lunedì 26 maggio 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 19

Casata White
Castello di Re Ebon

Snow si trattenne più a lungo del necessario al tavolo della colazione. Suo padre si era già allontanato da tempo con Lord Ludwig Charming e Lord Jonas aveva trascinato il fratello minore Christoff in cerca di qualche nobile con cui svolgere qualche attività divertente e che non coinvolgesse dame e chiacchiere. Nel dirlo aveva lanciato uno sguardo fugace a Lady Sabine che era parsa offesa.
Snow si era coperta il volto per nascondere una risata e aveva incrociato involontariamente lo sguardo austero di Lady Genevieve Cinder. La donna si era poi alzata di malumore dal tavolo, imponendo alle due figlie di seguirla.
A due posti da lei, Rosered era rimasta seduta, guardando assorta  il suo piatto vuoto e dando così a Snow l’occasione per restare un po’ in intimità. «A cosa stai pensando?» le domandò sedendosi sulla sedia libera più vicina a lei.
La sorella alzò il capo come se fosse stata scossa all’improvviso. «Cosa?»
«Sei silenziosa e sono un paio di giorni che ho l’impressione che mi eviti» disse Snow. «C’è qualche problema di cui vuoi parlarmi?»
Rosered la guardò indecisa. «No» rispose e tornò a fissare il piatto.
«Non troverai le risposte che cerchi nei resti della colazione.» Snow non intendeva desistere. Sua sorella era strana da giorni, non poteva restare a far niente mentre qualcosa la preoccupava. «Ci siamo sempre confidate, non vuoi dirmi cosa ti affligge?»
«È.. è … complicato» replicò Rosered.
«Va bene. Mi piacciono le sfide.»
«Questa volta è diverso. È un segreto di cui non posso fare parola.»
Snow si scostò una ciocca di capelli scuri da davanti gli occhi con fare pensieroso. «Non pensavo che avessi dei segreti con me.»
Rosered tornò a fissarla. «Non vorrei, ma non ho altra scelta.»
Snow accarezzò amorevolmente i capelli castano ramati della sorella. «Qualcuno ti impone a tenere nascosto qualcosa? Se è così e non vuoi, non sei tenuta a farlo.»
«È una mia scelta. Non voglio parlarne con nessuno» ribadì.
Snow si allarmò, sua sorella non era mai stata così reticente. Pensò che doveva trattarsi di qualcosa di realmente grave. «Rosered, se sei nei pasticci devi dirmelo. Ti aiuterò, l’ho sempre fatto, ma devi essere sincera.»
Rosered balzò in piedi con uno scatto nervoso. «Perché pensi sempre che abbia combinato un guaio? Non posso avere dei pensieri solo miei?»
Snow si alzò in piedi a sua volta. «Non ti sto accusando di nulla, voglio capire cosa ti sta succedendo.» Si rese conto che stavano per sfociare in una lite, ma non riuscì a trattenersi. L’apprensione la rese aggressiva come la femmina di un animale che protegge i suoi cuccioli, vedendo ovunque una minaccia. «So che questo matrimonio è difficile, ma abbiamo già concordato che in assenza di prove, non possiamo fare niente per impedirlo. Devi accettarlo e non comportarti in modo infantile.»
«Il matrimonio non c’entra nulla» sbottò Rosered. «Lasciami in pace e non immischiarti dei fatti miei.»
La sorella si voltò per andarsene, ma Snow le afferrò il braccio sinistro. «Qualsiasi cosa ti stia capitando, non ti permetto di trattarmi così. Ricordati che merito il tuo rispetto. Sono tua sorella maggiore.»
Rosered si divincolò e la guardò con aria di sfida. «Forse, ma non per mia scelta. E neanche per volere delle Forze Superiori.»
Snow rimase interdetta e la osservò uscire dalla sala dei banchetti. Non capiva cosa intendesse con quella risposta, tanto meno si spiegava perché cercasse di ferirla in quel modo.

