lunedì 28 aprile 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 15

Casata Hood
Palazzo di Lord John Hood

Per tutto il tragitto che dal Bosco Profondo conduceva al palazzo della Casata Hood, Jerome era rimasto in silenzio. Camminava a un lato della carrozza, mentre Rachel con le redini in mano guidava una coppia di scoiattoli tramutati in cavalli dalle capacità delle Madrine.
Di tanto in tanto, Jerome buttava un occhio all’interno della carrozza, attraverso l’apertura sullo sportello e scorgeva che Lady Rose Briar incrociava i suoi occhi. Non sapeva dire con certezza se l’avesse riconosciuto, si erano visti per poco tempo prima che lui venisse maledetto e poi entrambi avevano dovuto prendere decisioni che li avevano condotti su strade diverse. Quando però aveva proposto di scortarli al palazzo degli Hood, dato che non sarebbe stato sicuro rimanere di notte nel Bosco Profondo, Rose aveva acconsentito subito, dimostrandogli uno slancio di fiducia.
Rachel fermò i cavalli davanti al portone in legno e ferro. Il cielo era scuro per l’arrivo della sera, la luna li illuminava fugacemente, così guardò verso l’alto, in modo che la sentinella sporgendosi con la torcia di fuoco, potesse riconoscerli.
Jerome alzò la testa e si avvicinò allo sportello. «Siamo arrivati.»
«Siete certo che non ci saranno problemi?» domandò titubante Lady Rose.
«Non preoccupatevi» la tranquillizzò Jerome. «Garantirò io per voi. Andrà tutto bene.»
«Credo che varrà di più la mia parola» replicò Rachel. Gli fece l’occhiolino e spronò i cavalli ad attraversare il portone spalancato.
Jerome sorrise. Era rassicurante poter contare sulla sua amica, nonché figlia del Signore della Casata.

