribatté. «È lei che ha attaccato l’umano.»
«Non sappiamo se è veramente umano. E comunque l’ho fatto per proteggere Samuele» replicò la ragazza, facendo le fusa.
«È vero» s’intromise Samuele, sedendosi a poca di stanza da loro, intorno al lungo tavolo di finto legno. «Temo che mi abbia riconosciuto.»
«Non preoccuparti» lo tranquillizzò Jonathan. «Non è colpa tua. Non è colpa di nessuno. E abbiamo avuto la conferma che cercavamo.»
«Davvero?» domandò Marcus sorpreso, non seguiva il suo ragionamento, o lui non li aveva messi al corrente dei suoi reali piani.
Jonathan gli indicò di prendere posto. «Certo. Ho avuto la prova che gli Alpha non sono più potenti di noi. Anzi a dirla tutta non sono preparati ad affrontarci.»   
Marcus si accomodò su una poltroncina dalla parte del lato di Erica, in modo da poter vedere Jonathan diritto negli occhi «E ti è bastato un solo breve tentativo per accertarlo?»
«Sì. Loro agiscono d’istinto, noi siamo stati addestrati. Potranno essere i nostri progenitori, ma siamo noi quelli con l’esperienza.»
La porta si aprì dall’esterno. Una donna con i capelli castani raccolti in una coda di  cavallo e un tailleur scuro comparve sulla soglia. «L’esperienza per che cosa, di preciso?»
«Professoressa Cluster» esclamò Samuele, balzando in piedi e imitato all’istante da loro tre.
Marcus si morse il labbro. Non farsi scoprire da lei era il primo obiettivo e lo avevano fallito in pieno.
«Ti ho fatto una domanda, Jonathan» disse Clara Cluster con sguardo torvo.
Jonathan riassunse il suo sguardo accattivante e la sua aria affascinante. «Niente di pericoloso. Eravamo solo curiosi di vedere con i nostri occhi i famosi Alpha.»
Il volto della donna rimase impassibile. «E loro hanno visto voi?»
«Sì» rispose Marcus, prima che potesse farlo uno degli altri. Mentirle era una pazzia e non voleva finire nei guai per l’orgoglio di Jonathan ed Erica.
Clara Cluster entrò nella sala conferenze con passo deciso. Si fermò al lato più vicino del tavolo e incrociò le braccia sul petto. «Vi ho scelti per la squadra speciale personalmente. Qualsiasi azione compite, giusta o sbagliata, ne sono responsabile. Sono io che vi ho dato dei privilegi, come poter uscire dal C.E.N.T.R.O. , confidando che non faceste sciocchezze di questo genere.»
«Ma noi…» tentò di ribattere Jonathan.
«Non ho finito» lo interruppe Clara. «Come dicevo, avete dei privilegi e come ve li ho dati, posso revocarli.» Si girò poi verso di lui. «Quanti Alpha vi hanno visto?»
Marcus mantenne l’aria seria. «Due delle ragazze hanno visto me, Samuele ed Erica.  E forse due dei ragazzi hanno visto Jonathan.»
«Forse?» ripeté Clara, rivolta ora a Jonathan.
«Sono sicuro al novanta per cento che non mi abbiano visto. Li ho osservati di nascosto e poi sono scappato quando ho avuto il dubbio che si fossero accorti di me» rispose prontamente il ragazzo.
Clara rimase in silenzio per un minuto a scrutarli. «Andate nelle vostre stanze e non uscite fino all’ora di cena. Degli eventuali danni mi occuperò io.»
Marcus si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. Le passarono davanti, Jonathan a testa alta; Erica dietro di lui, senza incrociare lo sguardo; Samuele con la testa chinata in basso; infine lui spingendolo gentilmente con una mano sulla schiena. 
Una volta all’esterno della sala, i suoi compagni procedettero verso le loro stanze, ma Marcus si attardò, appoggiato al muro. Voleva essere sicuro di non dover incappare in future punizioni a sorpresa. Origliando, udì la donna comporre un numero sul cellulare.
«Pronto Kaspar? Sono io. C’è stato un piccolo imprevisto. No, l’operazione è ancora al sicuro, ma credo che dovrai giocarti quell’asso prima del previsto. Grazie. Sapevo di poter contare su di te.»

