lunedì 30 giugno 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 23

Sorellanza delle Madrine
Castello di Re Ebon

Pur sapendo che l’evento aveva richiamato nobili da ogni parte del regno, Crystella non si aspettava che i partecipanti fossero così in tanti.
La sala del trono era gremita. Tutti gli invitati erano in piedi, divisi sui due lati dalla lunga passatoia di velluto bianco coperta di petali rosa, che arrivava fino all’officiante, anche lui in piedi davanti a un piccolo altare e con alle spalle i troni reali. Crystella si guardò in giro scorgendo volti più o meno conosciuti. Individuò Lord Gerard e Lady Annette che le sorridevano da due file davanti a lei. Ricambiò con uno sforzo, celando l’angoscia e il senso di urgenza che la permeavano attraverso il corpo come lo scontro di due correnti d’aria calda e fredda.
Tra poche ore Lady Griselda sarebbe diventata moglie di Re Ebon e Regina di Ageloss e lei non aveva ancora risolto nemmeno uno dei misteri che l’avevano spinta ad accettare l’invito della donna alle sue nozze.
Dalla porta principale fece il suo ingresso Lady Rosered e tutti i presenti si voltarono a guardarla. Crystella la osservò avanzare e si sentì colpevole: le aveva messo al fianco Frea e ora che sembrava averne un impagabile bisogno, la Madrina era scomparsa e lei non aveva trovato risposta neanche a quell’interrogativo.
Un uccellino azzurro sfrecciò dall’ingresso, e superando più di un copricapo e varie acconciature vistose, planò sulla sua spalla. Crystella la riconobbe subito come una delle sue consorelle. «Con permesso» chiese gentilmente agli uomini e alle donne al suo fianco e si avviò verso la porta per uscire dalla sala.
Raggiunse il corridoio all’esterno, nessuno sembrava aver notato o preoccuparsi del suo gesto. Quattro soldati erano in piedi a guardia dei due apici del corridoio del piano, non vedeva chiaramente i loro volti, ma pur intarvedendola non mossero un muscolo. Si allontanò ancora una decina di passi dall’ingresso della sala del trono e accarezzò con l’indice la testolina dell’usignolo azzurro. Se non era lei a volerlo mostrare apertamente, nessuno avrebbe potuto accorgersi di ciò che stava per fare. «Adesso puoi riprendere le tue sembianze.»
L’animale si staccò da lei, rimase sospeso in cielo, sbattendo le ali piumate e polvere lucente l’avvolse fino a rivelare la forma di Severine.
«Madrina Superiore Crystella sono così felice di vederti» le disse distendendo le labbra in un sorriso. «Ho percepito il tuo arrivo, ma non mi sono fatta vedere perché non ne capivo la ragione. Per quale motivo sei qui?»
«Sono stata invitata alle nozze, ma in realtà sono venuta per indagare sulla futura Regina» spiegò Crystella. «Oltre al fatto che è riuscita a scovare la nostra Magione, sono successi altri avvenimenti sospetti che mi hanno imposto di dubitare di questa donna.»
«Ti riferisci alla sparizione di Frea? E alla misteriosa figlia di Re Ebon di nome Snow?»
Crystella annuì. «Sei qui da più giorni di me, hai per caso trovato qualche risposta?»
Severine scosse la testa. «Frea sembra scomparsa nel nulla e la principessa pare invisibile.»
Quel termine fece suonare un campanello nella testa di Crystella. Prese la mano destra di Severine nella sua e disse: «Credo sia in atto una magia potente come la nostra, concentriamoci e forse con il potere delle energie unite potremo smascherare questo imbroglio.»
Severine eseguì la sua richiesta. Entrambe le loro figure furono evidenziate dall’aura lucente bianca e blu che le contraddistingueva e a quel punto, voltandosi verso la sala del trono, scorsero i lineamenti di una fanciulla comparire a pochi passi dall’entrata. Si materializzò ai loro occhi come dipinta da un pittore su una tela invisibile. Era una giovane alta e bella, dai capelli neri come l’ebano, la carnagione bianca come la neve e le labbra rosse come il colore del sangue.
«È Lady Snow White» disse Severine. «Corrisponde alla descrizione che mi ha fatto di lei Ella dopo averla incontrata di persona.»
«Ecco perché nessuna di noi sapeva nulla di lei. Ci è stata celata per tutti questi anni con un sortilegio.» Crystella la seguì con lo sguardo mentre proseguiva all’interno della sala. Subito dopo avvertì un odore malsano pervaderle le narici e il suo corpo fu scosso da brividi spiacevoli. «Cos’è questa sensazione? C’è un’energia opprimente in questo castello.»
«Volevo parlarti anche di questo. L’ho percepita fin dal mio arrivo, forse la tua natura di Madrina Superiore ti rende immune, ma collegandoti a me l’hai avvertita» disse Severine. «È presente in tutto il castello e più tempo ne sono a contatto, più mi sento indebolire.»
Crystella si rese conto che le stranezze non facevano che aumentare e soprattutto quell’emanazione malsana le ricordava qualcuno che pensava di aver debellato e si era ripromessa di essere più preparata nell’eventualità in cui si fosse ripresentato. Socchiudendo gli occhi scorse filamenti di fumo oscuro annidarsi in ogni fessura delle pareti del castello e avvolgere ogni oggetto. Non sarebbe stato facile trovare l’origine di quell’emanazione negativa, poi abbassò lo sguardo e le mancò il respiro.
Vide arrivare Lady Griselda, fasciata nel suo bellissimo ed elegantissimo vestito da sposa bianco, con rifiniture di perle. Indossava un velo con strascico e camminava sicura, fissando l’entrata della sala del trono davanti a sé. Nonostante tutto quel candore, Crytella scorse nettamente un bozzolo di fumo oscuro avvolgere il suo ventre. Ancora una volta era lei il comune denominatore di tutti i misteri. Si voltò a osservare la sua consorella e dalla sorpresa e sgomento sul suo volto, capì che anche lei lo aveva notato.
«Non dire nulla» la ammonì Crystella. Osservò Lady Griselda fare il suo ingresso nella sala e udì le ovazioni degli invitati, non si era resa conto che loro due erano fuori a guardarla,
«Cosa facciamo? Dove cerchiamo le nostre risposte?» domandò Severine confusa. «E come mai Lady Griselda sembra emanare parte di questa energia negativa?»
«Purtroppo non lo so, ma ora è il momento di scoprire il più possibile» rispose Crystella. «Sfrutteremo il matrimonio per fare le nostre ricerche indisturbate.»

