lunedì 31 marzo 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 11

Casata Briar
Bosco Profondo

Con la mano destra, Rose Briar accarezzò i capelli biondi della figlia Aurore, che dormiva con la testa posata sulle sue gambe, coperta da un mantello di pelliccia. Nonostante le attenzioni e le cure, quella sistemazione rendeva lei e suo fratello gemello Jour sempre più stanchi.
I bambini avevano dovuto svegliarsi di nuovo molto presto la mattina, prima ancora che il sole sorgesse e si erano abituati a passare l’intero giorno all’interno della carrozza senza fare capricci. Il crepuscolo era passato da poco e Rose pensò che faticassero a prendere sonno, invece favoriti anche dal dondolio della carrozza, erano ricaduti quasi subito in un sonno tranquillo. Aurore scivolando addosso a lei e Jour avvolto in una pesante coperta e stretto tra le braccia di Joelle
Il secondo giorno dalla loro partenza dalla Magione delle Madrine stava per terminare e per fortuna non erano incappati in pericoli. Florence, Joelle e Radiose si occupavano con le loro arti magiche di allestire una tenda per la notte e procurarsi il cibo per i pranzi e le cene. Anche il finto cocchiere era un animale tramutato in umano per opera loro, forse un cavallo come quelli che strigliava, ma Rose non ne era sicura e non le importava. Osservando il bosco diventare sempre più scuro al di fuori della finestra rettangolare sulla porta della carrozza, si sentì in colpa di dover costringere i suoi figli a quella vita da viandanti, ma se tutto fosse andato per il verso giusto, sarebbe stato l’ultimo sacrifico che avrebbero dovuto fare.
«È tutto a posto, mia cara?» le domandò Joelle. «Vuoi che ci fermiamo per passare la notte? Così provi a dormire anche tu.»
Rose scosse la testa. «Va bene così. Grazie. Proseguiamo.» Non ricordava più l’ultima volta che si era stesa sul letto e aveva fatto un lungo sonno: erano anni che aveva diversi problemi ad abbandonarsi al riposo.
La sua situazione non era legata agli avvenimenti recenti, non era solo l’agitazione per il viaggio, o l’eccitazione alla prospettiva di rivedere suo marito Fabrice dopo quasi sei anni. Il problema aveva radici più vecchie, risaliva a ciò che le aveva fatto la Grandama Estelle. Per colpa del suo Sacrificio del Sonno aveva dormito per mesi, i suoi sogni erano stati infestati da presagi nefasti e visite in luoghi orribili e una volta risvegliatasi si era accorta che non era più così facile riaddormentarsi.
Rose strinse la mano sinistra a pugno. “Me la pagherai Estelle, ti restituirò anni di dolore e paura” pensò. “Non appena i miei figli saranno al sicuro, ti verrò a cercare e rimpiangerai di avermi incontrato.” Era una promessa che aveva formulato spesso nella sua testa, ma che ora sapeva di poter mantenere, grazie alle scoperte fatte alla Magione delle Madrine.
La Madrina Florence, seduta al suo fianco, le posò la mano destra sulla sua. «Andrà tutto per il meglio. Non farti confondere da brutti ricordi.»
Rose annuì. Tra le sue tre Madrine, Florence era quella che la capiva meglio, leggeva i suoi sguardi e li interpretava sempre nel modo corretto. Per questo doveva stare attenta e non tradirsi.
«Ci provo» mentì Rose. «Se non ci fermiamo per il resto della notte, credete che il viaggio durerà ancora molto?»
«Secondo i miei calcoli, se potenziali nemici non si fanno vedere, dovremmo arrivare al palazzo di Lord Ludwig Charming tra due giorni» rispose Radiose.
«Sei proprio convinta a non voler fare una sosta durante la notte?» domandò con insistenza Joelle.
«Se non corriamo il rischio di sforzare troppo i cavalli, preferisco uscire dal Bosco Profondo il prima possibile» ribadì Rose. «Non ho nulla contro la casata Hood, ma da piccola mi spaventavano a morte le storie sulla loro stirpe di Demoni Mannari. Che abbiano buone o cattive intenzioni, non voglio incontrarli.»
«Capisco i tuoi timori, Rose, ma non sono in quella condizione per loro scelta» disse Florence.
La ragazza la guardò sorpresa. «Cosa intendi dire?»
«I membri della Casata Hood non sono sempre stati marchiati dalla maledizione della metamorfosi in Demoni Mannari» spiegò Radiose. «È successo durante la guerra contro il Demone Eterno, quella a cui partecipò anche tuo padre Lord Gerard. Tra i seguaci del Demone Eterno c’erano molti Demoni Mannari e durante un combattimento uno di loro morse Lord John Hood, all’epoca un giovane guerriero, che per salvarsi da morte certa e sfuggire al veleno del Mannaro, fu costretto a berne il sangue. Da allora, tutti i suoi discendenti sono maledetti dalla trasformazione in quelle bestie.»
«È terribile. Non ne ero a conoscenza» ammise dispiaciuta Rose.
Florence sospirò. «In molti hanno dimenticato, volutamente o meno, questa storia e li giudicano senza remore. In realtà sono stati coraggiosi a lottare per convivere con questo spiacevole problema. A ogni modo, noi non abbiamo nulla da temere: hanno sempre portato rispetto alla Sorellanza delle Madrine.»
Rose si fermò a riflettere. Dalle storie di quando era bambina ricordava che anche i signori della Casata Hood avevano avuta una figlia. «Quindi anche Lady Rachel Hood ha una Madrina a vegliare su di lei?»
Joelle scosse la testa senza abbandonare il suo dolce sorriso. «No, mia cara. La Casata Hood non ha nobili natali. Hanno ereditato i loro titoli come riconoscimento per il grande valore durante la guerra contro il Demone Eterno e di conseguenza a nessuna di noi è stata affidata Lady Rachel Hood.»
«E non credete che per questo provino risentimento verso di me?» domandò Rose. «Guardatemi: ho ben tre Madrine che vegliano anche sui miei figli.»
«Non preoccuparti di questo, Rose» la tranquillizzò Florence. «La ragione per cui alle giovani di nobili origini sono state inviate Madrine, non ha nulla a che vedere con diritti di ceto sociale. È qualcosa di molto più complesso e un giorno, non lontano, te ne parleremo.»
Rose notò che il tono della Madrina diventò d’improvviso grave e scrutando i volti delle altre due dame, le vide incupirsi e sfuggire il suo sguardo. Negli anni che erano state al suo fianco, le tre Madrine avevano accennato a un grande compito, un misterioso evento per cui era loro obbligo stare accanto alle fanciulle delle Casate, ma ogni volta che aveva tentato di saperne di più avevano rimandato il discorso. Non le rimproverava per questo. Aveva imparato che tutti hanno dei segreti e finché nessuno la obbligava a rivelare i suoi, avrebbe atteso che loro raccontassero il loro spontaneamente. 
«Chi dobbiamo temere sono le Dame Oscure al servizio di Estelle» continuò Florence. «Ora che non siamo più protette dai riti della Magione, possono rintracciarci in ogni stante.»
Rose la guardò insospettita. «Mi era parso di capire che la Madrina Superiore avesse insinuato che anche per  loro fosse un pericolo incontrare la Casata Hood.»
«Certo, ma questo non impedirà a quegli spettri femminili di insinuarsi fin qui» ribatté Radiose. «Come ricorderai, non sono famose per la loro arguzia.»
Florence non riuscì a trattenere un sorriso e anche Rose si scoprì a soffocare una risata per la risposta della Madrina. Le tornarono alla mente le  occasioni nelle quali l’aveva vista contrastarle facendosi beffe di loro.
Aurore si mosse sotto il mantello e spostò la testa dalle sue gambe. La alzò e strofinandosi gli occhi si mise a sedere. «Madre?»
«Sono qui, amore mio» rispose Rose, accarezzandole la guancia sinistra.
«Dove siamo? È vicino il palazzo di nostro padre?» domandò la bambina.
«Ci vuole ancora un bel po’ di strada» disse Rose.
Aurore si sporse verso la finestra alla sua destra e vide l’oscurità all’esterno. «È ancora buio.»
Rose annuì. «Torna a dormire.»
Aurore scosse la testa e i boccoli biondi le frustarono il viso. «Non ho più sonno.» Poi guardò Florence alla sua sinistra. «Zia Florence, non puoi far sorgere prima il sole?»
Florence si chinò a baciarle la fronte. «No, mia dolce Aurore, non ho queste capacità. Sai che la pazienza è una grande qualità e se saprai aspettare, il sole si alzerà tra poco e lo potrai vedere tu stessa. È uno spettacolo meraviglioso.»
La Madrina le sistemo sulle spalle il mantello di pelliccia e la prese tra le braccia, avvicinandola all’apertura sulla porta. In quello stesso momento, Jour si stiracchiò in braccio a Joelle, facendo scivolare la coperta e spalancò gli occhi.
«Ben svegliato» disse Rose di fronte a lui.
«È già ora di colazione?» domandò il bambino.
Joelle gli accarezzò i capelli biondo scuro. «Sempre affamato il mio piccolo principe.»
«Cosa vorresti mangiare?» domandò Rose.
Jour ci pensò qualche istante. «Il pane caldo croccante e il latte e miele che prepara zia Radiose.»
«Oh, ma se continui così farai diventare questo bel pancino più largo che lungo» rispose Radiose e con l’indice di entrambe le mani gli solleticò la pancia coperta dalla casacca grigia.
Jour rise sotto l’attacco a sorpresa e le due Madrine risero con lui a loro volta. Intanto Aurore urlò in preda alla gioia. «Il sole! Il sole! È come se ci venisse incontro.»
«È proprio così» le rispose Florence. «È il nuovo giorno che ci saluta.»
Mentre la Madrina si riaccomodava con Aurore al fianco, Rose osservò rapita i volti delle tre donne. Erano completamente differenti rispetto a pochi attimi prima. I loro occhi emanavano dolcezza e amore e i sorrisi riscaldavano anche l’interno di quella fredda carrozza. Permettevano ai suoi figli di chiamarle zie e sembravano sempre più felici nel sentire ripetere dalle loro voci quell’appellativo. Era a conoscenza del fatto che alle Madrine fosse precluso avere figli e sapeva che in qualche modo averli avuti intorno per tutti quegli anni, vedendoli crescere e affezionarsi a loro, aveva concesso a Radiose, Joelle e Florence di sperimentare una porzione delle gioia che a loro era negata.
Formulando quel pensiero, per la prima volta dalla sua fuga forzata, Rose fu contenta di essere dovuta scappare dalla sua famiglia per far nascere i suoi figli. Se lei aveva perso qualcosa, aveva di certo regalato molto alle sue protettrici.
Il nitrito terrorizzato dei cavalli la strappò ai suoi pensieri. Ci fu uno scalpiccio frenetico di zoccoli e poi la carrozza si fermò di colpo, sballottando una addosso all’altra i passeggeri.
Rose si raddrizzò per prima e si sporse quasi fino a metà busto all’infuori. «Cosa succede?» domandò al cocchiere, ma non ricevendo risposta pensò che pur possedendo una forma umana, non gli era stato fatto dono della parola.
Aprì lo sportello e uscì avanzando sul terreno. Si avvicinò all’uomo dinoccolato seduto sulla cassetta e chiese: «State bene?» Fu costretta ad alzare la voce perché i cavalli erano ancora agitati.
Lui non si voltò e puntò il braccio destro dritto davanti a sé.
Rose guardò nella direzione che indicava e sbiancò.
Delle figure sgusciarono da dietro i tronchi degli abeti che costeggiavano la strada e oltrepassarono la nebbia sottile. Avevano sembianze femminili, un colorito grigiastro sulla pelle scoperta dalle vesti lunghe e nere e si mossero fluide come spettri, procedendo verso la carrozza.
A Rose mancò il respiro. Le Dame Oscure l’avevano trovata.