Un drappello di guardie con indosso il mantello verde con cappuccio andò loro incontro, quando entrarono nel palazzo.
«Eravamo in pensiero per voi. Stavamo già per metterci in marcia e venirvi a cercare» disse l’uomo in capo al gruppo.
«State calmi, è tutto a posto. Abbiamo solo avuto un contrattempo» spiegò Rachel. «Ora, fateci passare. Abbiamo degli ospiti e l’urgenza di vedere mio padre.»
Lo stesso uomo scrutò i compagni dietro di loro. Tre dame dalle vesti con colori sgargianti, una misteriosa Lady e due bambini. Seppur confuso, rispose: «Lord Hood è nella sala dei banchetti con il resto della vostra famiglia.»
Rachel avanzò sicura e Jerome fece segno alle Madrine e a Rose di seguirli, con i bambini per mano.
La sala dei banchetti era aperta e Lord John Hood era seduto a capotavola, alla sua destra erano presenti la moglie Lady Jane e sua madre Lady Marguerite. Appena vide la figlia entrare, scattò in piedi e gridò: «Rachel! Finalmente!»
Jerome aveva concordato con Rachel che fosse lei a procedere prima di passargli la parola. La ragazza infatti entrò sicura e alzò le mani in segno di resa. «Non dire nulla, lo so. Eri preoccupato per me, io e Jerome non facciamo mai così tardi per il nostro giro di ronda, ma come puoi vedere, ci sono state delle sorprese.»
Lord John abbandonò la tavola e si avvicinò al gruppo in piedi nel centro della stanza. Scrutò le Madrine, soffermandosi per diversi istanti su di loro. «Non ci posso credere. Tre membri della Sorellanza delle Madrine al mio cospetto.» Si inchinò e i capelli lunghi castano scuro gli ricaddero oltre le spalle. «È un onore inaspettato.»
Jerome si sorprese: non aveva mai visto Lord John comportarsi con tanta galanteria. Quello era un lato della sua personalità di cui gli avevano solo parlato.
Florence fece un passo avanti. «Vi ringraziamo, Lord Hood. In realtà siamo noi le fortunate: vostra figlia Lady Rachel e il suo compagno Lord Jerome sono intervenuti in maniera provvidenziale per soccorrerci dall’imboscata di un gruppo di Dame Oscure.»
«Maledette figlie bastarde della Strega!» sbraitò Lord John adirato. «Sanno che non possono introdursi nei miei possedimenti.»
Jerome notò che Aurore e Jour si strinsero alla veste della madre nel sentirlo gridare con tanta rabbia. Stava per intervenire, ma venne preceduto.
Lady Marguerite scostò la sedia e si mise in piedi. «Non usare quel linguaggio, John! E non urlare in quel modo, spaventi quei due poveri piccini.» La donna camminò lentamente per via dell’età e del suo corpo grassottello che le impediva una maggiore scioltezza nei movimenti. Aveva i capelli grigi raccolti in una treccia che le circondava la fronte e un lungo vestito bianco perla. Si avvicinò a Lady Rose e le sorrise. «Sono i vostri figli, mia cara?»
«Sì, mia Signora» rispose Rose.
Marguerite si inclinò in avanti per osservare i volti dei piccoli. «Che visetti simpatici. Scommetto che non avete ancora cenato. Vi va di venire con me nelle cucine a trovare qualcosa di buono da mettere in pancia?»
Aurore e Jour la fissarono per un istante e poi rivolsero uno sguardo interrogativo alla madre. Rose accarezzo loro la testa. «In effetti sono a digiuno da quasi un giorno intero, ma non vorremmo creare disturbo.»
«Nessun disturbo. Che razza di nonna sarei se lascio due tesori a morir di fame» replicò Marguerite continuando a sorridere e porse una mano a testa ai bambini. Loro rimasero fermi, insicuri se afferrarla o meno. L’anziana lo intuì e aggiunse. «Magari le vostre Madrine possono accompagnarci, così mi diranno cosa offrirvi senza che io sbagli i vostri gusti.»
Radiose e Joelle le furono subito accanto e i bambini accettarono la mano che veniva loro porta. «Grazie molte per la vostra cortesia» disse Joelle.
Marguerite s’incamminò fuori dalla stanza, con Aurore e Jour per mano e le due dame al seguito. «È sempre un piacere avere ospiti così educati come voi» rispose, procedendo pian, piano.
Jerome li osservò svanire dietro una parete e tornò a guardare Rachel. L’amica annuì e così si rivolse a Lord John. «Mio Signore, mi sono permesso di scortare queste persone fino al tuo palazzo perché tra noi c’è un legame personale.»
«Spiegati meglio» disse Lord John incuriosito.
Jerome si schiarì la voce. «Sapete anche voi della maledizione che mi è stata inferta, fu Estelle a lanciarla e a costringermi a tramutarmi senza controllo in una Bestia Mannara. Prima che ciò avvenisse e che voi mi accoglieste nella vostra Casata, insegnandomi come tenebre a freno la Bestia, ero membro di un’altra famiglia e la Lady qui con noi è la moglie del maggiore dei miei fratelli.»
«È incredibile.» Lady Jane abbandonò la tavola e corse verso la ragazza in piedi tra lui e Rachel, facendo svolazzare dietro la schiena la coda di capelli rosso scuro. «Siete la figlia scomparsa della Casata Briar, siete Lady Rose.»
Rose annuì. Guardò Jerome confusa, ma sollevata. «Anche io vi ho riconosciuto quando siete apparso portando in salvo mio figlio, ma temevo che foste in collera con me per le sventure che vi sono capitate. Estelle punì voi, ma il suo obbiettivo eravamo io e Fabrice.»
«Non dite sciocchezze, mia cara» ribatté Lord John. «Nessuno può prendersela con voi, siete una vittima come il nostro Jerome. Tutta Ageloss sa delle colpe di quella strega bast…»
«John!» lo riprese la moglie Jane. «La vuoi smettere con quell’insulto. Ci farai fare brutta figura con Lady Briar.»
«Smettetela tutti e due. Ci state rendendo ridicoli» sbottò Rachel.
Rose sorrise. «Niente affatto, non potrei mai considerare ridicola la famiglia che ha slavato i miei figli. Sono in debito anche con voi, Lady Rachel.»
«Non ditelo nemmeno per scherzo» rispose la ragazza, ricambiando il sorriso. «E per favore, chiamatemi solo Rachel.»
«D’accordo. A patto che voi mi chiamate solo Rose.»
Jerome osservò piacevolmente sorpreso i presenti scambiarsi convenevoli. Guardando Rose serena, ricordò la dolcezza con cui l’aveva trattato quando si erano conosciuti anni prima. Nonostante tutto quello che aveva dovuto passare, non era cambiata e fu felice di aver scelto di andare in pattuglia con Rachel quella mattina. L’impossibile si era avverato: si era congiunto con la sua famiglia, o almeno con una parte di essa.
«Non voglio sembrare poco riconoscente, ma purtroppo il nostro viaggio non è ancora concluso» intervenne Florence.
Solo sentendola parlare, Jerome si rese conto che era rimasta lì con loro. «È vero, mi avete raccontato che volete raggiungere il palazzo di Lord Ludwig Charming.» Fece una pausa sentendosi in imbarazzo nel non chiamarlo padre davanti a Rose, ma lei non parve farci alcun caso. «Però dopo quello che è successo, credo sia meglio che non viaggiate sole. Se Lord John me lo consente, intendo scortarvi fino alla vostra meta.»
«Certo che hai il mio permesso» rispose John Hood. «Anzi, penso che la vostra scorta debba essere più numerosa e naturalmente anche Rachel vi seguirà.»
«Bene, ma è meglio rimandare a domani mattina i dettagli. Ormai è tardi e sono certa che anche Lady Rose ha bisogno di mangiare qualcosa e riposarsi» disse Lady Jane. «Rachel, Jerome, accompagnate le nostre ospiti in cucina e date loro tutto ciò che chiedono. Intanto manderò le nostre serve a preparare una stanza per voi e i vostri figli.»
Rose s’inchinò con referenza. «Vi ringrazio per la vostra ospitalità.»
Lord John la guardò in volto. «Voi ci trattate con rispetto e noi facciamo altrettanto. È ciò che molte altre Casate nobili dovrebbero imparare da voi.»
Jerome notò la confusione sul viso di Rose per a quell’affermazione e fece cenno con la testa a Rachel di portarla fuori prima che Lord John iniziasse con la sua solita solfa.
«Venite» disse Rachel prontamente. «Se non ci sbrighiamo, mia nonna rimpinzerà quei poveri bambini fino a farli scoppiare.»
Jerome con le ragazze e Florence, lasciò la sala dei banchetti e udì in lontananza Lady Jane rimproverare il marito per voler sempre rimarcare il fatto che gli altri nobili non gli portavano il rispetto che voleva. Per certi versi trovava delle somiglianze tra il Lord che lo aveva accolto come un figlio e il padre con cui condivideva un legame di sangue. Entrambi erano orgogliosi, cedevano facilmente all’ira e agivano d’impulso. Forse era anche per quello che era riuscito a mitigare la nostalgia per la Casata in cui era nato.
Arrivati in prossimità delle cucine, Rose gli prese gentilmente il polso. «Non dimenticherò quello che stai facendo per me. Quando tuo padre, Lord Ludwig ti ripudiò a causa della maledizione, non potei fare niente, ma ora lo obbligherò ad ascoltarmi.»
Jerome strinse la mano a pugno. «Non è necessario. Non dovete esporvi per me.»
«Voglio farlo» rispose Rose. «Quando arriveremo al palazzo, voi verrete con me al cospetto di Lord Ludwig. Sono sicura che Fabrice mi appoggerà e riavrete il vostro titolo di Lord Charming. Dovete essere libero di poter scegliere con che famiglia voler continuare a vivere e soprattutto ho piacere che i miei figli possano crescere con uno zio premuroso come voi.»
Aurore e Jour sbucarono dall’ingresso delle cucine, prima che Jerome potesse replicare. Avevano le mani e le guance sporche di farina e marmellata arancione e nei loro occhi non c’era più traccia della paura delle ore precedenti. Ridendo, trascinarono la madre dentro insieme a loro.
«Va tutto bene?» domandò Rachel, fissandolo mentre restava immobile all’esterno a  guardarli.
«Sì, certo» mentì Jerome. Le parole di Rose l’avevano scosso, ma non voleva darlo a vedere. L’idea di poter riabbracciare i suoi fratelli, di trascorrere nuovamente le sue giornate con loro, viziando tutti insieme i due bambini e farsi contagiare dalla loro allegria, era un pensiero che non lo aveva mai sfiorato. Ci aveva rinunciato anni prima.
«Dimmi la verità» continuò Rachel. «Il tuo odore è cambiato. Non c’è niente di male se vuoi provare a tornare a essere un Charming. Mio padre non se la prenderà e anche se lo facesse, è un problema suo. L’importante è che scegli quello che è meglio per te.»
«Che vuoi dire?»
«Non devi aiutarli solo per la speranza che Lady Rose interceda per te.» Rachel posò la mano sinistra sulla sua spalla. «Da quanto mi hai raccontato, tuo padre è difficile da convincere tanto quanto il mio. E la tua situazione non è cambiata solo perché stai aiutando la moglie di tuo fratello e i suoi figli.»
«Lo so bene» rispose brusco Jerome. «E non ho mai pensato se voglio davvero tornare a essere un Charming. L’unica cosa che mi importa è che Rose e i bambini tornino a casa sani e salvi. Mio padre non c’entra niente.» Scacciò dalla testa l’idea appena formata di una vita pacifica con chi amava. Doveva concentrarsi su altro. «Se proprio vuoi una ragione per la mia decisione, oltre alla sicurezza di mia cognata e dei miei nipoti, è la vendetta.»
«Ti riferisci a Estelle?» chiese Rachel.
Jerome annuì. «Non permetterò a quella strega di vincere. Le dimostrerò che non riuscirà mai a separare mio fratello, sua moglie e i loro figli. Mi ha trasformato in una Bestia credendo di indebolirci e io le dimostrerò che la Bestia è l’arma con cui distruggerò ogni suo piano.» 



