lunedì 27 gennaio 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 2

Casata Cinder
Palazzo di Lady Genevieve

Due nuovi colpi rimbombarono contro il portone del palazzo.
«Sto arrivando» urlò Ella, scendendo a perdifiato le scale che conducevano al cortile interno. Con la mano sinistra si reggeva al corrimano, mentre con la destra teneva stretti al petto i lembi del pesante scialle di lana verde scuro, che seppur costellato di buchi e pochi rattoppi, le copriva il busto nero a maniche lunghe e la proteggeva dall’aria gelida del mattino.
La giovane si riassettò i capelli biondo cenere, arruffati per la corsa, infilò la chiave nella serratura, la girò per cinque volte e spinse con fatica l’anta destra del portone. Un messo in divisa blu,il petto percorso da una fascia rossa e i capelli castano scuro tirati indietro, le porse una pergamena sigillata. «Da parte di Re Ebon della Casata White, per Lady Genevieve e le sue figlie della Casata Cinder.»
Ella prese la pergamena e la rigirò incredula, scorgendo il sigillo reale rosso scuro impresso sulla chiusura. «Molte grazie» disse al messo.
L’uomo s’inchinò, si voltò e rimontò sul cocchio. Spronò i due cavalli e riparti lungo la strada.
Ella fece cadere la pergamena nella tasca del grembiule legato sopra la gonna grigia, e tirò con entrambe le mani l’anta, richiudendo quindi il portone con la chiave. Non era un lavoro adatto a una ragazza di soli diciassette anni, ma aveva dovuto subire anche quella imposizione. Da quando quasi otto anni prima suo padre Lord Maurice era morto, la sua matrigna aveva iniziato a trattarla sempre meno da Lady e più da sguattera, privandola anche del suo titolo nobiliare per favorire le sue sorellastre. Spendeva il patrimonio di famiglia in sciocchezze per il suo piacere e quello delle sue figlie e negli ultimi tempi i soldi iniziavano a scarseggiare. Per risolvere la situazione, avevano licenziato parte della servitù e lei era obbligata a sostituire il maggiordomo e fare da aiutante alla cuoca e alle due domestiche di casa.
Risalendo la scalinata che la conduceva all’ingresso del palazzo, Ella si ripeté di resistere ancora, forse quella pergamena che teneva con sé poteva essere l’inizio del suo piano per riscattarsi. Usò la seconda chiave presente nell’anello e la infilò nella serratura della porta, la fece scattare e poi lo richiuse alle sue spalle. Nel corridoio silenzioso riecheggiava la voce stizzita di Lady Genevieve, che stava proseguendo la discussione cominciata nel momento in cui Ella era uscita per recapitare la missiva.
«Non sopporto dovermi ripetere e lo sto facendo dal momento in cui mi sono alzata dal letto» disse la donna, ed Ella udì la sua voce farsi sempre più stridula, mano a mano che si avvicinava alla sala da pranzo.
Entrando, Ella trovò la matrigna e le sorellastre ancora impegnate a terminare la colazione. Lady Genevieve era seduta al capo sinistro del tavolo stretto e rettangolare. Alla sua destra, nella prima metà del lato più lungo, erano accomodate le sue figlie: Lady Sabine e Lady Angelique.  
Avvolta nella sua vestaglia giallo canarino, Angelique gesticolò spostando la tazza di ceramica che aveva davanti. «Madre, non mi avete nemmeno fatto elencare quali benefici…»
«Benefici?» ripeté sconcertata Lady Genevieve. «Quali benefici potranno mai esserci nello sposare il figlio di un commerciante di tessuti?»
«Stoffa gratuita a volontà» mormorò Sabine nella sua vestaglia rosa, soffocando una risatina e coprendosi la bocca con il bordo della tazza.