                                            Continua…

lunedì 24 marzo 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 10

Casata Cinder
Castello di Re Ebon

Terminato il pranzo, che aveva condiviso con il resto della servitù al tavolo della cucina principale, Ella raccolse la sua ciotola e il suo bicchiere.
Un delle ragazze addetta alle cucine, seduta al capo opposto al suo, si alzò di scatto e le prese le stoviglie dalle mani. «Lascia, faccio io» disse in tono cordiale, ma deciso.
«Molte grazie» rispose Ella. Sapeva che anche tra i servitori c’erano delle gerarchie da rispettare. Anche se non era riconosciuta come una nobile, era pur sempre la domestica di un ospite e per un’assurda regola non detta apertamente, era lei stessa un’ospite in quella cucina. A meno che non le fosse chiesto apertamente da un superiore di fare qualcosa, doveva accettare che fossero i responsabili del lavoro del castello a decidere a chi spettavano i vari compiti.
Uscì dalla cucina e si preparò per sfruttare la sua occasione di parlare a Lady Snow.
In primo luogo, Ella attraversò i corridoi principali e si diresse alla sala dei banchetti. Le porte erano spalancate, la tavola totalmente ripulita – come immaginava visto che lei e gli altri avevano potuto mettersi a mangiare – e la sala vuota. Sorridendo, proseguì per la strada che conduceva al portone principale, notò i soldati a guardia dei lati dei battenti aperti e chinò il capo in segno di rispetto. Uscì all’aria aperta e sentì il tocco piacevole del sole di inizio pomeriggio, girò sul lato sinistro del muro di mattoni di roccia e guardò verso l’alto, dove era collocata la terza finestra. Le tende erano tirate, quindi la sua matrigna e le sue sorellastre dovevano essersi coricate per il loro riposo di bellezza dopo il viaggio.
«È il momento giusto» disse Ella. Poi un cinguettio familiare la fece voltare verso la boscaglia oltre le mura. Un uccellino blu volava verso di lei.
Ella si fermò ad attenderlo, ma quando la ebbe raggiunta, la superò sbattendo le ali per portarsi più avanti. Lo rincorse e si ritrovarono all’ingresso delle scuderie.
L’usignolo spostò il capo a destra e a sinistra, assicuratosi che non ci fosse nessun occhio indiscreto oltre a quelli dei cavalli e congiunse le ali sopra la testa. In un turbinio di piume e polvere lucente, assunse la forma della Madrina Severine.
«Credevo avessi trovato un posto all’interno delle mura» disse Ella.
Severine scosse la testa. «Quando siamo arrivate ho sentito un miasma soffocante provenire da quel castello e mi sono sentita oppressa. Come se ci fosse una presenza che mi succhiasse le forze.» Si soffermò sui suoi pensieri per pochi secondi poi scosse le mani come a volerli scacciare. «Non preoccuparti: è qualcosa di cui mi occuperò io. Dimmi, hai qualche novità?»
«Sì e penso che per una volta il destino mi sia favorevole» rispose Ella. «Ho parlato con la principessa e si è offerta di ascoltare le mie richieste.»
«È una splendida notizia» commentò allegra Severine.
La ragazza annuì. «Ci incontreremo tra poco nelle sue stanze. Lady Snow è stata…»
«Lady Snow?» ripeté sorpresa la Madrina. «La principessa della Casata White è Lady Rosered.»
«Oh, scusa, mi sono spiegata male. Intendevo l’altra principessa. La sorella maggiore di Lady Rosered. Lady Snow White.»
«Sei certa di quello che dici, Ella? Per quanto ne so, Re Ebon ha una sola figlia.»
«Ti assicuro che ti sbagli. Tutto il regno conosce Lady Snow e parla della sua dolcezza, gentilezza e capacità di capire il prossimo.» Ella notò che il volto di Severine si rabbuiava per la seconda volta. «Conosco quello sguardo. Cosa c’è che non ti convince?»
Posando il gomito sinistro sulla mano destra e massaggiandosi il mento con l’altra, Severine espresse ad alta voce il suo ragionamento. «È molto strano. Nessuna Madrina è a conoscenza di una figlia di nobili con quel nome. E ognuna di noi è stata inviata dalle giovani delle Casate fin dalla loro nascita. Infatti anche la principessa Rosered è vegliata da Frea, una delle mie consorelle.»
«E non ti ha mai parlato di Lady Snow?»
«Non la ha neanche mai menzionata.» La Madrina riacquistò il suo piglio deciso. «Devo indagare, ci sono troppi misteri in questo castello. Cercherò Frea e mi consulterò con lei. Quanto a te, Ella, stai in guardia. Non so chi sia questa principessa Snow, potrebbe essere una potenziale alleata, oppure non avere buone intenzioni e fingere di volerti aiutare.»
Ella era confusa. «Cosa devo fare? Come devo comportarmi?»
«Vai da lei, per non destare sospetti, ma al suo cospetto sfrutta la tua intelligenza. Racconta ciò che ritieni utile farle sapere e se qualcosa non ti convince, o ti sembra illogico, non fidarti.» Severine richiuse le braccia sopra la testa e si tramutò nuovamente nell’usignolo blu. Spiccò il volo e scomparve dietro una delle torri del castello.         
Rimasta sola in mezzo al fieno, Ella si sentì sconfitta. Ancora una volta per lei la strada da intraprendere non era sicura, ma costellata di possibili ostacoli.

