mercoledì 12 novembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 6

«Non capisco perché non posso chiederglielo» sbottò Christian.
Lui e la sorella erano da poco usciti di casa, chiudendola con il secondo mazzo di chiavi che avevano trovato e che condividevano. Avevano deciso di raggiungere il padre all’agenzia immobiliare e in breve iniziarono a discutere.
«Cosa vuoi che ne sappia papà di quelle culle e del resto?» ribatté Emma.
«Se non lo chiediamo, non lo sapremo» fece il ragazzo.
Emma si domandò perché il fratello fosse tanto ottuso. Loro padre stava soffrendo per la morte della mamma, anche se cercava di nasconderlo e di sicuro non aveva voglia di ricordare qualcosa di tanto insignificante, anche se la madre gliene aveva parlato. In fin dei conti erano andati in quella maledetta casa una sola estate. Quella estate... «Ora mi ricordo!» esclamò.
«Cosa?» domandò Christian.
«Perché mi sono familiari i nomi dei bambini. Li abbiamo conosciuti cinque anni fa» disse Emma. «Qualche volta sbucavano da non so dove e giocavano con noi.»
Christian si sforzò di ricordare. «Hai ragione. Si chiamavano Ezra e Clarissa anche loro ed erano gemelli come noi.»
«Visto? È tutto chiaro. Sicuramente erano figli di amici della mamma e per gentilezza ha tenuto lei da parte le loro cose.»
Il fratello sbuffò. «Sarà come dici tu, ma non sono convinto.»
Durante la conversazione, i due ragazzi non si accorsero di trovarsi quasi davanti all’agenzia. Lo capirono, vedendo il padre camminare nella loro direzione.
«Ciao, come è andata la perlustrazione in cantina?» domandò Paolo.
«Niente di interessante» rispose prontamente Emma, baciandolo sulla guancia. «Roba inutile che possiamo farci portare con calma dalla ditta dei traslochi.»
«Perfetto. La responsabile dell’agenzia verrà a visitare la casa domani.» L’uomo esaminò l’orologio al polso. «È ora di pranzo. Dato che è qui vicino, direi che ci conviene tornare al Sergent Pine. Ieri abbiamo mangiato bene.»
I gemelli avrebbero voluto replicare che se non c’era niente da ridire sul cibo, lo stesso non valeva per il proprietario.