«Non c’è niente da ridere, Sabine» la riprese la madre. «Vi ho insegnato da diversi anni ormai come valutare se un uomo è adatto per poter diventare un marito. Il figlio di un commerciante, per cominciare, non appartiene al nostro stesso ceto sociale. In secondo luogo, pensi che ti potrebbe mantenere a dovere se per un’intuizione sbagliata nei suoi affari si ritrovasse a non vendere neanche un misero pezzo di stoffa? Senza contare che potrebbe obbligarti a metterti a lavorare per lui.»
«Oh, non lo farebbe mai» sbottò Angelique, e in un sussurro aggiunse: «È gentile  e molto carino.»
Ella notò che quelle ultime parole non erano sfuggite all’orecchio di Lady Genevieve e sapeva la reazione che avrebbero provocato. Seppur nella possibilità di restarne fuori e lasciare che Angelique subisse una nuova serie di invettive, provò pena per la ragazzina, nonostante lei non ne avesse mai provata nei suoi confronti e si fece avanti nella stanza.
«Signora, è arrivata posta per voi» disse, raggiungendola vicino alla sedia e porgendole la pergamena.
Lady Genevieve la fulminò con lo sguardo. «Sai bene che leggo le missive solo dopo aver finito di far colazione.»
«Sì, ma si tratta di un messaggio del Re» rispose Ella. «Ho pensato che voleste averla subito.»
La donna gliela strappò di mano senza ringraziare. Ruppe il sigillo reale in lacca con la lama del coltello accanto al piatto e l’aprì eccitata. Scorse il contenuto vergato con calligrafia curata in inchiostro nero. «Che notizia straordinaria.»
«Cosa dice? Cosa dice?» trillarono in coro Sabine e Angelique.
Lady Genevieve si portò la mano sinistra alla testa e spostando indietro i capelli grigi che gli striavano il lato della vaporosa chioma nera, lesse a voce alta: «“Sua Maestà Re Ebon della Casata White e Lady Griselda, sua futura sposa, sono lieti di invitare Lady Genevieve, Lady Sabine e Lady Angelique alla celebrazione del loro matrimonio che si terrà tra sei giorni. Dopo il rito nuziale avverrà l’incoronazione a Regina del Regno Ageloss della sposa reale. Vi attendiamo al castello dove si svolgeranno i festeggiamenti.”» Arrotolò la pergamena stringendola fiera nella mano. «Sapete cosa significa tutto questo?»
«Un’uscita al mercato per nuovi acquisti?» domandò speranzosa Lady Sabine.
«Niente affatto» replicò la madre. «Al matrimonio saranno presenti i membri più influenti delle famiglie nobili del regno, come i giovani Lord della Casata Charming ancora senza una promessa sposa. Questa è un’occasione imperdibile per porre le basi del vostro futuro, molti matrimoni si combinano durante le nozze reali.»
Le tre Lady della Casata Cinder scostarono la sedia dal tavolo e si alzarono.  Angelique e Sabine uscirono dalla sala da pranzo chiacchierando tra loro, Lady Genevieve si voltò per impartire gli ordini a Ella. «Sparecchia. Poi vai nelle stanze delle mie figlie e inizia a preparare i loro bagagli per il viaggio al castello.»
«E io, mia Signora?»
«Tu cosa?»
Ella deglutì per mantenere ferma la voce. «Una volta pronti i vostri bagagli, dovrò restare a palazzo e occuparmene, o volete che vi segua alla cerimonia?»
Lady Genevieve la osservò seria. Sembrava studiarla e la ragazza sostenne il suo sguardo, anche se temeva che la matrigna potesse individuare quale fosse la sua vera intenzione.
«Mi sembra naturale» rispose la donna, facendo una pausa. «Non posso lasciarti qui con i pochi domestici rimasti, chissà quali danni combineresti. Verrai con noi, viaggerai nella carrozza con i bagagli e al castello ti occuperai di tutto ciò a cui i membri della servitù reale non potranno provvedere per noi.»
Ella sì inchinò e piegando la testa verso il pavimento, rispose: «Come desiderate.» Attese in quella scomoda posizione fin quando non udì la matrigna abbandonare la stanza. Sollevò il capo e sul suo volto si accese un sorriso soddisfatto. Corse alla finestra e aprendola, fischiò contro il vento freddo che entrava all’interno.