«Perché vuoi andare lì?» le domandò Yuri al volante della sua auto.
«Non ci voglio andare, voglio solo passarci vicino» rispose Sabrina sospirando, seduta nel posto del passeggero. «Abbastanza per dare un’occhiata.»
«Cosa speri di vedere?»
Sabrina era infastidita da quel terzo grado. «Non lo so… perché fai tante storie?»
Yuri corrugò la fronte. «Il signor Moser ci ha detto di stare lontani dal C.E.N.T.R.O. e io sono d’accordo con lui.»
«Non entreremo nell’istituto. Ho solo bisogno di schiarirmi le idee. Di capire.»
«Che cosa?»
«Mi sono venuti dei dubbi. Spiegazioni che nessuno mi ha dato. Ho parlato con Leonardo del bambino e pens…»
«Perché?» la interruppe. «Avevamo deciso di non farne più parola.»
«Tu lo hai deciso» ribadì secca lei.
«Credevo fossi d’accordo.»
Sabrina sospirò di nuovo. «Perché non possiamo affrontare l’argomento senza litigare?»
«Non stiamo litigando» replicò Yuri, alzando la voce.
«A me sembra di sì: stai urlando!»
Yuri rimase in silenzio, fissando la strada oltre il vetro del parabrezza. Svoltò al primo incrocio e sbucò in una via adiacente la strada che portava al C.E.N.T.R.O.
«Ti va bene qui?» le domandò.
 Sabrina si scostò i capelli biondo miele dietro l’orecchio e sbirciò fuori dal finestrino. Da dove si trovavano riusciva a vedere perfettamente l’edificio che ospitava l’istituto e se avesse voluto, avrebbe potuto raggiungerlo in una trentina di passi. «Sì. Perfetto.»
«E adesso?»
 Lei non rispose. Non sapeva cosa dire. I ricordi dell’aborto le avevano risvegliato qualcosa dentro, una volontà inspiegabile di tornare al C.E.N.T.R.O. e cercare informazioni. Una specie di istinto materno a metà.
«È per questo che non voglio più pensare a quello che è successo. Per la tua espressione, vedo la tua sofferenza e non posso fare niente per cambiarla.»
«Non ho mai preteso una cosa del genere.» Sabrina si girò a guardarlo. «Però ho bisogno che affrontiamo questa… non so neanche io come definirla, ma ho bisogno che lo facciamo insieme.»
«Non possiamo tornare indietro, non possiamo cambiare il passato.»
«Ma ignorarlo non è una soluzione» rispose Sabrina. «Abbiamo bisogno che ci aiutino a capire come evitare che riaccada, sapere se c’è un modo per poter evitare di concepire demoni.»
«Usare un contraccettivo sarebbe già un inizio.»
«Non riesci proprio a prendere questa questione seriamente? O ti arrabbi o devi fare delle battute.»
Yuri le accarezzò il volto. «Scherzavo perché ti preoccupi troppo. Hai ragione, in futuro potrebbe diventare un problema, ma non dobbiamo pensarci adesso. Quando vorremo avere figli, ci informeremo e faremo tutte le ricerche del caso.»
«E se gli unici a poterci aiutare dovessero essere i responsabili del C.E.N.T.R.O.?»
«Verremo qui a chiedere aiuto.» Yuri le baciò la guancia. «Fino ad allora però promettimi che cercherai di stare tranquilla.»
«D’accordo.» Si sporse in avanti e lo baciò sulle labbra. «Voglio solo poter essere libera di parlarti di tutto.»
«Ed è così.» Yuri girò la chiave nell’accensione e riavviò il motore. «Ti riporto a casa, o vuoi restare qui ancora un po’?»
«No.» Sabrina lanciò un ultimo sguardo al C.E.N.T.R.O. «Possiamo andare.»
Yuri ingranò la retromarcia e imboccò la strada.
Si allontanarono lentamente e nella mente di Sabrina risuonò una voce. Sgranò gli occhi, mentre con un tono indefinibile la chiamava.
Mamma.

                                               
                                                Continua…

lunedì 26 novembre 2018

Darklight Children - Capitolo 85


CAPITOLO 85
Riunione strategica



Leonardo chiuse il cellulare e lo porse a Sabrina, seduta di fronte a lui intorno al tavolo del Full Moon, ancora deserto, in compagnia di Yuri e Davide. «Grazie per avermelo prestato. Sara ha detto che ha avvertito sia Patrick che il signor Moser. Lei e Naoko stanno per arrivare.»