Snow rimase di malumore per tutto il resto della mattinata. Secondo i suoi doveri di principessa avrebbe dovuto occuparsi dei loro ospiti, intrattenerli, assicurarsi che fossero a loro agio, ma per la prima volta mancò ai suoi compiti e si rinchiuse nella sua stanza. Non le andava di farsi vedere in quello stato e ancor meno di sforzarsi a essere allegra e gioviale, quando il suo cuore e la sua mente erano avvolti in oscuri pensieri.
Il litigio con Rosered la feriva profondamente. Non rimanevano arrabbiate l’una con l’altra per più di qualche ora e invece era passata tutta la mattina senza che si incontrassero per le scuse. Anche se voleva risolvere la situazione, qualcosa dentro di lei le impediva di cedere per prima. Non era lei quella in torto.
Qualcuno bussò alla porta.
«Avanti» disse speranzosa. Snow si demoralizzò quando vide presentarsi un paggio.
«Lady Snow, gli ospiti stanno già radunandosi verso la sala dei banchetti. Lady Griselda richiede la vostra presenza, dato che vostro padre sarà assente.»
«Mio padre non presenzierà al pranzo?»
«No, mia Signora» rispose il paggio. «Re Ebon è ritirato nella sua stanza a causa di un’emicrania insistente.»
Snow si preoccupò. I mal di testa di suo padre continuavano da troppi giorni e forse l’accumulo di stanchezza per le nozze non era la sola causa. Poi la sua mente realizzò che essendo la figlia maggiore, avrebbe dovuto far più che semplicemente presenziare al banchetto. Toccava a lei intavolare le discussioni, seguire che la servitù rispettasse gerarchie nel servizio e assicurarsi che tutto procedesse per il meglio e avrebbe dovuto farlo lavorando a stretto contatto con Lady Griselda. Non se la sentiva. Non aveva nessuna voglia di doversi unire in quegli obblighi con la donna e nello stesso tempo guardare con un sorriso di circostanza il volto arrabbiato di Rosered.  
«Dite a Lady Griselda che non mi sento molto bene» disse Snow. «Mi scuso con tutti gli ospiti, ma purtroppo non sarò presente al pranzo e sono sicura che lei saprà rappresentare la Casata White nel modo migliore anche senza di me.»
Il paggio si inchinò e uscì dalla camera. 
Snow volse lo sguardo alla finestra. Aveva bisogno di uno spazio isolato in cui rifugiarsi per pensare, il castello era affollato e poteva sfruttare quell’unico momento in cui erano tutti riuniti nello stesso luogo per soddisfare questa necessità.
Aprì l’armadio, prese lo scialle di lana color glicine e se lo avvolse sulle spalle. Lasciò la stanza e scese fino al pianterreno, raggiunse l’ala adiacente alle cucine dove entravano i mercanti per i rifornimenti e si diresse verso il giardino.
L’aria era frizzante e sarebbe diventata gelida a metà pomeriggio. Snow respirò a grandi boccate e le sembrò di risvegliarsi da un torpore profondo. Il giardino era situato nella parte esterna opposta alla sala dei banchetti, nessuno l’avrebbe notata.
Stando lontana dalla zona riservata al frutteto di Lady Griselda, Snow si sedé ai piedi di un roseto. Era lo stesso luogo in cui si rifugiava sempre quando aveva bisogno di riflettere o di prendersi una pausa dalla vita al castello, lo aveva scelto perché vi crescevano le rose rosse che sua madre coltivava e curava con amore quando lei era bambina. Aveva l’impressione che stando proprio in quel luogo, potesse sentirla e ricevere da lei un consiglio.
In questo momento ho un gran bisogno di consigli” pensò. “Voglio essere una buona sorella e comportarmi come faresti tu mamma.” Rifletté che Rosered condivideva il nome con quei fiori tanto amati dalla madre e anche se non trovava dei ricordi di loro tre insieme, poteva averlo ricevuto dalla donna perché in cuor suo sentiva che era simile per più di un motivo alle rose rosse. Osservò i boccioli, l’inverno rallentava il rivelarsi del fiore, come se celassero un segreto che sarebbe stato noto a tutti più avanti, quando la temperatura sarebbe stata più mite e adatta a loro per sopravvivere.  “Dovrei dare del tempo a Rosered di chiarirsi le idee. Forse anche lei non è ancora pronta a confidarsi, ma magari se saprò aspettare verrà da me spontaneamente e potrò aiutarla davvero.
«Non dovreste essere qui, se siete indisposta» disse una voce maschile alle sue spalle.
Snow si girò di scatto e vide Lord Jonas Charming avanzare sorridente verso di lei. «Io…»
«Non dovete darmi nessuna spiegazione» la interruppe Jonas. «Siete la principessa e se non volete condividere ogni pasto con decine e decine di sconosciuti è un vostro diritto. E non posso che concordare.»
Snow si rilassò. «Vi ringrazio per la vostra gentilezza.»
«Però dovete ricambiarla. Vi prego, almeno in momenti privati come questo, potreste essere meno formale con me?»
«La buona educazione me lo impone. E anche il rispetto verso la vostra Casata.»
Joans sollevò il mantello e si accomodò sull’erba al suo fianco. «Lo so, lo so. Ma vi prego, facciamo uno strappo alla regola. Voi e io abbiamo pochi anni di differenza e non dovremmo parlare come i nostri padri.»
«D’accordo. Ti consento di abbandonare le formalità anche nei miei riguardi» disse Snow in tono solenne. Scoppiò in una risata leggera e aggiunse: «Come mai non sei a pranzo?»
«Avevo bisogno anche io di una boccata d’aria.»
«Lady Sabine non ti dà tregua?»
Jonas girò il volto verso di lei. «Sarei un bugiardo se dicessi che non apprezzo le attenzioni delle fanciulle, ma quella ragazza è peggio di un edera.»
«Non sapevo che ti intendessi di botanica» scherzò Snow.
«Non sono un esperto, ma so riconoscere un fiore da un rampicante» rispose Jonas, sfoderando un sorriso lusinghiero. «E ti avranno già detto a migliaia che nessun fiore regge il confronto con te.»
Snow arrossì. Si alzò in piedi e disse: «Forse è meglio ritornare al castello e alle formalità.»
«Così presto?» domandò lui imitando il broncio di un bambino.
Snow rise di nuovo. «Temo di sì.»
Jonas balzò in piedi. «Va bene, ma dato che vi ho strappato due sorrisi, vi chiedo una promessa in cambio. Permettetemi di essere il vostro cavaliere ufficiale il giorno delle nozze. Mi salvereste da Lady Sabine e io potrei regalarvi ancora dei sorrisi.»
«Non so. Non credo possa prendere questo impegno.» Snow era indecisa. Era attratta da Joans, ma era anche consapevole che mostrare apertamente interesse per lui portava una serie di aspettative per le loro Casate di cui non era ancora sicura di volersi fare carico. «Sono la damigella di Lady Griselda ed è un ruolo che mi impegnerà molto.»
Joans le afferrò le mani nelle sue, facendo oscillare le frange dello scialle che le solleticarono al pelle. «Lo considero come un forse. Mi confermate che penserete alla mia proposta?»
Snow lo guardò in volto. I loro occhi di un azzurro quasi uguale si incontrarono e lei avvertì come una scossa per tutto il corpo che la spinse a spostare di colpo le mani da quelle di lui. «Non posso garantirvi nulla.» Si girò e corse verso l’entrata riservata ai mercanti.
Poco prima di rientrare, Snow lo sentì urlare: «Confido che salverete un giovane dallo strangolamento di un’edera appiccicosa» e non poté evitare di ridere ancora.

Il breve incontro con Lord Jonas le aveva risollevato la giornata. Anche se le preoccupazioni non erano sparite del tutto, Snow prese la decisione di comportarsi da ragazza matura.
Poco prima di cena, salì le scale che portavano alle stanze e andò verso quella di Rosered. Le avrebbe chiesto scusa per la sua insistenza di quella mattina e non l’avrebbe più forzata a raccontare cosa la turbava. Avrebbe atteso che fosse lei a sentirsi pronta a riferirlo.
Devo seguire l’istinto e la deduzione avuta nel roseto” si disse. “Essere presente, ma non soffocarla con le mie apprensioni.
Snow passò davanti alla porta chiusa della stanza di Lady Griselda e si convinse di doversi scusare anche con lei per averle addossato la responsabilità di occuparsi del pranzo da sola. Avvicinò le nocche della mano destra al legno, ma prima di batterle contro, la udì dire: «Tutto procede per il meglio, i suoi mal di testa si stanno intensificando: mi ha fatto sapere che salterà anche la cena.»
Si riferisce a mio padre” pensò Snow. Rimase immobile a origliare per capire con chi stava parlando.
«Sei certa di non aver esagerato?»
Snow trasalì. Era la voce di un uomo, anche se sembrava ci fosse una eco lontana, proveniva dall’interno della camera. Rosered aveva ragione: Lady Griselda si intratteneva con un uomo nella sua stanza.
«Tranquillo, andrà tutto come stabilito» rispose la voce ovattata della donna.
«Molto bene. Domani, dopo le nozze sarai mia. Solo mia.»
Lady Griselda rise. «Non cantiamo vittoria troppo presto. Per scaramanzia è meglio dire che potrei essere tua.»
L’uomo rise e quel suono rimbombò per la camera.
Snow si allontanò disgustata. Lady Griselda non solo tradiva suo padre un giorno prima del matrimonio, ma era responsabile delle sue emicranie. Corse in corridoio verso la sua camera e si chiuse all’interno. Dimenticò le scuse e i suoi buoni propositi. Doveva trovare una soluzione per mettere in guardia suo padre.


