lunedì 14 aprile 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 13

Casata Hood
Bosco Profondo

Lord Jerome Hood sbuffò spazientito. La sua compagna di pattugliamento mattutino era scomparsa di nuovo tra i rami degli alberi.
Si lisciò i pantaloni, sfregò la suola degli stivali sulla terra e prese a correre, tenendo all’erta i sensi e buttando uno sguardo attento verso l’alto. «Non riesce proprio a tenere in piedi ancorati alla terra» disse scuotendo la testa, senza lasciar cadere il cappuccio verde e stringendo i bordi del mantello perché non si gonfiasse per il vento. Da quando la conosceva, Lady Rachel Hood era sempre stata uno spirito libero e adorava arrampicarsi sugli alberi e fare a gara con lui per chi terminava il percorso di perlustrazione per primo senza farsi sorprendere dall’altro. Lei in alto, lui dal basso.
Lady Marguerite Hood, la nonna di Rachel, gli aveva raccontato che la nipote aveva imparato a camminare solo per potersi arrampicare più facilmente sugli alberi, altrimenti avrebbe continuato a gattonare per il resto della sua vita.
Ogni volta che pensava a quella storia, Jerome trovava buffo questo particolare dell’infanzia della sua amica, mettendolo in relazione con il fatto che la Casata Hood era vittima del Morso Mannaro, poi, come sempre ricordava anche la sua situazione. E non c’era niente di divertente nell’essere maledetti in quel modo.
Scattò in avanti ed evitò il riflesso del sole, nello stesso istante notò un lembo di tessuto rosso far capolino da una coltre di aghi di pino. «Beccata!» Jerome sorrise e si compiacque. L’unico capriccio di vanità di Rachel era il suo punto debole in quella sfida.
Come lui, l’intera Casata Hood indossava un mantello con cappuccio verde scuro, con ricamato sul dorso in oro lo stemma della Casata: un lupo dal cui collo svolazzava un indumento dello stesso tipo. Lady Rachel avrebbe dovuto portarne uno uguale, ma per il suo quattordicesimo compleanno aveva chiesto che il suo fosse di un rosso brillante ed era stata accontentata. Sfoggiava orgogliosa quel mantello e benché le fosse stato fatto notare che non era l’ideale per camuffarsi con la vegetazione dei loro territori, lei aveva risposto di non averne bisogno e di poter contare sulla sua agilità.
Jerome non poteva darle torto. Nessuno era in grado di muoversi tanto velocemente e abilmente come lei, al punto che si era guadagnata il soprannome di Spettro dal Cappuccio Rosso poiché guizzava da un tronco all’altro e da un ramo al successivo così in fretta da far credere di aver intravisto un fantasma, poi svanito.
A volte non ci si accorge che ciò che ci dà coraggio, può anche indebolirci” disse tra sé e sé Jerome. Balzò verso il primo ramo di fronte a lui e scalò l’albero. Procedette in linea retta e ricorse alla vista acuita dai suoi istinti animali, individuando l’obbiettivo. Si lanciò in avanti e mentre il mantello rosso sfrecciava davanti ai suoi occhi, afferrò il corpo a cui era legato, lo trascinò a terra e con il peso del proprio lo serrò al terreno. Da due anni era in quel modo che riusciva sempre a vincere, grazie alla testardaggine della ragazza di indossare quell’indumento.
«Hai barato» disse Rachel sollevando la testa e facendo scivolare il cappuccio rosso e rivelando capelli corti dello stesso colore.
«Bisogna che impari a perdere» rispose Jerome, tenendole fermi i polsi.
«Quando tu imparerai a battermi lealmente» ribadì la ragazza.
«Non vuoi proprio accettare che questo mantello ti rende una preda facile?»
Rachel lo guardò risentita. «Sono la figlia del Signore della Casata Hood. È un mio diritto distinguermi dagli altri.»
Restando seduto su di lei, Jerome le liberò le mani. «Oh, mi dispiace. Non credevo che teneste così tanto al vostro titolo, Lady Rachel.» Rise di gusto nel prenderla in giro. «O preferite il più formale Lady Hood?»
«Stai zitto! Sai che odio essere chiamata così! Lady Hood è mia madre» sbraitò Rachel. «E poi levati di dosso. Ormai sei pesante come un cinghiale, Bestia.»
Jerome si irrigidì e si scostò bruscamente da lei. Sapeva che non era sua intenzione, ma Rachel riuscì a ferirlo con quell’unica parola. Il suo era un innocuo scherzo tra amici, ma lei aveva esagerato. Quel soprannome non era motivo di orgoglio per lui, né gli era stato affibbiato in modo amichevole. Essere chiamato Bestia era come un marchio che sottolineava che era stato maledetto e scacciato dalla sua famiglia di origine. Si rimise in piedi e si girò perché non potesse leggere l’espressione del suo volto.
Rachel si rialzò a sua volta e si scrollò con la mano destra la polvere e i residui di erba dalla casacca e dai pantaloni. «Dai, non dirmi che ti sei offeso. Dovresti accettare quel soprannome, anzi sfruttarlo a tuo vantaggio» disse notando il suo atteggiamento.
Jerome era pronto a replicare, ma un odore familiare gli si insinuò nelle narici. Rimase immobile e inspirò ancora l’aria.
Rachel gli si avvicinò. «Non tenermi il muso. Se ti offendi così facilmente sei tu la Lady tra noi due e dirò agli altri uomini di…»
«Zitta» le intimò Jerome. «Annusa.»
Rachel eseguì il comando e il suo volto perse le espressioni di scherno, indurendosi. «Puzza di carne putrefatta, morte e terra di montagna.»
«Le Dame Oscure» confermò Jerome.
«Se riesco a sentirlo così bene senza diventare un Demone Mannaro, vuol dire che devono essere molto vicine» disse Rachel. «Sanno che inoltrarsi nei nostri boschi significa la morte. Perché sono qui?»
«Non lo so» rispose il ragazzo. «Andiamo a scoprirlo.»
Jerome si mise a correre e Rachel partì al suo fianco.