«Bene. È meglio che vada fuori ad aspettarle, per evitare brutte sorprese» rispose Yuri, scostando indietro la sedia. Guardò Davide e chiese: «Mi accompagni?»
Davide si pulì la bocca con un tovagliolo. «Ok.» Si alzò e gli lanciò uno sguardo fugace prima di uscire.
Leonardo bevve un sorso dalla tazza e leccò la schiuma del cappuccino da sopra le labbra, osservandoli sparire oltre la porta del locale.
Sabrina sistemò il cellulare nella tasca dei pantaloni. «Mi sembra di essere tornata ai vecchi tempi, come quando facevamo colazione insieme al bar prima di entrare in classe.»
«Sembra di parlare di secoli fa. Ora per bere un cappuccino insieme, uno di noi deve essere attaccato da qualcuno con strani poteri.»
«Già… negli ultimi mesi ce ne sono successe di tutti i colori, ma ogni tanto riusciamo a tornare alle vecchie abitudini» gli rispose con un sorriso.
Leonardo si spazzolò le briciole della brioche dai pantaloni. «Peccato che la nostra parentesi di normalità duri sempre troppo poco.»
«Sei il solito pessimista» sbuffò lei. «D’accordo, la situazione non è piacevole, tua madre non ricorda chi sei, ma lo risolveremo. E anche quei ragazzi, vedrai che sono meno pericolosi di quello che sembrano. Tra l’altro, se mi avessi chiamata ieri notte, avresti potuto venire a dormire da me.»
«E a Yuri non avrebbe dato fastidio?»
«No e lo sai benissimo. È consapevole di non aver motivo di essere geloso.» Sabrina scostò la tazza vuota da davanti a sé. «Comunque ti è andata bene. Poco tempo fa, l’idea che tu trascorressi un’intera notte a casa di Davide era assurda e non saresti arrivato intero alla mattina dopo. Ma adesso lui è cambiato, è diventato più gentile.»
«Sua madre pensa che sia merito mio.»
Sabrina lo guardò sorpresa.
«La scorsa notte ci ha beccato mentre rientravamo dalla ricerca del ragazzo che ci ha teso l’agguato. Era arrabbiata perché non capiva cosa stava succedendo, io e Davide ci siamo inventati una storia all’istante e lei se l’è bevuta.» Guardò d’istinto il posto vuoto accanto al suo. «Poi, quando Davide ci ha lasciati soli per andare a cambiarsi, lei mi ha confidato che crede che la mia vicinanza gli faccia bene. Dice che è meno aggressivo e anche loro due litigano raramente.»
«Dovresti esserne orgoglioso.»
«Perché?»
«Perché forse ha ragione» replicò Sabrina. «Forse, sei davvero tu il responsabile del suo cambiamento. A pensarci bene è stato quello più testardo nel voler scoprire se eri morto davvero. Sì, ora che mi ricordo ha chiesto anche il tuo Registro al signor Moser per avere dettagli sulla vostra vita passata.»
Leonardo trasalì. Il ricordo della loro particolare esperienza sulla vita passata era ancora vivida nella sua mente. A ripensarci non riusciva a non provare imbarazzo.
La cosa non sfuggì a Sabrina. «Che ti prende?»
«Niente.»
«Non è vero. Ti stai agitando, lo vedo da come ti muovi sulla sedia.» Sabrina lo scrutò con attenzione. «È successo qualcosa tra te e Davide.»
Leonardo arrossì. Si massaggiò le guance sentendo che andavano a fuoco.
Sabrina gli afferrò un braccio. «Ho ragione. C’è qualcosa! Parla!»
«Va bene, ma non gridare» si divincolò Leonardo. «Mi ha confessato di avere una cotta e… ecco per vedere se per me era uguale, perché ero confuso sulla nostra vita del passato e su qu…»
«Arriva al punto» lo esortò.
«Ci siamo baciati» disse di colpo.
Sabrina rimase a fissarlo incredula. Poi si riprese e chiese: «Come è stato? Come quando ci siamo baciati io e te in seconda liceo, cioè strano e infantile, o più intenso?»