 L’aura bianca crepitava intorno al corpo di Crystella come un prolungamento della sua pelle e del suo abito. Da essa si staccavano piccole sfere di luce bianca, simili a fiocchi di neve che baluginavano nell’aria fredda del mattino. Quelle sfere luminose l’avevano guidata fuori dal castello insieme a Severine, aveva fatto ricorso ai suoi poteri di Madrina Superiore per ritrovare anche la più piccola traccia della sorella Frea scomparsa. La magia le aveva infine condotte nella parte ovest delle mura poco distante da un fiume che scorreva tranquillo.
Le sfere bianche luminescenti si posarono sul terreno, a pochi passi dal fiume e svanirono.
«Mi pare di riconoscere questo posto» disse Crystella. «L’ho intravisto quando Frea mi ha contattata l’ultima volta che le ho parlato.»
Severine le passò davanti e si inginocchiò sull’erba. «C’è della polvere…» trattenne il fiato per un istante. «Io… non ne sono sicura, ma credo che sia parte di Frea…»
Crystella aveva già preso in considerazione l’eventualità che alla consorella fosse toccata una sorte del genere, ma quell’indizio la fece tremare comunque per il timore.
Si inginocchiò a sua volta e disse: «C’è solo un modo per esserne certe.»
Raccolse i piccoli granelli dal terreno, se li portò al petto e li contaminò con la sua aura, poi li lanciò in aria e questi volarono fin sopra il fiume e rimasero a galleggiare sulla superficie. Altra polvere si separò dalla terra e raggiunse i frammenti bloccati fino a formare i contorni di un figura di luce tenue. Quell’essere aveva le sembianze di Frea.
Severine si portò le mani alla bocca per l’orrore. «Per tutto ciò che è sacro!» esclamò inorridita.
«Devi essere forte» la esortò Crystella, stringendole la spalla sinistra. Rivolse il volto alla figura di luce e disse: «Frea, sono la Madrina Superiore e ti supplico di parlarmi.»
Lo sguardo vacuo di Frea acquistò momentaneamente uno sprazzo di vita. Incrociò quello della donna in bianco e senza aprire bocca fece udire la sua voce. «Sono morta.» Le parole risuonarono accompagnate da una eco lontana.
«Quel’è l’ultimo avvenimento che ricordi?» domandò Crystella.
«La ragazza. Snow. Dovevo avvertirti della sua esistenza.»
Crystella continuò a fissarla, ma parlò a Severine. «È successo tre giorni fa, prima che partissi per il castello.»
«Il giorno dopo sono arrivata qui con Ella» ricordò Severine. «Se non fosse stato per una manciata di ore, forse avrei potuto aiutarla.»
«No, probabilmente saresti morta anche tu.» Crystella interrogò ancora Frea. «Sai chi ti ha ucciso?»
«Sì» rispose senza che sul suo volto si manifestasse l’ombra di un’emozione. «Lady Griselda.»
Crystella non ne fu sorpresa, ma prima doveva dare l’estremo saluto a Frea. «Il mio cuore piange la tua perdita. Mi occuperò io della tua protetta. Vai in pace, sorella mia.» Allargò le braccia e l’aura bianca disperse i granelli di polvere luminosa che avevano dato origine alle sembianze di Frea, lasciandoli liberi di viaggiare nel vento.
Severine scosse la testa pensierosa. «È terribile. Lady Griselda sa come ucciderci e ha i mezzi per farlo.» 
«Ha anche un movente per volerci morte» le rivelò Crystella. «L’altro giorno ha sottilmente fatto capire di sapere della Profezia della Corteccia. Sa di una fanciulla che può salvare Ageloss e ha ucciso Frea dopo che ha scoperto e condiviso con me l’esistenza di Snow.»
«Questo significa che è legata al Demone Eterno» concluse Severine. «È assurdo, abbiamo setacciato tutto il regno dopo la sua sconfitta e non abbiamo trovato alcuna traccia dei suoi seguaci.»
«Gli umani sono bravi quanto noi a nascondersi» sottolineò Crystella. «E questo spiegherebbe anche perché abbiamo visto l’energia oscura pervaderla nel profondo.  A ogni modo ora non abbiamo più dubbi: Lady Griselda è pericolosa, è una minaccia e lo diventerà ancora di più una volta salita al trono.»
«Perché però nasconderci solo l’esistenza di Lady Snow? Pensi abbia individuato in lei al fanciulla della profezia?»
«Vorrei poterne essere tanto sicura, di certo con il suo comportamento sembra indicare che le possibilità sono alte. Ma non possiamo dimenticare che quella donna è una manipolatrice, potrebbe essere anche una strategia per confonderci.»
«Come devo agire?» domandò Severine seria.
«Tieni sotto stretta sorveglianza Ella. Non abbandonarla mai, a meno che non sia io a dirtelo. E non cercarmi, ti chiamerò se ho bisogno.»
Severine annuì. «E tu cosa farai?»
«Devo occuparmi di Lady Snow. Troverò una scusa per trattenermi il più a lungo possibile al castello. Qualsiasi sia il suo destino, devo portarla lontano da Lady Griselda. Ormai qui non è al sicuro.» 

                                
                                           Continua…

lunedì 23 giugno 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 22

Casata White
Castello di Re Ebon

Snow sollevò lo strato doppio di coperte e sgusciò fuori dal letto. Non aveva chiuso occhio quella notte, lambiccandosi la mente al pensiero di come parlare a suo padre di una faccenda tanto delicata.
Illuminata dai primi deboli raggi del sole appena sorto, che filtravano da una fessura tra i due lembi di tende, immerse le mani nell’acqua gelida raccolta nel vaso posto sul mobile accanto al letto. Si ripassò l’acqua sul volto e si asciugò con una pezza di stoffa piegata lì vicino.
Aprì l’armadio e si ricordò di non poter scegliere un vestito qualunque. Quella era la mattina fatidica del giorno delle nozze. Snow si voltò e trovò sulla poltrona ai piedi del letto a baldacchino l’abito color vaniglia, ben disteso in modo che non prendesse pieghe, scelto appositamente per lei da Lady Griselda. Osservandolo si rese conto che il tempo era davvero contro di lei: aveva solo poche ore per convincere suo padre a non sposarsi.
Si riscosse e si sfilò la camicia da notte, gettandola sul materasso. Infilò il vestito, lo lisciò con le mani e diretta al cassettone in fondo alla camera, frugò nel piccolo scrigno accanto allo specchio. Cercò la collana di sua madre che avrebbe dovuto indossare in abbinato, quando la catenina dorata con le cinque perle infilate le sfiorò le dita, invocò silenziosamente una preghiera: “Aiutami, madre”. La legò intorno al collo e controllò nello specchio che le cadesse proprio poco sopra il bordo del vestito.
Snow tirò un lungo sospiro e si ravvivò i capelli scuri in modo che sembrassero in ordine. L’acconciatura non era compito suo, avrebbe dovuto essere pettinata a dovere insieme a Lady Griselda da serve scelte personalmente dalla donna. Al momento in cui le era stata formulata, aveva considerato quella richiesta fastidiosa, ma ora le consentiva di velocizzare i suoi preparativi e poter incontrare così suo padre sapendo che Lady Griselda sarebbe stata molto impegnata in altre faccende per imporle doveri da damigella d’onore.
Camminò convinta verso la porta della camera. Nessuno le avrebbe impedito di salvare suo padre da quel matrimonio.