                                                  Continua…

lunedì 19 maggio 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 18

Casata Hood
Bosco Profondo

La carrozza su cui viaggiava con Rose, Florence e la piccola Aurore, correva a gran velocità e Jerome udiva le suole degli stivali dei soldati dell’esercito della Casata Hood sbattere con violenza sul terreno per riuscire a stare loro dietro. Seppur aveva approvato il piano di Rachel, non era tranquillo a viaggiare per quei territori. Non erano solo le Dame Oscure a preoccuparlo, anche il Signore di quei luoghi poteva dimostrarsi altrettanto pericoloso.
Lo sguardo di Jerome si posò su Aurore.  La bambina dormiva pacifica in braccio a sua madre, per nulla infastidita da quel trasporto scomodo. Sul suo volto lesse un’innocenza che invidiava e al contempo una gran forza d’animo, inusuale per la sua giovanissima età.
«Anche io non mi capacito di come riesca ad abbandonarsi al sonno con tanta facilità» disse Rose incrociando i suoi occhi.
«È una bambina speciale» commentò Jerome.
Rose annuì. «Avrei solo voluto che lei e suo fratello avessero potuto godersi maggiormente la loro infanzia, invece devono pagare il prezzo per colpe che non hanno commesso. Come te.»
Nel corso della fuga divisi da Rachel, le altre due Madrine e Jour, Jerome aveva notato che sua cognata si era lasciata andare a un tono più confidenziale e gli venne spontaneo fare altrettanto. «Non devi rammaricarti per me. Non hai colpa di ciò che mi è successo.»
«Non è necessario che tu neghi la realtà» ribatté calma Rose. «Estelle ti maledisse con la trasformazione in Bestia perché eri un membro della Casata Charming, la stessa di Fabrice che avendomi messo incinta, aveva inconsapevolmente trovato il modo di rompere il suo Sacrifico del Sonno.»
Jerome la squadrò incredulo. «Non ero a conoscenza di questo particolare. Ho sempre creduto che mio fratello avesse trovato un antidoto o qualcosa del genere per risvegliarti.»
Florence, seduta accanto a Rose di fronte a lui, scosse la testa contrariata. Era evidente che non aveva piacere che quella verità fosse venuta a galla. «Il Sacrificio del Sonno è un rito antico, legato a popolazioni di Ageloss che si rivolgevano a divinità abbandonate e dimenticate e come la maggior parte dei riti perduti, si basa sul sangue. Solo del nuovo sangue poteva rompere il maleficio, ma nessuno immaginava che i gemelli nel grembo di Rose avessero questa capacità.»
«In ogni caso so riconoscere le mie responsabilità» riprese Rose. «L’unica colpa di Jerome era la sua origine, essere fratello di Fabrice. Estelle voleva che la nostra storia non si concludesse con amore, ma con odio e alla fine ci è riuscita.»
«Mio padre le ha dato un notevole aiuto» disse Jerome sforzandosi di ridere. «Estelle non poteva prevedere la sua reazione e lui è sempre stato un vecchio intransigente.»
«O forse Estelle ha agito così proprio perché si aspettava la reazione di Lord Ludwig» ipotizzò Florence.
«Per questo insisto nel parlare con Lord Ludwig, una volta arrivati sani e salvi a palazzo. Deve rendersi conto che ha commesso un errore. Non deve concedere questa soddisfazione a quella strega. È giusto che Jerome riabbracci i suoi fratelli e io voglio che i miei figli possano crescere con uno zio premuroso accanto.» Rose si zittì e nei suoi occhi passò una fugace ombra di dubbio. «Però se tu sei felice nella tua nuova casa, con la Casata che ti ha accolto, non voglio intromettermi.»
Jerome si voltò verso l’apertura dello sportello che dava sull’esterno. Distingueva i mantelli verde scuro come il suo di un paio dei sette soldati, che svolazzavano sullo sfondo di abeti che correvano sotto il suo sguardo, mentre il cielo si tingeva di un rosso violaceo per l’arrivo del crepuscolo. Le parole di Rose avevano risvegliato in lui quella stessa domanda. Alla fine, a che Casata voleva appartenere? Essere un Charming era un suo diritto di nascita e la possibilità di tornare a vivere con le persone con cui era cresciuto. Dall’altro lato però, Lord John Hood e la sua famiglia lo avevano accolto come se fosse stato sempre parte della loro Casata. In realtà si rese conto che avevano fatto molto di più: lo avevano aiutato a convivere con la sua situazione e a domare la Bestia. Doveva lealtà a entrambe e il suo cuore era diviso.
«Comunque, per quanto mi riguarda, potrai vedere Aurore e Jour ogni volta che vorrai» disse Rose, notando l’espressione malinconica del suo volto.
Jerome si girò per tornare a fissarla. «Aspetta a concedermi questo privilegio. Non hai ancora incontrato la Bestia.»
Rose aprì la bocca per replicare, ma la carrozza si bloccò di colpo. Jerome le finì quasi addosso, mentre fuori si udì trambusto e urla che avvisavano: «Le Dame Oscure. Sono qui.»
«Non muovetevi» ordinò loro Jerome. Aprì lo sportello e uscendo strizzò gli occhi per abituarsi all’oscurità che iniziava a calare. Erano già quasi al termine del Bosco Profondo, quindi in pieno nei territori di Lord Beard Blue. Avevano viaggiato per più di mezza giornata senza venir fermati dalle Dame Oscure, dopo averle intercettate a metà mattina, perché li attaccavano proprio ora? Jerome si chiese se non avessero puntato prima alla carrozza di Rachel e fossero venute dopo averli sconfitti.
I soldati avevano già iniziato la controffensiva. Avevano liberato il Demone Mannaro dentro di loro, assumendo l’aspetto di animali dal pelo marrone scuro e con artigli e zanne come armi di difesa, le uniche che potevano distruggere le loro avversarie. Erano già in  posizione di attacco, pronti a balzare addosso alle nemiche, quando queste li colsero alla sprovvista.
Le Dame Oscure adottarono una tattica inconsueta. Anziché abbattersi senza una vera strategia contro i loro obiettivi, colpirono a gruppi di tre ogni singolo soldato: due gli afferravano le braccia sollevandolo da terra e la terza gli infliggeva rapidi tagli con la lama di un coltello o di una spada, ripetutamente al petto e alle gambe, per rallentare il loro processo di guarigione.
Vedendole, i dubbi di Jerome divennero quasi una certezza. Conoscendo la loro famosa mancanza di acume, dovevano per forza avuto l’occasione di sfruttare un’esperienza recente per rispondere prontamente con un attacco a effetto. Sapevano come difendersi dalla minaccia dei Demoni Mannari perché dovevano aver affrontato i loro compagni pochi istanti prima.
