mercoledì 5 novembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 5

Dopo la notte agitata, il risveglio di Emma fu altrettanto brusco.
Christian la scuoteva sgarbatamente. «Emma! Ti vuoi svegliare? È tardi» ripeteva a voce alta.
Emma lo scansò, aprendo finalmente gli occhi. «Perché fai tutto questo casino? Che ore sono?»
«Le nove passate.»
«Perché mi hai svegliato così presto?» domandò mettendosi a sedere in mezzo al letto.
«Papà ci ha portato la colazione ed è uscito lasciandoci un compito.» Christian abbandonò la camera, tornando in salone. Sul tavolo aveva sistemato due tovagliette di cotone a quadretti rossi e blu, sfrangiate sui lati e aveva disposto su ognuna un bicchiere di plastica coperto e un piatto con una brioche.
Emma si trascinò svogliatamente nella stanza e si lasciò cadere sulla prima sedia. Annusò il profumo che fuoriusciva dal bicchiere e sulle sue labbra si disegnò un sorriso. «Caffè.» Lo scoperchiò, ne bevve un sorso e aggiunse: «Dove ha trovato questa roba?»
«Al bar qui dietro l’angolo. Sta aperto solo mezza giornata, per questo ieri quando siamo arrivati non ci abbiamo fatto caso» spiegò Christian.
«E adesso dov’è papà?»
«Dalla responsabile dell’agenzia immobiliare. Vuole un appuntamento al più presto per mostrarle la casa e metterla in vendita.» Il ragazzo diede un morso alla sua brioche e masticando, osservò la sorella che stringeva tra le mani il bicchiere fumante con sguardo vacuo. «Che hai? Passato una brutta notte?»
«Ho dormito poco e male per colpa di un incubo.» Emma strappò un pezzo della brioche e se lo mise in bocca.
«Cosa hai sognato?»
«Era tutto strano… ero bambina e entravo in mare. Stavo cantando la canzoncina che abbiamo sentito alla radio, ma c’era una strofa in più e all’improvviso qualcosa mi trascinava sott’acqua.»
Christian tolse la copertura al suo caffè e ci soffio sopra. «Non mi sembra così spaventoso.»
«Non ho finito» rispose lei, posando la brioche sul piatto. «Mi sono svegliata all’improvviso con la sensazione di annegare e appena ho aperto gli occhi, vicino al letto c’era una bambina, indossava un vestito giallo con i fiorellini rosa e blu, come il mio nel sogno e mi fissava.»
«Ne sei sicura?»
«Sì. Cioè, non proprio. Mi sono strofinata gli occhi ed era sparita.»
«Magari stavi ancora sognando» rispose Christian, scrollando le spalle. Poi un pensiero gli attraversò la mente. «Oppure…»  
«Cosa?»
«Ieri mentre riempivo gli scatoloni, qualcuno ha tirato dei sassi al vetro. Sono uscito in veranda e ho visto un bambino. Tu mi hai chiamato e quando ho rimesso la testa fuori era scomparso.»
«Non è la stessa cosa.» Emma terminò di bere il suo caffè. «Quello che hai visto tu può essere corso via mentre non guardavi, la bambina che ho visto io era dentro casa. In camera.»
«Sai che c’è una spiegazione. Può significare che sono…»
«Non dirlo» lo interruppe la sorella. «Non pronunciare la parola che inizia per “f”. Questa vacanza è già un disastro, ci mancano solo le tue storie dell’orrore.»
«A ogni modo la vacanza sta per peggiorare» fece lui, incrociando le braccia. «Ti ho detto del compito che ci ha lasciato papà. Vuole che esaminiamo la cantina.»
«Questa vecchia baracca ha anche una cantina? E cosa vuole che ci facciamo con quello che c’è dentro? Non bastano quelli da portare via?» Emma sparò a raffica le domande, indicando le scatole impilate contro il muro, accanto alla porta d’ingresso.
«Dice che se è troppa roba, manderemo poi un camion dei traslochi a prelevarla.»
Emma scostò rumorosamente la sedia dal tavolo e si alzò. «Uffa! Vado a prepararmi» brontolò.
Christian, che era già vestito, rimase seduto. Terminato il caffè, mentre aspettava che sua sorella fosse pronta, ebbe tutto il tempo di sbocconcellare la metà di brioche che lei aveva avanzato nel piatto. 