Snow arrivò nel corridoio davanti alla porta della stanza del padre e scoprì di non essere l’unica sveglia di buon ora e in attesa di vederlo.
Rosered era in piedi, a pochi passi della camera, vestita e pettinata di tutto punto per la cerimonia.  
Avvicinandola, Snow le domandò sorpresa: «Cosa ci fai qui così presto?» Solo dopo aver parlato si ricordò che in seguito alle scoperte della sera precedente sulla futura matrigna, aveva dimenticato di mettere in pratica le sue intenzioni di fare pace con la sorella.
Rosered infatti la squadrò sostenuta. «Potrei farti la stessa domanda.»
«Devo vedere nostro padre» rispose Snow, cercando di apparire serena.
«Anche io» replicò secca Rosered. «Ho già parlato con il suo servo personale. Mi ha detto che nostro padre si sta preparando per le nozze e ha poco tempo. Verrà fuori a chiamarmi appena sarà disponibile e non so se potrà ricevere anche te.»
Snow colse il tono acido nella sua voce e cercò di mantenere la calma. Nonostante ogni istante fosse prezioso e sua sorella fosse convinta che entrare o meno in quella stanza si trattasse ancora di una banale lite tra di loro, provò a farle capire che la questione era molto più complessa. «Rosered, ho davvero bisogno di parlare con nostro padre prima che si celebri il matrimonio. È di vitale importanza che ascolti quello che ho da dirgli.»
«Lo stesso vale per me» ribatté piccata l’altra. «Anche ciò di cui devo parlargli io è importante e non può più aspettare.»
Snow le prese la mano sinistra. «Non capisci, non si tratta di me. È per Lady Griselda. Avevi ragione, ho sentito anche io quella voce e forse…»
Rosered si liberò dalla sua stretta e la scansò via. «Non mi importa. Non mi interessa Lady Griselda o qualsiasi altra cosa. Devo parlare con nostro padre e per una volta avrò la precedenza su di te.»
Snow la guardò incredula. Era sicura che non aspettasse altro, solo pochi giorni prima sua sorella aveva cercato una piccola opportunità per allontanare quella donna dalle loro vite e ora che le stava rivelando che c’era un modo per farlo, invece di aiutarla le si erigeva contro come un ostacolo. Capiva che il segreto che non voleva rivelarle e che la tormentava doveva essere molto grave, se la spingeva a comportarsi così, ma non poteva farsi da parte. Non questa volta.
La porta della stanza del Re si aprì e il servo personale uscì. «Principessa, può entrare. Suo padre le concede qualche minuto.»
Snow chiese mentalmente scusa a Rosered per ciò che stava per fare. Avanzò decisa, si frappose fra la sorella e il servo e disse: «Sono la figlia maggiore, ho la precedenza a conferire con mio padre.»
Il servo guardò confuso le due ragazze, Rosered si fece avanti per replicare, ma approfittando dello smarrimento dell’uomo, Snow lo superò, entrò nella camera e chiuse la porta dietro di sé.  
Seduto alla scrivania, Re Ebon si voltò a guardarla sorpreso. «Snow… avevo capito che fosse Rosered a volermi parlare?»
«Entrambe, ma io… ecco la mia richiesta è più urgente.» Snow sentì che le mancava il fiato. Non aveva un discorso pronto e nemmeno il tempo per spiegare la questione in modo pacato. Doveva riferire al padre la sua notizia rapidamente e senza farsi bloccare da timori.
L’uomo rimase a fissarla. «Qualcosa non va? Sembri agitata.»
«Non posso negarlo» ammise lei. «Padre, non vorrei doverti parlare così, ma credimi: è per il tuo bene. Devi sospendere le nozze Anzi, non devi più prendere Lady Griselda in moglie.»
Re Ebon si alzò in piedi. «Snow, cosa stai dicendo? Che discorso è mai questo?»
«Devi ascoltarmi. Ieri sera ho involontariamente ascoltato Lady Griselda parlare e ammetteva di essere responsabile per le tue continue emicranie.»
Il padre s’incupì. «Sono accuse gravi e soprattutto assurde. Il dottore di corte mi ha visitato e dice che non c’è nessuna malattia. Sono solo stanco per i preparativi.»
«Non è vero. Forse lo ha pagato per dirlo… o riesce a mascherare ciò che ti sta facendo, ma è la verità» insistette Snow. «Ti ripeto che l’ho sentita io dirlo e parlava con un uomo. C’era un uomo nella sua stanza, che professava che dopo le nozze sarebbe stata solo sua. Ti tradisce, qui nel tuo castello e a un giorno dal vostro matrimonio.»
«Stai esagerando» le rispose lui infuriato. «Come osi accusare Lady Griselda senza uno straccio di prova? Mi aspettavo un comportamento del genere da Rosered, ma non da te. Quella donna vive nel mio castello, come dici e tra le sue serve ci sono molte donne fidate, credi che non mi avrebbero avvertito se avessero visto un uomo intrufolarsi e uscire dalle sue stanze? Senza contare che il piano è sempre sorvegliato da guardie che avrebbero notato uno sconosciuto aggirarsi intorno alla camera della futura Regina.»  
Erano tutte ottime obiezioni a cui Snow non aveva pensato cosa ribattere. «Non sto mentendo. So cosa ho sentito» riuscì solo a dire.
«Ma non hai visto nessuno.» Il padre le afferrò il bracciò e la portò poco gentilmente fino alla porta. «Ho sempre dato ascolto alle tue opinioni e tornerò a farlo quando saranno sensate. Fatti passare questo attacco di gelosia, o qualunque cosa sia, prima delle nozze. Sei la damigella d’onore e devi comportati di conseguenza.»
Snow non riuscì a trovare niente altro con cui convincerlo. Lui aprì la porta e la spinse all’esterno, dove il servo personale e Rosered li guardarono sbigottiti.
Re Ebon fissò il viso della sorella e poi di nuovo il suo e rivolto al servo, disse: «Non voglio più essere disturbato. Vieni a chiamarmi solo al memento di andare nella sala del trono per il matrimonio. Non posso rischiare che qualcuno mi provochi davvero un’emicrania proprio oggi.»
Il servo s’inchinò e il Re chiuse la porta con un rumore secco.
Snow avanzò verso la sorella. «Rosered io…»
L’altra non la lasciò finire. Le lanciò un’occhiata gelida, si girò e si allontanò da lei quasi correndo.

Seduta nella sala da tè, adibita a camera di preparazione per la vestizione, il trucco e l’acconciatura di Lady Griselda, Snow osservava il suo volto riflesso nello specchio, mentre le serve le intrecciavano ciocche di capelli neri con le primule colte quella mattina.
Non riusciva a togliersi dalla mente lo sguardo di sua sorella. Per la prima volta aveva riversato dell’odio contro di lei. Avrebbe voluto scappare, fuggire da quella follia, dal rancore e dal giudizio affrettato di suo padre. Poi scorse la donna al suo fianco. Lady Griselda era intenta a farsi raccogliere i capelli sulla nuca e rideva contenta. Non poteva andarsene, tanto meno lasciare i suoi cari nelle sue mani. Era una bugiarda e una traditrice, anche se significava andare contro il volere di suo padre, doveva trovare il modo di dimostrarlo.
Una delle serve occupata a ultimare le modifiche al vestito si avvicinò a Lady Griselda e disse: «Mia Signora, ho bisogno del vostro bouquet per le ultime decorazioni.»
«Certo» rispose Lady Griselda. Si guardò intorno nella stanza ma non lo scorse. «Deve essere rimasto nella mia camera.»
Snow colse al volo l’occasione che le si presentava. «Vado a prenderlo io. È un compito che spetta alla damigella d’onore e con i capelli hanno finito.»
Lady Griselda le sorrise. «Grazie, cara.»
Snow ricambiò il sorriso e uscì a passo spedito dalla stanza. Salì la scalinata e all’imboccatura del piano vide i due soldati di guardia. Era talmente abituata alla loro presenza da dimenticarsi il più delle volte che erano sempre lì. E questo avvalorava la tesi di suo padre che nessuno poteva introdursi senza essere scoperto.
Raggiunse la porta della stanza di Lady Griselda, piegò la maniglia in ottone ed entrò. Era stata al suo interno poche volte e tutto era in perfetto ordine. Letto a baldacchino già risistemato dopo la notte, nessun vestito abbandonato sulle poltrone e il bouquet in bella vista sul primo mobile accanto all’entrata.
Snow richiuse la porta e andò diretta verso la finestra del muro di fronte a lei. L’aprì e guardò giù. Il lato su cui dava la camera era quello del fiume, che scorreva sotto i suoi occhi, separato da due piani in altezza e da un piccolissimo appezzamento di terra verde dalle mura in roccia del castello. Nessun uomo poteva calarsi di lì senza rischiare di cadere nel fiume,  o scalare quel tratto sperando che nei piani inferiori non lo notassero. Era evidente che l’uomo aveva un altro modo per entrare e uscire indisturbato.
Snow si inginocchiò e tastò il pavimento, ma non trovò nessuna possibilità che ci fosse una botola o altro di simile. Si rimise in piedi e andò verso la scrivania di Lady Griselda. I suoi pochi oggetti personali erano raggruppati contro il muro: una boccetta di profumo, uno scrigno porta gioielli e un minuscolo fiore di dente di leone.
Osservandolo, Snow disse: «Che strano, non sembra fresco di giornata. Chissà come ha fatto a sopravvivere in questa stagione.» Poi scosse la testa, non poteva perdersi in sciocchezze. Doveva trovare prove del tradimento e del coinvolgimento nell’emicrania.
«Deve nascondere la sostanza con cui sta facendo ammalare mio padre qui da qualche parte.» Snow si spostò di un passo, mettendosi davanti a un ampio armadio a due ante. Aprì quella di sinistra e trovò solo vestiti sgargianti appesi con cura e riposti uno accanto all’altro. Spalancò quella di destra e la sua attenzione fu catturata da una scatola in legno, incassata e fissata nel fondo del mobile, posta sopra le tre file di cassetti. Era chiusa da due piccoli sportelli, entrambi con un pomo nel centro.
«A cosa serve una scatola in un armadio?» si chiese Snow incuriosita. Forse era quello l’indizio che cercava. Si allungò all’interno, piegandosi in avanti. Afferrò i piccoli pomi tra l’indice e il pollice di ogni mano e li tirò, aprendo gli sportelli. Dietro di essi si rivelò uno specchio rotondo, con una cornice dorata intorno al vetro nero.
Snow si sbilanciò per potersi specchiare, ma su quella superficie la sua immagine non si rifletteva. «È molto strano… uno specchio nascosto che per giunta non mostra il proprio riflesso… come può utilizzarlo?» All’altezza dei suoi occhi si manifestarono una coppia di pupille color giada e alla stessa velocità sparirono, strappandole un sussulto.
«Principessa. Principessa Snow» chiamò una voce femminile nel corridoio al di fuori della camera, oltre la porta alle sue spalle.
Colta di sorpresa, Snow balzò all’indietro e quasi cadde sul pavimento. Ritrovò l’equilibrio e fissò di nuovo la superficie nera, ma le pupille erano sparite. Udì i passi della persona che la cercava avvicinarsi e così chiuse in fretta gli sportelli della scatola e le ante dell’armadio. Corse verso la porta e afferrò il bouquet dalla base del mobile. Uscì dalla stanza giusto in tempo per trovarsi di fronte la serva addetta al vestito. «Eccomi, l’ho trovato» disse alzando la composizione di gigli scelta dalla sposa. 
«Bene, siamo a corto di tempo» rispose la serva trafelata.
Snow la seguì verso le scale e si convinse che se anche non sapeva come sfruttare quella scoperta, la segretezza con cui teneva celati gli occhi verdi giada nello specchio nero era comunque la prova che Lady Griselda stava tramando qualcosa.