Immobile davanti alla porta della camera di Lady Snow, Ella era indecisa se bussare o meno. Il corridoio era deserto così poteva sostare e riflettere senza che le domandassero cosa stesse facendo.
Le parole della Madrina le avevano instillato mille dubbi. Non poteva credere che ci fosse qualcosa di poco chiaro o infido in Lady Snow. Era stata gentile con lei fin dal primo istante che l’aveva vista nel cortile. E poi non aveva motivo per tenderle un inganno: Ella non possedeva nulla che potesse interessare una principessa, anche se fasulla.
Portò la mano destra alla base del collo e sotto il corpetto avvertì la medaglietta con i ritratti dei genitori premerle sulla pelle. Aveva giurato a se stessa e sulle loro tombe di rivendicare il suo nome. Non poteva mancare a quel giuramento, doveva tentare ogni mezzo per tornare a essere una Signora della Casata Cinder.
«Forza, Ella» si fece coraggio e bussò due volte alla porta.
«Venite avanti» le rispose la voce ovattata di Lady Snow.
Ella aprì la porta ed entrò nella camera. Si inchinò come era suo dovere al cospetto di un nobile e poi alzò lentamente il capo. Nel farlo, gettò uno sguardo veloce alla stanza. Mobilio in legno. Letto a baldacchino. Tappeti di pelle di cervo. Niente che desse l’impressione di trovarsi di fronte a un impostore.
«Vieni avanti, Ella» la esortò Lady Snow, seduta sul bordo del letto. «Ti stavo aspettando.»
Ella ricambiò il sorriso che le veniva rivolto e scrutò quel volto dalla pelle chiara come la neve appena caduta. I suoi occhi azzurri non tradivano cattive intenzioni e osservandola non percepiva un senso di pericolo come quando fissava la sua matrigna o le sorellastre.
«Raccontami tutto. Qui nessuno ci disturberà, né ascolterà in segreto.»
«Vi ringrazio, ma prima devo mettervi in guardia.» Ella mise subito in atto il consiglio di Severine: valutare se fino a quel momento la ragazza di fronte a lei aveva mentito sulle sue vere intenzioni. «Quanto sto per raccontarvi e chiedervi, potrebbe mettervi in una situazione complicata e non voglio causarvi problemi.»
«Non devi temere per me» rispose Snow gentile. «Sono la figlia del Re, nessuno proverebbe a mettersi contro il mio volere.»
«Per esperienza so che Lady Genevieve può essere una nemica difficile da gestire.»
«Ciò che ti sta a cuore può scatenare l’ira di Lady Cinder?»
Ella annuì.
Fu il turno di Lady Snow di fermarsi a fissarla, con lo stesso sguardo indagatore che aveva avuto lei. Poi disse: «So cosa si prova a crescere con diffidenza verso gli altri. Diventare adulti senza una madre a proteggerti.»
«Così voi siete al corrente della mia situazione» replicò sorpresa Ella.
«Qualcosa mi era stato raccontato da mio padre e il resto l’ho intuito da sola» rispose Snow. «Ho visto il modo in cui Lady Genevieve ti tratta, non è certo il comportamento di una madre. E se non ricordo male, non era una Lady prima di sposarsi, ma lo è diventata sposando Lord Maurice Cinder. Quell’uomo era vostro padre, giusto? Ho visto un suo ritratto e tu gli assomigli in modo impressionante. Inoltre anche io ho perso mia madre quando ero molto piccola. È doloroso dover essere forte per sostenere il regno che è rimasto senza la sua Regina e non poter abbandonarsi alla disperazione per la mancanza di tua madre »
Ella notò nel suo tono malinconia e rammarico, sentimenti troppo difficili da inscenare alla perfezione, a meno che non fosse del tutto sincera. Non sapeva come mai la sua Madrina e  il resto della Sorellanza ignorasse l’esistenza di Lady Snow, ma il cervello le suggeriva che quella con lei era davvero la figlia di Re Ebon e la discendente della Casata White.
«Se mi è concesso, posso affermare di capirvi alla perfezione» disse rilassandosi. «E avete ragione, Lady Genevieve, la mia matrigna, deve il suo titolo a mio padre e una volta che lui è morto, me lo ha strappato.»
«Spiegatemi» la invitò Snow.
Ella trasse un lungo sospiro. «La sera stessa del funerale di mio padre, Lady Genevieve fece redigere un documento secondo il quale, con la dipartita di suo marito, lei risultava l’unica erede della Casata Cinder in quanto sua moglie e io non essendo sua figlia, ero una bastarda e non avevo più diritto al nome Cinder.»
«È una cosa ignobile» sbottò Snow. «Come è riuscita a farlo? Quale notabile potrebbe accettare di prendere parte a un imbroglio simile?»
«Un notabile disposto a farsi corrompere.» Ella  ricacciò il magone che sentì salirle in gola ripensando a quei fatti. «Ciò che sono venuta a chiedervi è di aiutarmi ad avere giustizia. Come membro della famiglia reale potreste esigere di valutare quel documento e permettermi così di dimostrare di essere una vera Cinder.»
Snow scese dal letto e le prese le mani nelle sue. «Ti aiuterò Lady Ella. Farò il possibile perché ti sia resa giustizia, ma quello che chiedi può eseguirlo solo il Re. È nelle sue facoltà mettere in dubbio la decisione di un nobile e io intercederò per te, farò in modo che mio padre ti garantisca un’udienza e così potrai raccontare la tua storia anche a lui.»
«Dite sul serio?»
«Te lo prometto, sul mio onore e il nome dei White» giurò seria Snow.
Ella sorrise felice. «Vi ringrazio. Non avete idea di quanto vi sia debitrice.»
«Non mi devi nulla» disse Snow, accarezzandole il braccio destro. «Ogni volta che posso rimediare a un torto, lo faccio con estremo piacere, è parte dei miei doveri. Però devo chiederti di pazientare ancora qualche giorno. Con il matrimonio in arrivo, mio padre sarà troppo occupato, ma il giorno dopo le nozze farò in modo che sia la prima questione di cui si occupi.»
«Aspetterò» rispose serena Ella. «L’ho fatto per anni, pochi giorni non mi peseranno.»
Snow le diede un ultimo ammonimento. «E per evitare che la tua matrigna ci impedisca di agire, dovrai continuare a comportarti come sempre. Nessuno deve sapere della nostra conversazione. Vedrai: la coglieremo di sorpresa e passerà dal tuo palazzo alle prigioni come la più stolta delle ladre.»
Ella non riuscì a trattenere una risata ed era la prima di vera gioia che faceva dalla morte di suo padre.