Venti minuti dopo erano davanti alla porta con la lacca bianca staccata in più punti, situata vicino al fornello a gas in cucina.
Christian la spalancò ed entrambi sbirciarono all’interno, ma il buio pesto impediva di riconoscere una qualsiasi forma. «Prima le signore» disse, allargando il braccio destro per farle spazio.
Emma arricciò il naso. «Il solito fifone» commentò, scendendo per gli scalini di legno che scricchiolarono a ogni suo passo.
La poca luce che veniva dal piano superiore si esaurì e arrivata al termine della scala, tastando con la mano destra il muro, Emma individuò il pulsante della luce elettrica e lo spinse.
La luce si riversò nell’ambiente e Christian, che era dietro alla sorella, la spinse perché proseguisse.
Quello che attirò subito i loro sguardi fu una coppia di culle abbandonate nel centro dello stanzone. Muovendosi con attenzione in mezzo a vari oggetti sparpagliati un po’ ovunque, i gemelli si avvicinarono per vederle meglio.
«Che belle. Sembrano molto vecchie» disse Emma. Entrambe erano in legno, con una testata e lo spazio vuoto dove inserire il materassino senza alcun segno, mostrando che erano ancora in buono stato.
«E non sono nostre» replicò Christian. Sfiorò con le dita le lettere intagliate sulle testate. «Sono di Ezra e Clarissa. Ti suonano familiari?»
«A dire il vero sì» ammise la sorella. «Ma non ricordo dove li ho già sentiti.»
«Chi erano questi bambini? E perché nella cantina della mamma c’è la loro roba?»
«Non è detto che appartenga tutto a loro due.»
Christian la guardò con aria di sfida. «Vuoi scommettere?» Si accovacciò sulle ginocchia e frugò tra i quaderni posati sul pavimento.
Emma spinse lievemente la culla a cui era appoggiata e il piede a mezzaluna cigolò, facendola dondolare. «Ricordi se la mamma ci cantava mai una filastrocca quando andavamo a dormire? Tipo quella che abbiamo sentito alla radio venendo qui.» 
«Uhm... no» rispose distrattamente il fratello, spostando il suo interesse su una pigna di pupazzi raffiguranti animali.
«Eppure nel sogno la sapevo a memoria» commentò Emma.
Christian afferrò un paio di quaderni e si rimise in piedi. «Guarda qua» disse aprendoli sotto il naso della sorella. «Sono tutti di Ezra o Clarissa e arrivano fino alla quarta elementare.»
«Quindi?»
«Non lo so. È un’altra cosa strana.» Christian chiuse i quaderni. «Ho controllato i giocattoli e non ne ho riconosciuto nessuno. E sono sicuro che anche i vestiti nelle scatole non sono nostri. Che senso ha conservare roba appartenuta a degli sconosciuti?»
«Forse non erano sconosciuti» ipotizzò Emma. «Magari erano figli di amici della mamma e i nostri nonni li consideravano come dei nipoti. Per questo hanno tenuto le loro cose.»
«E i loro genitori glielo hanno permesso? Non hanno voluto niente dell’infanzia dei figli?»
«Che vuoi che ti dica? Probabilmente non avevano lo spazio dove metterli.»
Christian posò i quaderni sugli altri e si rigirò un paio di volte per guardare di nuovo il resto delle cose ammassate qua e là. «La mamma non ci hai mai raccontato nulla di quando era giovane. E non ricordo di aver mai visto fotografie dei nonni.»
«Sono morti prima che nascessimo e per la mamma era troppo doloroso avere le foto intorno» rispose la sorella. «Dai, andiamocene. Tanto sono tutte cianfrusaglie che possono aspettare.» Spense la luce e si avviò agli scalini.
Seguendola sulle scale che li riportarono in cucina, Christian rimuginò sulla ragione per cui loro madre poteva aver conservato i ricordi di estranei. E si convinse che Ezra e Clarissa avevano un qualche legame con la loro famiglia.
Appena chiusero la porta, le culle si mossero brevemente, ondeggiando con un cigolio di fondo.

                                                    Continua...

2 commenti:

ORACOLO DI ZED ha detto...

Mi hai regalato delle bellissime letture. Grazie!

Ezio ha detto...

Prego, mi fa piacere. Grazie a te per essere passato a leggermi.