                                                        Continua… 

lunedì 16 giugno 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 21

Casata Hood
Palazzo di Lord Beard Blue

Il portone al centro delle mura, che circondavano il palazzo di Lord Blue, si aprì prima ancora che la carrozza sui cui viaggiava Jerome Hood con Rose, Aurore e Florence, o il gruppo di soldati delle due Casate a piedi vi si avvicinasse. Lo interpretò come una chiara dimostrazione da parte del Signore di non avere timore di assalti nelle sue terre. Lì si sentiva al sicuro e imbattibile.
«Fate parlare me» disse serio Jerome alle donne sedute di fronte a lui, mentre la luce delle torce affisse all’ingresso delle mura illuminava la notte e velocemente anche l’interno durante il loro passaggio. «Se non è strettamente necessario, non date particolari sul perché siamo in viaggio. Mantenete come unica versione che vi ho soccorso con i miei uomini da un attacco delle Dame Oscure e da allora mi sono unito a voi per la vostra sicurezza.»
Le donne annuirono e leggendo sui loro volti la tensione, capì che avevano ben inteso che non si trovavano in un luogo dove c’erano amici. Lanciò uno sguardo ad Aurore addormentata e si convinse che era meglio così: non correva il rischio che li tradisse accidentalmente e per lui era più facile tenerla sotto controllo.
La carrozza venne fermata nel centro del cortile. Il capo guarnigione aprì lo sportello e annunciò: «Siamo arrivati. Vi scortiamo dal nostro Signore.»
Jerome annuì. Scese per primo e porse la mano per aiutare Rose e Florence. Con la coda dell’occhio controllò gli uomini della sua Casata: la maggior parte di loro erano già guariti dalle ferite, ma vedeva senza dubbio quanto fossero ancora provati dallo scontro. L’aria in quel posto era gelida, molto più che nel territorio degli Hood o nel Bosco Profondo, ebbe l’impressione che non era solo per colpa dell’inverno, tutto in quel palazzo gli trasmetteva una sensazione di freddo capace di congelargli le ossa.
Percorsero il tragitto verso l’interno della costruzione in completo silenzio. Jerome non poté vedere dove portavano la carrozza, ma era un problema di cui si sarebbe occupato in un secondo momento. Fermi nel salone principale, si rese conto che l’illuminazione era volutamente fioca, solo un paio di candele erano accese nel lampadario e la brace del camino non veniva alimentata da ore, così anche la temperatura non era troppo differente dall’esterno. 
«Vi do il benvenuto nel palazzo della Casata Blue» disse una voce femminile giovane e sicura. «Sono Lady Belle Blue.»
Jerome sgranò gli occhi vedendola comparire all’entrata del salone e continuando a fissarla mentre procedeva incontro a loro. Non si aspettava che a riceverli fosse una donna. Se come immaginava Lord Blue aveva dato l’ordine di seguirli e condurli da lui senza replica, era convinto che come minimo si sarebbe goduto il suo trionfo al loro arrivo.
«Mia Signora, abbiamo trovato questi viaggiatori sotto attacco delle Dame Oscure nelle nostre terre. Sono Lady Rose Briar e Lord Jerome Hood e come ci ha sempre ordinato Lord Blue li abbiamo condotti qui» disse il capo della guarnigione.
«Avete fatto bene» rispose Lady Belle seria. «Mio marito era stanco ed è andato a riposare. Mi ha chiesto di fare gli onori di casa in sua vece, in caso foste tornati con qualcuno al seguito. Potete scortare i soldati negli alloggi predisposti per loro, io mi occuperò dei nobili.»
Il capo guarnigione s’inchinò e poi si mosse per uscire dalla stanza. I soldati della Casata Hood rimasero fermi a guardare Jerome. Intuì che non si fidavano a lasciarli soli, ma non era il caso di scatenare una rivolta. Le condizioni di svantaggio in cui si trovavano non erano cambiate
«Seguiteli, ci ritroveremo di sicuro domani mattina» disse Jerome.
Gli uomini ubbidirono e nella sala rimasero solo la padrona di casa, la Madrina, Rose con in braccio Aurore e lui.
Lady Belle gli si avvicinò, tirandosi il lungo scialle di lana color ciliegia in modo da coprire parte del vestito verde scuro di velluto che indossava. «Dalle vostre parole deduco che siete già a conoscenza delle fama di vedovo sanguinario di mio marito. Suppongo sappiate anche che la vostra presenza qui può esservi fatale.»
«Non mi aspettavo un’ammissione tanto esplicita» rispose schietto Jerome.
«Sono sposata a un mostro, una vera bestia, ma so come tenerlo a bada. Voglio che vi sia chiaro che non approvo i suoi comportamenti, ma purtroppo non posso oppormi. Perverso o meno, è lui a regnare in questo palazzo, nelle sue terre e su chiunque viva in questi luoghi.» Lady Belle si scostò di lato e il suo sguardo si posò su Aurore. «Farò quanto mi è possibile per proteggere la bambina, ma a voi stessi dovrete provvedere da soli.»
Jerome inspirò con il naso e non avvertì cambiamenti nell’odore della donna. Anche l’udito confermava che il suo cuore batteva in maniera normale, i suoi sensi amplificati gli suggerivano ciò che già aveva percepito: quella donna non stava mentendo. Al contrario avvertì il cuore di Rose aumentare la frequenza dei battiti e si voltò a guardarla. Lei deglutì e annuì a Belle, senza dire nulla.
«Perché ci date tutti questi ammonimenti?» domandò a sorpresa Florence.
Lady Belle si portò la treccia di capelli castani sulla spalla e arrotolò la ciocca finale nel mignolo destro. «Perché temo che questa sia la nostra unica occasione di poter parlare sinceramente e senza orecchie indiscrete.» Si girò verso la porta e aggiunse: «Andiamo, sono riuscita a procurarvi stanze vicine, almeno potrete provare a dormire tranquilli per questa notte.»
Jerome prese per un braccio Rose e la invitò a incamminarsi. «Non preoccuparti. Non permetterò che accada nulla di male a nessuno di voi.»
La giovane si sforzò di sorridergli. «Lo so. Non penso comunque di riuscire a dormire.»
Florence si unì a loro. «Invece devi tentare. Hai bisogno di un po’ di riposo per poter affrontare questa nuova prova. Sai che io non necessito del sonno, quindi mi occuperò di sorvegliare Aurore.»
Jerome non disse altro. Avanzò con loro dietro a Lady Belle, sapendo con certezza che nessuno, eccetto la bambina, avrebbe chiuso occhio quella notte. 