 Nella camera di Lady Snow, Ella aveva perso la cognizione del tempo. Corse per le scale e raggiunse la stanza di Lady Genevieve e delle sue sorellastre. Sperava che non l’avessero cercata mentre era stata occupata, o tutto il suo piano sarebbe andato a rotoli prima ancora di essere messo in pratica.
Con il cuore che le martellava nel petto, bussò alla porta. Udì il solito aggressivo «Avanti» della matrigna ed entrò.
«Ella, stavo giusto per mandare a chiamarti» l’accolse la donna.
Lei e le figlie si erano alzate dal letto da pochi minuti, da quanto Ella poteva constatare, vedendole concitate mentre si apprestavano a cambiarsi d’abito e sistemarsi i capelli.
«In cosa posso esservi utile?» domandò la ragazza.
«Riassetta i nostri letti e porta i vestiti a lavare. Se ti dicono che il turno è già stato preparato e compiuto, ti occuperai personalmente di pulire i nostri abiti e farceli ritrovare nell’armadio» ordinò Lady Genevieve. Poi si voltò verso le figlie, che litigavano per poter controllare il proprio aspetto nell’unico specchio disponibile nella camera. «Basta perdere tempo voi due. Lady Griselda ci ha invitato a prendere il tè insieme a lei e alle principesse. È scortese farle attendere.»
La donna oltrepassò Ella, scansandola in malo modo dalla porta. Lady Aneglique e Lady Sabine le sfrecciarono dietro, ignorando la sorellastra.
Quando la porta si richiuse, Ella tirò un sospiro di sollievo. Non aveva subito nessun rimprovero ed era arrivata in tempo prima che Lady Genevieve potesse cercarla e domandarsi dove fosse finita.
Corse verso la finestra e l’aprì. «Severine. Severine» chiamò in un sussurro.
Pochi istanti dopo, l’usignolo azzurro spuntò in lontananza e volò fin dentro la camera. Posatosi sul pavimento, ripeté il prodigio di acquisire la forma umana.
Ella strinse le spalle della Madrina non appena se la trovò davanti. «Severine è stato un successo. Lady Snow parlerà di me al Re e…» si accorse della sua espressione grave e affaticata «… cosa ti succede? Non ti senti bene?»
«Sono contenta per te» rispose lei, abbozzando un veloce sorriso. «Però la situazione in cui ci troviamo è delicata. L’energia negativa che ho percepito, pervade tutto il castello.»
«Sono più che sicura che tutto questo non ha nulla a che vedere con Lady Snow» ribadì Ella.
«Certamente è così, bambina mia, ma c’è qualcosa di ambiguo legato a quella ragazza.» Severine era seriamente turbata. «Ho cercato in lungo e in largo Frea, per avere  delucidazioni, ma senza alcun esito. Ho provato a contattarla con la forza che lega noi Madrine, ma non l’ho percepita. Sembra scomparsa nel nulla.»