                                                   Continua… 

lunedì 21 aprile 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 14

Casata Briar
Castello di Re Ebon

Appoggiata al rivestimento interno di lana di pecora della carrozza, Lady Annette Briar guardò alla sua sinistra l’esterno attraverso l’apertura ovale dello sportello. Il sole stava calando e il cielo sfumava dal rosso verso il violaceo, ponendo fine a quel lungo ed estenuante giorno di viaggio. Abbassò gli occhi e si sporse un po’ più all’infuori, mentre il vento gelido della sera la travolgeva, notando che la lunga fila di carrozze bloccate davanti alla loro non accennava a proseguire.  

«Questo dannato viaggio non terminerà mai» sbuffò, risistemandosi lo chignon in cui aveva racchiuso i capelli castani e tornando ad appoggiare la schiena.
Suo marito Lord Gerard, seduto di fronte a lei, si sporse a sua volta verso l’esterno. «Pazienta ancora un poco, mia cara. Si intravedono le torri del castello, la nostra meta non è lontana.»
«Pazientare» ripeté Annette con un sorriso amaro. «Mi sembra di non far altro da anni.» Aveva mal digerito l’obbligo di partecipare a quella cerimonia, anziché poter raggiungere il palazzo dei Lord Charming e essere presente all’arrivo di sua figlia. Anche se comprendeva le ragioni dietro quel piano, non riusciva a superare il fatto che il marito lo avesse tenuto segreto anche a lei. «Se mi avessi fatto avere l’invito quando ti era stato recapitato, saremmo partiti prima, evitandoci tutto questo.»
«Mi dispiace. So di aver sempre preteso da te più di quanto ti ho dato» rispose Lord Gerard desolato. «E anche questa volta non ho pensato al tuo bene.»
Annette sospirò. Lo vide contrito e rammaricato e come al solito non riuscì a essere in collera con lui. «Perdonami. Sono stanca e questa attesa mette a dura prova la mia capacità di… avere pazienza.»
Gerard sorrise. «Hai ragione. Purtroppo molte Casate minori vivono in territori adiacenti ai nostri e pur prendendo strade differenti e facendo poche soste, ci siamo ritrovati tutti a raggiungere il castello più o meno nello stesso momento.»
Annette annuì. In effetti immaginava che la maggior parte degli ospiti fosse arrivata nei giorni precedenti, dato che ne mancavano ormai meno di due al matrimonio, ma come aveva detto suo marito le distanze non permettevano grandi possibilità di anticipo, soprattutto se quasi tutte le Casate di Ageloss erano state invitate alle nozze. «Speriamo almeno che il ricevimento valga tanti disturbi.»
«Su questo puoi stare certa. Re Ebon ha sempre molti riguardi verso i suoi ospiti.»
Annette non intendeva ciò che suo marito aveva capito, ma preferì non metterlo al corrente. Ciò che si augurava era che il matrimonio e l’incoronazione della nuova Regina garantissero un viaggio sicuro a Rose, ripagandola così della sofferenza di non poterla riabbracciare subito.
Lentamente, la carrozza si mosse di qualche passo e si fermò di nuovo.
Annette sospirò una seconda volta. A quanto pare le Forze Superiori continuavano a metterla alla prova per vedere quanto riusciva a sopportare. Solo facendo quella riflessione, realizzò che il peggio non era ancora arrivato. Dover scendere dalla carrozza e incontrare gli altri Lord e Lady, forse persino la sua più acerrima nemica, sarebbe stata la vera sfida a cui far fronte. E le ci sarebbe voluta più che semplice pazienza.
Annette si massaggiò le tempie con i polpastrelli dell’indice e medio di entrambe le mani e si ritrovò a sperare che quella coda di carrozze prolungasse ulteriormente il suo incedere per giungere a destinazione.