Seduto sul bordo del letto, Jerome osservò il sole sorgere attraverso il barlume di luce emanata dai raggi, che raggiungevano il vetro della finestra della stanza che gli era stata assegnata.
Si bagnò sbrigativamente il volto con l’acqua contenuta nella bacinella accanto al letto e si asciugò con la pezza messa a sua disposizione. Raccolse la casacca dalla sedia in fondo alla stanza e se la infilò.
Come aveva previsto non era riuscito a prendere sonno. Si era steso, ma i suoi sensi erano rimasti all’erta, pronti a cogliere il minimo odore sospetto, o suono allarmante.
Jerome aprì lentamente la porta della stanza e scrutò il corridoio vuoto. Uscì e camminò quatto, senza fare rumore bussò lievemente alla porta della camera al fianco della sua e Rose gli aprì subito.
«Sei già sveglio anche tu» disse scostandosi per farlo entrare.
«Non hai dormito» rispose lui, notando gli occhi stanchi e la sua espressione affaticata.
«L’unica che non sembra avere problemi di insonnia è Aurore» disse Florence, seduta al fianco della bimba ancora distesa nel letto e addormentata. Poi emise due colpi di tosse.
Jerome si sorprese, gli sembrò un evento impossibile per una Madrina: da ciò che ricordava gli avevano raccontato nessuna di loro si ammalava. «È tutto a posto?» domandò.
«È la prima volta che ti sento tossire» ammise Rose, confermando i suoi dubbi.
«State tranquilli, non è niente di grave» rispose Florence. «Il mio fisico è solo un po’ provato dal cambiamento di temperatura tra il Bosco Profondo e questo luogo. Non è qualcosa che capita di frequente, ma può succedere.»
Aurora si mosse nel letto. Aprì gli occhi e si stiracchiò, distogliendo l’attenzione da quel discorso. Si tirò a sedere e li guardò in volto. «Ciao. Siamo a casa di papà?»
«No, tesoro mio. Siamo stati costretti a fermarci perché era molto tardi e buio e Lord Blue, il padrone di questo palazzo ci ha ospitati» spiegò Rose, prendendo una spazzola dal mobile accanto all’entrata e iniziando a passarla sui capelli biondi della piccola.
Jerome vide che era più tesa della sera prima e assorta nei suoi pensieri, spazzolava con foga la testa della figlia.
«Mamma fai piano! Mi tiri i capelli» si lamentò infatti Aurore.
Rose trasalì, ritornando con la mente a ciò che faceva. «Scusa, tesoro.»
Florence le si avvicinò e le prese gentilmente la spazzola dalle mani. «Lascia fare a me, cara. Me ne occupo io.» La fece alzare, si accomodò al suo posto e prese con delicatezza la cascata di capelli biondi di Aurore sulla mano sinistra, e iniziò a massaggiarli con movimenti lenti tenendo la spazzola nella sinistra.
Jerome prese sotto braccio Rose e la fece avvicinare alla finestra nel lato opposto della stanza, in modo che la bambina non li udisse. «So di chiederti molto, ma devi mantenere il sangue freddo. Tua figlia e tanto meno Lord Beard, devono percepire la tua paura. Sarebbe deleterio in entrambi i casi.»
«Hai ragione, ma questo viaggio sta diventando un incubo peggiore di quanto mi aspettassi. Ho atteso così tanto di poter tornare a casa, rivedere Fabrice, i miei genitori… e tutto sembra essere contro di me.» Rose si mise le mani tra i capelli dello stesso colore di quelli della figlia. Tirò un lungo sospiro, riacquistando la calma e chiese: «Cosa intendi fare?»
«Uscire di qui non sarà una passeggiata» disse Jerome. «Prima di tutto devo ritrovare i miei soldati, senza di loro non abbiamo alcuna speranza di cavarcela nel tentare una fuga.»
«Veniamo con te. Non voglio che restiamo sole» replicò Rose.
Jerome annuì. Non si sentiva sicuro nemmeno lui a non sapere dove ritrovarle e dopo l’avvertimento di Lady Belle, aveva deciso che rimanere uniti era la strategia migliore. «D’accordo. Andiamo e cerchiamo di non farci notare.»
Florence prese in braccio Aurore che disse: «E la colazione? È da ieri che non mangio.»
La Madrina la guardò negli occhi e rispose: «Se farai la brava e resterai in silenzio, poi ti preparerò qualsiasi cibo desideri.»
Aurore sorrise entusiasta. «Va bene.»
Jerome lanciò un ultimo sguardo a Rose per ricordarle quanto le aveva appena detto e lei rispose chinando il capo in segno di assenso. Avanzò dunque verso la porta, con le due donne e la bambina alle spalle. Mise fuori la testa e non rilevò la presenza di nessuno. Annusò l’aria e concentrò il suo udito ricevendone conferma. Fece segno alle altre di stargli dietro e si avviarono con passo spedito nel corridoio. Raggiunsero senza intoppi la scalinata salita la sera precedente e iniziarono la discesa.
A metà rampa, Jerome si bloccò di colpo. «Non siamo soli.»
Due soldati con il fodero della spada ben visibile sul fianco, salivano verso di loro.  Se erano sorpresi di trovarseli davanti, non lo diedero a vedere. Quello alla loro sinistra disse: «Lord e Lady Blue vi aspettano per la colazione.» Entrambi si voltarono e ripresero a scendere la scale, dando per scontato che loro non opponessero repliche.    
«Dobbiamo assecondarli» disse Jerome. «Non abbiamo scelta.» Sentendosi stupido per aver creduto che fosse tanto facile riunirsi ai suoi soldati, proseguì con il suo seguito, raggiungendo le guardie.
I due uomini li portarono in un salone non lontano dalla fine delle scale. Alle quattro pareti erano affissi gli stendardi con lo stemma della Casata, un lungo tavolo sottile occupava al porzione centrale della stanza e al capotavola opposto alla porta d’entrata era seduto il padrone del palazzo.
Jerome lo riconobbe senza fatica. Anche se l’ultima volta che l’aveva visto era poco più di un bambino, Lord Beard Blue non era cambiato molto: stempiato, con capelli scuri lunghi fino a metà del collo, piccoli occhi azzurri indagatori e quella barba dai riflessi blu che dava il nome alla Casata e gli circondava le labbra strette e pendeva dal mento in un filo lievemente folto e intrecciato.
«Benvenuti, miei cari ospiti» li accolse Lord Beard con un sorriso e alzandosi in piedi, rivelando il petto muscoloso sotto una maglia nera, aperta fino a sotto le clavicole. «Accomodatevi, stavo giusto mandando a farvi chiamare per unirvi a noi.»
Jerome si inchinò per mostrare rispetto, rimuginando nella sua mente che mandare guardie invece che servi per richiamarli fosse tutt’altro che ospitale.
Rose fece altrettanto e prese posto al lato sinistro di Lady Belle, seduta al capotavola che dava le spalle all’entrata della sala.
«Spero abbiate dormito bene» fece Lady Belle con un sorriso rassicurante.
«Certamente» mentì Rose.
Jerome fece un cenno con la testa a Florence e le indicò di far sedere Aurore vicino alla madre, con lei all’altro lato. Lui si accomodò al lato sinistro di Belle e così tutti loro erano sistemati a debita distanza dall’uomo.
Lord Beard batté le mani. «Avanti, portate le pietanze.»
Tre servitori entrarono subito dopo, reggendo ognuno un vassoio. Il primo conteneva delle uova, il secondo pancetta di maiale cotta al forno e l’ultimo frutta fresca. Pane appena sfornato era già presente in ceste di vimini sulla tavola e così brocche contenenti acqua e vino.
Approfittando della presenza dei servi, che depositavano il contenuto dei vassoi nei loro piatti cominciando da quello di Lord Beard, Jerome iniziò il suo tentativo di poter contrattare il loro rilascio senza che fosse troppo palese. «Devo ringraziarvi per averci fatto fermare al vostro palazzo. In effetti viaggiare di notte con la nebbia non era la scelta migliore. E vi sono anche grato per l’invito al vostro tavolo.»
«Non dovete ringraziarmi, è mio il piacere di avervi come commensali» replicò Lord Beard.
«Dato che siete tanto gentile, mi permetto di chiedervi dove si trovano i soldati della Casata Hood che ci accompagnavano» s’informò Jerome. «Non li ho ancora incontrati.»
«Sono insieme agli uomini del mio esercito. Non mi direte che avete l’abitudine di far mangiare i vostri sottoposti con voi?» Lord Beard scoppiò in una grassa risata e si versò del vino nel calice davanti al piatto. «Inoltre, voglio godere della vostra compagnia, dato che entrambi siete quasi delle leggende ad Ageloss.»
Jerome si irrigidì. «Come dite?»
Lord Beard scostò la sedia e si incamminò dietro Florence e Aurore per raggiungere Rose. Le mise le mani sulle spalle, facendola sussultare. «La storia di Lady Briar è giunta alle orecchie di chiunque. Nel regno è stata conosciuta come la Bella Addormentata, la giovane sposa del primogenito della Casata Charming sparita misteriosamente dopo essere rimasta incinta è finalmente ricomparsa nelle mie terre con la sua prole.»
Jerome vide la forchetta con la fetta di mela scivolare dalla mano destra di Rose e cadere nel piatto, mentre lei rimaneva a bocca aperta. Alzò gli occhi e incontrò quelli di Lord Beard.
«E poi voi. Ora potete anche farvi chiamare Lord Hood, ma io vi ho conosciuto quando eravate un bimbo e vi riconosco anche ora» continuò l’uomo. «Siete il figlio ripudiato di Lord Ludwig Charming, Jerome Charming.»
Jerome cercò di trattenere la furia, scostò la sedia e si mise in piedi. «Bene, siete stato onesto e farò altrettanto. Abbiamo un viaggio da proseguire. Dopo la colazione ripartiremo con la nostra carrozza e i miei soldati.»
«No, non credo che questo sarà possibile» rispose Lord Beard scostandosi dietro la sedia della moglie. «Ho grandi piani per voi tutti e non intendo cambiarli. Potete essere dei prigionieri, o degli ospiti che collaborano per compiacermi. La scelta è vostra.»
Jerome passò in rassegna i volti davanti  a sé. Florence era seria e tesa. Aurore intenta a mangiare le uova non si era accorta di ciò che accadeva realmente. Rose lo supplicò con lo sguardo di non essere imprudente. Non aveva alcuna scelta in realtà.
«Resteremo in vostra compagnia» rispose Jerome, riaccomodandosi e sfogando la sua rabbia sul pane croccante.
«Saggia decisione.» Lord Beard ripercorse il corto tragitto e ritornò al suo posto. «E ora godiamoci la nostra colazione.»
Jerome rimase in silenzio. Si rese conto solo in quell’attimo di avere un vantaggio che il suo nemico ignorava. Lady Belle aveva paragonato il marito a una bestia e se si fosse reso necessario, Lord Beard avrebbe sperimentato cosa comportava scontrarsi con una vera Bestia. 