Avvicinandosi sempre di più, Jerome percepì l’odore anche di esseri umani e di altre tre donne, non umane, ma neanche Dame Oscure. Fissò il viso di Rachel e capì che anche lei lo aveva avvertito.
Si fermarono dietro il tronco scuro di un abete e osservarono la scena. Una carrozza era ferma sulla strada. Tre cavalli erano riversi sul terreno moribondi, tre donne dalle lunghe vesti rosso, verde e azzurro inviavano scintille delle medesime tonalità dalle mani per far arretrare tre Dame Oscure che cercavano di raggiungere la carrozza. 
«Quelle donne sono Madrine» disse Jerome sottovoce e sorpreso. Erano passati più di sei anni dall’ultima volta che ne aveva vista una così da vicino.
«Le Dame Oscure sono anche loro nemiche da tempo» rispose Rachel. Poi gli afferrò la spalla sinistra con la mano e aggiunse: «Andiamocene. Non ci riguardano le faide tra loro.»
«Aspetta» replicò Jerome. L’odore di umani era ancora più forte e non si spiegava perché Rachel fingesse di ignorarlo, ma soprattutto qualcosa si era risvegliato nei suoi ricordi. L’olfatto gli aveva riportato alla mente la sua famiglia di origine e voleva capire perché i suoi sensi gli stavano giocando quegli scherzi. «Ci sono altre persone nella carrozza. Sono spaventati e… stanno piangendo.» Anche l’udito lo aiutava a scoprire nuovi indizi sulla situazione.
Due nuove Dame Oscure planarono da un abete poco distante da loro e Rachel tirò Jerome indietro. Cogliendo di sorpresa anche le Madrine, si avventarono sulla carrozza, spalancarono la porta e in un breve istante fatto di urla e singhiozzi, sgusciarono fuori con due bambini stretti tra le braccia. Una teneva ferma una femmina, l’altra un maschio e veloci come erano apparse, le due donne dalla pelle grigia schizzarono nel folto del bosco.
Jerome si liberò dalla stretta di Rachel. «Hanno preso dei bambini innocenti, non possiamo starcene qui immobili.»  
«D’accordo» cedette Rachel. «Io recupero la bambina, tu occupati del bambino.»
Senza farselo ripetere, Jerome partì all’inseguimento.