Il cortile interno del castello era illuminato quasi solamente dalle torce fiammeggianti affisse alle mura e strette nelle mani di servi e valletti, quando la carrozza della Casata Briar fece il suo ingresso.
Il cocchiere scese e aprì lo sportello, permettendo a Lord Gerard di uscire per primo. L’uomo prose la mano destra alla moglie e la invito a seguirlo fuori.
Non appena mise la testa all’aperto, Lady Annette notò che erano circondati da almeno altre sei carrozze, disposte a semicerchio e i cui cocchieri erano stati richiamati dal capo delle stalle, che dava loro le indicazioni sul come seguirlo una volta che i loro Signori avessero ricevuto il benvenuto dal Re, per liberare così il passaggio agli altri ospiti in attesa all’infuori delle mura.
«Non mi sembra abbiano prestato molta cura all’organizzazione degli arrivi» commentò Annette, rimanendo al braccio del marito, avvolta nel suo mantello di pelle d’orso in piedi davanti alla carrozza.
Il mormorio sommesso degli altri nobili in attesa si zittì e la donna scorse i presenti accorgersi della loro entrata. A quel punto il mormorio riprese, ma i commenti riguardavano tutti loro.
Anche se cercavano di parlare a bassa voce, Annette colse parole e mezze frasi che già si aspettava di udire. Tutti si chiedevano se ci sarebbe stato un litigio non appena Lord Ludwig Charming li avesse incrociati, o se finalmente avrebbero spiegato che fine avesse fatto Lady Rose, dato che non era in loro compagnia.
Gerard le strinse il braccio avvolto nel suo, premendoselo sul pelo del mantello che gli copriva il petto. «Ignorali» le sussurrò. «Pensa a nostra figlia, concentrati solo sul nostro segreto. Stiamo facendo tutto questo per lei, per tenerla al sicuro.»
Annette annuì lievemente. Deglutì, ingoiando le urla che avrebbe voluto rivolgere a quegli ipocriti, domandando come osavano giudicarli senza sapere nulla e soprattutto come avrebbero agito in una situazione simile se si fosse trattato dei loro figli. Fece appello agli insegnamenti ricevuti su come una donna del suo rango doveva comportarsi in momenti del genere e girando gli occhi in ogni direzione per trovare la forza di andare avanti, scovò un aiuto insperato.
La carrozza dietro la loro era completamente bianca e la sua forma ricordava un bocciolo di giglio. Il occhiere dalla carnagione albina e l’uniforme candida aprì lo sportello, rivelando la viaggiatrice che aveva scortato fin lì.
Annette sorrise felice. La Madrina Superiore Crystella avanzava con la sua pacata eleganza verso di loro e la sua apparizione ammutolì tutti.
«Lord Briar, Lady Briar, è un piacere incontrarvi» disse Crystella con un sorriso.
«Anche per noi» rispose Lord Gerard confuso. «E anche una sorpresa.»
«Siamo felici di vedervi» replicò Annette, stringendo la mano calda e dalla carnagione chiara della donna.
Crystella le sorrise ancora, facendo trasparire il suo affetto. «Ne sono lieta. E in tutta sincerità l’invito ricevuto è stata una sorpresa anche per me.»
«In effetti non vi si vede mai a nozze e incoronazioni» disse Gerard. «Anzi se non sbaglio è la prima volta da che ne ho memoria.»
«Non sbagliate» confermò la Madrina Superiore.
«Vedo con piacere che avete trovato modo di ingannare l’attesa del mio arrivo.» Lady Griselda li colse di sorpresa, avvicinandosi con un largo sorriso.
Annette si voltò verso di lei e si rese conto solo in quell’istante che gli altri ospiti erano già stati accolti e congedati, mentre i rispettivi cocchieri riprendevano posto sulla cassetta pronti a spostare le carrozze.
«Scusatemi ancora per questo inconveniente» continuò Lady Griselda. «Purtroppo il Re è indisposto a causa di una fastidiosa emicrania, le principesse si stanno occupando dei preparativi del banchetto e dell’assegnazione delle stanze, lasciando a me l’onore di ricevere i nostri ospiti.»
Gerard si schiarì la voce. «Vi ringraziamo per l’invito e siamo lusingati che ci abbiate concesso la possibilità di presenziare alle vostre nozze e alla vostra incoronazione.»
Annette non aggiunse altro. Si limitò a sorridere, anche se dovette fare uno sforzo per distendere le labbra. Quella donna non le piaceva, qualcosa nel suo tono e nei suoi modi le suggeriva che era più sicuro restare all’erta in sua presenza.
 «Il piacere è tutto nostro, credetemi.» Lady Griselda si rivolse poi a Crystella. «Sono lieta che siate potuta venire anche voi, Madrina Superiore. Non ero certa che avreste accettato il mio invito.»
«Anche se non è mia abitudine presenziare a queste ricorrenze, non mancherei mai di rispetto alla futura Regina» rispose Crystella. «Presto governerete Ageloss e non voglio che ci siano tensioni e fraintendimenti.»
«È davvero una gioia sentirvelo dire. Vi ho invitato per questo motivo. Non mi piace che tra i miei futuri sudditi ci siano spiacevoli questioni irrisolte.» Lady Griselda li sorpassò e fece segno alle guardie dia far avanzare la carrozza in attesa fuori dal portone. «Voglio che la mia incoronazione segni un nuovo inizio per tutti e si possano così lasciare alle spalle i vecchi dissidi.»
Annette non capiva di cosa stesse parlando o dove volesse andare a parare con quell’annuncio pomposo. Guardò poi la carrozza che stava entrando, girando al lato opposto al loro. Era viola, con grandi ruote nere, trainata da due cavalli scuri, spronati da un cocchiere dalle sembianze femminili con gli unti capelli neri raccolti in una treccia e la pelle e l’uniforme della stessa tonalità di grigio.
«Non è possibile» sibilò Annette. Doveva essere lieta di vedere l’ospite che stava per scendere, era la prova che il loro piano stava funzionando, ma l’idea di ritrovarsela davanti le provocò comunque una fitta allo stomaco.
Il cocchiere donna aprì lo sportello e il timore di Lady Annette si materializzò in una lunga veste viola scura e capelli corvini dai rilessi violacei raccolti in due chignon ai lati della nuca.
Lady Griselda le andò incontro. «Ben arrivata.» Le prese una mano e la scortò da loro. «Vi ricorderete della Grandama Estelle. Ha gentilmente accettato il mio invito ai festeggiamenti.»
Estelle li squadrò divertita, soffermandosi più a lungo per sostenere lo sguardo di Annette, che provò a celare il suo stupore e disappunto.
«Crystella, è da molto che non ci vediamo» disse Estelle passando accanto alla Madrina Superiore.
Annette la vide rimanere impietrita, incapace di proferire parola. Non era un buon segno.
«Lord Gerard. Lady Annette. Vi trovo bene.» Estelle si fermò di fronte a loro e si guardò intorno. «Non vedo la vostra graziosa figlia, Lady Rose. Non è con voi?»
«No» rispose Annette con un filo di voce.
«Un malore le ha impedito di venire» aggiunse Gerard. «Almeno secondo le notizie che abbiamo ricevuto.»
«Un malore?» ripeté Estelle, fingendosi sorpresa. «Che strano. Una delle mie servitrici mi ha riferito di averla scorta in viaggio nel Bosco Profondo.»
Annette trasalì e si maledì per averlo fatto davanti agli occhi soddisfatti della Grandama Oscura.
«Mi dispiace interrompervi, ma ci sono altri ospiti che attendono di fare il loro ingresso» intervenne Lady Griselda. «Sono sicura che prima della cerimonia avrete tutto il tempo per chiarirvi.»
Estelle li precedette, avviandosi all’interno del castello e Lady Griselda si congedò, facendo segno al capo stalliere di far spostare le carrozze rimaste per lasciare spazio alle nuove.
«Andiamo» disse Lord Gerard, tirando a forza la moglie ancora serrata al suo braccio.
«Sì, è meglio allontanarci da qui» concordò Crystella.
«Aspettate» li fermò Annette. «Avete sentito cosa ha detto? Sa di Rose. Sa che è uscita dal suo rifugio.»
«Calmati, Annette» la rimproverò l’uomo. «Potrebbe essere un modo per manipolarci e spingerci a tradirci. La cosa importante è che Estelle sia qui. Lontano da Rose.»
«Lord Gerard ha ragione» disse la Madrina Superiore, invitandola a incamminarsi con lei verso l’ingresso. «Estelle non avrebbe mai abbandonato il suo palazzo se ci fosse stata la possibilità di rinchiudervi dentro Rose e i bambini. Sono al sicuro.»
Annette si mosse circospetta, camminando a fatica. «Ma per quanto? Quella donna riesce sempre a portare a termine i suoi piani. In un modo o nell’altro finiamo per essere sconfitti dai suoi tranelli.» La luce fioca delle torce nel corridoio del castello produsse delle sottili ombre sulla sua pelle, dando al suo volto l’aspetto di una donna più anziana della sua età. «E poi mi chiedo perché Lady Griselda l’abbia invitata. Nessuno nel regno la vede di buon occhio, non ha pensato alle reazioni che può scatenare nei membri delle altre Casate?»
Crystella divenne seria. «Non so cosa rispondervi, ma vi assicuro che non me ne starò qui a intrattenere gli ospiti o perdere tempo in altre facezie. Indagherò e cercherò di capire cosa sa Estelle e che legame ha con la futura Regina. Ve lo prometto.»
Sentendo quelle parole, Annette si rilassò. Aveva piena fiducia nella Madrina Superiore e senza dubbio era l’unica che potesse tenere testa a Estelle. La conosceva bene e anche se in passato era stata proprio Crystella a portare quella Rinnegata nella sua vita, sapeva che avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere per tenerla al sicuro.
Annette individuò la nemica di spalle, tenuta alla larga da tutti e si compiacque. Qualunque fosse la sua strategia, questa volta aveva commesso un grave errore.