Jerome si convinse che non poteva permettersi di avere delle remore. Anche se gli costava molto e temeva la reazione di Rose, non poteva trattenersi. La Bestia doveva essere liberata. Prima che le Dame lo individuassero e lo bloccassero, frugò nel profondo del suo animo. La rabbia che covava era sempre pronta a essere ridestata, la lasciò fluire come sangue nuovo e fresco nelle sue vene. La furia l’avrebbe raggiunta di lì a poco, infiammando il suo corpo con una scarica in grado di farlo cedere al suo istinto animale. Inspirò affannosamente l’aria della sera, come se non ne avesse più a sufficienza, innescando il primo sintomo della trasformazione. Poi toccò alla vista, che iniziò ad offuscarsi. Presto avrebbe perso le sue sembianze, per assumerne altre meno rassicuranti.
Una feccia fischiò alle sue spalle e gli passò accanto come una saetta, colpendo una delle Dame Oscure poco sopra di lui. La punta si conficcò nella schiena dello spettro femminile e in un battito di ciglia, la pelle grigiastra si sciolse in melma, lasciando lo scheletro dell’essere allo scoperto, che si trasformò all’istante in polvere.
Altre due frecce partirono da dietro Jerome e le vide colpire le altre due Dame, una in pieno petto e l’altra sempre sulla schiena, che subendo la stessa sorte delle loro compagne, lasciarono cadere a terra con un tonfo il soldato ferito. Jerome ricorse alla sua forza di volontà per fermare il mutamento. Non sapeva chi lo stava aiutando, ma se lo avesse visto diventare la Bestia, di certo avrebbe cambiato idea, magari scambiandolo per uno degli assalitori. Cadde in ginocchio per lo sforzo di trattenere la maledizione e conficcando le dita nella terra prima che gli spuntassero gli artigli,  udì avanzare qualcuno sull’erba. Dal rumore contò una decina di uomini.
«Presto, scoccate» gridò uno di loro. «Non dategli il tempo di reagire.»
Una nuova pioggia di frecce volò sopra la sua testa e rimettendosi lentamente in piedi, Jerome riconobbe nelle loro punte il familiare materiale delle ossa di Demone Mannaro. Gli spettri dall’aspetto femminile non riuscirono a riorganizzarsi per tenere testa all’arrivo di nuovi avversari e tentarono una fuga. I soldati feriti cadevano sul terreno come frutta matura dai rami degli alberi, mentre le Dame Oscure li abbandonavano o si liquefacevano e polverizzavano. Questi misteriosi benefattori sapevano chiaramente cosa stavano affrontando e come distruggerle.
La porta della carrozza si spalancò, probabilmente richiamate dal rumore, Florence e Rose con Aurore in braccio uscirono per accertarsi della situazione. Dapprima rimasero sconcertate nel vedere gli uomini stesi, ma poi realizzarono che delle Dame Oscure non c’era più traccia.
Jerome si voltò per ringraziare i loro soccorritori, ma le parole gli morirono in gola. Sul petto recavano ricamato uno stemma raffigurante una chiave blu che terminava con una punta affilata da cui cadevano gocce rosse. Il simbolo della Casata Blue.
«Chi siete? Identificatevi» ordinò lo stesso uomo armato di arco che aveva  sollecitato poco prima i suoi compagni a scoccare le frecce.
«Sono Lady Rose Briar» rispose la giovane prima che Jerome potesse fermarla. «Siamo in viaggio per raggiungere il palazzo della Casata Charming, di cui fa parte mio marito.»
«Come mai siete in compagnia di Demoni Mannari della Casata Hood?» domandò l’uomo.
«Siamo la loro scorta» disse Jerome, anticipando la cognata. «Ci siamo incontrati nel Bosco Profondo, quando un gruppo di Dame Oscure ci ha teso un agguato per la seconda volta.»
L’uomo lo guardò serio. «Qual è il vostro nome?»
«Sono Jerome Hood.»
L’uomo, che Jerome intuì dovesse essere a capo della guarnigione di soldati di Lord Blue, fissò nuovamente Rose e poi lui. Si scambiò un’occhiata veloce con due compagni e disse: «Seguiteci, vi accompagneremo al palazzo di Lord Blue.»
«Non è necessario, possiamo proseguire con il nostro viaggio.»
«Sta per arrivare la notte e in questa zona scende una nebbia fitta. Sarete più al sicuro al palazzo.»
«Vi ringrazio, ma decliniamo l’invito.» Jerome usò il massimo della cortesia nel rifiutare, ma stava perdendo la pazienza. «Manca poco alla nostra meta.»
Il capo della guarnigione avanzò sicuro verso di lui. «Non è un invito. Abbiamo l’ordine di portare al cospetto di Lord Blue chiunque varchi i confini delle sue terre. Sono certo che non offenderete il nostro Signore contraddicendolo.»
Jerome osservò l’espressione intimorita di Rose, mentre stringeva Aurore al suo petto. Si guardò intorno e scorse i soldati dell’esercito della Casata Hood rimettersi lentamente in piedi e riprendere sanguinanti la forma umana. Non avrebbero potuto affrontare uno scontro, erano stremati e rallentati dalle ferite. Anche se avevano dalla loro parte una Madrina, non era sicuro che Florence potesse proteggerli tutti e non intendeva rischiare di mettere in pericolo Rose e Aurore.
«Come desiderate» rispose tra i denti. «Date solo ai miei uomini il tempo di riprendersi e vi seguiremo.»
«Ce ne occupiamo noi.» Il capo fece un cenno con la testa e i suoi soldati raggiunsero quelli della Casata Hood, offrendo loro un sostegno a cui appoggiarsi per procedere. 
Jerome si avvicinò a Rose e la spinse verso lo sportello della carrozza. «Sali» le sussurrò e la seguì all’interno. Prima di richiudere lo sportello vide che uno degli uomini di Lord Blue prese posto sulla cassetta e afferrò le redini per guidare i cavalli.
Con un leggero dondolio la carrozza si rimise in moto e annusando l’aria, Jerome si accertò che tutti e sette i suoi soldati camminassero con loro verso la nuova destinazione.
«Cosa vi preoccupa?» domandò sottovoce Florence. «È palese che non volete avere nulla a che spartire con questi uomini.»
«Lord Bear Blue è pericoloso quanto le Dame Oscure. Tenetelo bene a mente» rispose Jerome. «Ho il sospetto che dal giorno della scomparsa di Rose, abbia sguinzagliato i suoi uomini per trovarla prima di chiunque altro. Non mi sorprenderei se questa guarnigione fosse sulle tracce delle Dame Oscure fin da questa mattina. Farò il possibile per proteggervi, ma al suo palazzo lui giocherà in un campo che gli è favorevole. Dovete essere sempre in guardia anche voi.»
«Cosa può volere da noi?» domandò Rose angosciata.
«Lord Beard Blue vuole mettere le mani sui territori di mio padre da quando io ero bambino e ora, senza il minimo sforzo, un membro acquisito della Casata dei Charming e una sua discendente stanno per entrare in casa sua» spiegò Jerome. «Non so di preciso quali siano le sue intenzioni, ma potete essere sicure che non sono buone.»