«Intenso… credo.» Leonardo scosse violentemente la testa. «Ma non ne sono sicuro. La prima volta temevo che sua madre ci scoprisse e la seconda…»
«È successo due volte?» lo interruppe lei, sgranando gli occhi.
«Non so se la seconda vale, eravamo nell’illusione di quel ragazzo. Comunque per il momento preferirei non pensarci.»
«Come vuoi.»
Sapeva che per l’amica era davvero un grande sforzo non chiedere altro, ma rispettò la sua decisione. Rimasero in silenzio qualche secondo e Leonardo terminò di bere il cappuccino.
Sabrina cambiò espressione, come se si fosse appena resa conto di qualcosa di importante. «Hai detto che hai parlato con la madre di Davide, giusto?» disse. «Quindi lei ti ha riconosciuto.»
Leonardo lasciò cadere la tazza sul piatto. «Non ci avevo fatto caso, ma sì, sapeva perfettamente chi fossi. Questo vuol dire che i ricordi che mi riguardano non sono svaniti del tutto.»
«Hai visto? La situazione è meno grave di quanto sembra.»
Leonardo inarcò un sopracciglio. «Però è mia madre che deve ricordarsi di me.»
«Non sottovalutare il legame di una madre con il suo bambino» replicò Sabrina. Il suo volto sereno si velò di un’ombra di malinconia. «È difficile dimenticarsi di un figlio.»
Leonardo si morse il labbro. Aveva scordato che l’amica aveva subito un aborto spontaneo solo due mesi prima. «Scusami. Sono stato insensibile. Ti ho fatto tornare in mente brutti ricordi.»  
«No, non preoccuparti. Mi fa bene parlare di quello che è successo. Ignorarlo è peggio.»
«Yuri come l’ha presa?»
Sabrina si sforzò di sorridere di nuovo. «Lui non condivide la mia idea, preferisce evitare l’argomento. Teme che soffriremmo troppo. E poi dovremmo affrontare anche l’altra questione.»
«Quale?»
«Be’… non abbiamo in progetto di avere dei figli in breve tempo, però abbiamo avuto la prova che se rimango incinta può nascere un demone completo e quindi dovremmo valutare come comportarci nel...» La porta cigolò e si zittì di colpo.
Leonardo si girò di scatto verso l’ingresso e scorse i due ragazzi, Sara, Naoko, Patrick e Angelo fare il loro ingresso in fila indiana in quell’istante.
Ognuno di loro pese una sedia e la mise intorno al tavolo, mentre Yuri e Davide ripresero i rispettivi posti.
Sara lo scrutò con attenzione. «Per fortuna stai bene. Credevo ti avessero fatto del male.»
«Potete spiegare anche a noi cosa è successo?» chiese Angelo Moser.
«Questa mattina ci siamo svegliati dopo aver subito l’influsso dell’illusione di un ragazzo biondo» spiegò Davide. «Per fortuna grazie alla proiezione astrale di Leonardo siamo riusciti a rompere il suo trucco, ma quando abbiamo cercato il ragazzo, era scomparso.» Lo guardò di sfuggita, sorridendogli maliziosamente.
Leonardo distolse lo sguardo, ma gli fu grato per aver omesso la modalità con cui erano sfuggiti all’illusione.
«Un altro ragazzo con capacità soprannaturali. Non può essere una coincidenza» disse Naoko.
«Infatti, io e Angelo pensiamo che si tratti di mezzo demoni come voi, reclutati dal C.E.N.T.R.O.» rispose Patrick. «Purtroppo non ne abbiamo le prove.»
«Come se ce ne fosse bisogno. Chi altro potrebbe essere? Non credo che in città ci siano tanti istituti che istruiscono ragazzi con super poteri» fece notare Yuri.
«Il punto è capire se agiscono da soli» intervenne Angelo. «In caso contrario è chiaro che Kaspar e i suoi soci vogliono qualcosa da voi.»
«Potrebbero essere stati loro ad aver cancellato di nuovo il mio ricordo» esclamò Leonardo.
«Cosa?» domandò Patrick.
«Oh sì, mi ero dimenticata di dirvelo» rispose Sara. «Ieri sera nostra madre non ha riconosciuto Leonardo. Anzi è convinta che io sia figlia unica. E c’è di più, nessuno di noi due riesce a teletrasportarsi.»