Diversamente dalla sera prima, fu Pamela ad accogliere Paolo e i figli all’ingresso nel pub.
«Benvenuti» disse la giovane sorridente. «Pranzate?»
Paolo annuì.
«Vi va bene il tavolo di ieri?» domandò Pamela.
«Certo» rispose l’uomo.
Prendendo posto, sia Emma che Christian cercarono con lo sguardo Saverio. Lo individuarono dietro al bancone, che li scrutava a sua volta. Non riuscirono a decifrare l’espressione del suo viso, ma gli occhi erano diffidenti e indagatori.
Pamela posò i menù davanti a loro, si allontanò ed entrambi i ragazzi nascosero il volto dietro al foglio piegabile plastificato.
Qualche minuto dopo, la cameriera si ripresentò per prendere le ordinazioni. Il tutto si svolse più velocemente della volta precedente. Emma e Christian acconsentirono a prendere una bottiglia di acqua da bere, come scelto dal padre e si accodarono anche nella sua decisione di mangiare un panino con burro, salmone e rucola.
Quando Pamela entrò in cucina, Paolo osservò i figli. «Siete molto silenziosi» notò. «C’è qualcosa che non va?»
 Christian scosse la testa.
«Siamo solo un po’ stanchi. Da quando siamo qui, ci hai messo ai lavori forzati» rispose Emma, levandoli dall’impaccio.
Paolo abbozzò un sorriso. «Non mi perdonerai tanto facilmente di averti rovinato le vacanze, vero?»
«Chi lo sa… magari troveremo un modo» replicò la ragazza.
La porta del Sergent Pine si aprì nuovamente ed entrò un uomo con indosso un impermeabile beige aperto, che lasciava intravedere un maglione nero a collo alto e dei pantaloni grigi, i capelli scuri impomatati e pettinati all’indietro, con al fianco un ragazzo con un giubbotto nero di pelle e i capelli ossigenati di biondo.
Pamela corse verso il ragazzo e gli buttò le braccia al collo. «Finalmente! Quanto ancora dovevo aspettare perché venissi a salutarmi?» Lo baciò con trasporto sulla bocca, mettendolo in imbarazzo. 
«È colpa mia» disse l’uomo. «L’ho monopolizzato, ma sai come siamo noi padri.»
«Mai possessivo quanto il mio» disse Pamela sottovoce. «Venite, voglio presentarvi delle persone.»
La ragazza li guidò al tavolo di Paolo e i suoi figli.
«Signor…» Pamela si rese conto di non aver ancora domandato il cognome all’uomo.
«La Vigna» rispose Paolo.
«Signor La Vigna» riprese Pamela, «le presento il dottor Ben Rivas e suo figlio Marti, che è anche il mio fidanzato.»
Ben porse la mano destra a Paolo. «Piacere.»
«Salve» rispose l’altro.
«E loro sono i suoi figli gemelli, Emma e Christian» continuò Pamela. Tirò il braccio a Marti. «Siamo stati sempre insieme per un’intera estate cinque anni fa, te li ricordi?»
Marti li guardò dubbioso. «Non sono bravo ad associare nomi e volti… però mi ricordo di una coppia di gemelli. È bello rivedervi.»
«Anche per noi» rispose Emma.
«Quindi lei è l’uomo della foto» disse Christian, indicando la cornice affissa alle spalle del dottor Rivas. «Conosceva nostra madre.»
Ben si girò di scatto. Osservò la fotografia in cui era raffigurato accanto alla donna e con il proprietario del pub e poi si voltò verso i due ragazzi. «Voi siete i figli di Teresa McKenzie?»
«Teresa La Vigna» puntualizzò Paolo. «Mia moglie è morta un mese fa per un tumore. Siamo qui per sbrigare gli ultimi affari che la riguardano.»
«Condoglianze.» Ben prese il figlio per la spalla. «Andiamo, la mia pausa non dura molto. Dopo devo tornare subito in ospedale.» Lanciò un’occhiata fugace ai tre al tavolo e disse: «Buon appetito.»    
I due scelsero un tavolo parecchio distante dagli altri unici clienti del locale e Pamela si fermò a trascrivere le loro ordinazioni.
«Mamma ti ha mai parlato di lui?» domandò Christian d’impulso.
Emma gli lanciò un’occhiataccia.
«Non ricordo» rispose evasivo Paolo. Sembrava a disagio, tamburellando l’indice e il medio sulla superficie in legno.
Poco dopo Pamela portò loro i tre piatti con i panini e mentre si apprestava a mordere il suo, Christian alzò gli occhi verso il tavolo del dottore e il figlio.
L’uomo si era alzato ed era appoggiato al bancone. Stava parlando con Saverio e gesticolava piuttosto agitato.
«Sapevi che erano qui? Da quanto sono arrivati?» domandò il dottor Rivas.
«Abbassa la voce» rispose Saverio pacatamente e spostò solo per un secondo gli occhi dal suo interlocutore. In quell’istante incrociò lo sguardo di Christian.
Imitandolo, Ben si girò, diventando il terzo elemento di un triangolo di occhiate.
Christian rimase ipnotizzato per pochi secondi, poi una sensazione spiacevole lo riscosse e abbassò di corsa la testa, mentre un brivido gli corse lungo la schiena.
Da come entrambi lo avevano fissato e da quello che aveva sentito, era ormai certo che i due gli stessero nascondendo qualcosa.

                                                                     
                                                             Continua...

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