                                   Continua…

lunedì 17 marzo 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 9

Casata White
Castello di Re Ebon

Lady Snow raggiunse trafelata il salone principale del piano terra del castello. Era una mattina importante e non voleva rischiare di fare tardi. Scrutò l’ambiente intorno a sé, sperando di trovare la sorella Rosered ad attenderla, ma vide solo serve e paggetti correre freneticamente per i preparativi. La sera precedente non si erano viste per la buona notte, dopo la sua incombenza con Lady Griselda sarebbe dovuta andare nella sua stanza per uno scambio veloce di chiacchiere, ma non si era fatta viva.
Speriamo non abbia agito d’impulso come suo solito” pensò Snow. Incontrarla prima dell’arrivo degli ospiti era l’unico modo per accertarsene e mettersi il cuore in pace. Anche se sospettava che qualcosa dovesse essere successo. Rosered non mancava mai un appuntamento tra di loro.
Re Ebon attraversò il corridoio e sbirciò all’interno del salone. «Snow, meno male, sei già pronta. I nostri primi ospiti stanno per arrivare.» Entrò e la servitù mise in pausa ogni incombenza e si inchinò. «Continuate pure il vostro lavoro» li esortò.
Snow si avvicinò all’uomo e notò sul suo volto un’espressione sofferente. «Ti senti bene, padre?»
«Solo un po’ di emicrania» rispose Ebon, massaggiandosi le tempie sotto la corona. «Sarà colpa della stanchezza per tutti questi impegni per i preparativi. Vieni, andiamo insieme al portone del castello.» Porse il braccio destro e la figlia vi fece scivolare il suo.
I due uscirono dal salone e fianco a fianco, camminarono tranquillamente nel corridoio che portava all’ingresso. Snow continuava a guardarsi intorno, non abbandonando la speranza di intravedere Rosered.
«Mi sembri inquieta, mia cara» notò Ebon. «C’è qualcosa che ti preoccupa?»
«Sono in pensiero per Rosered» ammise Snow. «Dovevamo accogliere gli ospiti insieme, ma non la trovò da nessuna parte.»
Il Re sorrise. «Stai tranquilla, tua sorella ha il fuoco vivo addosso, sarà già al portone ad attenderci. Piuttosto, come ha preso questa storia delle nozze? So che si confida con te e non vorrei che ci fossero attriti tra lei e Lady Griselda.»
«Conosci anche tu Rosered: ha un carattere impetuoso e fatica ad abituarsi ai cambiamenti. Bisogna darle solo un po’ di tempo.»  Era un abbellimento della verità e Snow pensò fosse la risposta migliore che potesse dare per mitigare la reale opinione della sorella.
«E tu, mia dolce Snow? Come ti senti all’idea di avere una matrigna e una nuova Regina?»
Snow non si aspettava quella domanda così diretta. Non poteva parlare apertamente dei dubbi che covava sulla futura sposa senza averne le prove, ma non voleva nemmeno mentire a suo padre. Cercò quindi una via di mezzo. «Se questa donna ti rende felice, non ho problemi che diventi la mia nuova matrigna. Tuttavia, ho sensazioni confuse sul suo ruolo da Regina.»
«Cosa intendi?»
«Sono solo supposizioni, padre, non voglio che ti faccia influenzare da idee che potrebbero rivelarsi sbagliate.»
Ebon si voltò a guardarla. «Ti ho detto quanto assomigli sempre più a tua madre?»
Snow annuì.
«Però non si tratta solo dell’aspetto fisico» continuò il Re. «Tua madre aveva un istinto quasi infallibile, che non le mentiva mai e seguendolo faceva sempre la scelta giusta. Sono sicuro che tu abbia ereditato anche questa capacità, quindi non avere timore, confidami i tuoi pensieri.»
Snow prese coraggio e disse: «Nel modo in cui Lady Griselda si comporta, trovò una sfumatura… ambigua. Non voglio dire che abbia cattive intenzioni, ma mi chiedo se sappia veramente cosa comporta diventare Regina. Avrà davvero a cuore i sudditi di Ageloss? Saprà usare il suo ruolo per far prosperare il regno o cederà alla tentazione di sfruttarlo per perseguire i suoi interessi?»
Ricevendo un lungo silenzio come risposta, Snow incrociò gli occhi azzurri, che condivideva con Re Ebon, mentre la fissavano intensamente ed ebbe paura di aver parlato troppo, poi l’uomo distolse lo sguardo.
«Quando parli così mi sembra strano che tu abbia solo diciassette anni. Sono orgoglioso e fiero della la tua dedizione al popolo e al regno intero.» L’uomo la baciò sui capelli neri. «E in tutta sincerità, una parte di me condivide i tuoi dubbi, però credo che anche per la mia futura sposa valga ciò che hai detto per tua sorella. Agire da Regina è un grande cambiamento e non è qualcosa che può essere insegnato. Di sicuro le ci vorrà del tempo, probabilmente commetterà degli sbagli, ma con consigli giusti, Lady Griselda potrà essere la Regina di cui tutti abbiamo bisogno.»
Snow vide nello sguardo del padre una luce che non ricordava di aver notato da anni. C’era fiducia e nonostante le sue paure andassero ben oltre la fedeltà al regno, decise di non proseguire nel tentativo di metterlo in guardia. Salvo non fossero emerse prove schiaccianti di ciò che le aveva confidato Rosered, avrebbe dovuto dare ancora una possibilità a Lady Griselda.  
Padre e figlia giunsero infine davanti al portone. Due soldati a guardia lo spalancarono per loro, permettendo di varcare il cortile interno. All’orizzonte si vedevano chiaramente una coppia di carrozze viaggiare verso il ponte levatoio abbassato per farle entrare.
Sforzando un po’ di più la vista, Snow identificò lo stemma sui piccoli stendardi che sventolavano sui tetti delle due carrozze: una colomba bianca adagiata in un nido di cenere nera. Arricciò il naso delusa. I primi ospiti di cui occuparsi erano le odiose donne della Casata Cinder. Sospirò e venne colta di sorpresa dalla comparsa di Rosered al suo fianco.
«Buongiorno, padre» disse la ragazza.
«Buongiorno, piccola mia» rispose Ebon con un sorriso.
Rosered rimase seria a fissare le carrozze in avvicinamento e Snow si insospettì: sua sorella non restava mai impassibile a un sorriso di loro padre.
Abbandonò il braccio dell’uomo e si accostò a Rosered. «È tutto a posto? Ieri sera non sei venuta da me» sussurrò.
«Ho fatto tardi e non volevo disturbarti» rispose con un tono rilassato forzato. 
«Sei sicura che vada tutto bene?» insisté Snow.
Rosered la guardò dubbiosa. Poi disse: «Sì, solo un po’ di sonno mancato.» Sbadigliò, sembrando convincente.
Le carrozze attraversarono il ponte e i cavalli vennero fatti fermare quando giunsero ai lati del cortile. I cocchieri scesero e aprirono gli sportelli. Dalla prima uscirono Lady Genevieve e le sue figlie Sabine e Angelique. Dalla seconda si fece strada titubante una ragazza dai capelli biondo scuro che iniziò a tirar fuori i bagagli con cui aveva evidentemente viaggiato.
Re Ebon si diresse verso la donna più anziana che gli andava in contro con un largo sorriso e Snow e Rosered camminarono al suo seguito.
«Vostra Maestà, è stato un vero onore e un immenso piacere essere invitate alle vostre nozze.» Dicendolo, Lady Genevieve compì un pomposo ed esagerato inchino, subito imitata dalle figlie.
«Lieto di avervi tra di noi» rispose cortese Re Ebon.
«Benvenute al castello» le salutò Snow, esibendosi in un sorriso di circostanza.
«Benvenute» disse laconica Rosered.
Lady Genevieve si rialzò e le guardò ammirata. «Oh principesse, come siete cresciute. Spero che anche le mie figlie possano un giorno aspirare a tanta bellezza.»
Snow provò nausea per quel complimento che suonava tanto falso e si sorprese che sua sorella non bofonchiasse qualche commentò sarcastico.
«Seguitemi, Lady Griselda è dovuta rimanere al castello per le ultime sistemazioni, ma è impaziente di incontrarvi.» Re Ebon si voltò e si diresse verso l’interno del castello.
Lady Genevieve, Lady Angelique e Lady Sabine, gli furono subito dietro.
Snow stava per incamminarsi quando notò la ragazza della seconda carrozza in difficoltà nell’estrarre i pesanti bauli delle tre donne. Le si avvicinò e le posò la mano sinistra sulla spalla. «Non occorre che tu faccia tanta fatica, manderò dei servi a prenderli.»
La ragazza la osservò titubante.
«Non serve che vi disturbiate» intervenne Lady Genevieve ferma con la mano sinistra appoggiata al battente dello stesso lato del portone. «Ella è abituata a questo genere di mansioni.»
Osservandola di spalle, mentre con noncuranza avanzava nel castello, Snow desiderò poter rispondere alla donna che era una schiavista nel pretendere che una giovane facesse il lavoro destinato a un uomo adulto. Il suo ruolo di principessa non le permetteva però di poter interferire con gli ordini che un nobile, per giunta ospite, impartiva alla sua serva personale.
Snow lanciò un ultimo sguardo dispiaciuto a Ella, che ricambiò con un timido sorriso, e proseguì per la sua strada.

Non appena si presentò l’occasione di abbandonare la spiacevole compagnia delle Signore della Casata Cinder, Snow la colse al volo.
Bisognava mostrare ai servitori le stanze delle ospiti in cui depositare i bagagli e la principessa si offrì di adempiere a quella incombenza anche per potersi accertare che Ella non subisse lo stesso trattamento riservatole al suo arrivo.
Procedendo verso il salone all’ingresso dove la attendevano, Snow si sorprese nuovamente per il comportamento di sua sorella. Era convinta che con un’occasione simile, Rosered sarebbe corsa con lei fuori dalla sala di ricevimento e invece aveva declinato il suo invito ad accompagnarla, preferendo restare a intrattenere le ospiti.
Devo assolutamente parlare a quattr’occhi con lei e farmi spiegare cosa le succede” si ripromise Snow, scorgendo Ella circondata da bauli e sacche di varie dimensioni.
La ragazza si esibì in un rispettoso inchino non appena la vide. «Principessa.»
«È un piacere rivederti Ella e chiamami pure Lady Snow.»
«Come desiderate.» Ella si piegò per raccogliere le prime sacche.
«Ferma, non è un lavoro per una ragazza.» Snow si guardò intorno e batté le mani. Un paggio la raggiunse all’istante. «Per favore, scegli tre uomini forti tra i nostri servitori e mandali qui a prendere questi bagagli.»
«Subito, principessa» rispose il paggio e sparì di corsa imboccando il corridoio alla loro sinistra.
«Vi ringrazio, Lady Snow, ma non è necessario» disse Ella. «Posso provvedere io. Non voglio creare disturbi.»
«Nessun disturbo» rispose solare l’altra ragazza. «Riconosco che ogni servitore debba fare il suo lavoro, ma tutta questa roba è troppo per te. E l’ordine di una principessa non si discute.»
Ella le rivolse di nuovo il suo timido sorriso. «Se è ciò che desiderate, non mi opporrò.»
Gli uomini richiamati dal paggio le raggiunsero e Snow indicò i bauli di cui dovevano occuparsi. Ella raccolse due piccole sacche e se le mise a tracolla sulle spalle e la principessa la lasciò fare. Poi le prese un braccio e fece segno agli uomini di seguirle.
«Lady Genevieve, Lady Sabine e Lady Angelique alloggeranno al primo piano» spiegò Snow, salendo la scalinata per raggiunge la stanza. «Purtroppo le camere degli ospiti non prevedono che i servi personali abbiano una sistemazione al loro fianco. Dovrai adattarti con il resto della nostra servitù al pian terreno.»
«Andrà benissimo» la rassicurò Ella.
Snow la scrutò con attenzione. «Non sembri una serva.»
Ella arrossì. «Come?»
«I tuoi modi, le tue risposte… sembra che tu abbia avuto l’educazione di una Signora di una Casata. Mi sbaglio?»
Ella abbassò lo sguardo e Snow si sentì in colpa. Raggiunta la stanza, lasciò che gli uomini depositassero i bauli e li inviò a prendere gli altri all’ingresso. Rimasta sola con la ragazza, le si avvicinò mentre si liberava delle sacche. «Volevo scusarmi se poco fa ho insinuato qualcosa che ti ha messo in imbarazzo.»
«Non dovete.» Ella le prese le mani nelle sue. «Quello che si racconta di voi nel regno è vero: sapete guardare oltre le apparenze, vedere il vero volto delle persone. Avete detto la verità e per questo ho una richiesta da farvi.»
«Parlate liberamente» rispose Snow, sollevata di non averla offesa. Quella giovane le piaceva, in lei c’era la stessa sincerità e fiducia che trovava in suo padre Ebon.
«La mia situazione è complicata e io…» Ella si zittì di colpo.
Seguendo il suo sguardo fuori dalla camera, oltre la porta aperta, Snow vide due addette alla cucina passare nel corridoio e intuì che la questione che voleva sottoporle doveva essere delicata.
«Questo non è il momento adatto» le disse. «Dopo pranzo, quando Lady Genevieve e le sue figlie verranno in camera per riposare, raggiungetemi nella mia. È la terza del secondo piano. Lì potremo parlare con calma e in privato.»
Gli occhi verdi di Ella le illuminarono l’intero volto. «Vi ringrazio, Lady Snow.»
Snow sorrise. «Fallo dopo che ti avrò detto di poter esaudire la tua richiesta.»