Era l’olfatto a guidarlo e più che la puzza emanata dalla Dama Oscura, era l’odore del bambino a essere la traccia che il suo naso voleva seguire. Jerome si sentiva protettivo verso quello sconosciuto, la sua voce terrorizzata arrivava nitida alle sue orecchie, potenziate dagli influssi bestiali e gli ricordava i suoi anni d’infanzia. Non si spiegava quei sentimenti, ma non avrebbe mai lasciato un bimbo in mano a uno di quei mostri.
La Dama Oscura era a poche miglia da lui, levitava a due spanne dal terreno e non riusciva a tenere una postura sicura, sbilanciandosi bruscamente da un lato all’altro per colpa del suo prigioniero. Il piccolo si dimenava, cercando di sfuggire alla sua presa. 
«Lasciami! Mamma! Zia Radiose!» gridava inframmezzando i singhiozzi.
Quelle parole cariche di disperazione risvegliarono la Bestia. Jerome fece ricorso a tutta la sua forza di volontà per non liberarla e lasciare che dilaniasse quello spettro dalle sembianze  femminili. Temeva che anche il bambino rimanesse terrorizzato a quella vista e l’ultima cosa che voleva era spaventarlo ulteriormente.
Concentrati sul nemico” si disse per ricacciare la Bestia. “Pensa a quanto a  lungo ti derideranno Rachel e gli altri soldati se ti fai scappare un essere stupido come questo.
Jerome aumentò la velocità, spingendo al limite i muscoli. Si buttò contro la Dama Oscura e l’impeto dello slancio gli permise di avvicinarsi abbastanza da afferrarle una caviglia. Tirò indietro il braccio e l’essere perse l’equilibrio, ruzzolando per terra.
Trattenendo il respiro per il tanfo che emanava, Jerome le strinse il groviglio di capelli, una manciata gli restò impigliata nella mano sinistra, ma la obbligò a piegarsi all’indietro.
Nonostante i versi di fastidio e disappunto simili a grugniti, la donna spettro non accennava a mollare la sua presa. Il bambino continuava a scalciare, provando a sfruttare quell’occasione per scappare.
Jerome usò la mano destra libera per frugare nella fondina legata alla cintura. Trovò l’elsa del pugnale d’osso e lo estrasse. Notò che con la coda dell’occhio la Dama Oscura aveva visto l’arma avvicinarsi, ma lui fu più svelto. Le conficcò la lama di osso di Demone Mannaro nel cranio e la nemica produsse un urlo stridulo da far accapponare la pelle. La carne grigia si sciolse in una poltiglia che scivolò dalle ossa e lo scheletro della donna rimase visibile per un battito di ciglia, dissolvendosi poi in polvere nera.
Jerome rimase in ginocchio davanti al cumulo scuro e fissò gli occhi bagnati dalle lacrime del bambino. Il piccolo lo fissava a sua volta, riflettendosi nei suoi color nocciola, fermo immobile a carponi.
Jerome infilò il coltello nella fondina della cintura e si coprì con il mantello verde. Fece scivolare all’indietro il cappuccio, rivelando i lisci capelli castani, così che il bambino potesse guardare interamente il suo volto. Gli porse quindi la mano e disse: «Puoi stare tranquillo, non voglio farti del male. È tutto finito, sei al sicuro adesso.» Nel silenzio del bosco, udì il respiro affannato del bimbo e il battito del suo cuore che rallentava. Si sforzò di sorridergli, a dimostrazione che non aveva niente da temere.
«S-sono Jour» balbettò.
«Ciao Jour. Il mio nome è Jerome» rispose.
Jour strisciò verso di lui, evitando i resti della Dama Oscura e appoggiò la mano sinistra sulla sua casacca. «Voglio tornare dalla mia mamma.»
«Sono qui apposta per riportarti da lei» disse Jerome con dolcezza.
Jour si attaccò al suo petto e Jerome lo strinse a sé, prendendolo in braccio. Si rialzò
e si incamminò verso il luogo in cui avevano lasciato la carrozza. Mentre lo sentiva avvinghiarsi al suo corpo, percepì nuovamente il suo odore. C’era qualcosa di familiare in quel profumo. Non era una sensazione. Tra loro doveva esserci un legame.
Arrivato in prossimità del posto in cui aveva avuto inizio lo scontro, Jerome si rese conto di non sapere come era andato a finire. Se le Madrine avevano avuto la peggio, avrebbe dovuto correre come il più rapido dei Demoni Mannari per non fare vedere al bambino quello scempio.
Per sua fortuna non fu necessario.
Riconobbe il mantello rosso di Rachel con lo stemma della Casata Hood sulla schiena e vide l’amica parlare con la Madrina vestita del suo stesso colore. Le altre due consolavano una bambina di spalle, stretta nelle braccia di una donna con un abito celeste, di cui però non vedeva il volto.
Jerome accelerò il passo e non appena lo sentirono avvicinarsi, le tre dame si girarono e tirarono un sospiro di sollievo. Rachel gli lanciò un sorriso fugace e la Madrina vestita di verde prese in braccio la bambina dalla madre. 
Jour gridò felice: «Mamma! Mamma!»
Quando la donna puntò lo sguardo verso di loro, Jerome rimase impietrito. Riconobbe il suo volto e tutto ebbe un senso. Non si era immaginato nulla, la donna e i bambini erano la sua famiglia, o meglio una parte della famiglia da cui era stato cacciato.
Aveva appena tratto in salvo il figlio di Lady Rose Briar, la moglie di suo fratello maggiore Fabrice e di conseguenza suo nipote.

                                                           Continua…

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