                                                Continua…

lunedì 12 maggio 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 17

Casata Hood
Bosco Profondo

Lady Rachel Hood guardò contrariata l’amico Jerome seduto al suo fianco nella carrozza della loro Casata. Erano stati nominati capitani della scorta che viaggiava per condurre Lady Rose Briar, i suoi figli e le loro Madrine sani e salvi al territorio della Casata Charming. Come al solito era stato suo padre Lord John a dare le disposizioni e nessuno poteva metterle in discussione. Normalmente le accettava anche se non le condivideva, ma in questa occasione non aver potuto esporre la sua opinione le aveva dato particolarmente fastidio.
Rachel saltò sul sedile e incrociò le braccia sul petto. Sbuffò e guardò inquieta fuori dall’apertura sullo sportello il manipolo di soldati che viaggiavano con loro, sparsi davanti ai cavalli, accanto alla loro carrozza e a quella dei loro protetti e dietro quest’ultima.
«Che cosa hai?» le domandò Jerome. «È da quando siamo partiti questa mattina presto dal palazzo che ti agiti senza sosta.»
«Questo non è il modo più sicuro per viaggiare.»
«Lo ha messo a punto tuo padre.»
«Non è certo infallibile» replicò Rachel. «Avanti Jerome, non dirmi che sei d’accordo con lui? Muoverci con due carrozze è una stupidaggine!»
Jerome rimase a fissarla. «È un punto di vista.»
«È la verità.» Rachel batté con la mano sinistra sul legno della parete. «A noi non serve, ci sarà solo di impaccio in caso di un attacco. Siamo più liberi di muoverci a piedi.»
«Ma saremmo anche più lenti. Pensi che riusciremmo a stare dietro a una carrozza se venisse presa d’assalto e rubata con Lady Rose e gli altri a bordo?»
«Certo che potremmo. Non in forma umana, ovviamente.» Rachel sapeva che al contrario di lei che accettava la sua trasformazione in Demone Mannaro, Jerome non amava ricordare che c’era un altro aspetto di lui, però doveva riconoscere che era un vantaggio ed era da stupidi non sfruttarlo.
Jerome sospirò «Rachel, devi allargare le tue vedute. Come pensi che reagirebbe il popolo nel veder scorrazzare per il Bosco Profondo e le foreste di Ageloss un branco di Demoni Mannari? Si scatenerebbe il panico come alla fine della guerra con il Demone Eterno e Lord John vuole evitarlo.»
«È questo il punto: mio padre prende troppo in considerazione quello che pensa la gente. Ci sono state scorribande in passato, è vero, ma adesso chiunque entra a far parte dell’esercito della Casata Hood controlla la trasformazione e non si tratterebbe di scorrazzare, come dici tu, ma di combattere le Dame Oscure. Anche il popolo le teme.» Rachel si infervorò, c’era qualcosa nel modo in cui Jerome le parlava con distacco che la metteva all’erta. I suoi sensi sviluppati le suggerirono che c’era stato un cambiamento nel loro rapporto. Dal modo della sua postura rigida, dagli sbalzi nel suo odore, dal battito accelerato del cuore del ragazzo, Rachel percepì che si stava allontanando da lei. «In ogni caso noi siamo giudicati per metà di quello che siamo. Andarcene in giro su una carrozza non cambia l’opinione del resto di Ageloss: ci vedranno sempre e solo come dei Demoni Mannari.»    
«Non puoi condannarlo se cerca di cambiare l’idea delle persone, di dimostrare che sbagliano a considerarci solo animali.»
«Noi sappiamo di non esserlo» replicò Rachel. «Non serve convincere gli altri con le apparenze. Lo facciamo con le nostre azioni. Stiamo scortando la figlia di una Casata che non ci ha mai considerato e gli eredi di un’altra che ti ha ripudiato quando avevi più bisogno di loro. Cosa altro dobbiamo dimostrare?»
Jerome abbassò lo sguardo e rimase in silenzio.
Rachel attese una risposta. Lui sembrò trattenersi e ripensando agli eventi della sera prima, capì. «È questo dunque il motivo per cui lo appoggi. Tu vuoi dimostrare che sei migliore di loro e vuoi farlo alle loro regole. Vuoi che tuo padre, Lord Ludwig si senta fiero di te e ti riaccolga in casa sua.»
«Ti ho già detto che lo faccio perché è la cosa giusta.»
«Bugiardo» rispose secca Rachel. «Non è l’unico motivo. Vuoi essere degno di lui, come se essere la Bestia fosse una colpa da scontare. Non accetti chi sei.»
Lo sguardo di Jerome s’indurì e fissandola con decisione, portò Rachel a darsi della stupida per aver di nuovo parlato troppo. «Siamo diversi, te l’ho sempre ripetuto, ma tu non vuoi sentirlo. Non sono nato così come la maggior parte di voi, essere in parte la Bestia per me non è la normalità. È qualcosa di cui sono stato costretto a dovermi abituare.»
Fu lei a voltarsi dall’altra parte per fuggire il suo sguardo. In un breve istante il suo cuore e la sua mente realizzarono la verità dietro quello scoppio di rancore. Non c’è l’aveva con Jerome per le motivazioni che aveva elencato, era spaventata all’idea che il suo desiderio di essere ripreso tra i Charming si realizzasse e perdesse così per sempre il suo migliore amico.
Rimasero entrambi in silenzio per un lungo tratto del viaggio. Rachel si rese conto che se avesse aperto di nuovo bocca rischiava di ferirlo e non intendeva complicare ulteriormente il rapporto tra loro.
Giunsero al limitare della porzione del Bosco Profondo che faceva parte del territorio della Casata Hood  e un familiare tanfo si abbatté prepotente nell’aria circostante. A Rachel bastò voltarsi verso Jerome per accorgersi che anche lui lo aveva odorato. «Questa puzza è inconfondibile. Le Dame Oscure ci aspettavano al confine.»
«Non capisco che strategia vogliano usare» disse Jerome. «Pensavano forse che li avremmo fatti proseguire da soli oltre i nostri possedimenti?»
«Non lo so, ma dobbiamo cambiare tattica.» Rachel si sporse fuori fino a metà busto e intimò a entrambi i soldati alla guida delle carrozze di fermarsi. «Non possiamo procedere con il piano di  mio padre, anche se abbiamo con noi un gruppo di uomini dell’esercito, questa volta potremmo avere la peggio in uno scontro con le Dame Oscure.»
Jerome rifletté per pochi istanti. «Hai ragione, non c’è più l’elemento sorpresa. Ci aspettano e possono rinforzare le loro fila più velocemente di noi.»
«Dobbiamo separarci. Tu viaggerai con Lady Rose e Aurore, mentre io con Jour» disse Rachel. «Mi rendo conto che è un azzardo, ma se dovranno impegnarsi su due fronti, abbiamo maggiori possibilità che le Dame Oscure non riescano a sfruttare il loro vantaggio.»
Con sorpresa della ragazza, Jerome annuì. «Non vedo neanche io altre soluzioni. Tuttavia non abbiamo strade alternative da percorrere. Come procediamo?»
Soddisfatta del suo appoggio, Rachel rispose: «Devieremo di poco. Tu allungherai il percorso verso est, fino al cuore del Bosco Profondo che culmina nelle terre della Casata Blue.» Fece una pausa vedendo l’amico storcere il naso, ma poi continuò. «Io invece mi indirizzerò verso il confine del territorio della Confraternita dei Cacciatori.»
«È troppo pericoloso: odiano a morte la Casata Hood e i Demoni Mannari. Lascia andare me per quella strada.»
Rachel scosse la testa. «Ho più possibilità di te con loro. E lo sai anche tu.»
Jerome la fissò per un istante, come se valutasse altre ipotesi. «Almeno porta con te le Madrine, forse vedendole ti daranno il beneficio del dubbio prima di attaccarti.»
«Credo che comunque si divideranno per accompagnarci, non penso vogliano lasciare senza protezione uno dei bambini» rispose Rachel. «Il problema sarà convincere Lady Rose: non acconsentirà tanto di buon grado a separarsi dal figlio.»
«Mi occupo io di questo» disse Jerome. «Stai attenta e non fare mosse avventate. Ricordati che siamo in missione di protezione, non hanno motivo di aggredirti se non glielo dai tu per prima.»
«Parli come mio padre.»
Jerome le afferrò le mani. «Non sto scherzando. La Confraternita non va troppo per il sottile. Sarai prudente?»
Rachel rivide nel suo sguardo l’amico premuroso e fidato e  si domandò se forse tutte le sue paure fossero infondate. «Te lo prometto.»