                                           Continua… 

lunedì 10 marzo 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 8

Sorellanza delle Madrine
Castello di Re Ebon

La farfalla sbatté con vigore le ali trasparenti dai riflessi ramati. La notte era fredda, illuminata dalla luce lunare e il vento iniziava ad agitarsi, ma lei mantenne il suo ritmo e discese, costeggiando le mura del castello.
Evitò con cura le torce fiammeggianti fissate al marmo e usufruendo di quel bagliore che andava sempre più attenuandosi mano a mano che si allontanava, si posò sull’erba umida. La spirale di energia brillante le permise di riassumere la sua forma umana, come Frea aveva il compito di proteggere Lady Rosered White, giovane di sangue nobile che le era stata affidata, ma era anche un membro della Sorellanza delle Madrine e aveva dei doveri verso le sue consorelle e la loro Madrina Superiore.
Non può trattarsi di una semplice svista” pensò, controllando nella penombra che nella zona ovest delle mura come di consueto non ci fossero guardie di pattuglia. Il lembo di terra che separava il castello dal fiume era talmente stretto che nessun assalitore avrebbe mai potuto usarlo per attaccare la costruzione e la Casata che ci viveva.
Nella solitudine della sua breve passeggiata, Frea rivisse la notte della purificazione, la stessa in cui il loro potere aveva portato in superficie la profezia, o come molte di loro avevano supposto, era stata inviata loro dalla stessa forza che le aveva aiutate a compiere il rito. Fatto sta, che da quella notte, la Madrina Superiore Crystella aveva scelto ognuna di loro come custode di ogni giovane figlia di nobili origini nata di lì a poco. Nei venticinque anni che erano trascorsi da allora, molte Madrine avevano dovuto abbandonare questo compito per la morte prematura delle loro protette. Per quanto ne sapeva, quasi nessuna di loro era stata costretta a sacrificarsi per salvarle, segno che era arrivato il momento per le giovani di abbandonare la vita, in alcuni casi proprio per originarne una nuova e se la nuova creatura nata fosse stata una femmina, avrebbe ereditato anche quella fidata alleata segreta dalla madre.
Forse sono stata troppo brusca con Rosered” si disse Frea, rivalutando come l’aveva lasciata nel momento in cui era così confusa e riflettendo sul bisogno di una figura materna che alla sua protetta era mancata. Ma la situazione generale del regno poteva essere determinata dalla sua scoperta e bisognava fare una scelta anche se difficile. “Questa notizia va comunicata subito. Ho tutto il tempo di tornare da Rosered per consigliarla e confortarla” concluse poi, convincendosi che quella era la sua priorità.
Arrivata alla sponda sinistra del fiume, aiutata ancora una volta dal riflesso della luna, la Madrina si inginocchiò e si sfilò il fiore di dente di leone dai capelli. Le era stato raccomandato di usare quel metodo per contattare la Madrina Superiore solo in caso di estrema urgenza e lei non riusciva immaginarne una situazione più pressante di quella. Staccò un petalo color giallo spento e lo adagiò con attenzione sulla superficie del fiume. Anziché venir trascinato dalla corrente, questo rimase fermo sul liquido.
Frea posò il polpastrello dell’indice destro sul petalo e lo fece girare lentamente, creando cerchi concentrici. «Con l’ausilio delle forze dell’acqua, invoco la capacità di collegamento. Consentimi di comunicare con colei che mi è superiore. Crystella, Madrina e protettrice delle energie della natura.» I cerchi iniziarono a formarsi al contrario, partendo dall’esterno e raggiungendo il petalo finché questo non si spaccò in un piccolo bagliore arancio e un volto diverso, di una donna dai capelli bianchi, sostituì quello di Frea sulle increspature dell’acqua.
«Frea» disse sorpresa Crystella. «Immagino ci sia qualcosa di molto importante.»
Chinata con il viso sul fiume, Frea annuì, scompigliando i riccioli. «Sì, Madrina Superiore, mi sono permessa di usare questo mezzo proprio perché la situazione è critica.»
«Coraggio, spiegati.»
«Non so come sia potuto succedere, ma c’è una giovane di nobili origini di cui non sapevamo l’esistenza» disse tutto d’un fiato Frea. «È la sorella maggiore di Rosered, la principessa Snow della Casata White.»
Sul viso di Crystella nello specchio d’acqua si dipinse un’espressione d’incredulità. «Non è possibile, dalla notte della Profezia della Corteccia ho usato le mie doti per essere al corrente di ogni nascita, di certo non mi sarebbe sfuggita la venuta al mondo della principessa.»
«Ho avuto la tua stessa reazione quando l’ho saputo, eppure Rosered me la ha descritta nei minimi dettagli e sembra proprio che assomigli alla Regina sua madre, la prima moglie di Re Ebon.»
«Frea, tu hai frequentato il castello e i suoi dintorni per sedici anni, sei certa che non ti sia mai capitato di incrociare questa ragazza?»
La Madrina si batté il pugno sinistro, in cui stringeva il dente di leone, sul petto coperto dal vestito arancione. «Ne sono assolutamente sicura. Non ho mai avuto modo di vedere con i miei occhi Snow. Qualcosa mi ha tenuto celata la sua presenza.»   
«O qualcuno.» Crystella s’incupì. «Cosa sai di preciso su Lady Griselda?»
«Non molto. Quando arrivai al castello con Rosered ancora bambina, quella donna era un membro della corte reale. Da quanto ho sentito era già una delle dame di compagnia della Regina prima della sua morte.»
«Non mi sorprende.»
Frea la scrutò incuriosita. «Avete dei sospetti su di lei?»
«Nell’ultimo giorno il suo nome si é legato a diversi eventi misteriosi. Ho come l’impressione che per qualche inspiegabile ragione, sia legata alla Profezia della Corteccia.»
«Cosa volete che faccia?» domandò Frea, intuendo che la situazione poteva essere più grave di quanto avesse prospettato. 
«Sii prudente. Molto più di tutti questi anni. Se quella donna è un pericolo, ho motivo di credere che sappia più su di noi, di quello che noi sappiamo su di lei. E veglia sulla tua protetta. Chiunque ci ha voluto tenere segreta l’esistenza della principessa Snow, potrebbe avere cattive intenzioni anche su Rosered.»
«A questo proposito, avrei una richiesta da sottoporvi.» Frea congiunse la mano destra all’altra già a pugno sotto il seno. «Potreste liberarmi dal vincolo del giuramento sulle sue origini?»
«Come mai una tale richiesta?» replicò sorpresa la Madrina Superiore.
«Non so come, ma Rosered è venuta a conoscenza della verità su di sé. Se potessi raccontarle come si sono svolti i fatti, forse tutto sarebbe più facile per lei.»
Crystella corrugò la fronte preoccupata. «Succede tutto troppo velocemente, sembra quasi un piano prestabilito. No, Frea, per ora è meglio mantenere il vincolo. Tra pochi giorni sarò al castello a presenziare al matrimonio reale, ne discuteremo di persona.»
«Tu sei tra gli invitati?»
«Ne sono rimasta scioccata anche io» ammise Crystella. «Per tutte queste stranezze, ricorda, massima attenzione, non abbassare la guardia e stai allerta. Che la natura vegli su te.»  
Il volto della Madrina Superiore svanì e il fiume riprese il suo naturale corso.
Frea si rimise in piedi e abbassò la mani lungo i fianchi. Non ricordava Crystella tanto angustiata dall’epoca in cui Estelle era diventata la Grandama delle Dame Oscure e aveva lanciato i suoi malefici. C’era davvero da avere paura se stava per abbattersi su di loro un periodo ugualmente infausto. «Dovrò avere ancora più cura di Rosered.»
La Madrina si voltò per ritornare al castello, quando un movimento fugace la sorprese e avvertì un dolore improvviso al ventre. Il dente di leone le cadde dalla mano, abbassò lo sguardo e vide la veste strappata e la sua pelle ferita.
«Che ti sia di lezione.» Lady Griselda era davanti a lei, stringeva una lama ricavata da una zanna inserita in un’impugnatura in madreperla e favorita dalla semioscurità era riuscita ad avvicinarla senza farsi notare. «Non amo avere intorno a me dei ficcanaso.»
Frea sentì il dolore farsi lancinante e prese coscienza che non c’era più speranza. Mentre le forze le venivano meno, la vista le si annebbiava e cadeva verso il basso, sbattendo contro il terreno bagnato, riconobbe l’arma con cui era stata colpita a morte. «Come sapevate… che…» le mancò il fiato per terminare la domanda.
«Ti chiedi come so che solo una parte estratta dal corpo un Demone Mannaro può uccidere una Madrina? Qualcosa come una zanna?» le fece eco mostrandole il pugnale. «Se vuoi essere un passo avanti ai tuoi nemici, devi conoscere ogni debolezza, anche quelle che sembrano non esistere.»
Frea vide che dallo squarcio sulla carne fuoriusciva la polvere luminescente che formava la sua essenza. Per lei era finita. «Chi… sei…?» sibilò.
«Non lo saprai mai» rispose Lady Griselda e si chinò a raccogliere il fiore di dente di leone, abbandonato accanto alla dama. «E di certo non manderai a monte i miei piani.»
Il corpo di Frea si dissolse in pochi istanti, lasciando polvere brillante, simile a frammenti di stella, sparsa nel vento e sull’erba.