                                                 Continua…

lunedì 14 aprile 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 13

Casata Hood
Bosco Profondo

Lord Jerome Hood sbuffò spazientito. La sua compagna di pattugliamento mattutino era scomparsa di nuovo tra i rami degli alberi.
Si lisciò i pantaloni, sfregò la suola degli stivali sulla terra e prese a correre, tenendo all’erta i sensi e buttando uno sguardo attento verso l’alto. «Non riesce proprio a tenere in piedi ancorati alla terra» disse scuotendo la testa, senza lasciar cadere il cappuccio verde e stringendo i bordi del mantello perché non si gonfiasse per il vento. Da quando la conosceva, Lady Rachel Hood era sempre stata uno spirito libero e adorava arrampicarsi sugli alberi e fare a gara con lui per chi terminava il percorso di perlustrazione per primo senza farsi sorprendere dall’altro. Lei in alto, lui dal basso.
Lady Marguerite Hood, la nonna di Rachel, gli aveva raccontato che la nipote aveva imparato a camminare solo per potersi arrampicare più facilmente sugli alberi, altrimenti avrebbe continuato a gattonare per il resto della sua vita.
Ogni volta che pensava a quella storia, Jerome trovava buffo questo particolare dell’infanzia della sua amica, mettendolo in relazione con il fatto che la Casata Hood era vittima del Morso Mannaro, poi, come sempre ricordava anche la sua situazione. E non c’era niente di divertente nell’essere maledetti in quel modo.
Scattò in avanti ed evitò il riflesso del sole, nello stesso istante notò un lembo di tessuto rosso far capolino da una coltre di aghi di pino. «Beccata!» Jerome sorrise e si compiacque. L’unico capriccio di vanità di Rachel era il suo punto debole in quella sfida.
Come lui, l’intera Casata Hood indossava un mantello con cappuccio verde scuro, con ricamato sul dorso in oro lo stemma della Casata: un lupo dal cui collo svolazzava un indumento dello stesso tipo. Lady Rachel avrebbe dovuto portarne uno uguale, ma per il suo quattordicesimo compleanno aveva chiesto che il suo fosse di un rosso brillante ed era stata accontentata. Sfoggiava orgogliosa quel mantello e benché le fosse stato fatto notare che non era l’ideale per camuffarsi con la vegetazione dei loro territori, lei aveva risposto di non averne bisogno e di poter contare sulla sua agilità.
Jerome non poteva darle torto. Nessuno era in grado di muoversi tanto velocemente e abilmente come lei, al punto che si era guadagnata il soprannome di Spettro dal Cappuccio Rosso poiché guizzava da un tronco all’altro e da un ramo al successivo così in fretta da far credere di aver intravisto un fantasma, poi svanito.
A volte non ci si accorge che ciò che ci dà coraggio, può anche indebolirci” disse tra sé e sé Jerome. Balzò verso il primo ramo di fronte a lui e scalò l’albero. Procedette in linea retta e ricorse alla vista acuita dai suoi istinti animali, individuando l’obbiettivo. Si lanciò in avanti e mentre il mantello rosso sfrecciava davanti ai suoi occhi, afferrò il corpo a cui era legato, lo trascinò a terra e con il peso del proprio lo serrò al terreno. Da due anni era in quel modo che riusciva sempre a vincere, grazie alla testardaggine della ragazza di indossare quell’indumento.
«Hai barato» disse Rachel sollevando la testa e facendo scivolare il cappuccio rosso e rivelando capelli corti dello stesso colore.
«Bisogna che impari a perdere» rispose Jerome, tenendole fermi i polsi.
«Quando tu imparerai a battermi lealmente» ribadì la ragazza.
«Non vuoi proprio accettare che questo mantello ti rende una preda facile?»
Rachel lo guardò risentita. «Sono la figlia del Signore della Casata Hood. È un mio diritto distinguermi dagli altri.»
Restando seduto su di lei, Jerome le liberò le mani. «Oh, mi dispiace. Non credevo che teneste così tanto al vostro titolo, Lady Rachel.» Rise di gusto nel prenderla in giro. «O preferite il più formale Lady Hood?»
«Stai zitto! Sai che odio essere chiamata così! Lady Hood è mia madre» sbraitò Rachel. «E poi levati di dosso. Ormai sei pesante come un cinghiale, Bestia.»
Jerome si irrigidì e si scostò bruscamente da lei. Sapeva che non era sua intenzione, ma Rachel riuscì a ferirlo con quell’unica parola. Il suo era un innocuo scherzo tra amici, ma lei aveva esagerato. Quel soprannome non era motivo di orgoglio per lui, né gli era stato affibbiato in modo amichevole. Essere chiamato Bestia era come un marchio che sottolineava che era stato maledetto e scacciato dalla sua famiglia di origine. Si rimise in piedi e si girò perché non potesse leggere l’espressione del suo volto.
Rachel si rialzò a sua volta e si scrollò con la mano destra la polvere e i residui di erba dalla casacca e dai pantaloni. «Dai, non dirmi che ti sei offeso. Dovresti accettare quel soprannome, anzi sfruttarlo a tuo vantaggio» disse notando il suo atteggiamento.
Jerome era pronto a replicare, ma un odore familiare gli si insinuò nelle narici. Rimase immobile e inspirò ancora l’aria.
Rachel gli si avvicinò. «Non tenermi il muso. Se ti offendi così facilmente sei tu la Lady tra noi due e dirò agli altri uomini di…»
«Zitta» le intimò Jerome. «Annusa.»
Rachel eseguì il comando e il suo volto perse le espressioni di scherno, indurendosi. «Puzza di carne putrefatta, morte e terra di montagna.»
«Le Dame Oscure» confermò Jerome.
«Se riesco a sentirlo così bene senza diventare un Demone Mannaro, vuol dire che devono essere molto vicine» disse Rachel. «Sanno che inoltrarsi nei nostri boschi significa la morte. Perché sono qui?»
«Non lo so» rispose il ragazzo. «Andiamo a scoprirlo.»
Jerome si mise a correre e Rachel partì al suo fianco.

Avvicinandosi sempre di più, Jerome percepì l’odore anche di esseri umani e di altre tre donne, non umane, ma neanche Dame Oscure. Fissò il viso di Rachel e capì che anche lei lo aveva avvertito.
Si fermarono dietro il tronco scuro di un abete e osservarono la scena. Una carrozza era ferma sulla strada. Tre cavalli erano riversi sul terreno moribondi, tre donne dalle lunghe vesti rosso, verde e azzurro inviavano scintille delle medesime tonalità dalle mani per far arretrare tre Dame Oscure che cercavano di raggiungere la carrozza. 
«Quelle donne sono Madrine» disse Jerome sottovoce e sorpreso. Erano passati più di sei anni dall’ultima volta che ne aveva vista una così da vicino.
«Le Dame Oscure sono anche loro nemiche da tempo» rispose Rachel. Poi gli afferrò la spalla sinistra con la mano e aggiunse: «Andiamocene. Non ci riguardano le faide tra loro.»
«Aspetta» replicò Jerome. L’odore di umani era ancora più forte e non si spiegava perché Rachel fingesse di ignorarlo, ma soprattutto qualcosa si era risvegliato nei suoi ricordi. L’olfatto gli aveva riportato alla mente la sua famiglia di origine e voleva capire perché i suoi sensi gli stavano giocando quegli scherzi. «Ci sono altre persone nella carrozza. Sono spaventati e… stanno piangendo.» Anche l’udito lo aiutava a scoprire nuovi indizi sulla situazione.
Due nuove Dame Oscure planarono da un abete poco distante da loro e Rachel tirò Jerome indietro. Cogliendo di sorpresa anche le Madrine, si avventarono sulla carrozza, spalancarono la porta e in un breve istante fatto di urla e singhiozzi, sgusciarono fuori con due bambini stretti tra le braccia. Una teneva ferma una femmina, l’altra un maschio e veloci come erano apparse, le due donne dalla pelle grigia schizzarono nel folto del bosco.
Jerome si liberò dalla stretta di Rachel. «Hanno preso dei bambini innocenti, non possiamo starcene qui immobili.»  
«D’accordo» cedette Rachel. «Io recupero la bambina, tu occupati del bambino.»
Senza farselo ripetere, Jerome partì all’inseguimento.