Jour la guardava con aria diffidente e Rachel poteva intuire bene cosa pensasse di lei. Quasi mezza giornata prima, lei e Jerome erano scesi dalla carrozza davanti alla loro e li avevano obbligati a dividersi da Lady Rose, Florence e Aurore per procedere solo con lei e una metà del gruppo di soldati con cui erano partiti. Joelle e Radiose erano riuscite a convincere Lady Rose insieme a Jerome che era la scelta migliore dato che le Dame Oscure le aspettavano a pochi tratti di distanza, pronte a tendere un agguato. Il bimbo però non capiva perché aveva dovuto lasciare sua madre e sua sorella. Le Madrine avevano provato a spiegarglielo, ma aveva solo cinque anni ed era comprensibile che non la prendesse bene. Rachel si sorprese che non si fosse messo a urlare e fare i capricci. All’inizio aveva posto tante domande, poi si era zittito e aveva iniziato a fissarla, come se percepisse che l’idea di quel cambiamento fosse stata sua.
Erano stretti tutti e quattro nella carrozza e procedevano a  passo spedito, mentre i soldati correvano loro accanto.
«Perché non poteva venire zio Jerome con noi?» domandò all’improvviso Jour.
«Qualcuno doveva restare con tua madre e Aurore» rispose gentilmente Joelle.
«Zia Florence è con loro» ribatté il bimbo.
Radiose si chinò verso di lui. «E tu hai me e zia Joelle.»
Nonostante la Madrina gli fosse di fronte, Rachel vide che Jour tenne gli occhi puntati su di lei. «Con zio Jerome era meglio.»
«Perché?» domandò con calma Rachel.
«Lui mi ha protetto. Ci proteggerà tutti.»
Rachel era sorpresa, quel bambino si comportava come se avesse sempre conosciuto Jerome e potesse fidarsi solo di lui.  «Sei proprio sicuro che si prenderebbe cura di te, anche se lo hai incontrato da poco?»
Jour annuì deciso. «Ha ucciso la Dama Oscura e poi mi ha preso in braccio. Era come stare con la mamma e le zie, non c’è nessun pericolo se sono insieme a lui.»
Era sincero. Anche se bastava guardare il suo volto serio, Rachel lo percepiva con il resto dei suoi sensi. Esistevano degli esseri umani capaci di non giudicare dalle apparenze, di dare ascolto al proprio istinto e al cuore. Jour ne era la prova. E solo sperimentandolo, capì cosa spingeva il suo migliore amico a comportarsi in quel modo, a covare una piccola speranza di riabbracciare i suoi cari. Due bambini cresciuti senza pregiudizi, forse potevano cambiare le sorti di un’intera Casata.
«Mi piaci piccolo Lord Charming» disse sorridendo Rachel. «Ti faccio una promessa solenne. Finché io starò al tuo fianco, non dovrai temere nulla. Jerome è il più caro amico che ho e tu sei importante per lui, quindi lo sei anche per me. Nessuno ti torcerà un capello.»
Lui la scrutò non del tutto convinto. «Sai combattere anche tu?»
«Certo, non sono una Lady come le altre» rispose orgogliosa. «Mi chiamano lo Spirito dal Cappuccio Rosso perché posso trasformarmi ne terrore dei malvagi.»
Jour spalancò la bocca entusiasta. «Davvero?»
«Lo giuro sul mio onore.» Rachel si batté il pugno sinistro sul petto. 
Delle urla all’esterno li obbligarono a zittirsi. La carrozza si fermò bruscamente e due soldati gridarono: «Le Dame Oscure! Ci attaccano!»
«Voi restate qui.» Rachel si slacciò il fermaglio sul collo del mantello con cappuccio rosso, lo sfilò e lo porse a Jour. «Te lo affido. Me lo restituirai quando torno.»
Il bimbo lo prese con le sue piccole mani e lo avvolse con le braccia come se fosse un cucciolo di cui prendersi cura. La guardò serio, non completamente in preda alla paura, perché ora aveva un compito da assolvere.
Rachel spalancò lo sportello della carrozza e guizzò fuori, chiudendoselo alle spalle. Osservò rapida la situazione. Una ventina di Dame Oscure si erano abbattute sui sette soldati che li scortavano, gli uomini avevano già assunto la forma per metà di Demone Mannaro e sferravano colpi a più riprese per farle arretrare. Le donne spettro si difendevano, alcune cadevano sciogliendosi in poltiglia grigia e nuove avanzavano per sostituirle. Un paio di soldati furono feriti dalle lame di ferro che brandivano, ma Rachel sapeva che sarebbero guariti senza troppi problemi.
Quando però un gruppetto di Dame Oscure riuscì a distaccarsi dalla mischia e procedere verso la carrozza, Rachel vi si parò davanti. Nessuna sarebbe arrivata tanto vicino alla persone che doveva proteggere. Mentre le nemiche avanzavano, sentì il sangue ribollirle nelle vene. Piegò la testa prima a destra e poi a sinistra e il collo scricchiolò, le ossa si deformarono, la sua figura esile si ingrossò di tre spanne in altezza e una in larghezza.
Rachel notò che le Dame Oscure non sembravano colpite, sorprese o spaventate dalla sua trasformazione parziale in Demone Mannaro. «Peggio per voi» sibilò, lasciando che un sottile strato di pelo rossiccio le ricoprisse il volto, il collo e il resto del corpo protetto dalla casacca e i pantaloni. Le zanne crebbero all’istante dalle aperture nelle gengive e fece schioccare le dita per rivelare artigli affilati.
Le donne dalla pelle grigia le corsero incontro senza emettere un suono. Rachel le afferrò due alla volta per le braccia e le morse al collo. Sentì in bocca il vomitevole sapore della morte e della terra sepolcrale, la sputò sopra ai corpi senza vita delle Dame Oscure che cadevano ai suoi piedi, con la pelle che si raggrinziva, fino a staccarsi come pergamena consunta dalle ossa.
In preda alla foga della lotta, Rachel avanzò di un passo e squarciò con gli artigli la carne della fila di quattro Dame che le si paravano di fronte. Emisero un urlo di dolore tutte insieme e incurante del fastidio che quel suono stridulo procurava al suo udito sensibile, lei affondò ancora una volta gli artigli, riducendole a scheletri inermi.
Ansimando, alzò lo sguardo e notò che anche i soldati avevano svolto il loro lavoro. Tutti e sette erano ancora in piedi, trasformati in Demoni Mannari, con i vestiti parzialmente squarciati e con ai piedi ciò che rimaneva dei nemici. Nessuna Dama Oscura era riuscita a fuggire e non ne erano arrivate altre per soccorrere le loro compagne. 
Rachel piegò la testa all’indietro e ululò al cielo soddisfatta. Prima che se ne rendesse conto, la porta della carrozza si aprì con un cigolio. Jour saltò fuori con il suo mantello rosso che gli svolazzava intorno al petto. 
Rachel si voltò terrorizzata. Se l’avesse vista in quella forma, di certo sarebbe corso via nel panico. Jour invece si fermò qualche istante a osservarli. Poi le si avvicinò e allungò le mani per darle il mantello. Lei si inginocchiò e lo prese delicatamente, Jour le posò la mano libera sulle guance e la sfregò piano.
Rachel sentiva il suo tocco delicato lisciarle il pelo. «Sei morbida e soffice come una coperta» le disse sorridendo e Rachel avvertì le lacrime inumidirle gli occhi. Dopo anni, Jour era il primo bambino ad accarezzarla con gioia anziché urlare di terrore.
Rachel allungò una mano per restituirgli la carezza, ma una voce dura e imperiosa spezzò quel momento idilliaco.
«Resta ferma dove sei e allontanati dal bambino.»
Rachel e il resto dei soldati si voltarono.  Un manipolo di dieci uomini con casacche marroni, cappucci verde scuro e asce strette con entrambe le mani, li avevano circondati. Avrebbe preferito l’arrivo di altre Dame Oscure a loro.
Erano membri della Confraternita dei Cacciatori, esseri umani con cui non era possibile ragionare e incrociando i loro sguardi carichi di odio, Rachel seppe che erano in grossi guai.