                                                   Continua…

lunedì 3 marzo 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 7

Casata White
Castello di Re Ebon

Rosered sbadigliò e sollevando lo sguardo, si coprì velocemente la bocca con la mano sinistra.
«Mi dispiace, sei molto stanca» disse Lady Griselda osservandola con un sorriso. «Ti prometto che abbiamo quasi finito e dopo potrai andare a dormire.»
«Sì, non preoccupatevi. Non c’è nessun problema» rispose la ragazza. Piegò la testa sul lungo rotolo con la lista degli invitati e riprese a leggere i nomi. Lady Griselda l’aveva scelta come sua aiutante per conteggiare gli ospiti che avevano risposto positivamente all’invito. Aveva detto che era un modo per compensare il fatto di poter avere solo una damigella e aver scelto Snow, in quanto sorella maggiore, per quel ruolo, ma a Rosered sembrava più una punizione che un premio di consolazione. Si era quindi ritrovata dopo cena a dover trascorrere quasi due ore sola con la donna nella camera degli studi. Giunta agli ultimi nominativi segnati, lesse ad alta voce: «Lord Walt e sua moglie Lady Daisy Wunder.»
Griselda inserì la mano sinistra nel cestino di vimini sulle sue ginocchia, in cui aveva raccolto le pergamene e controllò. «Sì, eccola qui. Anche loro parteciperanno.»
La ragazza tirò una lunga striscia nera con la punta della penna d’oca sporca di inchiostro sui nomi dei due nobili. «Erano gli ultimi. Hanno risposto quasi tutti. Abbiamo concluso» disse soddisfatta.
«Non ne sono sicura» la corresse la donna. Si alzò dalla sedia e frugò in un secondo cesto ai suoi piedi, che conteneva tutte le risposte appena valutate. «Ricordo un nome di una casata che non abbiamo segnato, eppure sono certa di aver letto la loro risposta che presenzieranno al matrimonio.»
Temendo di dover ripetere tutta l’operazione da capo Rosered disse: «Vi ricordate l’iniziale del nome della casata? Così posso confrontare sulla lista.»
«Certo, l’iniziale era la lettera “B”.»
Rosered scorse velocemente i primi invitati segnati in ordine alfabetico sul rotolo per vedere se qualche nominativo era stato saltato. «No, tutti i nomi con la lettera “B” hanno dato risposta affermativa, non manca nessuno.»
«Lord Bauer» esclamò Lady Griselda alzandosi e guardando in volto la ragazza. «Era questo il nome. La risposta è arrivata dopocena, poco prima che iniziassimo il nostro lavoro. Ero in camera di Re Ebon a prendere la lista degli invitati e devo averla dimenticata lì.»
«Ma non compare in questa» replicò Rosered, segnando il rotolo che aveva esaminato fino a quell’ora tarda.
«Infatti, è una casata di cui ci siamo ricordati all’ultimo momento e ho scritto la partecipazione di mio pugno, provvedendo a recapitarla questa mattina presto» precisò la donna. «Mentre io sistemo queste risposte, tu vai in camera di tuo padre a prenderla, in modo da terminare.»
«A dire il vero, non ho il permesso di entrare nella stanza privata di mio padre, se non è lui a concedermelo.»
Griselada la guardò allargando il suo solito sorriso, impostato in modo da apparire gioviale. «Mia cara, tra pochi giorni sarò la Regina e tua matrigna, quella diverrà anche la mia stanza e non ci sono problemi, puoi andare se sono io a dirtelo.»
«Siete sicura? Magari è meglio se controllo se mio padre è ancora nella sala dei banchetti e lo domando direttamente a lui» obiettò Rosered.
«Non è il caso di disturbarlo. Ho l’impressione che tu non ti fida di me, stai forse mettendo in dubbio le mie parole?»
«No… io…» Rosered ripensò agli ammonimenti di sua sorella Snow. Per quanto quella donna non le piacesse e in tutta sincerità non nutrisse il minimo granello di fiducia in lei, offenderla e inimicarsela a poca distanza dalle nozze era un gesto che era meglio evitare. «Come desiderate. Torno subito.»
Griselda annuì compiaciuta e Rosered uscì dalla camera degli studi. Percorso il corridoio, svoltò e sulla destra trovò la stanza di suo padre. Bussò due volte, sperando di udire la sua voce, ma non ricevendo risposta spinse l’uscio e la trovò vuota. Entrò e controllò sul primo tavolo posto di fronte al letto. Tutto era in perfetto ordine, avrebbe notato senza sforzo una pergamena di riposta all’invito, ma non ebbe fortuna. Si girò e andò verso il secondo tavolo alla sinistra del letto, sulla superficie erano impilati un paio di tomi, un registro reale e poco distante, messa di traverso, una pergamena ingiallita.
Lo sguardo di Rosered cadde di sfuggita su quel pezzo di carta e individuò il suo nome scritto sopra. Incuriosita, abbandonò la sua ricerca e sollevò la pergamena per leggerla con attenzione. Dall’intestazione, riconobbe che s si trattava di un contratto reale stipulato tra suo padre, Re Ebon e Lord Georg Bear.
Non ricordo dei nobili con questo nome” rifletté Rosered. Continuò a leggere e rimase senza fiato.