                                                  
                                               Continua…

lunedì 9 giugno 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 20

Casata Hood
Fortezza della Confraternita dei Cacciatori

Quel maledetto muschio” pensò Rachel Hood nello stesso istante in cui si trovò davanti gli uomini della Confraternita dei Cacciatori. “Lo mischiano con qualche loro intruglio e se lo spalmano addosso sotto le casacche in modo che il loro odore passi inosservato. E ci colgono di sorpresa.”
Controvoglia e ignorando il suo istinto, Rachel abbandonò la pelliccia rossa da Demone Mannaro e lasciò che il suo corpo ritornasse alle fattezze di giovane donna. Nel mutamento, la casacca e i pantaloni si erano strappati in vari punti, lasciandole ora visibile la pelle. Per fortuna il suo prezioso mantello con il cappuccio rosso era sano e salvo, lo legò sotto il collo con il fermaglio e lo lasciò cadere sulle spalle e scivolare fino alle gambe. Era stato tenuto al sicuro nelle mani di Jour, che a una spanna da lei, restava immobile, irrigidito e impaurito a guardare gli uomini senza fiatare.
«Non ci hai sentito, dannato animale?» le urlò contro di nuovo uno dei Cacciatori. «Allontanati da quel bambino.»
«Non posso» rispose Rachel. «È terrorizzato da voi.»
«Da noi?» ringhiò il Cacciatore. «Sei tu a essere spaventosa.»
«Basta Willhelm.» Il compagno al suo fianco abbassò l’ascia e gli afferrò la spalla sinistra con la mano libera. «È chiaro che il bambino ha paura e non degli Hood.»
«Ma Jacob…» replicò Willhelm guardandolo storto.
Jacob fece un passo avanti. «Sentiamo, cosa ci fate nel nostro territorio? E perché ci sono un umano e due…» sollevò lo sguardo e scrutò le donne uscite fuori dalla carrozza. «…Madrine con voi?»
Rachel ricordò che era il comandante della squadra dei Cercatori, secondo solo al Generale Capo della Fratellanza e suo uomo di fiducia, probabilmente uno dei pochi con cui era possibile provare ad avere un dialogo. «Siamo la loro scorta. Ieri sono incappati in un attacco delle Dame Oscure, fatto che si è ripetuto poco fa, e abbiamo offerto loro la nostra protezione.» Non conoscendo le loro intenzioni, evitò di dilungarsi in dettagli.
Jacob le puntò addosso i suoi occhi grigi con fare indagatore. Chiaramente non credeva alla sua versione. «Vuoi dire che sono con voi di loro spontanea volontà?»
Rachel annuì.
«Sì, abbiamo accettato il loro aiuto per attraversare indenni il Bosco Profondo» confermò Radiose.     
«In questo caso siete in arresto anche voi» annunciò Willhelm.
«Cosa?» domandò Joelle allibita.
«Sono le leggi della Fratellanza» rispose pacato Jacob. «Chiunque si associ per sua scelta ai Demoni Mannari è considerato loro complice.»
«Complice? E di quale reato?» ribatté Radiose.
«Manteniamo la calma» intervenne Joelle, provando a sorridere. «Sono sicura che parlandone civilmente troveremo una soluzione.»
«Non ci sono soluzioni, Signora» disse Willhelm. «Queste sono le leggi dei nostri territori. Voi siete nel nostro territorio e le avete infrante. Siete in arresto.»
Rachel notò i suoi soldati rimettersi in piedi, pronti a ingaggiare una nuova lotta contro gli avversari, non era la prima volta che membri della Casata Hood e Cacciatori si scontravano, ma in quel momento la situazione era diversa. Non era una delle solite diatribe tra loro. C’erano degli innocenti che loro avevano trascinato in quella faida. «D’accordo, vi seguiremo senza storie.»
«Ma Lady Hood…» provò a opporsi uno dei soldati.
«È un ordine.» Rachel prese per mano Jour, lo spinse a muoversi con lei e lo guardò con un sorriso. «Dovrai avere ancora un po’ di pazienza, il nostro viaggio si prolunga.» Il bambino la seguì in silenzio e lei lo guidò fino allo sportello della carrozza dove sostavano le Madrine.
«Cosa pensate di fare?» domandò aggressivo Willhelm, stringendo con più forza il manico della sua ascia.  
Rachel aprì lo sportello della carrozza e disse: «Ho preso degli obblighi verso il bambino e le sue Madrine e intendo rispettarli. Io e i miei uomini vi seguiremo alla vostra Fortezza, ma non tutti lo faremo a piedi.»
«Siete dei prigionieri, non un gruppo di visitatori» replicò Willhelm.
«Va bene così» lo contraddisse Jacob. «I soldati si avvicinino alla carrozza, uno di noi la guiderà. Non fate movimenti bruschi o ne pagherete le conseguenze. E ora muoviamoci, voglio rientrare prima che cali la notte.»
Rachel spinse le Madrine ad entrare nell’abitacolo del mezzo. Una volta che furono sedute, cercò di tranquillizzarle. «Andrà tutto bene. I Cacciatori sono cocciuti, ma tra loro ci sono anche persone ragionevoli.»
«Perché ce l’hanno con voi?» domandò Radiose.
«È una vecchia storia che risale ai tempi della guerra contro il Demone Eterno. Sapete che mio padre venne morso da un Demone Mannaro e così la nostra Casata generò una serie di uomini e donne con la capacità di trasformarsi. Subito dopo la guerra però non eravamo in grado di controllarci e così molti villaggi vicini subirono attacchi e uccisioni. Per salvaguardare i normali umani, si istituì la Confraternita dei Cacciatori, uomini votati a debellare quella che considerano una minaccia rappresentata ogni essere umano infettato da Demone Mannaro.»
«È terribile» esclamò Joelle. «Come puoi essere sicura che non ci faranno del male?»
«Perché nonostante tutto, il loro Generale Capo ha forti legami con la Casata Hood» rispose Rachel. «Anche se tra noi i rapporti sono pessimi, sono l’unica che può permetterci di uscire indenni da questa condizione. Anche se ci odia, mi darà ascolto e valuterà bene come agire prima di mettere a morte la sua stessa nipote.»