                                            Continua…

lunedì 5 maggio 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 16

Sorellanza delle Madrine
Castello di Re Ebon

Crystella scese leggiadra i gradini della scala che la portavano dalla stanza che le era stata assegnata fino al piano all’ingresso.
Erano le prime ore del nuovo giorno, il sole sarebbe sorto di lì a poco e contrariamente a quasi la totalità degli altri residenti, la Madrina Superiore non aveva bisogno di dormire. In realtà, nessuna Madrina dormiva, era una necessità che non condividevano con gli umani, come il mangiare, anche se per rispetto nelle occasioni in cui era richiesto, partecipavano ai loro banchetti non nutrendo alcun piacere però per il gusto.   
La cena della scorsa sera deve essere stata particolarmente fastidiosa per Estelle” pensò Crystella. “Restare bloccata a udire i commenti delle persone, svolgendo per giunta un’attività che per noi è superflua.
Non le era chiaro come mai Estelle avesse deciso di sopportare quella tortura, anziché alzarsi  e andarsene, o peggio ancora, sfogare la sua rabbia sui convitati. Per questo ora vagava nel corridoio principale, era sicura che fosse sveglia come lei e da qualche parte a rimuginare in quel castello addormentato.
Crystella rifletté che poteva essere la sua occasione per parlarle con calma, provare a capire in che modo conoscesse la futura Regina e cercare di avere una nemica in meno in quella situazione che diventava sempre più ambigua.
Tenendo sollevato il lembo inferiore della sua veste bianca e camminando pacatamente con scarpette basse dello stesso colore, Crystella fu attratta da un sussurro affannato. In principio non capì di cosa si trattasse, poi lo riconobbe. Entrò nella sala della musica nell’ala ovest, fiocamente illuminata da candele poste in un lampadario a raggiera e vide Estelle di spalle circondata da strumenti a cui faceva emettere note basse e armoniose. Il suo era un tentativo disperato di seguire la musica e provare con la sua voce a cantare di nuovo. Seppur circondata da un’arpa, una coppia di flauti, dei cimbali e un mandolino, dalla sua bocca però uscivano solo versi rauchi, che stonavano con la melodia che faceva risuonare grazie alla magia.
Perdere la predisposizione al canto tipica di tutte le Madrine, in grado di incantare con una voce soave ogni creatura, era una delle conseguenze della sua decisione di aver voltato loro le spalle anni addietro.
«Non pensavo di trovarti in questa sala» disse Crystella.
Estelle si girò di scatto e i capelli sciolti, scuri e dai riflessi violacei, le fluttuarono intorno al volto. La musica leggera si fermò e ogni strumento venne spinto agli angoli della stanza. «Sei venuta a deridermi?»
«Niente affatto.»
«Bugiarda.» Estelle la guardò con odio. «Ti ho visto a cena. Sentivi il modo in cui mi chiamavano e non hai mostrato pietà o dispiacere. Se li provassi, non pretenderei che prendessi le mie difese, ma almeno mi restituiresti una capacità innocua come il canto.»
«È stata una tua scelta» replicò Crystella. «Tradire le nostre regole ti ha portato a diventare una Rinnegata.»
«Scelta…» Estelle abbozzò un sorriso. «Non è proprio la parola più adatta per definire quello che accadde.»
«Su questo hai ragione.»
Estelle la guardò sorpresa. Era la prima volta che Crystella le mostrava sostegno in questa discussione. «Ipocrita.»
«Perché?» domandò la Madrina Superiore. «In passato ho faticato a capire le tue azioni, ma posso concordare che quando tutto successe non hai avuto propriamente scelta. L’amore è improvviso e irrazionale, non è un sentimento che si può comandare a piacere.»
Estelle rimase in silenzio a fissarla. Crystella lesse nel suo sguardo confusione e dubbio. In tanti anni si era trincerata dietro il suo ruolo di guida della Sorellanza delle Madrine, ma ora con un pericolo in avvicinamento, provò a guardare la vicenda che le aveva coinvolte con gli occhi di una sorella. Estelle era da condannare per ciò che aveva fatto, ma in principio era stata guidata solo dal suo amore, una novità che non era preparata a gestire.
Crystella mosse un passo avanti e l’altra dama non si allontanò. «Anche se reputo di aver agito a fin di bene, so di avere anche io le mie colpe. Probabilmente Lady Griselda ha ragione: questa faida va avanti da troppo tempo ed è giunto il momento di porvi fine, forse questo matrimonio è la giusta occasione per trovare un punto d’incontro.»
«Parli sul serio?» Estelle avanzò a sua volta.
Qualcosa sul volto della donna era cambiato, Crystella lo notò subito, ma non riuscì a decifrare se fosse un bene o un male. «Certamente. Non pensare che ieri sera mi abbia fatto piacere sentirti chiamare  la “Madrina Malefica”, “Strega” e “Rinnegata Malvagia”. Avrei voluto che tutti ricordassero Estelle che io ho conosciuto.»
«Al mio arrivo però eri con loro.» Gli occhi di Estelle divennero gelidi. «Nonostante le tue belle parole hai continuato a schierarti con chi mi ha tolto tutto.»
Crystella scosse la testa. «Per favore, non ricadiamo ancora in questo discorso sterile. Ti ho dimostrato di provare a comprendere le tue motivazioni, ma devi farlo anche tu. Ti sto tendendo una mano.»
«E dove era questa mano quando te l’ho chiesta? Quando ho davvero avuto bisogno di te e della Sorellanza?»
«Sai bene che era impossibile» rispose secca Crystella.
«È solo una tua opinione.»
«È una realtà. Non puoi continuare a voler vedere quello che ti fa comodo.» Crystella si rimproverò per aver perso la pazienza appena pochi istanti dopo averla incontrata. Provò a ritrovare la calma e disse: «Fermati e poni fine a questa lotta. Lascia libera la Casata Briar.»
«La Casata Briar mi deve un figlio» replicò aggressiva Estelle. «Non mi fermerò finché quel debito verrà saldato.»
«Non puoi portare via a Rose Briar i suoi bambini e tanto meno avrai mai un figlio tuo» ribadì paonazza Crystella. Non c’era più modo di mantenere la discussione su un tono civile. «Chi ci ha provato prima di te, ha dimostrato che ci sono conseguenze terribili e che per questa ragione il nostro corpo non è adatto a generare la vita.»
Estelle strinse i pugni. «La Madrina Superiore Originale e che ti ha preceduto ha dato vita a un demone, ma non ci sono state altre nascite. Niente che testimoni senza ombra di dubbio che possa generarsi anche una creatura innocente.»
Crystella si spazientì ulteriormente. «Ero con lei quando il seme si manifestò nel suo ventre, quando percepì che una vita stava per esser originata. Studiammo insieme la via per far germogliare quel seme, fuori dal suo corpo perché venne espulso spontaneamente e con tutte le nostre arti gli riservammo ogni cura perché potesse maturare e crescere, ma il risultato ci ha dimostrato che pur coltivandolo con amore e usando forze benevole, abbiamo portato nel mondo un essere carico di malvagità.»
«Allora bisognerebbe provare con altre arti» replicò stranamente calma Estelle. «Ho studiato vie alternative, esistono sortilegi definiti proibiti che potrebbero garantire una vita diversa, un corpo diverso…»
«Basta!» gridò Crystella. «Non puoi neanche pensare che prenda in considerazione questa ipotesi. E in ogni caso il padre del figlio che aspettavi ti ha detto chiaramente di non volerne sapere. Non era favorevole a un erede tuo.»
«Lord Gerard Briar è uno smidollato. E come tutti gli uomini umani un falso e bugiardo» replicò adirata Estelle. «Quando scoprì di mio figlio, la donna che aveva già preso in sposa ne stava per partorire un altro suo. Appena ha messo al mondo la bambina, Rose che ti sta tanto a cuore, è corso da lei come un cane fedele, ma quando ha cercato la mia compagnia non ha pensato a sua moglie.»
«Sei stata tu a mancare per prima. Eri la Madrina di Lady Annette, quella donna ti era stata affidata e tu l’hai tradita» le ricordò con freddezza Crystella. «Ti chiese di vegliare sul suo sposo in guerra e tu hai pensato solo a te stessa e ad assecondare i tuoi sentimenti. Invece che agire da egoista, avresti dovuto venire da me.»
«E limitare la nostra libertà è un comportamento corretto? Prima che diventasti la nuova Madrina Superiore, eravamo prive di vincoli, poi comparve quella maledetta Profezia della Corteccia e ci hai obbligate a seguire la tua idea di proteggere ogni figlia nobile di Ageloss. Non abbiamo più avuto la possibilità di dedicarci alla difesa e alla guida di chi noi ritenevamo degno. Ci hai imposto la tua decisione. Chi fra noi due è meno egoista?»
Crystella era impreparata a risponderle. Non aveva mai visto le sue scelte da quella prospettiva. Era davvero così simile a Estelle? Anche lei si era fatta condizionare dalle sue idee, tanto da mettere il bene delle sue Consorelle in disparte e non accorgersi che le altre Madrine la pensavano diversamente e potevano aver sofferto di ciò che aveva imposto loro?
«Quando vi ho invitate per un confronto non volevo scatenare tutto questo risentimento.» Lady Griselda apparve sulla soglia della stanza, cogliendole di sorpresa.
Crystella si girò a guardarla e notò che anche Estelle rimase infastidita dal suo arrivo. Si chiese quanto avesse udito dei loro discorsi.
«Mi sono alzata prima per dare le disposizioni della giornata e ho udito delle urla. Forse ho sbagliato a costringervi a questa riunione» proseguì Lady Griselda. «A ogni modo, sono certa che vi comporterete da vere Signore d’ora in avanti. E potreste cominciare a farlo porgendomi le vostre scuse.»
«Per cosa?» domandò irritata Estelle.
«Nessuna di voi due mi ha portato un regalo di nozze» rispose Griselda.
Crystella si mise sulla difensiva. «Non sapevamo di questa usanza. Non frequentiamo molte cerimonie ufficiali.»
Lady Griselda sorrise. «Capisco, comunque potete ancora rimediare. Per caso prima vi ho udito menzionare la Profezia della Corteccia. Sapete, è un nome leggendario, per molti solo una favola. Personalmente però posso dire di esserne stata a conoscenza da molto prima che la voce sulla sua esistenza si diffondesse, ma quello che mi interessa riguarda qualcosa che venne rubato la stessa notte che quella Profezia comparve, annunciata da un fulmine.»
«Non capisco a cosa si riferisce» disse Crystella, incredula che la futura Regina fosse a conoscenza di dettagli di cui solo la Sorellanza era informata.
«Ne è sicura?» domandò Griselda. «Non vi viene in mente nulla che potesse trovarsi nei pressi delle rovine del castello del Demone Eterno, una preziosa reliquia per la precisione, che potrebbe essere un buon dono che voi potreste fare a me e io al mio futuro sposo per celebrare le nozze e al contempo il venticinquesimo anniversario della sconfitta del suo mortale nemico?»
Crystella guardò Estelle che le restituì uno sguardo confuso.
«Non sappiamo di che parlate, ma se è qualcosa rubato venticinque anni fa, se fossi in voi rinuncerei all’idea di ritrovarlo» disse Estelle. Si avviò poi verso la donna e passandole accanto con tranquillità, uscì dalla sala della musica.
Crystella rimase a fissare in volto Lady Griselda che non le levò gli occhi di dosso. «Se volte scusarmi, tornerei nella mia stanza.»
«Certamente.»  Griselda si fece di lato e la lasciò passare. Prima che si allontanasse aggiunse: «Forse vi tornerà in mente, sappiate che io non rinuncerò mai a trovare quello che cerco.» 
Crystella proseguì senza fiatare. Quella donna sapeva molto ed era piena di segreti. Non riusciva a immaginare a che reliquia si riferisse, ma il suo istinto le suggeriva che non sarebbe stato un bene che l’avesse. Decise di abbandonare l’idea di convincere Estelle a deporre le sue ostilità e preferì concentrarsi nel cercare risposte su Lady Griselda, parlando con qualcuno di fiducia, che viveva da tempo nel castello.