Era l’olfatto a guidarlo e più che la puzza emanata dalla Dama Oscura, era l’odore del bambino a essere la traccia che il suo naso voleva seguire. Jerome si sentiva protettivo verso quello sconosciuto, la sua voce terrorizzata arrivava nitida alle sue orecchie, potenziate dagli influssi bestiali e gli ricordava i suoi anni d’infanzia. Non si spiegava quei sentimenti, ma non avrebbe mai lasciato un bimbo in mano a uno di quei mostri.
La Dama Oscura era a poche miglia da lui, levitava a due spanne dal terreno e non riusciva a tenere una postura sicura, sbilanciandosi bruscamente da un lato all’altro per colpa del suo prigioniero. Il piccolo si dimenava, cercando di sfuggire alla sua presa. 
«Lasciami! Mamma! Zia Radiose!» gridava inframmezzando i singhiozzi.
Quelle parole cariche di disperazione risvegliarono la Bestia. Jerome fece ricorso a tutta la sua forza di volontà per non liberarla e lasciare che dilaniasse quello spettro dalle sembianze  femminili. Temeva che anche il bambino rimanesse terrorizzato a quella vista e l’ultima cosa che voleva era spaventarlo ulteriormente.
Concentrati sul nemico” si disse per ricacciare la Bestia. “Pensa a quanto a  lungo ti derideranno Rachel e gli altri soldati se ti fai scappare un essere stupido come questo.
Jerome aumentò la velocità, spingendo al limite i muscoli. Si buttò contro la Dama Oscura e l’impeto dello slancio gli permise di avvicinarsi abbastanza da afferrarle una caviglia. Tirò indietro il braccio e l’essere perse l’equilibrio, ruzzolando per terra.
Trattenendo il respiro per il tanfo che emanava, Jerome le strinse il groviglio di capelli, una manciata gli restò impigliata nella mano sinistra, ma la obbligò a piegarsi all’indietro.
Nonostante i versi di fastidio e disappunto simili a grugniti, la donna spettro non accennava a mollare la sua presa. Il bambino continuava a scalciare, provando a sfruttare quell’occasione per scappare.
Jerome usò la mano destra libera per frugare nella fondina legata alla cintura. Trovò l’elsa del pugnale d’osso e lo estrasse. Notò che con la coda dell’occhio la Dama Oscura aveva visto l’arma avvicinarsi, ma lui fu più svelto. Le conficcò la lama di osso di Demone Mannaro nel cranio e la nemica produsse un urlo stridulo da far accapponare la pelle. La carne grigia si sciolse in una poltiglia che scivolò dalle ossa e lo scheletro della donna rimase visibile per un battito di ciglia, dissolvendosi poi in polvere nera.
Jerome rimase in ginocchio davanti al cumulo scuro e fissò gli occhi bagnati dalle lacrime del bambino. Il piccolo lo fissava a sua volta, riflettendosi nei suoi color nocciola, fermo immobile a carponi.
Jerome infilò il coltello nella fondina della cintura e si coprì con il mantello verde. Fece scivolare all’indietro il cappuccio, rivelando i lisci capelli castani, così che il bambino potesse guardare interamente il suo volto. Gli porse quindi la mano e disse: «Puoi stare tranquillo, non voglio farti del male. È tutto finito, sei al sicuro adesso.» Nel silenzio del bosco, udì il respiro affannato del bimbo e il battito del suo cuore che rallentava. Si sforzò di sorridergli, a dimostrazione che non aveva niente da temere.
«S-sono Jour» balbettò.
«Ciao Jour. Il mio nome è Jerome» rispose.
Jour strisciò verso di lui, evitando i resti della Dama Oscura e appoggiò la mano sinistra sulla sua casacca. «Voglio tornare dalla mia mamma.»
«Sono qui apposta per riportarti da lei» disse Jerome con dolcezza.
Jour si attaccò al suo petto e Jerome lo strinse a sé, prendendolo in braccio. Si rialzò
e si incamminò verso il luogo in cui avevano lasciato la carrozza. Mentre lo sentiva avvinghiarsi al suo corpo, percepì nuovamente il suo odore. C’era qualcosa di familiare in quel profumo. Non era una sensazione. Tra loro doveva esserci un legame.
Arrivato in prossimità del posto in cui aveva avuto inizio lo scontro, Jerome si rese conto di non sapere come era andato a finire. Se le Madrine avevano avuto la peggio, avrebbe dovuto correre come il più rapido dei Demoni Mannari per non fare vedere al bambino quello scempio.
Per sua fortuna non fu necessario.
Riconobbe il mantello rosso di Rachel con lo stemma della Casata Hood sulla schiena e vide l’amica parlare con la Madrina vestita del suo stesso colore. Le altre due consolavano una bambina di spalle, stretta nelle braccia di una donna con un abito celeste, di cui però non vedeva il volto.
Jerome accelerò il passo e non appena lo sentirono avvicinarsi, le tre dame si girarono e tirarono un sospiro di sollievo. Rachel gli lanciò un sorriso fugace e la Madrina vestita di verde prese in braccio la bambina dalla madre. 
Jour gridò felice: «Mamma! Mamma!»
Quando la donna puntò lo sguardo verso di loro, Jerome rimase impietrito. Riconobbe il suo volto e tutto ebbe un senso. Non si era immaginato nulla, la donna e i bambini erano la sua famiglia, o meglio una parte della famiglia da cui era stato cacciato.
Aveva appena tratto in salvo il figlio di Lady Rose Briar, la moglie di suo fratello maggiore Fabrice e di conseguenza suo nipote.