Angelo corrugò la fronte. «Strano. Le due cose non dovrebbero essere correlate. Andiamo con ordine.» Si alzò in piedi e disse: «Avete provato a teletrasportarvi insieme, tenendovi per mano?»
Leonardo incrociò gli occhi della sorella. Era un tentativo talmente ovvio che avrebbero dovuto pensarci da soli.
«No. Proviamo adesso» annunciò Sara.
«E dove ci trasportiamo?» chiese Leonardo.
Sabrina indicò la porta in fondo alla stanza. «Provate con la toilette. Se ci dovessero essere problemi, vi recupereremo velocemente.»
Leonardo abbandonò la sedia e andò al fianco di Sara già in piedi. Si sistemarono a poca distanza dagli altri, in modo che potessero vederli. Prese per mano la sorella, chiusero gli occhi per focalizzare nella mente il luogo desiderato.. Inaspettata, comparve la familiare e confortante sensazione di calore e si diffuse nel corpo; il vento li avvolse, e Leonardo fu certo di sparire in un baluginare di luce.
Appena aprì gli occhi Leonardo riconobbe l’interno dell’antibagno della toilette. Sara lo fissava con aria indecifrabile. Uscirono quasi subito notando l’espressione sollevata del gruppo.
«Un problema sembra risolto» annunciò Patrick.
«Però prima riuscivano a farlo singolarmente» replicò Naoko. «Perché ora devono essere insieme?»
Angelo si massaggiò il mento. «Per ciò che è successo mesi fa al mio negozio. Leonardo ci ha raccontato di aver condiviso con Sara il fardello delle vittime di Sayka. Questo ha influito e modificato gli effetti dell’incantesimo del Riciclo delle Anime, che in origine aveva fornito a tutti e due la capacità del teletrasporto. È un segno che il rapporto che li unisce è diventato ancora più profondo.»
«Che seccatura» si lamentò Sara. «Ora per spostarci dovremmo dipendere l’uno dall’altro.»
«Scusami tanto se ti ho evitato di impazzire» rispose sarcastico Leonardo. Si rivolse quindi ad Angelo e chiese: «E per l’altra faccenda? Questa notte e poi mattina la madre di Davide mi ha riconosciuto, quindi immagino che i suoi ricordi siano intatti. Perché quelli di mia madre sono spariti?»
«Sinceramente non so spiegarlo» ammise Angelo. «Avete eseguito l’incantesimo davanti a me, seguendo le mie indicazioni e se qualcosa fosse andato storto, si sarebbe visto fin da subito. È come se qualcun altro fosse intervenuto, intromettendosi.»
«In che senso?» domandò Patrick.
«Può essere che un’altra persona abbia agito prima di noi. Non ha impedito che restituissimo i ricordi, ma ha lasciato aperto un varco per toglierli e rimetterli a suo piacimento in vari soggetti. Come se avesse a disposizione un interruttore nella loro memoria, che accende e spegne quando vuole.»
«È orribile» esclamò Sabrina. «Chi può essere stato?»
«Non è ovvio? Sono quelli del C.E.N.T.R.O.» sbottò Davide. «Dovremmo andare lì e dargli una lezione.»
«Non possiamo, è troppo pericoloso» ribatté Yuri. «È meglio evitare scontri con loro.»
«Avete ragione entrambi» s’intromise Angelo. «Un faccia a faccia diretto ci leverebbe tanti dubbi, ma allo stesso tempo ci esporrebbe troppo. Però c’è un modo per sorvegliarli. Kaspar è il consulente alla vostra scuola. Con cautela, seguite le sue mosse e se qualcosa nel suo comportamento non vi convince, riuniamoci di nuovo. Insieme troveremo una soluzione, magari riusciremo a scoprire anche se lui e il C.E.N.T.R.O. sono legati ai mezzo demoni degli attacchi.»
«E io cosa faccio?» domandò Leonardo. «C’è un modo per annullare questo interruttore di ricordi?»
«Non so» disse Angelo. «Contatterò l’Ordine per avere informazioni. Nel frattempo, temo che l’unico modo per scoprire se hanno restituito i ricordi a tua madre sia tornare a casa e verificarlo da solo.»

                                                        Continua…