Io, Lord Georg Bear, Signore della Casata Bear, cedo in pagamento di cinquanta monete doro e venticinque monete d’argento,la mia primogenita Lady Rosered Bear a sua maestà Re Ebon.
Rinuncio inoltre a ogni pretesa sulla fanciulla. In nessun momento della sua vita e per nessuna ragione, potrò esercitare e rivendicare il diritto di paternità su di lei.
Con la firma di questo contratto, stipulato regolarmente e secondo l’autorità del Re, Rosered Bear non mi appartiene più, e non porterà il nome dei Bear. 

«Non è possibile» disse Rosered con le mani tremanti.
Controllò le firme sul fondo del foglio. Quella di Lord Georg era vergata con una calligrafia semplice e sghemba, quella di suo padre era inconfondibile. L’aveva vista su diversi documenti reali ed editti. Non c’era dubbio che fosse stato lui a concludere le trattative.
Le servivano delle risposte, ma non sapeva a chi rivolgersi. Poi un’idea le balenò nella mente. «Forse c’è una persona che sa la verità e di cui posso fidarmi.»
Arrotolò velocemente il contratto e lo nascose nella manica sinistra a sbuffo del vestito vermiglio. Corse fuori dalla camera, chiuse la porta e si diresse alle scale.
«Hai trovato quello che cercavi?» domandò cordialmente Lady Griselda, rivelandosi alle sue spalle.
Un brivido percorse la schiena di Rosered. Si era dimenticata dell’incarico ricevuto dalla futura matrigna. «No» rispose, voltandosi verso di lei. «Non ho trovato la risposta all’invito di cui parlavate.»
«Oh, non importa. Ormai si è fatto tardi. Ci penseremo domani mattina.» La osservò per pochi secondi in silenzio, con il suo abituale sorriso stampato sul volto. «Buona notte, mia cara.» La precedette verso la scala e s’incamminò verso la sua stanza.
«Buona notte» rispose frastornata Rosered. Rimase ferma in piedi  e contò fino a dieci mentalmente, attendendo che la donna raggiungesse il piano e la camera prima di lei. Poi Si diresse spedita alla scalinata, salì i gradini con il cuore in gola e corse nel corridoio deserto, raggiungendo la sua stanza.   
Si lanciò all’interno e chiuse la porta dietro di sé. Fece scivolare il rotolo di pergamena fuori dalla manica e prese due ampi respiri per tentare di calmarsi.
«Frea, presentati a me, ti prego» invocò agitata. «Ho bisogno di parlarti.»
Dalle ante accostate della finestra della stanza s’intrufolò una farfalla dalle ali ramate. Volò leggiadra nella camera e in prossimità della ragazza, fu avvolta da spirali di luce, trasformandosi in una dama dai capelli color carota, con un fiore di dente di leone che risaltava tra l’intrico di riccioli e con indosso un vestito arancione.
«Cosa succede?» domandò Frea, vedendola sconvolta.
Rosered si buttò tra le sue braccia e balbettando per trattenere i singhiozzi, disse: «Frea… aiutami… non capisco…»
«Adesso calmati» la rassicurò l’altra, carezzandole i capelli castano rossicci. «Sono la tua Madrina, puoi raccontarmi tutto ciò che ti angoscia e farò il possibile per aiutarti.»
Mentre la donna la scostava gentilmente dal suo corpo, Rosered la fissò nei suoi vivaci occhi verdi. Da quando era bambina, la Madrina era stata al suo fianco, crescendo si era rivolta a lei per ogni dubbio e preoccupazione, insieme a Snow era stata un po’ come una madre. Era l’unica a cui poter raccontare di quella scoperta e capire se c’era del vero.
Rosered alzò la mano sinistra e mostrò il contratto alla Madrina. «In camera di mio padre ho trovato questo. C’è scritto che sono stata venduta, dal mio vero padre Lord Bear al Re. Capisci? L’uomo che mi ha cresciuta, mi ha comprata.»
Frea esaminò la pergamena con una singola occhiata e rimase seria a fissare la ragazza. «Mi dispiace. Non era così che avresti dovuto conoscere le tue origini.»
«Tu lo sapevi?» Quella rivelazione scosse nuovamente Rosered. «Perché non me ne hai mai parlato?»
«Non spettava a me metterti al corrente.»
«Ora però dimmi quello che sai. Perché la mia famiglia mi ha venduta a Re Ebon? Cosa ho di tanto importante per lui?»
«Non posso risponderti. Tutto ciò che riguarda questa faccenda mi è stato raccontato, ma ho dovuto giurare di non parlartene senza il permesso delle persone da cui l’ho saputo. È un segreto vincolato e finché chi è coinvolto non rompe il vincolo, io sono impossibilitata a fartene parola.»
Rosered gettò a terra il contratto. «Allora andrò da mio padre, questa notte stessa e lo costringerò parlarmene.»
«Non posso impedirtelo, se è quello che senti di voler fare» replicò Frea. «Ma dovrai spiegare come sei venuta in possesso di questo documento e dato che non lo hai detto neanche a me, non credo sia qualcosa che potevi fare liberamente.»
Rosered non ribatté. Raccontare l’accaduto significava coinvolgere anche Lady Griselda e non voleva che sapesse questa realtà e dubitava fortemente che avrebbe sostenuto la sua versione. «Posso sempre chiedere a Snow. Sono certa che se ne è al corrente, mi rivelerà tutto.»
«Chi è Snow?»
La ragazza la guardò inarcando un sopraciglio. «Ti prendi gioco di me? È mia sorella maggiore, vive qui al castello e anche se non ti ho mai convocata davanti agli altri come mi hai chiesto, l’avrai vista girare qui intorno.»
L’espressione di Frea mutò. Rosered non sapeva spiegarsi in cosa fosse diversa, ma perse la sua affabilità. «Per favore, Rosered, dimmi tutto quello che puoi su Snow.»
«Che richiesta assurda.»
«Per favore» insistette Frea.
«D’accordo» acconsentì Rosered, reputando insensato il comportamento della Madrina. «Ha diciassette anni  ed è la primogenita del Re. Anche se ora mi chiedo se non sia anche l’unica vera figlia del Re. Siamo cresciute insieme, lei è sempre gentile e ha una pelle chiarissima e lunghi capelli neri. Cosa altro vuoi sapere?»
«Questo è sufficiente» rispose Frea, sforzandosi di apparire normale. «Devo andare, ma non raccontare a nessuno che ti ho chiesto di Snow. Deve restare un segreto come la mia presenza al tuo fianco.»
«Va bene.» Rosered vide la Madrina pronta a mutare di nuovo le sue sembianze e la fermò. «Aspetta, cosa devo fare con il contratto? E come posso sapere  la verità su di me?»
«Rimettilo dove lo hai trovato e attendi paziente. Se la risposta alle tue domande non arriverà da sola, prova a parlare con tuo padre. Trova un modo per spingerlo a parlarti apertamente del tuo passato.» Frea congiunse le braccia sopra la testa e il bagliore arancio della sua aura la restrinse nella farfalla dalle ali ramate.
Osservandola volare fuori dalla stessa finestra da cui era entrata, Rosered si domandò cosa ci fosse di tanto urgente riguardo a sua sorella da costringere Frea a lasciarla in quel modo. «In fin dei conti è la mia Madrina» disse. Per la prima volta nella sua vita e su una questione molto importante, la Madrina non le era stata di alcun aiuto e Rosered provò rabbia nei confronti della sua adorata sorella.

         

                                                 Continua…