Il sole era già calato da tre ore quando la carrozza di Rachel, i suoi soldati e i Cacciatori entrarono oltre le mura che delimitavano la Fortezza dei Cacciatori. Due di loro messi a guardia, chiusero il portone e ripresero la postazione. Nella costruzione regnava il silenzio, Rachel pensò che dopo il rancio della sera, gli altri uomini erano obbligati a chiudersi nelle stanze e dormire o fare altro, ma con il divieto di disturbare i compagni. Per loro era un vantaggio, non correvano il rischio che qualche testa calda innescasse una carneficina. Al pensiero di aver trovato un punto strategico a loro favore, sentì la mancanza di Jerome. Era lui, tra loro due, quello razionale e riflessivo, lei si affidava solo al suo istinto e si buttava nella mischia per menare le mani.
Adesso è necessario comportarmi come farebbe Jerome” si disse spostando lo sguardo su Jour, mentre lo sportello veniva aperto e le Madrine fatte scendere. “Con l’astuzia posso trovare un modo per farci riprendere il viaggio senza spiacevoli conseguenze.”
Lasciò che Joelle prendesse il bambino in braccio e permise che Jacob e la sua squadra la trascinassero insieme ai soldati lungo il cortile fino all’interno della Fortezza. Willhelm guidava la fila, dietro di lui le Madrine e il piccolo Lord Charming, una coppia di Cacciatori li dividevano e poi lei in testa ai prigionieri della Casata Hood. Sentì i suoi uomini mormorare e li zittì con uno schiocco veloce della lingua. Si accorse che Jacob, al termine della fila, lo aveva notato ma non disse niente. Ciononostante, Rachel sperò lo prendesse come un segno di non avere intenzioni bellicose e potesse dar loro delle attenuanti a cui aggrapparsi.
A seguito di una camminata che le parve interminabile e che li portò in corridoi lugubri, appena illuminati da candele fissate a bracci in ferro alle pareti, si ritrovarono in una grande sala circolare. Un lampadario di candele inserite in una raggiera dava luce alla stanza e Rachel calcolò che tutti i presenti ne riempivano l’intero perimetro.
Un uomo dai capelli bianco-grigi era seduto su una sedia dallo schienale alto in legno e dietro un bancone dello stesso materiale. Anche se erano passati mesi, forse un intero anno dall’ultima volta che lo aveva visto di presenza, Rachel lo riconobbe: il Generale Capo dei Cacciatori, suo zio Lord Charles Hood li stava aspettando.
Scrutandoli, l’uomo si grattò la cicatrice sotto l’occhio sinistro e si massaggiò la barba corta intorno alle guance. «Capo Cercatore Jacob, fai rapporto.»
«Sì, Signor Generale.» Jacob fece un passo avanti. «Durante la pattuglia per stanare eventuali Demoni Mannari, abbiamo scovato nella parte del Bosco Profondo sotto la nostra giurisdizione questo gruppo della Casata Hood che, reduce da uno scontro con delle Dame Oscure, ha affermato di fare da scorta a due Madrine e al loro giovane protetto. Le Madrine hanno ammesso di aver accettato e seguito spontaneamente i Demoni Mannari.»
Charles Hood sembrò sconvolto. «Sapendo con chi avevate a che fare, voi avete comunque accettato?» domandò alle due dame.
«I membri della Casata Hood ci hanno salvato un giorno fa, appena ci hanno trovato in difficoltà» rispose piccata Radiose. «Senza preoccuparsi a cosa potevano andare incontro, Lord John Hood ci ha gentilmente proposto la scorta dei suoi uomini e di sua figlia per garantirci un passaggio sicuro nel Bosco Profondo. Non abbiamo nulla di cui pentirci o vergognarci.»
«Quello che la mia consorella intende dire, è che non eravamo a conoscenza delle leggi che regolano il vostro territorio» si affrettò a precisare Joelle. «Abbiamo accettato di buon grado l’aiuto della Casata Hood perché hanno dimostrato di poter sconfiggere le Dame Oscure, che osteggiano il nostro viaggio da giorni, e non hanno mai mostrato intenti diversi da quello di farci raggiungere la nostra meta sani e salvi.»
«E dove sareste dirette?» domandò Charles.
«Dobbiamo raggiungere il confine tra le vostre terre e quelle di Lord Blue per ritornare dalla Casata Charming» spiegò Joelle. «Lady Rose Briar ci aspetta lì.»
Charles scostò di colpo la sedia e si alzò in piedi. «La figlia perduta della Casata Briar?»
«Proprio lei» si intromise Rachel. Era la sua occasione di usare le parole giuste per far capire a suo zio che commetteva un grosso errore nel tenerli bloccati. «E il bambino che Joelle tiene tra le braccia e suo figlio. Suo e del primogenito della Casata Charming: Lord Fabrice.»
Charles si voltò adirato verso Jacob. «Perché non me lo avete detto subito?»
«Non lo sapevamo» si giustificò il Cacciatore.
«Lo hai fatto di proposito, non è così?» Charles puntò ora la sua ira verso di lei.
Rachel sostenne il suo sguardo. «Nessuno me lo ha chiesto. Anzi non ci hanno dato neanche il tempo di fornire spiegazioni. Siamo stati subito arrestati e costretti a seguire i nostri carcerieri qui alla Fortezza.»
«Non prenderti gioco di me, ragazzina. Ti conosco bene» disse Charles. «La tua lingua è lunga e loquace quando occorre.»
«Pensi davvero che i tuoi uomini mi avrebbero creduto, zio? Quando si tratta di noi, voi non perdete tempo a dialogare. Sarei stata accusata di averli rapiti.»
«Come se la tua razza non ne fosse capace. Avete ucciso e depredato per anni senza rimorso.»
«Quei tempi sono passati» gridò Rachel. «Perché non vuoi vedere la realtà? Non siamo animali senza giudizio, ora ci controlliamo e sappiamo prestare soccorso se è necessario. Tu più di tutti dovresti accorgerti che non siamo così diversi. Siamo entrambi degli Hood.»
«No, io non sono più parte di quella Casata» ribatté Charles. «A differenza di tuo padre, non ho lasciato che il sangue immondo di demone mi infettasse. Ho mantenuto il nome della Casata solo per rispetto a mia madre.»
«Allora dovresti comportarti secondo i suoi desideri.»
«Come osi darmi degli ordini, piccola ragazzina ignorante» urlò paonazzo Charles. «Non sai niente.»
«So che agisci per rancore e non per giustizia. Sei infuriato perché nonna Marguerite ha scelto di vivere con mio padre, con noi Demoni Mannari, anziché appoggiare te e la tua crociata della Fratellanza dei Cacciatori.»
«Ho sentito abbastanza» ringhiò lui.
Rachel si morse la lingua non appena realizzò cosa aveva appena combinato. Assecondando senza pensare la sua indole impulsiva, aveva parlato troppo e si era giocata la sua unica possibilità di convincerlo che loro erano dalla parte della ragione.
Charles rimase in piedi a fissarla. Poi lentamente, la sua fronte e le guance tornarono del normale colorito. Digrignò i denti e cercò con la mano destra il martello di legno steso sulla superficie del bancone. «Rachel Hood. Tu e i tuoi soldati siete colpevoli di aver violato i confini dei territori della Confraternita dei Cacciatori e per questo verrete incarcerati.»
 «Zio, ti prego, ho esagerato, ma…» provò a rimediare Rachel.
Charles batté con violenza il martello sul bancone due volte. «Silenzio. Sei nella Camera delle Sentenze e i prigionieri non hanno diritto a una replica dopo che la pena è stata decisa. Jacob, Willhelm, Portateli nelle celle e se si rifiutano, usate Le Poison d’Argent
«Un momento» si divincolò Rachel, mentre Jacob le afferrava le braccia. «Dovete lasciar andare le Madrine e Jour Charming. Devono ricongiungersi alla madre.»
Charles tornò a guardare le Madrine e il bambino, che non si era voltato neanche per un istante verso di lui, tenendo la testa tra il collo e la spalla di Joelle.
«Signor Generale, sono comunque colpevoli di associazione» gli ricordò Willhelm. «Non possiamo contravvenire alla regole.»
«Questo è un caso particolare e devo rifletterci con calma. Preparate una stanza per le donne e il bambino, domani mattina deciderò cosa è giusto fare con loro.» Charles colpì nuovamente per due volte il bancone, con meno forza. «La seduta è sciolta.»
Rachel intravide il volto di Jour, mentre veniva tirata fuori a forza dalla Camera delle Sentenze, i suoi occhi si riempirono di lacrime che gli rigarono il volto e i suoi singhiozzi soffocati le rombarono nelle orecchie come tuoni. Fu come una pugnalata in pieno petto. Aveva appena fallito la sua missione e tradito la fiducia di Jerome e di quel bambino innocente.