                                                           Continua…

lunedì 7 aprile 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 12

Casata Charming
Castello di Re Ebon

Lord Ludwig Charming si svegliò pochi attimi prima che la carrozza su cui viaggiava con i figli Jonas e Christoff arrivasse in prossimità del castello reale.
Emise un lungo sbadiglio e con gli occhi ancora impastati dal sonno osservò il panorama dalla finestra dello sportello. Il bagliore del sole lo infastidì e anche se doveva essere sorto da poco, gli abitanti del villaggio erano già in fermento. Alcuni contadini spingevano carriole ricolme di ortaggi sul terreno indurito dal freddo, donne e giovani avvolti in scialli e coperte camminavano al loro fianco con sacchi ricolmi, a quanto pareva i preparativi per le nozze non erano ancora stati ultimati.
Osservandoli farsi da parte per consentire il passaggio del loro mezzo, Lord Ludwig rimuginò sulla decisione che aveva preso. Per accontentare la richiesta del figlio maggiore Fabrice, aveva dovuto ridurre la loro scorta a solo quattro fidati uomini a cavallo: due cavalieri con l’armatura recante l’effige delle due spade della Casata  aprivano loro la strada e altri due viaggiavano dietro la carrozza.
Era consapevole di non correre reali pericoli nelle terre del suo amico, il Re Ebon, eppure Ludwig era prima di tutto un guerriero e il suo addestramento militare gli aveva insegnato di non partire con meno di dieci uomini quando si abbandonava il proprio palazzo. E per quanto le motivazioni del figlio fossero state convincenti, non riusciva a levarsi dalla testa un pensiero fastidioso. Forse era anche quello colpa delle sue attitudini belliche, il modo in cui studiava le persone, ma aveva l’impressione che Fabrice gli stesse nascondendo qualcosa.
Ludwig riportò lo sguardo all’interno della carrozza e scrutò i volti dei due ragazzi seduti di fronte a lui. Jonas era tranquillo, di tanto in tanto buttava un’occhiata fuori dalla carrozza e lanciava un sorriso malizioso a una fanciulla del popolo che incrociava il suo sguardo. Tra lui e Fabrice non correva buon sangue, Ludwig aveva liquidato i loro scontri come le solite invidie tra fratelli e sapeva che non erano nulla più di quello, oltre che il motivo per cui il suo secondogenito non poteva sapere cosa potesse tramare il fratello maggiore.
Si soffermò quindi su Christoff. Teneva gli occhi bassi e continuava a tirarsi e sistemarsi il collo della casacca con ricamato sopra lo stemma della loro Casata, spostando il mantello di pelliccia bianca striata di nero. Era il piccolo della famiglia e il preferito di Fabrice. Ludwig temeva più quell’affetto smisurato per il suo ultimogenito, che i litigi con Jonas: non voleva che il senso di protezione del fratello maggiore rendessero Christoff un debole. Ma proprio per quelle estreme attenzioni, Christoff non poteva essere il confidente di Fabrice. Non gli avrebbe mai rivelato nulla che avrebbe potuto metterlo in pericolo o in difficoltà.
Il ragazzo alzò la testa in quel momento e i loro sguardi si incontrarono.
«Stai bene, padre? Mi sembri turbato» notò Christoff.
Ludwig sbuffò. «Sono solo stanco di questo viaggio.»
«Puoi rallegrarti, padre» rispose Jonas, sorridendo. «Il castello è a pochi passi da noi e al nostro arrivo ci aspetta una calorosa accoglienza e sicuramente ci saranno anche buon vino e ottime pietanze ad attenderci.»
Ludwig abbozzò un sorriso sotto la barba grigia. Per quanto Fabrice e Christoff gli procurassero pensieri spiacevoli, poteva sempre contare su Jonas per ricordarsi che stavano per partecipare a una festa reale e quindi doveva solo divertirsi e rilassarsi.

Lord Ludwig odiava le accoglienze in grande stile. Dover celebrare la presenza di altre persone solo perché era l’etichetta a richiederlo lo faceva sempre innervosire.
Per sua fortuna Re Ebon lo conosceva bene e così si presentò da solo al loro ingresso nel cortile interno, in modo che l’amico avesse il tempo di riprendersi dal viaggio e onorare i suoi compiti di Lord.
Mentre gli stallieri del castello accompagnarono i quattro cavalieri della scorta a far riposare i loro destrieri, Ludwig e i figli si inchinarono all’avanzare del Re.
«Restate comodi» li esortò Re Ebon. «Questi doveri lasciamoli per quando c’è un pubblico ad osservarci.»
Ludwig scoppiò in una risata divertita e si raddrizzò con un certo impacciò dovuto al lungo mantello di pelliccia che rendeva la sua figura ancora più tondeggiante.
Ebon, che era due panne più alto dell’altro uomo, si piegò leggermente per abbracciarlo. «Benvenuto, amico mio. Ti trovo bene.»
«Anche voi, maestà» rispose Ludwig.
«Te l’ho detto: niente formalità finché siamo soli.»
«Allora mi correggo» riprese l’altro. «Ti trovo bene anche io, per essere un uomo che sta per sposarsi una seconda volta.»
Re Ebon rise a sua volta e strinse la mano a Jonas. «Ti ricrederai presto». Fece lo stesso con quella di Christoff. «Non appena vedrai la mai adorabile futura sposa, capirai che una donna del genere non bisogna lasciarsela scappare.»
«Conoscendo il tuo gusto non posso che essere d’accordo» disse Ludwig.
Ebon mise un braccio intorno alle spalle dell’amico. «Seguitemi, abbiamo ritardato la colazione apposta per voi.» Avanzò nel salone del castello e si diresse verso la sala dei banchetti.
«Avete già altri ospiti?» domandò Jonas, dietro di lui con il fratello al fianco.
«Pochi a dire il vero, la maggior parte arriverà domani» spiegò il Re. Poi si rivolse a Ludwig. «Dovrai fare uno sforzo e dividere la tavola con i membri di un’altra Casata. Consideralo un anticipo sul mio regalo di nozze.»
Ludwig stava per replicare che non aveva problemi a banchettare con altre personalità, ma entrando nella sala e scoprendo a chi si riferiva, si limitò ad annuire.
Una donna dai capelli neri legati in una treccia intorno alla nuca e con un lungo abito blu andò loro incontro. Ebon scostò il braccio dal corpo di Ludwig, le pese la mano nella sua e porgendogliela, la presentò: «La mia dolce Lady Griselda.»
Chinando il capo per baciarle la mano, Ludwig disse: «Incantato, milady.» E non mentiva. Riconobbe in tutta franchezza che la donna era una vera bellezza, con il suo volto pulito, gli occhi scuri e il fisico asciutto, ma non privo di forme.
Lady Griselda sorrise. «Vi ringrazio, sono davvero lusingata.» Si spostò e lasciò che i giovani Lord al seguito dell’uomo eseguissero a loro volta il baciamano.
Ebon fece segno a due giovani fanciulle di farsi avanti e annunciò: «Ti ricordi di Snow e Rosered? Sono entrambe molto cresciute dall’ultima volta che le hai viste.»
Snow gli sorrise con una riverenza e Ludwig ricambiò il sorriso. «Mia piccola Snow, diventi sempre più bella e assomigli incredibilmente a tua madre.» Le carezzò con dolcezza una gota rossa e ritrovò tutto l’affetto che nutriva per la ragazza. Era sempre stata la sua preferita, una principessa con la capacità di farsi amare, una giovane con intelligenza e buone maniere. In cuor suo sperava potesse diventare in un futuro prossimo sua nuora e avere così una figlia da coccolare. Sarebbe stata migliore della nuora che già gli era capitata.
Abbassando lo sguardo, Ludwig si ricordò anche di Rosered, con i suoi capelli castano rossicci e gli occhi vispi. La ragazza abbozzò un sorriso veloce e lui notò che non era energica e allegra come le altre volte che l’aveva incontrata. Si limitò a un buffetto sulla guancia e disse: «È un piacere rivederti Rosered.»
Re Ebon lo spinse ad avanzare al suo fianco e Ludwig riuscì a sentire i commenti lusinghieri che Jonas rivolse a Snow. Gongolò compiaciuto che il figlio trovasse interessante la maggiore delle principesse. Forse quel matrimonio che sognava sarebbe stato celebrato presto. Il suo buonumore svanì non appena si ritrovò davanti le ospiti indesiderate che aveva notato al suo ingresso nella sala.
«Non credo vi siate mai incontrati di persona. Lord Ludwig, ti presento Lady Genevieve Cinder e le sue figlie: Lady Sabine e Lady Angelique» fece Ebon, invitando le tre ad avvicinarsi a loro.
Ludwig storse il naso osservando il sorriso esagerato che gli rivolse Lady Genevieve. «È un piacere conoscervi» mentì, avvicinando con ribrezzo le labbra alla mano destra che gli venne porta. Sapeva bene chi fosse quella donna. La sua fama di sanguisuga era arrivata fino alle sue terre. Chiunque sapeva che il suo nome era sinonimo di ingordigia e fame di potere. Da anni cercava di sistemare le due figlie con i migliori partiti di Ageloss e non era un mistero che i suoi due figli fossero in cima alla sua lista di caccia.
«Sono onorata di potervi finalmente conoscere» rispose in tono mellifluo Lady Genevieve, ravvivandosi con la mano sinistra i capelli scuri striati di grigio sui lati.
Prima che la donna potesse costringerlo a ripetere quel gesto con le figlie, o provasse a venderle come ottime compagne per i suoi figli, Ludwig prese Re Ebon sotto braccio e disse: «Allora, dove è questa abbondante colazione che mi è stata promessa?»
Il Re batte le mani una volta e richiamò l’attenzione dei presenti. «Il mio amico ha ragione. È ora di prendere posto a tavola.»