La porta della camera di Lady Rosered White si spalancò e Crystella se la trovò di fronte. Aveva atteso paziente davanti alla sua stanza, facendo attenzione a non essere scoperta, doveva conferire con lei in privato.
«Buongiorno, Lady…» la ragazza lasciò la frase in sospeso, non riconoscendola.
«Sono Crystella, la Madrina Superiore» le disse.
«Oh… io vi ho intravisto ieri sera ma non ero certa di chi foste, perdonatemi» disse Rosered.
«È tutto a posto» rispose Crystella con un sorriso. «Ho bisogno di parlare con una persona, qualcuno che ti è vicino da sempre, ma non riesco a trovarla. Sai dirmi dove posso incontrare Frea?»
Rosered si irrigidì. «Non credo di conoscere nessuno con questo nome.»
«Tranquilla, non devi mantenere il segreto con me. So che è la tua Madrina, la inviai io a vegliare su di te.»
Rosered si rilassò, ma solo per un istante. «Mi dispiace, ma non posso aiutarvi. L’ho chiamata diverse volte, ma non si è più presentata.»
Crystella si insospettì. Frea era tra le più precise nella Sorellanza, non avrebbe mai mancato alla chiamata di una protetta. «Da quanto tempo non la vedi?»
«Sono due giorni.» Rosered corrugò la fronte vedendola rimanere perplessa. «Pensate le sia successo qualcosa?»
Crystella cercò di mutare l’espressione del suo volto. Non voleva mettere in allarme la ragazza. «No, sono certa che se qualcosa la ha trattenuta, non è niente di grave. Sono arrivata solo ieri, probabilmente non l’ho cercata abbastanza bene.» Si impose di sorridere ancora. «Appena le avrò parlato la manderò da te. Fino ad allora, per favore, non dire  a nessuno della nostra chiacchierata.»
Rosered annuì e la Madrina Superiore si dileguò in fretta e furia. Non voleva far trasparire i suoi veri timori. Era stato proprio due giorni prima l’ultima volta che anche lei l’aveva vista, tramite il contatto di emergenza che Frea aveva usato per comunicarle la scoperta di Lady Snow White.
Crystella si fermò a metà della rampa di scale che aveva imboccato. Se ne rese conto solo in quel momento, ma né durante o dopo la cena, aveva visto questa misteriosa figlia di Re Ebon. Se la scomparsa di Frea era legata a questa ragazza e se Lady Griselda sapeva molto più di quanto aveva rivelato sulla Profezia della Corteccia e del ruolo futuro delle fanciulle di nobili origini, per la sicurezza di tutte loro doveva provvedere al più presto a identificare Lady Snow.

                                   
                                         Continua…