                                                Continua…

lunedì 2 giugno 2014

Recearticolo film - X-Men: Giorni di un Futuro Passato

Da lettore ventennale delle serie degli X-Men aspettavo con ansia questo film fin dal giorno in cui fu annunciata la pre-produzione, è stata una lunga attesa, ma ne è valsa la pena.
Cominciamo con il dire che di tutta la saga (io conto X-Men, X-Men 2, X-Men – Conflitto Finale e X-Men – L’inizio) questo è, a pari merito con X-Men 2, il più riuscito sotto ogni aspetto.
Seconda premessa, questo capitolo non è solo il sequel di X-Men – L’inizio del 2011, ma in un certo senso anche di X-Men – Conflitto Finale del 2006 e pone una sorta di conclusione all’intera prima trilogia uscita all’inizio degli anni 2000.
Infine, ma non per importanza, la storia con seppur diverse modifiche è tratta dall’omonimo arco narrativo di Chris Claremont e John Byrne, pubblicato nel 1980 sui numeri 141-142 di Uncanny X-Men (e ristampato di recente anche in Italia) e ha avuto l’onore/onere di introdurre il concetto dei viaggiatori temporali e dei futuri alternativi nell’universo narrativo degli X-Men e dei mutanti Marvel.
Ora iniziamo a parlare concretamente del film. La pellicola si apre sul futuro distopico che anche il fumetto aveva illustrato: le Sentinelle hanno preso il potere e governano sia sugli umani che su i mutanti, il mondo è allo sfascio ma un manipolo di eroi resiste ancora per impedire che entrambe le razze vengano sterminate. Incontriamo quindi quasi tutto il cast della trilogia originale sopravvissuto al terzo film, (unica assente Rogue, che secondo quanto riportato da uno degli sceneggiatori era coinvolta in una sottotrama non essenziale e quindi tagliata durante la post-produzione) con l’aggiunta di Alfiere, Blink, Sunspot e Warpath. Non fatevi ingannare: seppur possano sembrare mere comparse inserite per la gioia degli X-fans, questi personaggi svolgono il loro ruolo egregiamente. Sono soldati e fanno sfoggio dei loro poteri per contrastare le Sentinelle e garantire ai compagni (gli altri protagonisti principali) di portare avanti la trama in maniera sensata, non tutti hanno delle battute, ma la loro presenza non toglie tempo o scene agli altri.    
Con la riunione dei tre big – Xavier, Magneto e Wolverine – ci viene svelato il punto di svolta dell’intero film: il futuro in cui stanno vivendo può essere cambiato inviando qualcuno nel passato che prevenga l’omicidio di Trask da parte di Mystica, il suo coinvolgimento involontario nella creazione di Super Sentinelle e lo sterminio che ne conseguirà. Viene scelto Wolverine per le sue capacità rigenerative e gli viene detto che se riuscirà nell’intento, l’intero futuro sarà riscritto e basandosi sulle regole dei viaggi nel tempo nella fiction, viene sottointeso per gli spettatori che forse anche l’intera linea temprale subirà cambiamenti in eventi cruciali che l’hanno contraddistinta. A questo punto molti penseranno che la parte di storia coinvolgente il vecchio cast sia finita qui, invece li rivedremo ancora nel corso del film perché è solo la mente di Wolverine che viene mandata nel passato ed è mantenuta in quel tempo da Kitty Pryde, quindi finché lui vincerà o fallirà loro non potranno abbandonarlo.
Questo è il primo punto di forza del film. Pur trattandosi principalmente di un super-hero movie non prende sottogamba gli elementi della fantascienza che regolano i viaggi temporali. La storia continua a essere raccontata su due livelli temporali: il futuro distopico e il passato degli anni ’70. Inoltre, in questo modo rivediamo in azione in maniera epica il cast originale e assistiamo a una delle scene più intense del film. Il giovane Xavier disilluso, disamorato e terrorizzato dal dolore incontra il se stesso futuro che gli impartisce una lezione essenziale: non perdere la speranza, quello è il potere che condividono tutti, umani e mutanti, anche se tutto sembra negativo, continua a credere in un domani migliore e lotta per costruirlo. Questo semplice messaggio è anche uno dei pilastri alla base della storia fumettistica degli X-Men e gli sceneggiatori e il regista Bryan Singer se ne sono ricordati, facendolo fluire in maniera naturale nello svolgersi della vicenda.       
Come detto la storia si snoda su due livelli temporali, nel passato ritroviamo quindi Wolverine che con la sua missione ben chiara va alla ricerca di Xavier nel 1973. Anche in questo caso, come già nel prequel del 2011, è stato fatto un ottimo lavoro per integrare eventi reali del periodo nella trama e questo dà una marcia in più al film. Al contrario di altre pellicole dello stesso genere, l’avventura degli X-Men acquista sfumature più realistiche, lo spettatore vede l’evoluzione dei personaggi e delle loro vite osservandole sullo sfondo del mondo reale per come esso stesso è cambiato e in cui anche lui vive, facendo così che gli X-Men (personaggi di fantasia)  entrino di diritto a far parte delle vicende che hanno fatto la Storia (quella con la “S” maiuscola che si studia sui libri).
Parlando di evoluzione dei personaggi per una volta assistiamo a un Wolverine maturo. Non è più il lupo solitario e selvaggio dei primi film (e a essere sinceri non ruba neanche troppo la scena agli altri personaggi), interagisce con i compagni e pur non essendo propriamente un leader, riesce comunque a guidarli  affinché ognuno svolga il suo ruolo. 
Anche il cast giovane, introdotto nel prequel, ci regala delle interpretazioni meravigliose. Se in passato il rapporto Xavier-Magneto e come sono arrivati a posizioni tanto distanti era la molla che spingeva la narrazione, qui viene trattato in maniera più concisa, ma comunque efficace. Su tutti però mi sento di menzionare in particolare James McAvoy e Jennifer Lawrence, che danno una tridimensionalità e un’anima ai loro characters. Il primo con uno Xavier diverso da quello che ci aspetteremmo in base alla sua storia film/fumettistica: non un uomo posato e guida paziente per i suoi simili, ma un depresso e disfattista, disposto a rinunciare al suo potere mentale per non soffrire. Il modo in cui risale dal baratro in cui è caduto è completamente umano e non supportato da capacità super, rivelando perché sarà poi il famoso Professor X che tutti conosciamo. La seconda, invece, riesce a rendere Mystica più di un personaggio di contorno e la tratteggia non come la solita villain/femme fatale, ma piuttosto come una donna forte, divisa tra gli insegnamenti ricevuti da Xavier e ciò di cui l’ha convinta Magneto. Messa al corrente del ruolo che avrà sulla rovina del futuro, Mystica è quindi portata a compiere la sua scelta e lo farà trovando una via di mezzo tra la filosofia del palmo aperto di Xavier e quella del pugno chiuso di Magneto, entrando nella zona d’ombra che caratterizza la sua controparte fumettistica.
Le due ore e dieci minuti che compongono il film scorrono piacevolmente, tenendo sempre vivo l’interesse dello spettatore e non appesantendo mai la narrazione, questo grazie all’ottima miscela di ingredienti che lo rendono un’opera in grado di farsi apprezzare anche da chi solitamente non si appassiona ai blockbuster di super-eroi. Abbiamo infatti il dramma, mostrato dal pericolo dell’estinzione dei mutanti del futuro, dal peso di cui il giovane Xavier deve liberasi e dalle scelte che i personaggi fanno per agire in modo giusto e  al contempo salvare la propria razza senza perdere la loro umanità; l’azione, legata al viaggio nel tempo e contro il tempo di Wolverine per sventare l’omicidio e alle varie e sempre più mastodontiche battaglie; il risvolto comico incarnato per lo più dal personaggio di Pietro/Quicksilver (un’altra aggiunta non fine a se stessa e “regalo” ai fans, ma presente perché ha una vera funzionalità e forse per innescare una reazione in produzioni future) e dalle scene che lo coinvolgono; il tocco di realismo, quasi da period movie, grazie alle ambientazioni, ai costumi e all’integrazione di fatti reali inerenti al 1973; e il sense of wonder che i poteri dei mutanti (e gli effetti speciali con cui sono realizzati) garantiscono agli spettatori più e meno giovani.
All’inizio ho detto che X-Men: Giorni di un Futuro Passato è anche una sorta di conclusione della prima trilogia e lo capirete guardando le ultime scene, che non voglio rivelare perché sono una gioia per tutti coloro che si sono appassionati a questa saga fin dal 2000 e soprattutto per coloro che hanno letto e continuano tutt’oggi a leggere le gesta cartacee degli X-Men, ritrovandone lo spirito di fondo.
Un finale certo, ma forse anche qualcosa di più: già sappiamo che il franchising dei film degli X-Men è destinato a  continuare e quasi sicuramente con un rinnovamento che darà nuova linfa alla serie grazie al nuovo cast (ormai non più così giovane, ma destinato a diventare di veterani) insieme a nuove aggiunte e allo stesso tempo un arrivederci agli attori che lo hanno avviato quattordici anni fa, senza perdere la speranza che possano tornare  magari quando sarà il tempo di visitare ancora quei giorni di un futuro modificato.


P.S.: un consiglio, al termine della proiezione non abbiate fretta di uscire dalla sala prima che finiscano i titoli di coda, o potreste perdervi la comparsa di qualcuno importante per il prossimo film in lavorazione.