Non appena i servitori portarono dalla cucina le pietanze della colazione, Lord Ludwig si sentì rinascere. Prosciutto al forno, uova al tartufo, pane appena sfornato e conserva di mirtilli, non poteva sperare in meglio.
Anche con la scelta dei posti era stato fortunato. Alla sua destra, al capo del tavolo imbandito, sedeva Re Ebon che lo aveva espressamente voluto al suo fianco, alla sua sinistra sedeva Rosered e di fronte ammirava la bellissima Lady Griselda.
Purtroppo Lady Genevieve era riuscita a insinuarsi al fianco della futura Regina, ma grazie al cielo sommergeva solo la donna con le sue inutili chiacchiere e Ludwig evitava accuratamente di guardarla negli occhi. Quando si apprestò a mettersi nel piatto una seconda razione di prosciutto, notò che Lady Genevieve lanciava occhiate ansiose verso il fondo del tavolo.
Incuriosito, seguì il suo sguardo e vide cosa la interessava. Snow sedeva al fianco di Jonas, ma all’altro lato il figlio aveva la fastidiosa Lady Sabine. Quella ragazza poteva competere con la madre in quanto a chiacchiere inutili e fastidiose. Pur sorridendole cordialmente, Jonas però sembrava prestare più attenzione a Lady Snow. Anche se non riusciva a udire ciò che Lady Sabine continuava a domandare, Ludwig capiva che Jonas chiedeva l’opinione sull’argomento a Snow, palesando l’interesse per le sue opinioni.   
Bravo, ragazzo mio” pensò Ludwig e tornò a fissare Lady Genevieve, che al contrario di lui, non sembrava gradire affatto quella scena.
«Vedo con piacere che la mia cucina ti ha soddisfatto» disse Re Ebon, distraendolo dai suoi pensieri.
Ludwig posò il piatto davanti a sé. «Potete esserne più che sicuro. Non eistono cuochi migliori di quelli reali» rispose Ludwig. Afferrò quindi la brocca d’argento con il vino e si riempì il calice. «E anche il vino delle vostre cantine è impareggiabile.»
«Ti ringrazio, anche se avrei tanto voluto farti assaggiare il prezioso sidro di mele che Lady Griselda produce di persona» replicò Ebon, rivolgendosi alla donna alla sua destra.
Lady Griselda si pulì la bocca con il tovagliolo. «La ricetta è della mia famiglia da anni e purtroppo il tempo di fermentazione è più lungo di quanto immaginassi. Vi posso garantire che sarà pronto per il banchetto nuziale.» Sorrise al futuro marito e  poi si girò a guardare l’ospite che aveva di fronte. «A proposito, c’è la possibilità che il vostro primogenito Fabrice riesca a raggiungerci per la celebrazione del matrimonio?»
«Mi rincresce molto, ma Fabrice non potrà presenziare» rispose Ludwig incupendosi. «È dovuto rimanere al mio palazzo, come di certo sapete un Lord deve garantire la sicurezza alle sue terre quando si assenta e ho scelto il mio uomo migliore: il mio stesso primogenito.»
«Così è Lord Fabrice il maggiore tra i vostri figli» s’intromise Lady Genevieve. «E immaginò che il vostro secondo figlio più grande sia Lord Jonas?»
«Esatto, proprio così» rispose serio Ludwig.
Lady Genevieve si esibì in un altro dei suoi odiosi sorrisi allargati. «Quindi, a  giudicare dal suo aspetto, Lord Christoff che è qui con voi è il più giovane della Casata Cahrming. Se non ricordo male siete padre di quattro forti maschi, non ci dite dove si trova il figlio di mezzo? Lord…»
«Jerome. Il suo nome è Jerome» rispose seccato Ludwig. Provò una fitta al cuore a nominarlo. «Preferirei non parlare di lui, se non vi dispiace.»
«Oh andiamo, accontentatemi» fece Lady Genevieve con tono allegro e confidenziale. «Mi piacciono le storie di famiglia.»
«È a me che non piace ricordare questa storia» insistette contrariato Ludwig.
«Via, cosa potrà esserci di così grave?» domandò la donna.
Quella megera gli stava facendo perdere la pazienza. Ludwig strinse il calice con la mano sinistra. Le nocche gli divennero bianche per lo sforzo e le guance paonazze per la rabbia che cercava di contenere. Non sapeva che c’erano faccende ci cui non bisognava impicciarsi?
«Basta così Lady Cinder» s’intromise Re Ebon. Il suo tono era autoritario e il suo sguardo di rimprovero. «Lord Ludwig ha le sue ragioni per non voler condividere questa storia e voi avete il dovere di non tormentarlo. Esigo rispetto per tutti i miei ospiti e voglio solo aneddoti piacevoli alla mia tavola.» Poi si massaggiò le tempie infastidito.
«È tutto a posto mio caro?» chiese Lady Griselda. «Spero non vi roviniate il pasto per una piccola incomprensione.»
Lady Genevieve chinò il capo imbarazzata. «Sono desolata, vostra maestà. Mi scuso con Lord Ludwig se ho esagerato e con voi se vi ho procurato fastidio.»
«È tutto a posto. Cambiamo argomento» continuò Ebon, rilassando i lineamenti del viso.
Ludwig annuì senza rispondere. Ringraziò con una semplice occhiata l’amico e il Re gli sorrise come a voler dire che non ce ne era il bisogno. 
Gli altri convitati non sembravano fare più caso a quel piccolo disguido. Guardò i figli e nessuno dei due sembrò turbato. Christoff mangiava tranquillo e Jonas si destreggiava abilmente dai tentativi di Lady Sabine di distoglierlo dalla sua conversazione con la principessa Snow.
Lord Ludwig trangugiò il vino, che gli era parso dolce e fruttato fino a quel momento e non lo assaporò: adesso gli lasciò un gusto amaro in bocca. Per colpa di quella pettegola, la gustosa colazione gli sarebbe andata di traverso e quel che era peggio, non sarebbe riuscito a non pensare al Bosco Profondo: il luogo dove aveva trovato rifugio Jerome. 



                                            Continua…