Attese pochi minuti e sentì un suono leggiadro risponderle: un usignolo dalle piume blu planò sul dorso della sua mano destra ed Ella chiuse la finestra. 
«Ci siamo» disse sottovoce all’uccellino. «Mia dolce Severine, finalmente è arrivato il giorno che ho tanto atteso.»
L’usignolo cantilenò nuovamente.
«No, non era come lo avevamo pianificato, ma forse è anche meglio» rispose Ella. «Questa mattina è…»
L’usignolo cinguettò interrompendola e volò posandosi sulla sua spalla.  
«Hai ragione, meglio non destare sospetti» fece Ella. Si avvicinò al tavolo ancora apparecchiato con le stoviglie della colazione e iniziò a ritirare i piatti. «Sarebbe capace di cambiare idea solo perché mi sono fermata per pochi momenti.»
La ragazza afferrò anche le tre tazze e impilandole sui piatti, si diresse in cucina. Quella era diventata la sua seconda stanza, insieme a quella che divideva con le altre domestiche e nessuno oltre alla cuoca ci metteva piede. Anche se per la donna era ancora presto per dedicarsi al pranzo, accostò la porta con il piede destro e posò piatti e tazze nella tinozza per la lavarle.
Con l’uccellino sempre sulla sua spalla, Ella si chinò e raccolse dal pavimento il secchio con l’acqua che aveva prelevato dal pozzo quella mattina. «Come ti dicevo, Severine, questa mattina è arrivato a palazzo un messo reale con l’invito a  presenziare al matrimonio tra Re Ebon e Lady Griselda. Ovviamente l’invito non era rivolto anche a me, ma quell’arpia della mia matrigna vuole che le segua al castello.»
Severine cinguettò con tono acuto.
Ella versò l’acqua sulle stoviglie e raccolse dal fondo della tinozza un pezzo di stoffa umido con cui sfregarle. «Scusa Severine, hai ragione. Mi hai sempre ripetuto di non abbassarmi al loro livello, ma certe volte un piccolo soprannome offensivo può essere liberatorio. Non lo farò di nuovo, te lo prometto.»
Severine le beccò dolcemente la guancia. 
«Grazie» rispose Ella con un sorriso. «Capisci cosa significa per me? Non pensavo di avere l’occasione di poter essere presente al castello senza dover inventare una scusa, o organizzare la mia visita di nascosto. Se riuscirò ad avere udienza dal Re potrò sottoporgli la mia situazione.» Si asciugò le mani nel grembiule ed estrasse un ciondolo sferico fissato a una catenina, ben nascosta dal corpetto allacciato fin sotto al collo.
Lo sfiorò e lo aprì delicatamente, all’interno, sui due lati richiudibili, erano fissati i ritratti di suo padre e sua madre. Una lacrima le sfuggì dagli occhi ripensando che non erano più lì a proteggerla e che il loro nome veniva usato da donne crudeli ed egoiste.
Severine volò lontano dalla sua spalla, arrivò quasi al soffitto della cucina e poi atterrò lentamente. Mentre lo faceva, una spirale di polvere luminosa la circondò e le sue fattezze mutarono. Al posto dell’uccellino dalle piume blu, comparve una donna con i capelli cobalto seminascosti da un cappuccio e con indosso una veste del colore del piumaggio, con in vita una cintura di luce color perla.
«Coraggio, bambina mia» le disse amorevolmente Severine. «Devi essere forte.»
Ella si strofinò le guance. «Lo so, ma certi giorni è più difficile di altri.»
La Madrina allargò le braccia per accoglierla. «Oggi però è un giorno migliore.»
«È vero» rispose lei, rifugiandosi nel suo abbraccio. «Grazie al tuo aiuto e a questa inaspettata opportunità, mi riapproprierò del nome della Casata Cinder.»



                                                            Continua… 

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